I giardini sono bellissimi ma abbiamo smesso di progettarli. L’analisi dell’architetto Gabriele Mulè

Non solo arredi urbani e servizi ridotti all’osso. Nei nuovi parchi e giardini pubblici c’è anche una questione di verde da affrontare. Ne è convinto l’architetto e cultore di storia del paesaggio Gabriele Mulè. La sua analisi, dopo la visita di un eccezionale giardino in Inghilterra

La campagna invernale dell’Hampshire è una bolla di poche decine di metri racchiusa da nebbia e foschia. Lungo il viottolo serrato da muri a secco e dal bosco incombente, non c’è orizzonte distante. Non c’è modo di intuire il paesaggio da venire, né di riguardare quello trascorso, e ci si libera delle ansie del futuro come della nostalgia del passato. Si dice che Dio si nasconda nei dettagli, ed è in questa dimensione compatta, in cui l’uno e il tutto si risolvono in ciò che è prossimo, che il giardino di Bruce Ginsberg appare: inatteso e magico come il sorriso del gatto del Cheshire in Alice nel Paese delle Meraviglie.

Un ritratto di Bruce Ginsberg nel suo giardino. Foto G. Mulè
Un ritratto di Bruce Ginsberg nel suo giardino. Photo G. Mulè

Nel giardino di Bruce Ginsberg nell’Hampshire

Il luogo, pure nascosto nella nebbia, è quanto di più vario ed emblematico il paesaggista possa chiedere in questo lembo d’Inghilterra: un fiume prossimo e abbondanza d’acqua; il morbido pendio di colline, non viste ma percepite in lontananza dall’onda lunga del terreno; il contorno necessario di campagna che separa l’esistenza dai rumori del mondo e si presta, in una rustica semplicità, alle vedute del giardino. Ginsberg lo ha impiantato da oltre trent’anni e lo cura aiutato da due giardinieri – “Ogni giorno è un’esperienza di apprendimento”, afferma, “mentre cerco ancora di capire cosa sia un giardino”.

Piantare senza schemi: come un giardino inglese interpreta lo sharawadgi orientale

Qui non c’è spazio per la parola “verde” che riempie il vuoto di troppi progetti, spalmata per coprire alberi e cespugli piantati a casaccio, l’incultura di parchi e giardini nuovi di zecca eppure brutti e senza senso. Ginsberg lavora con le piante, riaffermandone uno scopo che va oltre la funzione, disegnando percorsi che non servono a spostarsi. Ecco la sua interpretazione dello sharawadgi dell’Estremo Oriente: l’arte di piantare senza ordine o corrispondenza tra le parti, che attraversa la Storia del Giardino da quando Sir William Temple lo introdusse nel 1685. Nel suo giardino tutto diventa curva e linee fluide, in un sincretismo tra Oriente e Occidente, che trascorre dal passato al presente, in grande libertà. Dall’antica Grecia al Rinascimento, fino al concetto di Sunya, il vuoto, elaborato in India, Cina e Giappone: il giardino come esperienza dinamica dello spazio. Ed è tutto, ed è niente allo stesso tempo.

Curve e linee fluide in un giardino d’autore

Prossime alla casa antica, siepi si annodano in forme che sfidano la topologia in una figura fluida e senza fine: un garden knot, citazione fedele d’un disegno seicentesco, di un’epoca in cui la geometria era specchio del divino, si fa pendant della dimora in mattoni rossi, acconcio alla sua età. In questa cura della forma vegetale che rifugge la scapigliatura del cespuglio, Ginsberg sviluppa il suo discorso: è l’ars topiaria, l’arte antica di modellare le siepi compatte, mezzo espressivo del pensiero del suo creatore, che ha intercettato Buddha e il dono della meditazione. La curva geometrica si fa gioia del movimento in un elegante labirinto concentrico, citazione rinascimentale dove si esplorano gli effetti delle costruzioni matematiche. Federico, nove anni, vi si addentra, e il suo riso liberatorio e divertito sembra avere colto quanto sfugge al filosofo peripatetico prigioniero all’interno: il lato giocoso, fanciullesco dell’enigma che, in fondo, non è necessario risolvere. Questo intrico si libera in un breve viale dove torna la libertà della prospettiva, segnata da statue e peschiere. Numi scultorei accendono un teso confronto, ciascuno a guardia delle proprie acque, fintanto che si delinea un agile ponticello di foggia orientale e pochi sassi che superano, senza indispettirlo, lo scorrere lento del fiume.

Dal labirinto al giardino cinese, contemplazione in movimento

Galleggiando quasi a sfioro si raggiunge una stupa tibetana, un centro del mondo da cui si libera energia. Alla base, pilastri di una saggezza quotidiana: gusto, divertimento… Vicine al confine del giardino, alcune pietre consacrano uno spazio circolare: qui scorrerebbe una potente linea di energia femminile (secondo chi, ancora oggi, indaga le tradizioni celtiche). Lo scetticismo e il positivismo si fanno da parte: Stonehenge, con il suo millenario culto del sole e del cerchio, è poco distante. Ancora, un padiglione in miniatura il cui pavimento riproduce il disegno di un giardino di Pechino. È quanto di più grande ci sia in questo angolo d’ispirazione cinese che avviluppa in un fazzoletto di terra la sfida di raccogliere in sé l’universo intero. Il piccolissimo sentiero tra piante e sassi piccolissimi è in effetti un mondo di microcosmi che durerebbe vite intere, vissute ad altra scala, in altre forme.

Il giardino di Bruce Ginsberg. Photo R. Lo Faso
Il giardino di Bruce Ginsberg. Photo R. Lo Faso

Seguire il punto di vista delle piante

Una vistosa, gonfia ed esuberante quinta architettonica è una sorpresa. Qui non si asseconda la forzatura della geometria in sé e per sé. Ginsberg segue il desiderio vegetale, si lascia guidare dai suoi getti e inclinazioni, indaga la sua attitudine e i suoi bisogni, e si gonfiano così volumi informali, affatto cartesiani, che esprimono un ordine diverso: quello del punto di vista della pianta, esplorando liberamente l’asimmetria, la curva e la morbida plasticità. Si dà forma al percorso del sole, allo spirare del vento, all’equilibrio organico: ne nasce una scultura astratta nel divenire della vita. Viene in mente il paesaggista Piet Oudolf e la sua sensibilità distesa nel giardino di Hummelo. Lo seguiamo su uno stretto sentiero a spirale che ascende su quello che, per forma e proporzione, è a tutti gli effetti un monte. È stato innalzato liberando l’antica peschiera, d’uso cattolico, dal terreno che la ottenebrava. Qui, nell’intelligenza di chi rispetta lo spirito del luogo, tutto torna nel giardino a trovare senso, ordine e funzione. Dalla sommità, che quasi ha il sapore dell’ascesa di un Mont Ventoux, sembra chiarirsi il disegno e la trama: esposizione, assi principali e di composizione. Ma la graziosa statua di una scimmietta, come altre occorse nel giardino, si fa monito a non prendersi troppo sul serio in questo svago intellettuale, a cogliere il divertimento. Dal riso divino, si dice, sia nato il mondo.

Nella campagna inglese una dimora che è tornata a respirare

L’antica casa è rinata da anni di abbandono negletto e il giardino oggi la corona. Per chi ascolta la voce delle pietre — il che richiede una certa saggezza dell’età — si avverte l’eco di un luogo che ha assorbito la consapevolezza di essere dov’è e delle vite che lo hanno attraversato. Luogo crocevia: nel campo poco distante sono affiorati resti di epoca romana. Katz, la moglie di Bruce, ci racconta che, quando le finestre murate (per evadere la Window Tax Act del 1696) sono state liberate, ha come sentito la casa respirare di nuovo. Così si è tornati a intravedere il giardino che, nell’atmosfera sospesa del freddo, attende a breve la primavera e i suoi slanci, vibranti di crescita e tensione in ogni ramo e foglia: dalla sera alla mattina inducono cambiamenti rivoluzionari. Ma ora, nella culla del gelo britannico, riposa nelle sue forme ribadite con saggezza; sopisce come un drago addormentato dalla forza millenaria. Quello vinto da San Giorgio — metafora della natura ferina piegata dall’uomo — o quello delle leggende dei cinesi. “Viviamo in un universo in movimento”, afferma Ginsberg. “Nulla è immobile. Nulla è separato. Tutto interagisce e si riflette”.

C’è ancora la ricerca del bello nei nostri nuovi giardini e parchi pubblici?

Nato dalla passione e dalla ricerca culturale, il giardino di Bruce Ginsberg è e resta un giardino privato (come molti stupendi giardini italiani), che deve al giardiniere ed al suo spirito – estetico e pratico – il suo esistere in pienezza. Non deve rendere conto a regolamenti o valutazioni concorsuali, né cercare di dare una risposta ai grandi temi che attanagliano oggi il rapporto tra Uomo e Natura: resilienza, cambiamento climatico, inquinamento, specie aliene. Assolve alla sua funzione: la ricerca della bellezza, con rigore e senza pretese di verità assolute. Quella ricerca che manca in gran parte dei nostri nuovi giardini e parchi pubblici, spesso ridotti a ornamento per il lifestyle di una società troppo sbilanciata sulla comodità dell’apparire.

Come recuperare alle nostre latitudini la bellezza perduta del giardino?

Quando il giardino ha smesso di offrirsi come luogo di ricerca del bello? Quando, esattamente, abbiamo abdicato alla ricerca e abbracciato la comoda logica degli standard, del numero e della funzione? Quando abbiamo smesso di sperimentare, rifugiandoci in soluzioni da grande distribuzione organizzata? Forse è giunto il tempo di chiedere e pretendere qualcosa di più che spazi funzionali alla sola retorica ambientalista, distese di prato e sciatte mimesi selvatiche. La nebbia ha la qualità del rapido commiato: il giardino di Bruce Ginsberg e la sua casa sfumano fino a scomparire, come il sorriso del gatto del Cheshire con una vena di malinconia.

Gabriele Mulè

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Gabriele Mulè

Gabriele Mulè

Gabriele Mulè è architetto, studioso di storia del giardino e del paesaggio, con un penchant per i viaggiatori britannici del Grand Tour. Si divide tra libera professione ed attività di ricerca, ha partecipato come relatore a diverse conferenze (tra queste:…

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