Vicino a Parma c’è l’intramontabile eleganza di Erté in mostra al Labirinto della Masone 

Nella casa di Franco Maria Ricci Editore si celebra il costumista e scenografo russo naturalizzato francese a cui Ricci stesso dedicò un celebre volume nel 1970. Moda, teatro e grafica delineano il profilo di un’icona dell’Art Déco

Era il 1970 quando Franco Maria Ricci, con un colpo di mano, in un momento in cui l’Art Déco non interessava granché, tirò fuori dal dimenticatoio Erté (San Pietroburgo, 1982 – Parigi, 1990) dedicandogli un volume della meravigliosa collana I segni dell’Uomo con un testo firmato da Roland Barthes. In occasione di quella pubblicazione, FMR acquistò alcune opere di Erté che, quindi, è di casa al Labirinto della Masone, come riprova la mostra Erté. Lo stile è tutto che con disegni, gouache, modellini e bozzetti tappezza le pareti delle stanze facendole completamente proprie. 

Erté. Lo stile è tutto, Installation View, Labirinto della Masone
Erté. Lo stile è tutto, Installation View, Labirinto della Masone

Erté prima di Erté: chi era Romain de Tirtoff 

Nato in una famiglia dell’aristocrazia russa che da generazioni dava i suoi uomini alla marina militare, Romain de Tirtoff – vero nome di Erté, unione delle iniziali R e T pronunciate alla francese – fin da piccolo si interessò, più che a strategie belliche e geografie costiere, a moda e pittura. Nelle sue memorie, pubblicate un anno prima della morte, ricorda di aver disegnato il suo primo abito per la madre che lo fece effettivamente produrre da una sarta per quanto era bello (crediamogli – sono vari i salti di fede da fare leggendo il memoir di Erté, ma siamo assolutamente disposti a saltare per rimanere nella sua favola). La famiglia (incredibilmente: non è una di quelle storie di scontro tra genitori e figli) assecondò le passioni di Romain, che prima si formò come pittore sotto l’ala degli artisti russi più quotati e poi, nel 1912, si trasferì stabilmente a Parigi. Lì – altro salto di fede – prese in fretta a lavorare per il couturier Paul Poiret dopo che questo, vedendo alcuni suoi lavori salvati dallo stesso Romain da un cestino dell’immondizia dove una sarta li aveva buttati, lo cercò all’istante. 

La mostra al Labirinto della Masone 

Il percorso espositivo si apre – e chiude… – con un sigillo sul rapporto di stima e amicizia tra FMR ed Erté. In una vetrina, tre lettere di quest’ultimo all’editore e le copie in più lingue del volume del 1970, sulle cui copertine si staglia il volto de La Regina di Saba (1927). Occhi felini, bocca a cuore, nei a forma di stella, capelli da kouros greco, collo possente, frontalità da icona bizantina: un mix di influenze, ricordi veri e sogni d’esotismo che danno forma all’Art Déco di cui Erté fu campione. L’abbinamento tra il nero della pelle della seducente donna-gatto e l’oro dei suoi capelli è uno dei più ricorrenti del gusto Déco, ma alla raffinatezza di questa combinazione cromatica in mostra si affianca rosa shocking, arancioni brillanti e verdi fluo nei bozzetti dei costumi di scena e negli abiti couture di Erté. 

Le sezioni della mostra “Erté. Lo stile è tutto” 

Una prima serie di lavori è dedicata al mondo del teatro. Tra quinte rococò reinterpretate e atmosfere da roaring twenties, come visioni, appaiono perle, piume, veli, fiori e nastri a decorare i costumi che informano i flessuosissimi corpi disegnati da Erté. “L’abito non è più funzione, ma segno: assume i caratteri della persona che riveste; fa anzi di più: invece d’esprimere la coscienza, la crea” scrisse Franco Maria Ricci guardandoli. Dopo il teatro, la moda, in una stanza in cui, scultorei e insieme leggerissimi, stanno tre abiti di carta progettati da Caterina Crepax che senza copiare pedissequamente un qualche disegno di Erté, ne fa vivere lo spirito. 

L’esotismo dell’Art Déco tra gusto raffinato e scelte politiche 

Tra una sezione e l’altra, tra un sipario e un abito, a fare da collante c’è quell’esotismo straripante che, figlio del colonialismo europeo, importava nel Vecchio Continente simboli e sentori per lo più asiatici e mediterranei, ma anche africani e sudamericani. Fraintendendo e ammansendo le culture “altre”, si cercava di farle proprie, utilizzandole come fonte di ispirazione perché misteriose e affascinanti, quando guardate da lontano. Come scrive nel catalogo il curatore Valerio Terraroli, nell’Art Déco si vede un chiaro orientamento della cultura borghese del primo dopoguerra che rende docili tanto le novità delle Avanguardie quanto quelle provenienti dal resto del mondo, “riportandole in un orizzonte di evasione, divertimento, piacevolezza ed eleganza, depurato da qualsivoglia carica provocatoria”. 

Lettere e numeri secondo Erté 

A chiudere il percorso espositivo insieme alle copertine disegnate per Harper’s Bazaar in un lunghissimo sodalizio tra il 1915 e il 1937, i pezzi da novanta: l’Alfabeto e i Numeri di Erté. Realizzate lungo un periodo che copre quattro decenni, dagli Anni Venti agli Anni Sessanta, le due serie sono la summa dell’estro del disegnatore. Ogni segno si anima grazie a corpi piegati in sensuali e giocose posizioni che ricordano le forme di lettere e numeri, in un’assoluta celebrazione della decorazione in quanto tale e nel suo senso più alto, cioè come forza generatrice e non come patina che riveste. Così, la A sono due acrobate-nuotatrici che congiungono in alto le mani a formare un triangolo; la M è fatta di fiamme tra cui s’inginocchiano due figure memori dell’arte Moghul; la T è una Madre Natura avvolta di fiori rosa con le braccia aperte che reggono un velo; tra i numeri, lo 0 è una bocca rossa che, fumando, genera un cerchio di fumo, mentre l’8 si crea dall’incrocio (eroticamente ben carico) di un corpo maschile e uno femminile. 

Vittoria Caprotti 

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Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti (Voghera, 1998) è laureata in Storia dell'Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Da giugno 2024 lavora a Casa Testori occupandosi della comunicazione; dell'organizzazione di mostre, eventi e laboratori; dello spazio espositivo La Collezione -…

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