A Cannes 2026 il film Fatherland racconta il ritorno in patria di Thomas Mann 

Con questo film, in concorso al festival, il regista polacco Pawel Pawlikowski chiude la trilogia dedicata al ‘900 e iniziata con “Ida” e proseguita con “Cold War” 

In Concorso al 79esimo Festival di Cannes c’è Fatherland di Pawel Pawlikowski, un film in bianco e nero girato nel soffocante formato 4:3 che, pur essendo ambientato nel 1949, sembra parlare continuamente al presente. Del resto il cinema di Pawlikowski ha sempre avuto questa capacità: guardare alle ferite del Novecento per interrogare le inquietudini di oggi. E anche stavolta, attraverso il ritorno in patria di Thomas Mann, il regista polacco mette in scena qualcosa che va ben oltre la semplice ricostruzione storica. Fatherland diventa infatti una riflessione sulla crisi degli intellettuali, sull’ambiguità delle posizioni morali e su quella linea sottilissima che separa responsabilità e compromesso. Ma soprattutto è un film sull’impossibilità di tornare davvero a casa quando quella casa, ormai, non esiste più.

A Cannes 2026 il film “Fatherland” di Pawel Pawlikowski

Ambientato all’apice della Guerra Fredda, il film racconta il viaggio che Thomas Mann compie insieme alla figlia Erika, interpretata da una straordinaria Sandra Hüller. Attrice, giornalista, pilota di rally, Erika accompagna il padre attraverso una Germania distrutta dalla guerra: da Francoforte, sotto l’influenza americana, fino a Weimar, controllata dai sovietici. A bordo di una Buick nera attraversano città ridotte in macerie, strade vuote, paesaggi che sembrano ancora incapaci di uscire dall’incubo del conflitto. È il primo ritorno di Mann in Germania dopo la fuga negli Stati Uniti, una scelta necessaria per salvarsi dal nazismo ma che ora lo costringe a confrontarsi con una patria irriconoscibile, spaccata politicamente e moralmente.

La saga di Pawlikowski

Dopo Ida (Oscar come miglior film straniero nel 2015) e Cold War (premio per la regia a Cannes nel 2018), Pawlikowski continua così la sua personale indagine su un’Europa ferita, schiacciata dal peso della memoria e dalle fratture ideologiche del secolo scorso. Lo fa con il suo stile essenziale e rigoroso, fatto di piani fissi, silenzi e volti che sembrano trattenere continuamente qualcosa. In appena un’ora e venti minuti, Fatherland riesce ad avere una forza rara, lasciando nello spettatore una sensazione persistente, quasi dolorosa.

Il rapporto tra padre e figlia al centro di “Fatherland”

Ma il cuore del film è senza dubbio il rapporto tra padre e figlia. Sandra Hüller offre un’interpretazione di impressionante precisione: la sua Erika Mann è insieme combattiva e fragile, severa e profondamente malinconica, come se cercasse disperatamente di tenere unita una famiglia già irrimediabilmente incrinata. È lei la vera coscienza morale del racconto, quella che teme continuamente le ambiguità del padre, i suoi tentativi di mantenere una posizione autonoma in un mondo che invece obbliga tutti a schierarsi.

Accanto a lei, Hanns Zischler costruisce un Thomas Mann trattenuto, quasi svuotato, un uomo le cui certezze intellettuali sembrano sgretolarsi lentamente durante il viaggio. Pawlikowski lo osserva senza mai giudicarlo apertamente, ma lasciando emergere tutte le sue contraddizioni: il bisogno di essere ancora riconosciuto come figura morale e culturale, la difficoltà di prendere una posizione netta, il peso di un’eredità che sembra non bastare più.

Un film pienamente contemporaneo

Ed è proprio qui che Fatherland trova la sua dimensione più contemporanea. Pawlikowski filma ciò che resta dopo la devastazione delle ideologie: la possibilità – forse impossibile – di tramandare ancora un patrimonio culturale, di trovare una forma di riconciliazione dopo la frattura. È un mondo in cui tutti sono costretti a scegliere da che parte stare: Est o Ovest, comunismo o capitalismo, fedeltà o tradimento. Ma più ancora delle contrapposizioni politiche, al regista interessa il prezzo umano di queste scelte, il modo in cui finiscono per insinuarsi nei rapporti familiari, nei silenzi, nelle colpe mai elaborate.

Per questo Fatherland non parla soltanto del dopoguerra. Parla anche delle nostre società contemporanee, sempre più schiacciate da logiche polarizzanti in cui ogni sfumatura sembra diventare immediatamente sospetta. E forse è proprio in questa tensione irrisolta, in questa impossibilità di trovare davvero un luogo a cui appartenere, che il cinema di Pawlikowski continua a essere così profondamente necessario. Tratto liberamente dal romanzo The Magician di Colm Tóibín, Fatherland, targato MUBI, è stato girato tra Polonia, Germania e Italia.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino

Margherita Bordino

Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in…

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