A Venezia c’è una mostra che racconta memorie e metamorfosi di un’abitazione 

Una casa che smette di essere un immobile per farsi corpo vivo è lo scenario della mostra “Colombina Reloaded” che trasforma l’attesa di un cantiere in un’indagine sull’abitare. Così gli artisti selezionati mostrano che la memoria non è un archivio, ma un’evoluzione continua

A Venezia il tempo non si cancella; si deposita lentamente, infiltrandosi nelle crepe dell’intonaco come una presenza che attende di essere riattivata. In Calle Colombina, nel cuore di Cannaregio, esiste un appartamento che oggi vive un paradosso affascinante: non è più la dimora di ieri, ma non è ancora il cantiere che diventerà domani. È un’esitazione fatta di mattoni e luce, uno spazio sospeso dove prende corpo Colombina Reloaded – Metamorfosi Veneziana. Il progetto, curato da Lucia Longhi e promosso da The Art Society, trasforma questa abitazione privata in un dispositivo critico capace di interrogare l’identità stessa dell’abitare contemporaneo. 

Colombina Reloaded. Metamorfosi veneziana, installation view, Venezia, 2026. Courtesy The Art Society. Photo Massimiliano Tuveri
Colombina Reloaded. Metamorfosi veneziana, installation view, Venezia, 2026. Courtesy The Art Society. Photo Massimiliano Tuveri

Colombina protagonista a Venezia 

In questa soglia instabile, il nome della via sembra farsi destino: la Colombina del Carnevale incarna infatti quell’identità che si rivela proprio attraverso il travestimento. Qui, tuttavia, la maschera non serve a nascondere, bensì a esporre la vulnerabilità di uno spazio nudo, dove gli impianti a vista e le superfici segnate dalle vite precedenti diventano materia narrativa e campo d’azione. 

Il cantiere come palcoscenico della memoria a Venezia

Mentre il mercato immobiliare veneziano spesso svuota la città della sua anima per ridurla a locazione turistica, l’intervento di The Art Society sceglie una direzione ostinata e contraria, restituendo centralità alla dimensione domestica. Il progetto di ristrutturazione firmato da Luca De Bona non viene presentato come un gesto architettonico definitivo, ma come un dialogo aperto con la preesistenza. Moodboard, campioni di materiali e planimetrie sono esposti tra le stanze come tracce di un futuro in potenza: non si tratta di un semplice restyling, ma di un atto di ascolto profondo verso ciò che la casa è stata e ciò che accetta di diventare. 

L’intervento site-specific nella cucina dell’appartamento di via Colombina

All’interno di questo perimetro fragile, tre artisti sono stati chiamati a misurarsi con la transitorietà del luogo, intervenendo su una “pelle” muraria destinata a scomparire con l’inizio dei lavori. Nella cucina, luogo originario del rito e della trasformazione, la pittura di Stefania Serio (Conegliano, 1997) agisce come una sostanza vitale. Il suo colore non si limita a descrivere, ma pulsa e si addensa come materia organica, evocando residui domestici e presenze corporee quasi viscerali. Le sue tele sembrano respirare all’unisono con le pareti scrostate, trasformando il concetto di cibo in un collante sociale capace di riattivare la memoria di chi, tra quelle mura, ha condiviso colazioni e silenzi. 

Un’opera che rimuove il superfluo dalle pareti della casa 

Il contrasto si fa netto entrando nella zona dedicata alla sottrazione radicale di Matteo Attruia (Sacile, 1973). Incidendo direttamente sulla superficie nuda della stanza la formula “all I need is…”, l’artista compie un gesto chirurgico e spiazzante. È una ferita che interroga direttamente il visitatore: cosa resta di autentico quando togliamo il superfluo? L’opera, destinata a essere cancellata dal restauro imminente, insiste sulla propria precarietà, ricordandoci che l’abitare è spesso un passaggio effimero, una domanda che resta sospesa anche quando il muro torna a essere liscio e perfetto. 

Muoversi tra presenza e assenza in “Colombina Reloaded” 

Infine, la camera da letto diventa il territorio d’indagine di Kyle Meyer (Ohio, 1985), che lavora sulla sottile linea di confine tra apparizione e dissolvenza. Attraverso l’uso di tessuti tinti e fotografie velate, Meyer costruisce un ambiente in cui l’identità non è mai un dato acquisito, ma una relazione costante tra ciò che mostriamo e ciò che celiamo. La stanza smette di essere un semplice luogo di riposo per trasformarsi in uno scrigno di vulnerabilità, dove la casa custodisce, protegge e infine espone i sogni passati e le fantasie future. 

Per “Colombina Reloaded” abitare è una pratica di resistenza 

In definitiva, Colombina Reloaded non è solo una mostra, ma una forma di “pre-abitazione”. L’appartamento, sebbene destinato alla vendita, viene offerto all’esperienza estetica prima ancora che a quella economica, scardinando le logiche della fruizione tradizionale. In una Venezia che lotta quotidianamente per non perdere il proprio tessuto sociale, questo progetto dimostra che abitare un luogo significa, innanzitutto, accettare di mutare insieme a lui. Tra le calli di Cannaregio, questa casa resta lì, in attesa, testimoniando che la trasformazione non deve necessariamente coincidere con la cancellazione, ma può essere l’unico modo possibile per continuare, finalmente, a essere se stessi. 

Asia Miniutti  

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