Architettura come microcosmo. Intervista agli architetti Barclay & Crousse che arrivano in mostra a Milano
Menzione Speciale della Giuria alla Biennale Architettura del 2016 con il Padiglione del Perù, gli architetti Sandra Barclay e Jean-Pierre Crousse si raccontano alla vigilia della mostra che il Politecnico di Milano sta per dedicare ai loro (pluripremiati) progetti, come la recente Scuola Franco-Peruviana a Lima
Il dialogo profondo con il paesaggio peruviano, specialmente il deserto costiero tra Oceano Pacifico e Ande, è sempre rievocato nei progetti realizzati dallo studio Barclay & Crousse Architecture. Fondato nel 1994 a Parigi da Sandra Barclay (Lima, 1967) e Jean Pierre Crousse (Lima, 1963), questo studio rappresenta un’eccellenza nel panorama dell’architettura contemporanea latino-americana. Incarnano un’architettura “colta e sobria”, multiforme e universale, che intreccia modernità novecentesca con identità peruviana, superando cliché per un paesaggio “in sé”. I loro edifici che si distinguono poiché per non creano oggetti isolati, ma microcosmi che fondono architettura, clima e territorio attraverso sottrazione volumetrica e integrazione topografica, ispirandosi sia alle rovine precolombiane, sia impiegando strategie vernacolari. Priorità assoluta è conferita allo spazio, alla luce e al benessere umano, con una particolare attenzione per la ventilazione naturale e la sostenibilità, trasformando i vincoli in opportunità progettuali.

Sandra Barclay, Jean Pierre Crousse e i loro progetti
Dopo la laurea all’Università Ricardo Palma di Lima e ulteriori studi a Parigi-Belleville (per lei) e al Politecnico di Milano (per lui), i due fondatori dello studio hanno assorbito influenze dal razionalismo di Le Corbusier, dall’organismo di Alvar Aalto e dalla tradizione italiana e greca. Rientrati in patria nel 2006, mantengono un ramo francese con Atelier Nord Sud. Tra le opere più rappresentative, spiccano le case di Playa La Escondida (dal 2003), Casa Equis con cortile protettivo dal deserto; il Lugar de la Memoria (Lima, 2015), piattaforma scavata nella scogliera vincitrice dell’Oscar Niemeyer; il Museo di Paracas (2016), labirintico e climatico; l’Edificio E all’Università di Piura (2016), premiato con il Mies Crown Hall Americas Prize 2018 per i suoi spazi sociali nel deserto. Ancora più recente è la Scuola Franco-Peruviana a Lima (2025), con 17.275 mq su tre fasce – accademica, verde e sportiva – che mitiga rumore e promuove una pedagogia innovativa. Con quest’opera hanno ottenuto il prestigioso Gran Premio Internazionale alla X Bienal Internacional de Arquitectura de Santa Cruz (Bolivia), annunciato a marzo/aprile 2026. Nominati per l’Americas Prize con più progetti, hanno ricevuto il Premio CICA 2013, Biennale Iberoamericana e Hexágono de Oro (2014, 2018); insegnano alla PUCP di Lima, GSD Harvard e Yale.
Intervista agli architetti fondatori dello studio Barclay & Crousse Architecture
Avete “costruito” la vostra complessa formazione tra Perù ed Europa: come siete riusciti a conciliare le lezioni dei grandi architetti del Novecento con le culture costruttive del Perù definendo una giusta “distanza critica”?
Riteniamo importante sottolineare che le culture costruttive e i rapporti tra architettura e paesaggio nell’antico Perù hanno avuto un grado di essenzialità e una volontà di astrazione che non contraddicono gli insegnamenti del movimento moderno, né le condizioni di limitatezza delle risorse e di economia dei mezzi della società peruviana contemporanea. La nostra esperienza professionale (e di vita) ci ha portato dal Perù all’Italia e alla Francia, per poi tornare in Perù. Vivere in Europa per quasi diciotto anni ci ha permesso di prendere le distanze dalla nostra realtà sudamericana e andina, ci ha aiutato a comprendere noi stessi come persone e come architetti, e a sviluppare una cultura dell’osservazione. Abbiamo potuto visitare e ammirare le opere dei grandi maestri del Novecento, ma anche di coloro che li hanno preceduti, e comprenderle liberi da una formazione scolastica e critica, il che ci ha permesso di cogliere la loro eredità in modo molto più intuitivo.
Com’è andata tornati in patria?
Al ritorno in Perù, ci siamo dedicati a osservare e sperimentare ciò che i maestri di questa parte del continente avevano prodotto, soprattutto quelli del periodo precolombiano, in modo molto simile a quanto avevamo fatto in Europa. Abbiamo scoperto che le lezioni apprese da entrambi i contesti possono essere valide per affrontare i problemi legati alla progettazione architettonica e alla costruzione nel contemporaneo, e abbiamo cercato di concretizzarle nei nostri progetti, entro i limiti e le opportunità che ciascuno comporta.
Le vostre architetture si interrogano sulla sua capacità di interagire con il paesaggio, con le logiche territoriali e il clima. La geografia diventa parte del progetto e parte dalla sezione topografica sembra fondersi con il territorio. Qual è il vostro approccio al contesto, specialmente quello peruviano?
Sebbene le aspirazioni di un individuo, di un gruppo sociale o di una società, che si esprimono attraverso il programma architettonico e le condizioni dell’incarico, siano molto importanti per definire la nostra architettura, le qualità ambientali e spaziali e le ragioni della sua realizzazione sono sempre dipese dalle caratteristiche e dalle opportunità che una visione e una comprensione su scala più ampia generano nella definizione dell’architettura. L’“edificio” è un elemento inserito in un contesto più ampio, e il rapporto che questo elemento instaura con altri elementi o con altri aspetti del territorio diventa essenziale nella definizione dell’elemento stesso. Ci piace considerare i nostri progetti come “microcosmi”.
Ovvero?
Microcosmi che si relazionano in modo più o meno evidente alle logiche del territorio e alle caratteristiche del paesaggio, indipendentemente dal loro grado di antropizzazione. Nel caso del Perù, la geografia e la dimensione del paesaggio costituiscono un elemento imprescindibile. La geografia influenza enormemente il clima, trasformando un contesto tropicale in un deserto accogliente, con conseguenze non solo atmosferiche e meteorologiche, ma che definiscono anche uno stile di vita e una cultura dell’edilizia. L’architettura non dovrebbe ignorare questo fattore determinante se vuole radicarsi nel proprio territorio.
Lo storico dell’architettura William Curtis ha affermato che “l’analisi dell’identità latinoamericana deve essere attentamente analizzata per quello che è: un quadro ideologico che ha lottato con il problema di integrare il nuovo e il vecchio, l’ispanico e il preispanico, il centro e la religione, la città e la campagna, il cosmopolita e l’indigeno, il moderno e il meticcio, il nazionale e l’internazionale”. Siete d’accordo?
Assolutamente. Tutti questi aspetti evocati da Curtis non sono stati ancora risolti, creando tensioni nella società, ma anche opportunità per trovare risposte innovative e muoversi con maggiore libertà tra storia e contemporaneità, tra locale e universale, tra artigianato e industria.
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Il progetto della Scuola Franco-Peruviana a Lima
Nell’appena conclusa Scuola Franco Peruviana, la complessità e la debolezza del sito sono stati trasformati in punti di forza del progetto. Come avete distribuito le aree destinate alla Scuola e gli spazi verdi?
La complessità del sito risiedeva nell’elevato inquinamento acustico proveniente dall’autostrada Panamericana che corre adiacente al terreno, nonché nella necessità di costruire una nuova infrastruttura in un’area già occupata dalla scuola, senza interrompere le lezioni. Infatti, l’infrastruttura esistente, costruita all’inizio degli Anni Sessanta, era stata dichiarata a rischio di crollo in caso di terremoto, poiché all’epoca non esistevano norme tecniche di costruzione antisismica. Questo ci ha portato a suddividere il terreno, di forma approssimativamente quadrata, in tre fasce.
E poi?
La fascia adiacente all’autostrada è occupata dall’ingresso della scuola, dagli uffici amministrativi e dagli impianti sportivi, creando una prima barriera contro il rumore. Abbiamo collocato l’intero programma accademico nella parte più lontana del terreno; le tre scuole sono distribuite in un unico edificio, mantenendo la loro autonomia operativa e i propri accessi. Abbiamo sfruttato la normativa peruviana, che prevede un massimo di un piano per le scuole dell’infanzia, due piani per le scuole elementari e tre o più piani per le scuole secondarie, per creare spazi di svago e ricreazione sui tetti. Così, la scuola primaria occupa il tetto della scuola dell’infanzia, e la scuola secondaria-liceo il tetto della scuola primaria. Questo ci ha permesso di collocare l’intero programma obbligatorio di aree ricreative all’aperto all’interno dell’edificio e di poter proporre un grande parco nella terza fascia centrale. Questo parco è in realtà un progetto ecologico che sarà implementato gradualmente da studenti e insegnanti per la sensibilizzazione all’ecologia, all’agricoltura urbana e al riciclo.
Quali materiali avete utilizzato e come avete pensato l’integrazione del progetto con il paesaggio?
Abbiamo deciso di utilizzare lo stesso cemento pozzolanico rossastro impiegato a Paracas, che avrebbe creato un contrasto con il verde del parco centrale: la soluzione più efficace ed economica, grazie alla sua disponibilità locale e alla sua resistenza sismica, che permette di realizzare tutti gli spazi con un uso parsimonioso dei materiali, riducendo la gamma di elementi e finiture. Sono trascorsi sei anni dal concorso alla realizzazione del progetto, e in quel lasso di tempo quel tipo di cemento è stato tolto dalla produzione.
Come avete risolto?
Abbiamo deciso di applicare artigianalmente una malta che ricoprisse l’intero edificio, per conferire un’unità visiva alle tre scuole. Solo sugli stipiti d’ingresso di ciascuna scuola compare un colore definito che le differenzia dalle altre.

Barclay & Crousse Architecture in mostra a Milano
In questo progetto è molto interessante l’utilizzo dei tetti per creare sovrapposizioni e intrecci di una scuola sull’altra senza compromettere l’autonomia di ciascuna di esse. Come avete gestito gli “spazi intermedi”?
All’interno dell’edificio accademico non vengono utilizzati solo i tetti, ma vengono creati anche dei cortili (all’aperto nel caso della scuola secondaria e primaria, e coperti nel caso della scuola dell’infanzia). Questi cortili creano uno spazio intermedio longitudinale che offre una continuità visiva tra le diverse scuole, mantenendo la separazione fisica tra di esse. Ogni spazio intermedio ha un carattere diverso a seconda della scuola.
Raccontateci.
Nella scuola dell’infanzia è un grande spazio dedicato alla motricità, di carattere ludico; nella scuola primaria è un cortile di ricreazione dove si moltiplicano i modi di circolare tra il primo e il secondo livello, con rampe, scale o scivoli; e nella scuola secondaria e nel liceo lo spazio si trasforma in una tribuna che può diventare un auditorium all’aperto, con un palcoscenico integrato nel laboratorio di arte. Lo spazio intermedio è dotato di una copertura leggera costituita da tende retrattili che proteggono gli studenti dalla forte radiazione tropicale.
Nel mese di giugno avete in programma una mostra al Politecnico di Milano. Cosa potete anticipare?
Il Politecnico sta allestendo una mostra sul nostro lavoro, sotto la direzione di Massimo Ferrari e Claudia Tinazzi, articolata in sei temi concettuali, in cui presenteremo non solo le opere realizzate, attraverso video, foto e modelli, ma anche il processo della loro ideazione e le ragioni che ne determinano il significato. L’inaugurazione è prevista per il 18 giugno.
Alessandra Coppa
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