Porzioni di materia definiscono microarchitetture: le opere di Anneke Eussen in una galleria di Bologna

La cura del frammento. La mostra 'If only...' presenta composizioni che raccontano la durata del tempo

L’artista olandese Anneke Eussen (1978) presenta la sua prima mostra personale presso la Galleria Studio G7 di Bologna, svelando le sue intuizioni rispetto al concetto della testimonianza tangibile del passare del tempo. L’esposizione ‘If only…’ sembra dare forma al ‘Canto alla durata’ di Peter Handke. In antitesi a ciò che ha la tendenza a dissolversi, l’artista cristallizza la materia, non sospendendola, ma tentando di riequilibrarla nel suo tempo, dandole nuove forme e nuovi confini.

L’atteggiamento di Eussen è preciso come quello di un architetto: le sue opere appaiono come composizioni ordinate, planimetrie progettuali. La sua arte sembra essere sotto il dominio della geometria, aspirando a una purezza delle forme.

Il materiale prediletto da Eussen in questa ricerca compositiva è il vetro: da un ritrovamento nell’officina di famiglia ha intuito come i vetri per autoveicoli depositati e stratificati generavano ombre, opalescenze, nuovi colori.

La mostra di Anneke Eussen

Alla genesi del processo ci sono dunque le lastre di vetro che Eussen commissiona e poi vivifica sovrapponendole, accostandole e frammentandole. Il gesto della frattura rappresenta l’akmè del suo atto poetico: la distruzione per la ricomposizione. Gli accostamenti generati nella serie ‘If only’ rivelano un micromondo puro ma complesso: i colori eterei e la consistenza trasparente rendono leggere le composizioni certosine, taglienti, rigide, quasi raccontando visivamente le memorie di Zaira, città invisibile narrata da Italo Calvino. Il titolo ‘precario’ e ‘sospeso’ di queste opere suggerisce l’instabile armonia tra passato effettivo e passato immaginato. L’attenzione retrospettiva al tempo irreparabile è il rifugio in un sogno, una realtà mentale, un dialogo muto ma intenso con ciò che non può essere diversamente da come è.

Anche la serie ‘One wish’ nasce da una gestualità precisa: un limae labor incastona le lastre in una dimensione serrata, apparentemente dilatando la distanza tra il passato e il presente in perimetri più definiti. Tuttavia, incursioni di vetro giallo sono guizzi luminosi che impreziosiscono la trama, lasciando uno spiraglio alle possibilità. Già il titolo lo sussurra, e i frammenti dai riverberi dorati lo acuiscono: esiste ancora spazio per l’immaginario, il desiderio, l’inespresso. La geometria si umanizza a contatto con un tassello che sfugge all’ordine delle cose.

Anneke Eussen_if only_Galleria Studio G7
Anneke Eussen_if only_Galleria Studio G7

Il colore per scandire il tempo

“Se nessuno me lo domanda lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più”. Questo è l’enigma di Sant’Agostino in riferimento all’impossibilità di definire il tempo. La percezione della sua linearità appartiene a una coscienza disattenta, la ratio invece ha la tendenza a dissolvere le forme del passato e offuscarle. Per caratterizzare le memorie custodite da ciascuna opera e non disperderle, fondamentale è per Eussen affidarsi a una precisa scelta di colori che testimoniano i passaggi di luce. Le sfumature sono àncore del tempo, ogni tonalità è un orologio associato a un ricordo: la patina dei giorni è raccontata dall’opaco, fino a far toccare nostalgia e speranza in un moto circolare e continuo.

Il peso della materia

Accostati alle opere dall’impatto leggero e diafano, ‘Open Angles’ si offre come bilanciamento alla materia cristallina. La composizione in marmo è fatta di frammenti recuperati dalla Biblioteca di Stato di Berlino durante i lavori di ristrutturazione dell’edificio monumentale. La materia così solida e antica è custode di epoche lontane e tutta la struttura dell’opera ruota attorno alla tensione e alla distanza temporale tra ciò che è residuale di una densità storica e la sua eco ancora viva e aperta alle declinazioni di un futuro ancora instabile, solo parzialmente delineato da fili neri tesi verticalmente che sembrano fuoriuscire dalle lastre in marmo, come se ne fossero il cuore strutturale. Il divario tra la solidità del marmo e la delicatezza dei fili rende visibile quella differenza di durata nel tempo, esprimendo da un lato la forza di ciò che permane e dall’altro la finezza del gesto che si sovrappone.

Elizabeth Germana Arthur

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