“Antartica”, il debutto al cinema della regista teatrale Lucia Calamaro

Dal 7 maggio in sala con Vision Distribution, un film che intreccia scienza, tempo e relazioni umane. La regista: “I personaggi (etici) sono il mio punto di partenza”

Per Lucia Calamaro (Roma, 1969) il passaggio dal teatro al cinema non è una frattura, ma una espansione. In Antartica – Quasi una fiaba, il suo esordio cinematografico, i personaggi restano il centro di tutto: figure etiche, fragili e complesse, capaci di attraversare il tempo e interrogare la realtà. In un film dove il ghiaccio conserva la memoria e il tempo perde la sua linearità, la regista apre il suo lavoro a una dimensione più ampia, cercando nel pubblico il compimento ultimo della creazione. Calamaro racconta Antartica – Quasi una fiaba, il suo primo film per il cinema, in sala dal 7 maggio con Vision Distribution.

Intervista alla regista Lucia Calamaro

Antartica segna il suo esordio alla regia cinematografica: cosa ha dovuto “tradire” del linguaggio teatrale per entrare nel cinema e cosa, invece, ha difeso a tutti i costi?
Io mi muovo con quelli che sono un po’ i miei migliori amici: i personaggi. Sono loro che mi abitano, quelli che invento, e per me sono sempre creature di transizione tra l’invenzione e il reale, creature ponte fra i mondi interni e quelli esterni. Per questo non ho sentito un vero tradimento. Qui ci sono personaggi che amo molto, anche se alcuni, per ragioni produttive o scelte che vanno oltre la mia volontà, sono stati ridotti. I miei personaggi sono otto, ma in primo piano sono rimasti tre e mezzo, quattro. Però io mi muovo con loro, sempre. Avendo queste creature simboliche, anche etiche – perché mi interessa creare personaggi etici – ho sentito una responsabilità maggiore, pensando al fatto che il cinema raggiunge un pubblico più ampio del teatro. I personaggi, in fondo, influenzano l’immaginario di chi guarda e di chi si affeziona a loro. Più che un tradimento, quindi, parlerei di una crescita, di una forma di adultità.

Costruire un personaggio etico nel cinema cosa vuol dire per lei?
Questa arte che faccio si realizza pienamente solo quando incontra il pubblico, quando una storia viene vista e ascoltata. Nel cinema c’è una sorta di massimizzazione delle possibilità del personaggio: Maria, Fulvio, Rita — interpretati da Barbara Ronchi, Silvio Orlando, Valentina Bellè — sono scienziati in azione. Avrei potuto raccontarli anche a teatro, ma qui il discorso è più etico, guarda di più alla società e meno al privato. Credo che il cinema sia ancora un’arte popolare — e lo considero un grande complimento — capace di raggiungere molte persone e dialogare con loro.

La suggestione del ghiaccio nel nuovo film “Antartica”

Italo Calvino scriveva che la bellezza del ghiaccio è che può sparire senza lasciare traccia. Che cosa la affascina del ghiaccio, che potremmo dire essere uno degli elementi centrali del suo film?
Mi affascina la sua vocazione conservatrice, quasi museale. Tutto ciò che è intrappolato nel ghiaccio, prima o poi, in un altro tempo della storia del pianeta, viene ritrovato. Il ghiaccio è destinato a sciogliersi, a tornare acqua, liberando ciò che ha custodito. Questa sua natura lo lega inevitabilmente alla storia, al tempo. Ha un rapporto privilegiato con il tempo che, per esempio, il fuoco non ha. Ed è questo che lo rende così caro per me.

Un altro elemento centrale del suo film è il tempo, sospeso da un lato ma in movimento dall’altro. Quanto conta il tempo nel suo film e che effetto ha sui personaggi?
C’è una scena che per me è simbolica, anche se forse non è immediata: un sogno di Maria, il personaggio di Barbara Ronchi. Lei e Valentina sono in un magazzino di carote di ghiaccio, che a un certo punto si rompono e crollano loro addosso. Quelle carote di ghiaccio sono strumenti scientifici che misurano il tempo climatico: ognuna conserva aria di centinaia di migliaia di anni fa. Più si scende in profondità, più si entra in tempi antichi. In quella scena, per me, è come se il tempo si rompesse. Questa idea nasce da una scoperta reale: un rotifero rimasto congelato per 22 mila anni nel ghiaccio siberiano è stato riportato in vita ed è riuscito a riprodursi. Di fronte a questo, la scala del tempo umano — i nostri cento anni — improvvisamente si spezza. Sappiamo che il mondo è più antico di noi, ma tendiamo a pensarlo entro la durata della nostra vita. Quando ho scoperto questa cosa, ho avuto una percezione concreta di quella frattura. Nel film, in fondo, i personaggi lavorano continuamente sul tempo: utilizzano materiali del passato — il ghiaccio — per progettare il futuro, come la città di ghiaccio o una tuta ibernante. È quello che facciamo anche noi: ci appoggiamo al passato per immaginare il futuro.

Nel microcosmo che ha costruito, quasi un laboratorio dell’umano in condizioni estreme, c’è un personaggio con cui sente una maggiore vicinanza o affinità?
Sai, si dice che noi che facciamo questo mestiere distribuiamo parti di noi in tutti i personaggi. Io non creo mai vere nemesi: ogni personaggio ha un colore dominante che mi appartiene, e io distribuisco questi colori. Potrei citare una battuta teatrale di De Filippo: “I figli sono figli”, ecco. Non ce n’è uno più vicino degli altri: sono tutti pezzi di me. La cosa bella è vedere come il pubblico si affeziona ora all’uno, ora all’altro. È sempre molto toccante, perché significa che esistono affinità che io non conosco, ma che gli spettatori riconoscono.

La ricerca nell’arte secondo Lucia Calamaro

C’è chi dice che la scienza e l’arte hanno in comune la continua ricerca. Dopo tanti premi e successi, che cosa sta ancora cercando come autrice e come regista?
Ho iniziato tardi: sono figlia di diplomatici, ho vissuto all’estero, studiato tra Uruguay e Parigi, e sono tornata in Italia a trent’anni. Anche il teatro è arrivato allora, e il cinema ancora più tardi, oltre i cinquanta. Arrivo sempre dopo, ma forse va bene così. Per me il grande privilegio è poter dialogare con un pubblico. Credo che la mia ricerca più profonda sia proprio questa: parlare alle persone, trovare una forma di identificazione reciproca. Se vuoi, quello che cerco è una comunione: con il pubblico, con l’Italia, con questo paese che mi ha dato la nascita e poi mi ha riaccolto. In fondo sono un’emigrata, anche se un po’ sui generis, una persona che è partita, ha vissuto altrove e poi è tornata con una vita già alle spalle. Porto con me un bagaglio enorme di esperienze, di luoghi lontani. Conosco bene il “lontano”, e senza lontano non esiste ritorno a casa. Forse è proprio questo che continuo a cercare: una casa.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino

Margherita Bordino

Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in…

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