Come si fa maglieria etica? Il fondatore del brand milanese Vitelli ci spiega
Dopo un anno sabbatico e una nuova consapevolezza, per Vitelli è arrivato il momento di tornare in scena. Al centro sempre il tessuto, la sua provenienza e i suoi linguaggi. Ne parliamo con il fondatore Mauro Simionato
C’è una moda che non crea abiti fatti di tessuto proveniente dalla fibra ma, al contrario, crea fibra e tessuti partendo da quelli che erano abiti. Questo tipo di moda non si esaurisce mai nell’abbigliamento. Qui usa la maglieria come punto di partenza per costruire un linguaggio più ampio, fatto di musica, di cultura materiale, di comunità inclusive. Non cerca la forma iconica, ma lavora sulla materia e la sua disponibilità, sul processo creativo e produttivo e sulle relazioni che il progetto attiva. In questo territorio si muove Vitelli, il brand fondato da Mauro Simionato, che da dieci anni esplora la maglieria come campo di sperimentazione estetica, produttiva e culturale. Simionato viene dal mondo dell’immagine e tra art direction, direzione creativa e consulenza per diversi brand, nel 2020 è stato nominato Global Creative Director per Clark’s ma oggi il suo quotidiano è legato anche alla ricerca e all’insegnamento, dal 2022 è Professore presso lo IUAV di Venezia, dove dirige il MA Ecodesign Laboratory per gli studi in Fashion Ecology. Vitelli nasce con una forte missione orientata alla sostenibilità e all’inclusività, al suo processo rigenerativo esclusivo ha dato il nome di Doomboh®. Il processo semi-artigianale, in dialogo con le fabbriche del Made in Italy, partiva dall’Organic Knitting Theatre, l’atelier di progettazione e prototipazione nel quartiere di Porta Venezia a Milano dove i filati recuperati venivano lavorati su macchine degli Anni Ottanta recuperate e poi spediti ai fornitori di fabbricazione per essere rigenerati. Al centro c’è una componente narrativa ispirata alla “Gioventù Cosmica”, scena controculturale italiana dei primi Anni Ottanta in cui musica, clubbing e stile erano strumenti di immaginazione sociale. Non un genere ma un’attitudine curiosa e non allineata, che ritorna nel viaggio sonoro sperimentale di Vitelli, dove la musica è sempre presente. Il percorso di Simionato appare emblematico di un “oltre la moda” che non è strategia ma metodo: un modo di lavorare che parte dalla materia per interrogare il senso stesso della produzione contemporanea. E oggi, dopo un anno di silenzio produttivo e comunicativo, riparte con un progetto curato dal collettivo artistico T.NUA.

Intervista a Mauro Simionato
Sono passati dieci anni dalla nascita di Vitelli. Quando nasce esattamente e con quale intento o missione?
La primissima apparizione di Vitelli risale a settembre 2016 con una piccola presentazione dei primi esperimenti, principalmente capi di cashmere stampato in digitale. Era in qualche modo una rivisitazione un po’ punk dei cashmere finezza 18, i classici della maglieria italiana. Si cominciò subito in modo frontale rispetto al nostro obiettivo di rivisitare e ridiscutere i canoni della maglieria. L’intenzione era già tutta lì, esplorare l’utilizzo della maglieria come categoria specifica all’interno del fashion, e come un mestiere e un territorio molto caro al Made in Italy da riconsiderare quasi come canvas sulla contemporaneità, sul suo discorso artistico e culturale più che stilistico o di abbigliamento tout cour. Volendo essere controcultura rispetto al trend ma volendo allo stesso tempo indagare quel lato culturale della moda e ciò che può raccontare nel discorso più ampio sulla contemporaneità.
Le immagini di Vitelli rappresentano un grande collettivo, si percepisce un forte senso comunitario. È un progetto che guarda alla collettività, alla terra. Quante persone fanno parte del team e come è organizzato?
Va detta una cosa importante: in questo momento, questa stessa prima intervista arriva al termine di un anno sabbatico, il 2025. Un anno di passaggio complicato in cui Vitelli è rimasto completamente fermo con la collezioni, il design, la produzione di capi e la comunicazione. Un fermo completo. Obbligato da un lato, per ragioni finanziarie, di mercato. Come molti altri brand, ha subito una forte influenza del calo del mercato moda e l’unico modo per ripartire era fermarsi. Le ragioni sono state anche creative e intellettuali. Ho avuto bisogno di questo silenzio, attraversato in maniera attiva, non è stata una vacanza! È stata una fase di studio, di analisi all’interno e all’esterno del progetto.

Come eravate organizzati prima?
Fino al 2024 l’atelier a Milano raccoglieva un gruppo di circa dieci persone interne, oltre a una comunità fluida in giro per il mondo fatta di collaborazioni e partecipazione. Quando abbiamo chiuso l’atelier, il team si è distribuito per l’Italia ma esiste ancora. Vitelli è stato concepito fin dall’inizio, e ora lo è ancor di più, come una piattaforma, nel suo senso inglese del termine. Ogni componente del team che è passato in questi anni nelle attività di Vitelli dal punto di vista sia creativo che esecutivo è ancora parte del team, compreso chi ne ha fatto parte un anno all’inizio piuttosto chi è arrivato all’ultimo anno, è un team esteso che in qualche modo ha sempre alimentato la piattaforma, il tessuto comune, la base comune di valori e di savoir-faire, con l’obiettivo di amplificare i messaggi, vuoi attraverso l’estetica e la tangibilità del prodotto, vuoi attraverso il modo in cui facciamo le cose. Vitelli non è mai stato a tutti gli effetti politico, ma ha sempre cercato di dire qualcosa.
Nel corso di questi anni, quali aspetti del percorso di Vitelli vi hanno portato a esplorare ambiti che inizialmente non avevi previsto?
Direi che l’avventurarsi in nuovi ambiti era il desiderio insito nel DNA del progetto, cioè la ragione stessa d’essere. Il focus era la maglieria ma riguardava soprattutto la sostenibilità, oltre all’inclusività e cross-culture, sapevo che la sostenibilità avrebbe dettato le regole. Se per produrre qualcosa si consuma e si inquina meno in un certo modo, allora si fa così. Vitelli è sempre stato a servizio della missione: quando abbiamo scoperto grandi quantità di scarto del denim, abbiamo lavorato sul denim, quando abbiamo scoperto che in Sardegna alcuni artigiani polverizzavano gli scarti dei tappi di sughero ottenendo una sorta di floccaggio simile a una finta pelle, abbiamo utilizzato anche quello. È la missione, quindi, che ha determinato gli ambiti. Anche nello storytelling del brand le collaborazioni ci hanno portato negli Stati Uniti, in Giappone, in Mongolia per il cashmere e ora in Nepal: tutto è accaduto lungo il percorso di ricerca, non era premeditato. La cultura locale e le buone manifatture sono valori applicabili ovunque, ed è attraverso questi interlocutori che comunichiamo.
Quando c’è Vitelli, è sempre musica. È una materia con cui ti confronti professionalmente da quando esiste Vitelli, o faceva già parte del tuo percorso?
Certamente questo aspetto è partito da me come poche altre cose in realtà, perché poi presto, dopo il lancio, Vitelli è diventata quasi un’entità autonoma, io facevo girare le cose certamente, ma si tratta di un’entità viva a sé. Invece la musica, sempre così centrale nella mia vita, ha dato l’avvio alla storia della gioventù cosmica. È un po’ una definizione che ho dato io, non si chiamava così all’epoca. In Italia si parlava di ‘scena afro’ che oggi avrebbe implicazioni anche discutibili da un punto di vista appropriativo e culturale. Tutto quel tipo di sound è stato definito Cosmic, dal nome del club di origine, quindi ho adottato quella parola come definizione di uno stile che, come dicevi, è piuttosto un viaggio sonoro. Quello che abbiamo fatto collettivamente, a livello stilistico ha sempre avuto più a che fare con la musica o con il sound e soprattutto con il viaggio, piuttosto che con l’estetica del fashion.

Quante volte le note sono state associate ai colori, come teorizzava Kandinsky ne Lo spirituale nell’arte. Che ruolo ha il colore per Vitelli?
Il colore all’interno di Vitelli è stato sempre il risultato di lavoro manuale, lavoro di atelier, ma con una ritmica, con una palette sonora, quasi più che visiva, considerato anche che noi abbiamo sempre lavorato con quello che si trovava nei magazzini alla fine delle produzioni altrui, quindi non ho mai potuto fare una palette stabilita dall’inizio, ho sempre dovuto adeguarmi a quello che trovavo e quindi lo facciamo forse a livello più sonoro – ritmico che estetico – visivo. In realtà è quasi un brand di musica che fa moda, una specie di composizione collettiva da jam session che si materializza e si manifesta in temi a maglia piuttosto che in un suono.
Si mette in moto una creatività particolare, con un’energia diversa quando si utilizzano scarti rispetto a quando si acquistano materiali nuovi. Come se il materiale parlasse e suggerisse la sua nuova vita, è così?
Esatto, è proprio così. Nella maglieria si parte dal filo, in questo caso trovato, recuperato, che deve essere poi lavorato e accoppiato ad altri e ha di per sé – attraverso la sua finezza, la sua matericità, il colore eccetera – una vita, è in qualche modo una presenza nello spazio, è un’entità. Quando lo vai a tessere – a smacchinare come si dice in gergo di maglieria – con altri fili metti insieme presenze, entità che suggeriscono la propria storia. Non una storia che ti devi inventare quella che ti guida, ma è il materiale, il residuo ad esprimersi che ti costringe a creare e inventare il dramma. Questa modalità funziona solo per le produzioni che partono dagli scarti e considerato che il 70-80% degli scarti nasce dalla fase di design – tra prototipi, campionature, produzione – l’approccio di Vitelli trasforma i residui in parte integrante della creatività, un modello che potrebbe adottare la produzione industriale su larga scala se alla fine del processo si torna a informare il design dei propri scarti e a partire da quelli.
Il tuo background è legato all’immagine e con Vitelli è la prima volta che ti confronti con la produzione. Com’è avvenuto il passaggio dalla creazione di immagini alla creazione di prodotti?
Quando una persona creativa, si trova a contatto diretto con la produzione – soprattutto industriale, perché l’artigianato o il pezzo unico sono già intrinsecamente legati alla creatività – cambiano molte cose. Quando ho iniziato a lavorare tra le macchine di maglieria nei laboratori veneti, quelli che realizzano gran parte della maglieria italiana per i grandi brand, ho capito che il Made in Italy si è costruito attraverso il dialogo tra il creativo e il produttore. Tra la creatività più libera e artistica e la sua traduzione concreta. Armani, Versace, Olivetti, Missoni – grande riferimento di Vitelli – sono nati in rapporto con queste persone. Il “Barun”, come viene chiamato in Veneto, non importa se abbia dieci, cento o mille dipendenti: conosce perfettamente la funzionalità delle macchine. Accanto a lui, i responsabili di macchina completano la squadra: è una vera e propria bottega rinascimentale tradotta in fabbrica. Il Made in Italy nasce qui: persone che innovano, sperimentano, utilizzano le macchine in modi nuovi per ottenere risultati migliori. Per questo, quando un creativo italiano si confronta con un tecnico, insieme trovano soluzioni che da soli non troverebbero. Questo è il cuore dell’approccio di bottega italiana, con radici profonde nelle corsie delle fabbriche.

Dal 2022 sei Professore presso l’Università IUAV di Venezia. In cosa consiste il laboratorio?
Fui chiamato dall’Università IUAV di Venezia per dirigere il laboratorio di maglieria, ruolo che ho ricoperto per tre anni. Portavo con me un po’ il mio approccio eco da Vitelli, e a un certo punto, confrontandomi con la direttrice del corso, la professoressa Vaccari, abbiamo iniziato a discutere della necessità che il settore moda entrasse di più nel tema della sostenibilità concreta e applicata. Quindi mi ha invitato a far parte di un board per definire la nuova linea. Il nuovo indirizzo di Fashion Ecologies è partito ufficialmente l’anno scorso, e questo è il secondo laboratorio. Venezia è un contesto in cui diventa doveroso affrontare questi temi. In un raggio di 100 km si trova uno dei distretti manifatturieri più importanti del Made in Italy, con una presenza particolarmente rilevante della produzione tessile e della maglieria. Il laboratorio ha l’obiettivo di mettere l’università in dialogo con le aziende italiane – oltre che per favorire la formazione degli studenti – per attivare protocolli di eco-design in collaborazione con il Made in Italy.
In cosa consiste il progetto tra Italia e Nepal?
Si lega all’ultimo progetto che abbiamo fatto prima dell’anno di pausa, un progetto di ricerca sul cashmere con un grosso produttore cinese la cui filiera partiva dalla Mongolia. Abbiamo fatto un lavoro a ritroso verso le origini della fibra e sulle possibilità di riutilizzo degli scarti di produzione partendo questa volta dalla fibra e non dal prodotto già tessuto.
In Nepal è un lavoro diverso, anche se prosegue il processo di ricerca, in questo caso partiamo da una fibra naturale vegetale, l’ortica nepalese chiamata Allo. Utilizziamo anche altre fibre come canapa, banana e pino. Il lavoro parte dalla fibra vegetale e dalle tecniche tradizionali nepalesi di intreccio e tessitura manuale in collaborazione con il Knotcraft Center fondato nei primi Anni Ottanta da Shyam Badan Shrestha, per insegnare alle donne nepalesi le tecniche tradizionali ed emanciparle dal ruolo domestico. Il Knotcraft Center coordinava più di 200 workshop in giro per il paese, oggi è ancora vivo e collabora con centinaia di donne in tutto il Nepal portando avanti le tecniche tradizionali e le tecniche ibride inserite da Shrestha. Oggi Shyam Badan Shrestha è una leader celebrata a livello nazionale nel settore dell’artigianato nepalese. L’utilizzo di macchinari in maniera creativa è una cosa che Vitelli ha sempre cercato di fare, che poi lo faceva Ottavio Missoni negli Anni Settanta: metteva il filo “sbagliato” nella macchina “giusta” o la macchina “sbagliata” col filo “giusto” per ottenere un prodotto diverso, ibrido.
Quale sarà il prodotto del progetto tra Nepal e Italia?
Il risultato sarà un dialogo tessile tra le tessitrici nepalesi della comunità femminile del Knotcraft Centre, il team Vitelli e il laboratorio Spaccio Maglieria di Milano. In altre parole, sarà una conversazione tra la tessitura tradizionale artigianale nepalese e la lavorazione artigianale e meccanica della maglieria italiana. Il risultato sarà ibrido, assumerà la forma di capi di abbigliamento e oggetti indossabili in cui il concetto stesso di indossare viene messo in discussione. Per la prima volta, le opere vengono create e presentate non nel contesto moda, ma in quello dell’arte, attraverso il collettivo di artisti T.NUA – che mi ha coinvolto nel suo Craftsmanship Program in qualità di designer e non di artista, per evidenziare l’ibridità insita nel progetto. Un Vitelli fuori contesto ma in realtà completamente dentro al proprio core. Nel corso del 2026, il progetto coinvolgerà la Kathmandu University e lo IUAV di Venezia. Quindi è un bel modo di ripartire dalla ricerca che è quello che è sempre stato caro a Vitelli sin dall’inizio. Una ripartenza nuova senza pretesa di commercializzazione. Ho provato a fare un business moda ma al momento è complesso: chiudere un lato del business non vuol dire chiudere il progetto, non solo può rimanere vivo, ma anzi può andare avanti ancora più libero. Anche se non escludo un domani di tornare a creare prodotti da distribuire nei negozi.
Margherita Cuccia
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