Ecco perché la nuova enciclica di Leone XIV interessa anche il mondo della cultura
Non solo un testo religioso. La nuova enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV e il commento di Antonio Spadaro aprono una riflessione civile sul rapporto tra intelligenza artificiale, cultura, impresa e destino umano
In una stagione storica nella quale il mondo sembra oscillare tra entusiasmo tecnologico e smarrimento antropologico, la nuova enciclica di Papa Leone XIV arriva come un testo che supera largamente i confini della comunità ecclesiale. Non è soltanto un documento religioso sull’intelligenza artificiale. È qualcosa di più ambizioso: un tentativo di ricostruire una teoria della dignità umana nell’epoca dell’algoritmo. Ed è proprio per questo che la sua utilità appare oggi profondamente civile, culturale, sociale ed economica.
L’Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV
Il riferimento storico dichiarato alla Rerum Novarum di Leone XIII è, da questo punto di vista, decisivo. Anche allora la Chiesa si trovò davanti a una trasformazione radicale del sistema produttivo e sociale: la rivoluzione industriale, la nascita della grande fabbrica, l’urbanizzazione accelerata, la concentrazione del capitale, la questione operaia e l’emergere di nuove forme di sfruttamento e diseguaglianza. Oggi il contesto è diverso, ma le analogie sono impressionanti.
La rivoluzione non è più meccanica ma digitale; la fabbrica è diventata rete; il lavoro fisico lascia spazio a quello cognitivo; le piattaforme sostituiscono molte mediazioni economiche e sociali; gli algoritmi tendono a organizzare consumi, informazione, relazioni e persino processi decisionali.
Ma anche oggi il rischio centrale resta lo stesso: che la persona venga subordinata alla logica della produzione, dell’efficienza e della concentrazione del potere.

Leone XIV sul capitalismo digitale
Come Leone XIII intervenne quando il capitalismo industriale rischiava di ridurre il lavoratore a semplice ingranaggio economico, così oggi Leone XIV interviene mentre il capitalismo digitale rischia di ridurre l’essere umano a dato, profilo, funzione algoritmica, produttore inconsapevole di valore cognitivo e comportamentale. L’enciclica non attacca la tecnologia.
Sarebbe una lettura superficiale. Leone XIV riconosce esplicitamente la ricchezza che l’intelligenza artificiale può generare nella medicina, nella ricerca, nella formazione, nella gestione dei servizi e nella diffusione della conoscenza. Ma introduce una domanda che oggi appare quasi eretica nel capitalismo digitale contemporaneo: chi controlla il potere tecnologico e nell’interesse di chi?
Il nodo è decisivo perché l’intelligenza artificiale non rappresenta più una semplice innovazione tecnica. È diventata una infrastruttura mentale, culturale e geopolitica che modifica il lavoro, l’informazione, l’educazione, il linguaggio, le relazioni sociali e persino la percezione della realtà.
In questo scenario il Vaticano compie una mossa sorprendente: entra nel cuore del dibattito globale proprio mentre una parte significativa della politica occidentale sembra aver rinunciato a governarlo. L’Occidente, per oltre trent’anni, ha raccontato il digitale come un territorio naturalmente progressivo e quasi neutrale. Dalle “autostrade informatiche” di Bill Clinton e Al Gore negli Anni Novanta fino alla deregulation finanziaria e tecnologica sostenuta da Alan Greenspan, la convinzione dominante è stata che la crescita dell’ecosistema digitale avrebbe automaticamente prodotto democrazia, benessere diffuso e modernizzazione sociale.
Dalla tecnica al senso: l’Enciclica di Papa Leone XIV
Molte intuizioni di allora erano corrette. Internet ha prodotto crescita, conoscenza diffusa, innovazione e nuove libertà. Ma oggi vediamo anche l’altra faccia del processo: concentrazione del potere cognitivo, controllo algoritmico dell’attenzione, polarizzazione sociale, colonialismo dei dati, manipolazione emotiva permanente, impoverimento del linguaggio pubblico. Il digitale è progressivamente passato da promessa emancipatrice a nuova arena di dominio economico e cognitivo. È esattamente questo che Leone XIV mette a fuoco quando denuncia il rischio di una concentrazione del potere tecnologico nelle mani di soggetti privati transnazionali capaci di ridefinire le condizioni di accesso alla vita pubblica.
Ed è qui che il riferimento implicito alle ideologie libertarie della nuova destra tecnologica americana diventa inevitabile. Le posizioni di Peter Thiel, come quelle di altri protagonisti del capitalismo digitale radicale, rappresentano in modo esplicito una visione nella quale il limite umano, la regolazione democratica e perfino la mediazione politica vengono considerati ostacoli alla piena espansione dell’innovazione e del mercato. Il sogno transumanista, la fascinazione per società governate più dagli algoritmi che dalle istituzioni rappresentative, la convinzione che la tecnologia possa sostituire progressivamente i processi lenti della democrazia liberale non sono più provocazioni marginali. Sono ormai componenti influenti della cultura politica occidentale.
Antonio Spadaro sul testo di Papa Leone XIV
Quando il Papa denuncia la “sindrome di Babele” — l’idolatria del profitto e della prestazione che riduce tutto, persino la persona, a dato e performance — non sta parlando soltanto di etica religiosa. Sta criticando un paradigma culturale che attraversa oggi finanza, politica, comunicazione e industria tecnologica.
La lettura che ne offre Padre Antonio Spadaro su La Repubblica è particolarmente utile perché evita due rischi speculari: il rifiuto apocalittico della tecnologia e l’accettazione passiva del determinismo digitale. La questione non è demonizzare l’AI, ma evitare che l’uomo venga progressivamente ridotto a funzione della macchina, consumatore di stimoli, produttore di dati, terminale biologico di processi economici e cognitivi governati altrove. Come osserva Spadaro, il problema non è se l’intelligenza artificiale diventerà umana, ma se l’uomo continuerà a restare umano dentro un ambiente dominato dalla logica dell’efficienza assoluta.
Chiesa e Intelligenza Artificiale
Non è casuale che nella conferenza di presentazione sia intervenuto anche il cardinale Victor Manuel Fernández, autore dell’introduzione al documento. La sua presenza ha contribuito a chiarire che il cuore dell’enciclica non è una condanna della modernità tecnologica, ma il tentativo di ricostruire una gerarchia di senso dentro una trasformazione che rischia di diventare puramente funzionale ed economica. Fernández insiste infatti sul fatto che la dignità umana non possa essere misurata dalla performance, dalla produttività o dalla capacità computazionale, riaffermando una centralità della persona che precede ogni architettura tecnica.
Particolarmente significativa è stata anche la presenza di Christopher Olah, figura centrale della riflessione contemporanea sull’intelligenza artificiale e cofondatore di Anthropic. Non si tratta di un teorico esterno al sistema tecnologico, ma di uno dei protagonisti più autorevoli della ricerca sull’AI interpretativa e sull’allineamento dei modelli linguistici. Ancora più interessante è il riferimento implicito ad Amanda Askell, filosofa chiamata da Anthropic a contribuire alla definizione dell’“anima” di Claude, il sistema di AI sviluppato dall’azienda.
L’umanità può dialogare con l’AI?
Un’espressione che può sembrare provocatoria, ma che rivela un passaggio storico cruciale: persino le grandi aziende tecnologiche comprendono ormai che l’intelligenza artificiale non può essere progettata soltanto da ingegneri e matematici. Dietro ogni modello linguistico esiste infatti una visione implicita dell’uomo, della relazione, del conflitto, della verità, della libertà e persino della gentilezza. Decidere come un sistema debba rispondere, quali valori debba privilegiare, quali limiti debba rispettare e quale idea di responsabilità debba incarnare significa inevitabilmente entrare in un territorio filosofico, antropologico e quasi spirituale. Ed è probabilmente questo uno degli elementi più innovativi dell’intero convegno: il riconoscimento che la questione dell’AI non appartiene più soltanto alla tecnica, ma investe direttamente l’idea stessa di civiltà. Non basta chiedersi cosa le macchine possano fare. Occorre chiedersi quale umanità desideriamo che esse riflettano, accompagnino o amplifichino.
E tuttavia proprio il titolo Magnifica Humanitas può apparire, almeno a prima vista, quasi contraddittorio rispetto al tempo che stiamo vivendo. Quale “magnifica umanità” può essere evocata mentre l’Europa torna a conoscere la guerra, il Medio Oriente brucia, le diseguaglianze aumentano, l’ambiente si deteriora e milioni di persone fragili vengono espulse dai benefici della crescita tecnologica ed economica?
AI e contesto internazionale
Non è probabilmente un caso che la conferenza di presentazione si sia aperta con immagini durissime: il secondo conflitto mondiale, il dilagare del nazismo, la devastazione ambientale, le periferie della povertà, i volti segnati della sofferenza contemporanea. Una scelta simbolica fortissima, quasi a voler chiarire che l’enciclica non nasce da una visione ingenuamente ottimistica dell’uomo, ma esattamente dalla consapevolezza della sua ambivalenza.
La “magnifica umanità” evocata dal Papa non coincide infatti con un’umanità perfetta, innocente o vittoriosa. È piuttosto la possibilità, sempre fragile ma sempre presente, che l’essere umano conservi dentro di sé una capacità di coscienza, di compassione, di responsabilità e di relazione persino nei momenti più oscuri della storia.
In questo senso il titolo assume quasi un valore provocatorio e insieme pedagogico. Ricorda che la dignità umana non scompare nemmeno quando la civiltà sembra precipitare nella violenza, nell’avidità o nella sopraffazione tecnologica. Anzi, è proprio nelle epoche di crisi che riemerge la necessità di difendere ciò che nell’uomo non può essere ridotto a algoritmo, mercato o potenza.
Ed è qui che il testo papale si collega indirettamente anche ai temi dell’arte e della cultura. Perché la cultura autentica non serve soltanto a produrre contenuti o intrattenimento: serve a custodire la memoria del male e insieme la possibilità del bene. Serve a impedire che l’efficienza sostituisca la coscienza.
Teologia, nuove tecnologie e intelligenza artificiale
È qui che emerge una distinzione decisiva, raramente affrontata nel dibattito pubblico: quella tra “teologico” e “teologale”. Il problema posto dall’enciclica non è soltanto teologico, cioè relativo alla dottrina o al pensiero religioso su Dio. È soprattutto teologale: riguarda il modo in cui l’essere umano vive il proprio rapporto con il mistero, con il limite, con la responsabilità, con la speranza e con gli altri. Una riflessione teologica sull’intelligenza artificiale potrebbe limitarsi a chiedersi cosa la Chiesa pensi delle macchine intelligenti. Una riflessione teologale, invece, interroga la trasformazione interiore e sociale che la tecnica produce sull’uomo: la perdita del silenzio, la crisi dell’attenzione, l’erosione dell’empatia, la delega delle decisioni, l’illusione prometeica di una crescita infinita senza misura e senza fragilità.
È un passaggio cruciale perché l’Occidente contemporaneo sembra avere smarrito proprio la dimensione teologale dell’esistenza. Non necessariamente la fede religiosa, ma il senso del limite, della relazione, della profondità, del tempo lungo, della responsabilità verso il futuro. In questo vuoto si inseriscono oggi molte ideologie tecnocratiche della Silicon Valley, nelle quali la tecnologia non è più strumento ma orizzonte salvifico.
Ed è significativo che questa critica emerga mentre una parte dell’amministrazione Trump e del capitalismo americano spinge verso una nuova stagione di laissez-faire tecnologico: meno regole sull’AI, minore controllo pubblico sulle piattaforme, accelerazione competitiva nei confronti della Cina e riduzione del ruolo degli organismi sovranazionali.
L’enciclica interviene esattamente su questo crinale. E lo fa con un linguaggio che non pretende di sostituirsi agli scienziati o agli imprenditori, ma che prova a ricordare qualcosa che il mondo contemporaneo tende a dimenticare: non tutto ciò che è tecnicamente possibile è automaticamente umano, civile o desiderabile.
Per questo il testo può risultare prezioso anche per il sistema culturale e imprenditoriale italiano. In un Paese fragile ma ricchissimo di memoria storica, creatività, artigianato, patrimonio artistico e relazioni comunitarie, la sfida non è inseguire in ritardo il gigantismo tecnologico americano o cinese. È costruire un modello nel quale innovazione e umanesimo non siano alternativi.
Per la prima volta dopo molti anni, il Vaticano appare quasi una delle poche istituzioni globali a tentare una teoria umanistica del digitale.
E il mondo della cultura?
È una domanda che riguarda direttamente anche il mondo dell’arte e della cultura. Perché il rischio più profondo dell’ecosistema algoritmico non è soltanto economico o occupazionale. È l’omologazione dello sguardo umano. In un sistema costruito sulla previsione, sulla pertinenza automatica e sulla massimizzazione dell’attenzione, ciò che tende a indebolirsi è la capacità critica, la lentezza, il dubbio, la complessità, l’immaginazione divergente. In altre parole: tutto ciò che costituisce il nucleo profondo della produzione culturale.
Per questo l’enciclica può risultare utile anche al mondo delle imprese più evolute. Perché introduce un concetto destinato probabilmente a diventare centrale nei prossimi anni: la fiducia algoritmica. Le aziende che sapranno integrare innovazione tecnologica e responsabilità sociale avranno un vantaggio reputazionale enorme. Non basterà più utilizzare l’AI: occorrerà dimostrare che essa non distrugge lavoro qualificato, libertà cognitiva, pluralismo culturale e dignità delle persone.
Il punto decisivo non è fermare l’intelligenza artificiale, ma evitare che la civiltà digitale produca individui sempre più efficienti e sempre meno consapevoli. Sempre più connessi e sempre più soli. Sempre più performanti e sempre meno capaci di attribuire significato alla propria esistenza.
In questo senso il pronunciamento di Leone XIV non appare come una nostalgia del passato, ma come un tentativo di riportare dentro la modernità alcune domande fondamentali: che cosa resta dell’uomo quando tutto diventa calcolo? Quale spazio sopravvive per la coscienza, per la compassione, per la gratuità, per la lentezza, per l’errore, persino per il dubbio?
Sono domande che riguardano i credenti, certo. Ma riguardano anche gli artisti, gli educatori, gli imprenditori, i comunicatori, i politici e chiunque abbia responsabilità nella costruzione dell’immaginario collettivo. Perché la vera questione del nostro tempo non è soltanto tecnologica. È antropologica.
Paolo Cuccia
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