Provincia Cosmica. C’è uno scultore che vive nel silenzio delle Alpi Apuane
Prosegue l’indagine di Artribune sugli artisti che abitano le aree interne del Paese. Protagonista del nuovo episodio di “Provincia Cosmica” è lo scultore Fabrizio Prevedello. Alex Urso l’ha raggiunto nel suo studio sulle Alpi Apuane
Nato a Padova nel 1972, Fabrizio Prevedello ha scelto la Versilia come base per il suo lavoro. La sua scultura nasce e si sviluppa in relazione al territorio circostante; si nutre del marmo delle Alpi Apuane, ma soprattutto del silenzio offerto da questi luoghi.

Intervista a Fabrizio Prevedello
Il concetto di luogo è una costante nella tua produzione. Eppure, più che un luogo fisico, ciò che sembra interessarti è l’esplorazione di un “luogo” spirituale. Cosa ti preme comunicare?
Alcune sculture che ho realizzato si chiamano Luogo. Sono opere costruite direttamente a parete utilizzando materiali legati alla scultura e all’architettura; frequentemente impiego acciaio, cemento, gesso, pietre. Quando qualcuno che non si interessa molto d’arte mi chiede che tipo di sculture realizzo, rispondo che sono opere che possono ricordare l’architettura.
In che maniera?
Il paesaggio è una forma di architettura in cui ci si muove, soprattutto con lo sguardo. “Luogo” è un termine generico, non ha coordinate geografiche; è una parola aperta e può implicare curiosità, esplorazione, ricerca. Si cerca qualcosa che non si conosce, che non si possiede. Un altro nome che ho dato alle mie sculture è Accumulazione per scomparsa: collezioniamo materiali ed esperienze che ci arricchiscono e appesantiscono. Queste sculture riflettono sul senso del tempo, un altro concetto ricorrente nel mio lavoro.
Ricordo delle tue opere esposte qualche anno fa al Centro Pecci di Prato, giocate sul contrasto tra pieni o vuoti, leggerezza e pesantezza. Allora mi riallaccio alla domanda precedente e ti chiedo: c’è un’analogia tra lo spazio fisico e quello mentale, o intendi questi due mondi come separati?
No, non li ritengo mondi separati. Anche la mostra al Centro Pecci l’ho chiamata Luogo. Era una mostra composta da tre presenze in uno spazio unico. La prima era una grande scultura verticale, rotonda, in acciaio e vetro intitolata Rosone (186), che si presentava come un diaframma tra un interno e un esterno. Il rosone è posto solitamente sulle facciate degli edifici sacri, ricorda la forma del sole e può illuminare.
La seconda, una scultura intitolata Sceso da una cava sul monte dentro lo zaino (pensando a Carlo Scarpa che pensava a Costantin Brâncuși) (194), era costituita da una vasca rettangolare in alluminio poggiata a terra e riempita d’acqua. Sullo specchio d’acqua era posta una pietra. Osservandola lo sguardo si rivolgeva verso il basso. L’acqua è un elemento in cui mi muovo con difficoltà. In questa scultura l’acqua isola, crea distanza e pone l’attenzione sulla pietra che è un minuto frammento di monte, una presenza silenziosa.
La terza presenza consisteva in alcune sculture appese alla parete e allineate tra loro verticalmente. Qui lo sguardo si sollevava e si rivolgeva verso l’alto.
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L’arte di Fabrizio Prevedello sulle Alpi Apuane
Restiamo sulla geografia. Vivi e lavori alle pendici delle Alpi Apuane. Sono luoghi che hai scelto o in cui la vita ti ha portato?
Sono luoghi che ho scelto. Sono nato nell’ospedale di Camposampiero, vicino Padova. Recentemente ho scoperto che lì è morta Peggy Guggenheim. Lei è morta nel 1979, io sono nato nel 1972 (ma non so ancora dove morirò). In Versilia ci sono arrivato dopo aver frequentato l’Accademia di Carrara e dopo alcuni anni vissuti a Berlino. In quel periodo mi appassionava la scultura in marmo. A Berlino ho lavorato con e per artigiani e artisti. Sono arrivato in Versilia grazie a un caro amico, immaginando di trovare lavoro come assistente visto il gran numero di artisti tedeschi presenti allora nella zona. Mi interessava e mi interessa tuttora capire l’origine di un materiale così pregiato ed esportato in tutto il mondo quale il marmo. Quindi ho cominciato a frequentare le cave delle montagne apuane salendo fin lì a piedi.
E te ne sei innamorato…
Un giorno del 2010 sono salito fino a una cava dismessa da decenni portando con me un piccolo pezzo di marmo che avevo lavorato prima in studio. Lì sono rimasto alcuni giorni; con lo scalpello ho scavato nella parete di marmo fino a potervi inserire quel pezzo che avevo con me. Ho intitolato l’intervento Innesto. Da allora ne ho realizzati altri sei presenti sulle alpi apuane e venete.
Un titolo strano per una scultura, visto che la pietra non ha nulla di organico…
Anziché “intarsio”, termine tecnicamente più appropriato, uso la parola “innesto”, che evoca una pratica contadina, il mondo vegetale, qualcosa di vivo, che può crescere e svilupparsi. Queste azioni del salire e dello scolpire le ho realizzate da solo e le ho filmate. Si tratta di esplorare camminando (quindi procedendo lentamente) un territorio, tentare di conoscerlo. E camminare è pure una forma di meditazione.
La poetica dello scarto per Fabrizio Prevedello
La tua ricerca scultorea è contraddistinta da una commistione tra materiali industriali e marmo, che recuperi dalle montagne che hai intorno. Si tratta però quasi sempre di scarti di roccia, come se l’opera fosse il risultato di un processo di rifiuto e rinascita.
Mi sembra che si tenti maldestramente di stare al mondo. Il bambino cerca di orientarsi imitando ciò e chi ha attorno. La Versilia è marcata dalle cave, dal turismo e dal mare. Il mare è un limite, una fonte di luce riflessa e l’infinito che si presenta. La montagna tagliata, sezionata, segata in piani ortogonali diventa architettura. Alcuni ne sono affascinati, altri inorriditi. È un esempio singolare di convivenza tra natura e uomo. Quando uso il cemento invece penso a Pierluigi Nervi, a Tadao Ando, ma anche ai muratori che costruivano la casa dei miei genitori. Anch’io come questi (intendo i muratori) impastavo con sabbia e acqua, anche se i miei ponti e muri col tempo franavano.
Rispetto agli scarti e ai frammenti di marmo penso per esempio al loro impiego in opere magnifiche come i mosaici antichi. Gli insegnanti che maggiormente hanno indirizzato il mio percorso, entrambi scultori, avevano approcci opposti: uno suggeriva di togliere dal blocco, che fosse marmo, legno o creta; l’altro suggeriva di aggiungere, cera, creta o gesso. Entrambe sono modalità valide; a volte modello con frammenti di marmo.
Potresti fare a meno del paesaggio naturale che hai intorno? La tua ricerca sarebbe diversa se fossi lontano da questi luoghi?
Sì, potrei farne a meno. Cambiando contesto immagino che la mia scultura cambierebbe. A questo riguardo nel 2021 ho provato a lavorare con materiali che si possono trovare ovunque e che non sono identificativi di un territorio specifico. Da questo tentativo è nata Ritratto, una mostra personale in cui ho impiegato gesso e bambù, e in cui lo stesso spazio espositivo (una fabbrica dismessa) diventava parte integrante dell’opera.
Il mio studio si trova a valle, in una contenuta zona artigianale che spesso funge da deposito di grandi blocchi di marmo. La mia casa invece si trova in un paese sui monti; la strada per arrivarci attraversa i boschi e questo piccolo spostamento insieme al suo silenzio, creano una pausa, uno stacco che mi sembra mi faccia bene.
In uno dei suoi ultimi romanzi Ernest Hemingway dice di aver potuto scrivere su Parigi solo dopo averci vissuto molti anni. Ci vuole del tempo per cominciare a conoscere un luogo e sé stessi in relazione ad esso.
Alex Urso
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