Il meglio e il peggio che abbiamo visto alla Biennale d’Arte di Venezia 2026. Top e flop di Artribune
A conclusione dell’anteprima stampa della 61. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (al pubblico fino al 22 novembre 2026), ecco un primo bilancio di un’edizione che senza dubbio si ricorderà a lungo. Vi spieghiamo perché
La sessantunesima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (ora aperta ufficialmente al pubblico e visitabile fino al 22 novembre 2026), affidata alla direzione di Koyo Kouoh e intitolata In Minor Keys, si è aperta con la scomparsa della curatrice mentre il progetto era ancora in fase di costruzione, ma anche tra le tensioni diplomatiche per la presenza di Russia e Israele e relative proteste politiche, e addirittura con le dimissioni collettive della giuria che hanno trasformato i Leoni per la prima volta in un premio assegnato dal pubblico. Un clima quasi da stato d’eccezione culturale. Eppure, contro ogni previsione, la Biennale 2026 funziona. E funziona proprio perché evita la trappola che negli ultimi anni aveva spesso appesantito le grandi esposizioni internazionali: quella del pedagogismo moraleggiante, del documentario travestito da arte e della colpa come linguaggio curatoriale unico possibile. In Minor Keys riesce invece a parlare di identità, memoria, colonialismo, crisi ecologica e violenza senza rinunciare alla seduzione delle immagini, alla qualità formale, alla dimensione sensoriale e persino a una forma di gioia. Con 100 partecipazioni nazionali, record assoluto contro le 86 del 2024, Venezia si espande ancora una volta ben oltre Giardini e Arsenale: Cannaregio, Castello, Dorsoduro, la Giudecca, San Servolo. E come spesso accade, la città parallela delle mostre collaterali finisce talvolta per risultare più viva e sperimentale perfino della mostra madre, con una energia che non ha eguali al mondo in questo specifico settore. Ecco allora i nostri top e flop della settimana inaugurale.
I top e i flop della Biennale d’Arte 2026 a Venezia
TOP
1. Pietrangelo Buttafuoco

Dopo tutte le polemiche della vigilia il presidente ha oggettivamente giganteggiato su tutto e tutti. Si è dimostrato che il suo coinvolgimento per il presunto “invito” alla Russia era inesistente, il tutto certificato da tanto di ispezione ministeriale. I suoi discorsi sono stati trascinanti durante le conferenze di presentazioni supportati da un’oratoria invidiabile. E il personaggio è diventato popolare, perfino amato. Quando vai nei bacari e senti la gente che dice “mi sta sulle scatole Putin, ma comunque sono a favore di Buttafuoco” significa che qualcosa è scattato. Tanto di cappello al presidente della Biennale di Venezia.
2. La super mostra alla Fondazione Prada. Ovvero il vero padiglione americano

Se bisogna individuare il luogo dove l’America si racconta davvero in questa Biennale, non è il Padiglione USA ai Giardini ma Ca’ Corner della Regina. Qui Fondazione Prada presenta Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince, mostra curata da Nancy Spector che mette finalmente in dialogo due artisti apparentemente lontani e invece profondamente complementari. Arthur Jafa e Richard Prince lavorano entrambi sulla tossicità iconografica degli Stati Uniti: razza, mascolinità, violenza, pornografia culturale, culto della celebrità. Ma ciò che colpisce è la capacità della mostra di non trasformare questo materiale in una semplice critica sociologica. Le oltre cinquanta opere, tra fotografie, video, installazioni e sculture, restituiscono piuttosto una cartografia allucinata dell’immaginario americano contemporaneo. Un progetto lucidissimo, probabilmente la vera mostra manifesto di questa Biennale.
3. Le mostre che si sono fatte carico di parlare di tecnologia

La mostra internazionale curata da Koyo Kouoh non ha toccato questo argomento più di tanto come ci hanno spiegato anche i curatori nell’intervista che abbiamo loro rivolto. Quest’anno, invece, alcune mostre riescono finalmente a riportare complessità nel discorso sull’intelligenza artificiale, sugli ecosistemi digitali. A Palazzo Diedo, il progetto STRANGE RULES curato da Mat Dryhurst, Holly Herndon e Hans Ulrich Obrist evita il linguaggio sterile dell’AI come semplice gadget artistico e affronta invece le nuove architetture del potere algoritmico attraverso artisti come Trevor Paglen, Lynn Hershman Leeson e Philippe Parreno. Con un focus inedito sull’arte processuale. E poi c’è RAGE BAIT di Eva & Franco Mattes tra Palazzo Franchetti e alla Giudecca: probabilmente il progetto più feroce sul capitalismo emotivo delle piattaforme social. Un lavoro che comprende perfettamente come oggi l’indignazione sia diventata un’infrastruttura economica parlando anche di meme, di contenuti generativi e di talent NPC dei social, protagonisti di una video installazione tra le più indimenticabili di queste giornate, sospesa su una piscina privata dentro ad una casa privata sotto la chiesa del Redentore.
4. L’opera più sensuale a Venezia? Tino Sehgal

Tra le mostre collaterali da non perdere c’è quella di AMA Venezia, costruita attorno alla tensione tra presenza e assenza, materia e invisibilità. L’intervento site-specific di Ed Ruscha crea un ponte concettuale tra Venice, California e Venezia, ma il centro del progetto espositivo è l’opera dal vivo di Tino Sehgal: una coreografia di incontri, movimenti e voci che trasformano totalmente lo spazio. Attorno, lavori di Arthur Jafa, Richard Serra, Jenny Saville e Laura Owens costruiscono una mostra di rara eleganza. Ma la performance di Sehgal è sconvolgente: si tratta di una coppia che si bacia, completamente nuda, in una stanza buia. Si entra, si percepisce la presenza di altra gente, ci si avvicina al gruppo di persone, piano piano l’occhio si abitua, le sagome si iniziano a vedere appena appena e si scopre che le persone stanno guardando questi due corpi a terra, completamente nudi, forse due uomini, forse due donne, forse un uomo e una donna. Che si baciano. Si tratta di una storica performance di Sehgal, chiamata The Kiss e risalente al 2002, che per la prima volta è stata messa in scena in questo modo. Imperdibile.
5. Erwin Wurm a Museo Fortuny

La grande monografica dedicata a Erwin Wurm è una delle sorprese più notevoli della stagione veneziana. Il dialogo tra le deformazioni scultoree dell’artista austriaco e l’universo di Mariano Fortuny funziona benissimo: abiti, superfici, corpi e architetture sembrano appartenere alla stessa genealogia visionaria. Una mostra intelligente, mai didascalica, che conferma quanto Wurm sia molto più di un artista “ironico”. I Musei Civici di Venezia si sono presentati con buone iniziative durante questa Biennale – l’apertura del MUVEC di Mestre, un buon intervento di videoarte al Museo Correr e belle mostre a Cà Pesaro – ma al Museo Fortuny c’è un’autentica hit.
6. Le proteste per la Palestina

A prescindere dalle posizioni individuali, questa Biennale dimostra ancora una volta che Venezia rimane uno spazio politico reale e condiviso. Le manifestazioni, gli striscioni, le chiusure simboliche di alcuni padiglioni, le azioni performative spontanee: tutto contribuisce a ricordare che l’arte contemporanea, quando smette di proteggersi dietro l’autonomia estetica, torna a essere terreno di conflitto.
7. Il Giardino Mistico del Padiglione della Santa Sede

Tra le esperienze uniche e imperdibili della Biennale c’è il percorso immersivo allestito nel Giardino dei Carmelitani Scalzi, una delle sedi del Padiglione della Santa Sede, proprio a fianco alla Stazione di Venezia Santa Lucia. Qui L’orecchio è l’occhio dell’anima costruisce un itinerario contemplativo tra paesaggio sonoro, spiritualità e botanica lagunare. L’idea della viriditas di Ildegarda di Bingen – la forza vitale che attraversa natura e corpo – viene tradotta in un ambiente sospeso, dove le composizioni di Patti Smith, Brian Eno e Meredith Monk, tra gli altri, si mescolano al rumore della ghiaia e alle campane veneziane. Una pausa autentica, rurale e spirituale insieme, dentro la saturazione visiva della Biennale. Uno straordinario lavoro dei Soundwalk Collective che ci fa pensare all’importanza globale della committenza pontificia nei secoli: ormai da qualche anno, grazie all’impegno sui padiglioni di arte e architetura alla Biennale, la Santa Sede sta tornando ad esercitare la sua capacità di lavorare coi migliori artisti, i migliori curatori, i migliori architetti e professioni delle arti al mondo. È un altro strabiliante merito della Biennale.
8. Il ritorno della videoarte

Dopo anni di marginalità, la videoarte torna centrale. Non solo nella mostra internazionale, ma in moltissimi progetti collaterali. Dalla trilogia Do U Dare! di Shirin Neshat a Palazzo Marin fino a Spiral Economy di Julian Charrière al Museo Correr, passando per la piattaforma nomade Contemporary Forces alla Giudecca e la selezione di Canicula della Fondazione In Between Art Film al Complesso dell’Ospedaletto, emerge una nuova fiducia nella durata, nella narrazione lenta, nell’immagine in movimento come esperienza immersiva e occasione di riflessione.
FLOP
1. I grandi padiglioni nazionali che sembrano svuotati

Fa impressione vedere potenze culturali ed economiche come India, Cina e Stati Uniti presentare padiglioni sorprendentemente deboli, confusi o burocratici. In molti casi sembra mancare proprio il desiderio di rischiare. O magari è colpa della politica che ci mette lo zampino. India, Cina, Stati Uniti sono le prime tre economie del mondo eppure hanno sfigurato totalmente, presentando dei progetti con degli enormi limiti. Pur disponendo di artisti importantissimi, profondi, adatti. E pur disponendo di scuole, formazione, maestri, giovani, super gallerie. Eppure tutto è vanificato – come vi abbiamo raccontato per quanto riguarda il Padiglione USA – dalla prepotenza della politica, dell’autoritarismo, del populismo, del deficit di democrazia.
2. Gli orari degli spazi culturali e museali

Migliaia di persone concentrate negli stessi orari, code ingestibili e aperture troppo rigide. Possibile che la più importante mostra del mondo capace di attirare operatori da tutto il mondo e di staccare in una sola giornata (la prima di apertura al pubblico) 10mila biglietti paganti chiuda ancora alle 19? Basterebbe guardare a manifestazioni come Art Basel a Basilea: ingressi scaglionati, fasce differenziate, aperture serali, slot orari dedicati. La giornata non finisce alle 19 e per eventi di questa caratura si può anche pensare di andare avanti fino alle 21 o alle 22. Venezia continua invece a funzionare come se il pubblico fosse gestibile con la logica del museo tradizionale di decenni e con i musei che quasi tutti serrano alle 18, in maggio, col sole alto e le persone venute da tutto il mondo per vedere mostre e scoprire progetti. Abbiamo vissuto in questi giorni delle scene ridicole da questo punto di vista ed è un peccato perché – come capiterà a voi se vi concedere qualche giorno a Venezia per seguire la Biennale e i suoi eventi collaterali – in questa settimana siamo riusciti a vedere moltissimo, ma non tutto. E la colpa è solo degli orari di apertura poco elastici.
3. La spettacolarizzazione del bambino di Banksy di Venezia

Il ritorno del Migrant Child di Banksy rischia di trasformarsi in una perfetta metafora della turistificazione culturale contemporanea. L’opera, nata nel 2019 come intervento fragile e destinato proprio a scomparire per via dell’azione dell’acqua, viene oggi restaurata dai proprietari dell’immobile dove era stata realizzata, protetta, spettacolarizzata, trasformata addirittura in evento itinerante ostentato tra canali, conferenze stampa, Sgarbi che fa i discori e branding istituzionale. Il problema non è il restauro in sé (oddio, ma è poi giusto restaurare un’opera di street art pensata proprio per cancellarsi?), ma piuttosto la trasformazione di un gesto urbano clandestino in un dispositivo celebrativo perfettamente integrato nel marketing culturale veneziano.
4. L’estetica dello spettacolo dei Padiglioni di Austria e Giappone

I due padiglioni più fotografati della Biennale coincidono anche con quelli più apertamente costruiti per generare viralità. Il Padiglione Austria di Florentina Holzinger porta all’estremo la spettacolarizzazione del corpo femminile tra nudi, moto d’acqua, campane umane e performance acquatiche. Un progetto certamente divisivo, erede dell’Azionismo Viennese, ma che a tratti sembra sacrificare complessità e ambiguità sull’altare della shock value. Non molto diversa, seppur in chiave opposta, l’operazione del Giappone con Ei Arakawa-Nash: bambolotti da accudire, tra QR code e pannolini poetici. Un’esperienza tenera e ludica, ma anche perfettamente calibrata per diventare contenuto social. Forse un po’ troppo.
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