A Genova una mostra dedicata a Giovanni Korompay, il futurista che amava i Pink Floyd
Si svolge alla Wolfsoniana e offre l’occasione per raccontare chi era il pittore, scultore, illustratore che ha reso grande il secondo futurismo, dagli esordi all’ultimo periodo
Un idrovolante rosso Macchi-Castoldi MC 72 decollato dall’idroscalo di Desenzano sfreccia nel cielo sopra il lago di Garda alla velocità di 709 chilometri l’ora. Record del mondo! A conquistarlo, il 23 ottobre del 1934, è il tenente Francesco Agello, pilota del reparto Alta Velocità della Regia Aeronautica. E Alta velocità è il titolo del quadro che celebra l’evento, momento di gloria di un regime fascista all’apice del consenso.

Chi è Giovanni Korompay
L’autore è Giovanni Korompay, veneziano, nato nel 1904, pittore, scultore, illustratore, uno strano cognome che si spiega con le origini morave della famiglia: il bisnonno, regio funzionario delle tasse dell’impero austroungarico, era arrivato in laguna da Brno. Esponente del secondo futurismo, è uno specialista in acrobatiche aeropitture. “Noi dipingiamo la vertigine del volo, la sensazione di essere sospesi nello spazio” aveva spiegato Marinetti nel manifesto della nuova corrente (1929): l’Aeropittura, appunto. “Il paesaggio visto dall’aeroplano non è più un quadro, ma un dramma”.
Famoso nel suo tempo, oggi ignoto al grande pubblico, benché fior di critici si siano occupati di lui (Maurizio Calvesi, per esempio), Korompay rivive nella mostra curata da Alex Casagrande, Matteo Fochessati, Franco Tagliapietra e Anna Vyazemtseva alla Wolfsoniana di Genova Nervi, l’eclettica raccolta di arte decorativa e arte di propaganda tra il 1880 e il 1950 donata alla città di Genova – dove lavorò, innamorandosene, come viceconsole Usa – dall’eccentrico collezionista americano Micky Wolfson. “Korompay, un’antologica”, aperta fino al 1° novembre, comprende una sessantina di opere, tra dipinti (soprattutto), sculture, grafiche, oltre a fotografie e documenti, in prestito da musei pubblici (Mart, Mambo), collezioni private e Fondazione Korompay.
La pittura di Korompay
L’esordio dell’artista è nel segno della tradizione. Studia all’Accademia di Venezia, allievo di Ettore Tito, squisito maestro di gusto ottocentesco, e perciò “bestia nera dei futuristi”, fieri odiatori di Venezia, “cloaca massima del passatismo”. Ma “la tecnica del dipingere bisogna pure impararla, e Tito ne aveva da vendere”. E del resto “la pittura passatista andava molto e si vendeva bene”. La svolta avviene a diciott’anni, nel 1922: “Con un amico giornalista vado a un ricevimento e lì conosco Prampolini e poi Marinetti e tanti altri. Divengo dei loro…”.
Ed ecco, nello stesso anno, Rumore di locomotiva, il suo primo quadro futurista, dove il rumorismo di Depero incrocia le linee di forza di Boccioni e le ricerche sul movimento di Balla. Tornano in mente “pulegge, volani, bulloni, ciminiere, acciaio lucido, grasso odorante, profumo d’ozono, ansare delle locomotive, urlare delle sirene”, tutto il catalogo dei nuovi soggetti artistici proposto da Marinetti in un altro dei suoi effervescenti manifesti, quello dell’Arte meccanica futurista.
Venezia nella pittura di Korompay
Anche Venezia ricorre spesso nei suoi quadri. Esplorata però con nuovo sguardo rispetto al pittoresco, convenzionale vedutismo dei tardi epigoni di Canaletto. Lo attraggono la verticalità dei palazzi che si specchiano nell’acqua, la Città di notte, la modernità industriale: il Cantiere navale, le officine, Una gru del porto. In Sintesi di Venezia la protagonista è una cara vecchia gondola, ma qui scomposta e rimontata come un puzzle, indizio del futuro approdo all’astrattismo. Intanto, invitato alla Biennale del 1936, Korompay vi espone Aeropittura, collocata oggi in apertura della mostra e in copertina del catalogo (Sagep edizioni). Pezzo forte della Wolfsoniana, il quadro viene spesso richiesto in prestito. Lo si è visto di recente nella controversa rassegna Il tempo del futurismo alla Gnam di Roma.
Sempre a Venezia Korompay incontra Magda Falchetto, lei pure aeropittrice (Memorie aeree) che diventerà sua moglie. La ritrae in un quadro stupendo, ricco di preziosi dettagli quasi ottocenteschi, specchio della sua padronanza tecnica.
Le donne per Korompay
A fianco di Magda, campeggia il ritratto di un’altra donna per lui molto importante, Benedetta Cappa, la moglie di Marinetti. Con Magda nel 1936 trasloca a Ferrara, dove lo aspetta il primo stipendio fisso. È assunto come stenodattilografo al Corriere Padano, il nuovo quotidiano fondato da Italo Balbo, uno dei più potenti gerarchi fascisti (il critico cinematografico del giornale è un giovane che farà strada, Michelangelo Antonioni). A Ferrara respira la brezza metafisica e surrealista che soffia in città, e accarezza i suoi quadri, ora sempre più orientati verso un elegante astrattismo geometrico dai colori tenui e dalle linee sottili. Si ispira ai paesaggi marini, Spiaggia, Atmosfera di Capri, e ai luoghi del lavoro: Luci nella fonderia, Luci d’altoforno, Cave di marmo.
Il ‘44 è segnato da due eventi drammatici. Una bomba distrugge la sua casa e incenerisce i quadri custoditi in cantina. E a fine anno muore Marinetti. Il futurismo è finito. Korompay tenterà di rianimarlo qualche anno dopo a Bologna, dove si è trasferito. E dove nel 1951 organizza una grande mostra futurista, che tuttavia si rivela un clamoroso insuccesso.

Korompay e il Futurismo
È ancora vivo l’ostracismo nei confronti di un movimento troppo compromesso col fascismo. Il secondo dopoguerra vede Korompay, ormai definitivamente astrattista, invitato a numerose mostre in Italia e all’estero. Periodi di serenità si alternano a episodi amari. Alla Biennale veneziana del Sessantotto rifiuta di partecipare alla rivolta contro l’istituzione “borghese e anacronistica” (molti artisti per protesta appendono i quadri al contrario) e una delle sue opere viene sfregiata da un contestatore. Nel 1986 soffre l’esclusione dalla storica rassegna Futurismo & Futurismi curata da Pontus Hulten a Palazzo Grassi.
Trascorre gli ultimi anni in una casa di riposo a Rovereto. Un ictus ha in parte compromesso l’uso della mano destra, ma continua a dipingere, fino alla morte, nel 1988. Così lo ricorda la nipote Barbara, presidente della Fondazione Korompay, tra i promotori della mostra: “Era orgoglioso di insegnarmi a cogliere la magia che si otteneva nel mescolare i colori a olio, rigorosamente con il suo sottofondo musicale preferito: i Pink Floyd”.
Armando Besio
Genova // fino al 1° novembre 2026
Giovanni Korompay. Un’antologica
WOLFSONIANA – Via Serra Gropallo, 4
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