Alla Biennale di Venezia c’è un padiglione di merda! Il Lussemburgo partecipa con un progetto che fa parlare la cacca
L'artista Aline Bouvy presenta "La Merde", un'installazione immersiva all’interno di uno spazio specchiante che affronta (con serietà teorica) la vergogna come meccanismo sociale attraverso… un escremento antropomorfo
Il Padiglione del Lussemburgo alla Biennale Arte di Venezia è proprio una merda. Ma letteralmente: al centro dello spazio c’è il “manifesto cinematografico” dell’artista Aline Bouvy (Watermael-Boitsfort, 1974) La Merde, che affronta la vergogna come meccanismo sociale, facendo una ricognizione di come i corpi vengono classificati, tollerati, disciplinati o relegati nell’ombra. Tutto, parlando di escrementi.

L’artista Aline Bouvy presenta “La Merde” in Biennale
La Merde, che unisce un film, una composizione sonora spazializzata e un’architettura in acciaio rivestita di specchi, è paradossalmente un’opera basata su uno studio molto serio, che si allarga a una riflessione sulla violenza e la repressione sociale. Solo che lo attraverso la figura di un grande escremento antropomorfo che parla, cammina e scoreggia come una marionetta, interagendo con altri personaggi e “spruzzando” sul pubblico. Se pure assurdo, il film (che va avanti in loop) affronta situazioni quotidiane in cui la moderazione viene imposta e appresa, in un’ottica di giudizio collettivo.
L’ambiente immersivo del Padiglione del Lussemburgo alla Biennale Arte
Tutto questo accade all’interno di una struttura immersiva semicircolare, con delle superfici specchiate che estendono l’opera in tutto lo spazio del Padiglione (piuttosto frequentato). I riflessi moltiplicano i visitatori e li immergono in una dinamica di osservazione e giudizio reciproco. L’installazione comprende anche E.T. The Excremential, un alter ego scultoreo che fonde il corpo dell’artista con la figura dell’extraterrestre di Spielberg.
Cos’è “La Merde” secondo i protagonisti
La curatrice Stilbé Schroeder ha descritto il progetto come “un’esperienza immersiva che invita alla riflessione su purezza, genere e norme sociali“, mentre Bouvy lo ha definito come “un saggio cinematografico femminista“ ma anche “una risposta alle forme sistemiche di violenza che plasmano corpi e comportamenti”.
Giulia Giaume
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