Una biblioteca di sensazioni a Roma nella mostra di Gabriele Simei. L’intervista
Oggetti che contribuiscono a dilatare la dimensione individuale e universale del tempo e della memoria, il quartiere della Magliana, i libri, nelle opere di Gabriele Simei in mostra da VOLUME! a Roma
“Quella di Simei è una biblioteca di sensazioni e suggestioni, di libri muti che parlano solo a chi li sa leggere. A chi ha la pazienza e la voglia di tornare bambino per lasciarsi ancora affascinare dal mondo”, scrive Silvano Manganaro nel testo della mostra Gabriele Simei. LABiblioteca Sottotevere da lui curata negli ambienti di VOLUME! a Roma. Lo spazio in Via San Francesco di Sales, a Trastevere, rispondendo alle sue potenzialità trasformative con l’intervento dell’artista romano (classe 1967) – nel 2007 ha realizzato nella Capitale l’installazione permanente su Ponte Milvio – acquisisce le caratteristiche di una domesticità che è intima, sollecitata dalla presenza di opere in metallo che prendono la forma di libri aperti e chiusi, recando emozionanti tracce della natura, poggiati su tavoli, mensole o a terra accanto a centrini e merletti, vecchie coperte, ad una vanga e una cazzuola: oggetti che contribuiscono a dilatare la dimensione individuale e universale del tempo e della memoria.

Intervista a Gabriele Simei
Questa mostra conferma l’importanza del libro nel tuo lavoro…
Sono più di vent’anni che raccolgo cose che mi fanno immaginare un libro. Nei boschi, al mare, e anche nel mio quartiere, qui a Roma, prendo da terra pezzi di legno, materiali naturali che nella forma mi ricordano un libro e li metto da parte. Quindi, nell’arco degli anni sono riuscito a creare una sorta di biblioteca. Faccio anche i miei libri, realizzandoli con le colate di cemento, il bitume, il catrame, il ferro, il legno, il vetro… Libri che raccontano sempre di natura e, naturalmente, di cultura.
Qual è il tuo quartiere?
Ho lo studio sotto al Tevere, alla Magliana, un posto molto affascinante circondato dalla natura, come si vede anche nei miei quadri. Tutto quel fogliame viene da lì. La natura lì intorno è una sorta di genius loci.
Anche i vecchi merletti esposti tra le opere sono delle matrici?
Sì, esatto. Dopo il lavoro delle foglie che, appunto, prendo lungo il Tevere e che l’acido imprime per sempre sulla lastra di ferro, come un tatuaggio, ho pensato ai merletti e ai tessuti. Ho riflettuto sulle persone e sul lavoro che c’è dietro il cucito di un tessuto che ho voluto incidere sul ferro. Girando per i mercatini ho trovato prodotti che ormai sono obsoleti – vecchie tovaglie o coperte, centrini – che costano pochi euro perché nessuno li utilizza più. Imprimendoli sul ferro prendono una forza incredibile perché il disegno viene stampato perfettamente. Inoltre, ci raccontano le nostre memorie, quelle delle nostre nonne, delle nostre famiglie.

Perché?
Hanno una visione pittorica, perché dietro alla lavorazione dell’incisione c’è un gran lavoro che è sempre sorprendente. Come sempre, anche quando si lavora con la natura, il risultato finale non è mai prevedibile. Di solito lascio le foglie a macerare sul ferro, con l’acido, per tutta la notte. È una bellissima sorpresa ritornare la mattina a studio e vedere ciò che è successo. Si conosce quella che sarà l’impronta, ma non i colori che escono fuori, perché ogni metallo ha una reazione diversa e tira fuori i propri colori. Anche l’ottone, ad esempio, dalla reazione con gli acidi lascia affiorare delle tonalità stupende di rosa, forse perché all’interno contiene del rame. Non c’è mai limite alla sorpresa.
In questi lavori qual è la dimensione del tempo?
Alcune volte il tempo è molto veloce, altre più lungo. Ogni opera ha un tempo proprio, perché il processo richiede diversi passaggi. Non basta semplicemente prendere una foglia e metterla sul ferro per creare lo stampo, c’è tutto un lavoro di tamponatura, pressione e anche di colore. Alcune volte agisco sui quadri anche con degli smalti industriali.
Consideri le tue opere pittoriche, ma c’è sempre la tridimensionalità…
Sì, mi piace che ci sia molta materia. È un po’ come il foliage, con la differenza che questo fenomeno del cambiamento di colore delle foglie avviene in autunno, nell’arco di due o tre mesi; invece, in un quadro lo stampo rimarrà per sempre e il quadro in sé continuerà a vivere, a marcire, a tirare fuori i colori nel tempo. Non sarà mai qualcosa di stabile, fisso. Quello che vedi adesso può darsi che tra vent’anni sarà più marcio.
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Il termine «marcio» sembra contenere anche una valenza simbolica negativa…
Marcio viene da marcire perché, in fondo, i colori che uso sono naturali anche quando si tratta del ferro da cui nascono i marroni, i verdi. L’evoluzione dei colori nell’acido è fantastica, sarebbe bello se si potesse fermare nei vari step. Ma anche una volta tolto l’acido, nel tempo, quell’impressione si modifica.
Anche se entra in gioco l’imprevedibilità, devi comunque avere il controllo su questi elementi…
Sì, bisogna avere il controllo. Ma, come dicevo, c’è sempre il coinvolgimento della natura, perché quando, durante la notte, lascio ad acidare i materiali che utilizzo, la mattina dopo c’è sempre una sorpresa che può dipendere, magari, dal tasso di umidità o dalla pioggia. Una cosa fantastica! A questo proposito racconto sempre la favola dei Fratelli Grimm sul ciabattino e gli gnomi (Die Wichtelmänner – Gli elfi e il calzolaio – ndR) che ogni mattina gli fanno trovare delle bellissime scarpe. Per me è un po’ lo stesso. Alcune volte, la mattina, ho furia di andare allo studio per vedere cosa è successo.
Tra i materiali che usi c’è anche il Corten?
No, uso maggiormente il ferro. Anche se è molto bello, il Corten tira fuori un’ultima «pelle» che, per me, è una patina troppo uniforme e omogenea, diversamente dal ferro. Sono nato artigiano, quindi il ferro è la materia prima con cui lavoro, però poi ci uso anche altri metalli come l’ottone, il rame, l’alluminio, l’acciaio.
Hai parlato dei Fratelli Grimm, ci sono dei referenti letterari nel tuo lavoro?
No, non particolarmente. La natura è dominante. Infatti, tutti i libri hanno una «pelle» con un’impronta naturale di foglie, fogliame, o di tessuti che ci richiamano le nostre memorie. Alcuni libri sono stati realizzati appositamente per questa mostra, altri erano già stati esposti in altre occasioni, come nella Chiesa Grande del Complesso monumentale di San Michele, a Roma, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2024.
In mostra è presente anche un’installazione particolarmente suggestiva con i suoni della guerra…
Per la «pillola» che è uno spazio particolare, embrionale, ho voluto mettere una lastra con impressa una coperta, il cui tessuto dorato sembra arabeggiante, con dei piedini. È come se un bambino dialogasse con il libro aperto che si trova sulla parete in fondo, in cui vedo un ipotetico Cristo.
In mostra è esposta anche una vanga, proprio vicino alla porta d’ingresso dello spazio espositivo…
C’è anche una cazzuola che a Roma viene chiamata “cucchiara”, oggetti che mi piacciono perché fanno parte della nostra storia, proprio come i tessuti. La cultura è anche questo. La vanga, poi, è anche un utensile agricolo. In fondo, diventare un po’ contadini farebbe bene a tutti, dal punto di vista etico e morale.
Manuela De Leonardis
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