Cosa si prova a essere un animale? Esperienze di bodystorming tra arte e social media 

Un trend su TikTok e Instagram diventa, ancora una volta, l’occasione buona per parlare di performatività, partecipazione e immersività anche nell’arte contemporanea

Nel 1974, il filosofo americano Thomas Nagel pubblica un breve saggio destinato a esercitare ampia influenza. Il testo, intitolato What Is It Like to Be a Bat?, pone una domanda affascinante: che cosa significa esperire il mondo per un altro essere vivente? Cosa si prova davvero a essere un pipistrello? La scelta dell’animale non è casuale: il pipistrello è dotato di un sistema sensoriale – l’ecolocalizzazione – di cui l’essere umano non dispone. “Il sonar del pipistrello, benché sia evidentemente una forma di percezione, non assomiglia nel modo di funzionare a nessuno dei nostri sensi”, scrive Nagel, “e non vi è alcun motivo per supporre che esso sia soggettivamente simile a qualcosa che possiamo sperimentare o immaginare”. Anche disponendo di tutte le conoscenze scientifiche del caso, sostiene, l’esperienza interiore dell’animale resterebbe per noi inaccessibile. A questa idea si lega anche il concetto di umwelt, introdotto all’inizio del Novecento dallo zoologo e filosofo Jakob von Uexküll: ogni specie abita una propria “bolla sensoriale”, definita dalle possibilità percettive del suo corpo. 

Diventare qualcos’altro, tra arte e sociologia 

Da allora, la riflessione di Nagel è diventata un riferimento imprescindibile in tutti i dibattiti sulla coscienza e sull’empatia, diffondendosi al di là dei confini disciplinari della filosofia. Non sono stati infatti soltanto accademici e teorici ad accogliere questa domanda, fiancheggiando, rivedendo oppure contestando la sua tesi; anche molti artisti hanno incorporato il quesito nella propria ricerca, cercando di spostare ed espandere la percezione umana. È il caso, ad esempio, delle opere sonore di Jana Winderen, che utilizzano registrazioni di ultrasuoni prodotti da pipistrelli, insetti e animali marini per immergere il pubblico in paesaggi acustici normalmente inaccessibili. Oppure dei lavori olfattivi di Sissel Tolaas, che costruiscono ambienti basati su tracce chimiche ben precise, in grado di attivare pensieri e ricordi del tutto nuovi. In questi casi – e in molti altri simili – l’arte non pretende di restituire l’esperienza animale in modo fedele, ma rende sensibile ciò che Nagel aveva formulato in termini filosofici: ci mostra l’esistenza di mondi percettivi radicalmente altri, che possiamo solo sfiorare. 

Arte contemporanea e immersività 

Negli ultimi due decenni, infine, tecnologie immersive come la realtà virtuale (VR) e la realtà mista (MR) sono diventate strumenti privilegiati per esplorare e abbattere, seppur parzialmente, questi limiti percettivi. Nell’installazione interattiva In the Eyes of the Animal (2016), ad esempio, il collettivo Marshmallow Laser Feast invitava lo spettatore a muoversi in una foresta adottando il punto di vista di diverse specie (rane, libellule, zanzare e gufi), traducendo dati scientifici in un’esperienza immersiva e coinvolgente. Più recentemente, il progetto EchoVision (2024) di Botao Amber Hu, Jiabao Li, Danlin Huang, Jianan Johanna Liu, Xiaobo Aaron Hu e Yilan Tao ha affrontato in modo esplicito la questione posta da Nagel cinquant’anni fa, utilizzando tecnologie di realtà mista per permettere agli utenti di sperimentare una forma di orientamento spaziale ispirata all’ecolocalizzazione dei pipistrelli. 

Un trend social per immedesimarsi negli animali 

Il saggio di Nagel, letto e studiato molti anni fa, mi è tornato in mente negli ultimi giorni del 2025 in un contesto inaspettato. Scrollando il feed di TikTok, infatti, mi sono imbattuta in un meme performativo che non avevo mai visto prima. Cercando la frase To See What It Feels Like, è possibile trovare centinaia di brevi video in cui giovani utenti mettono in scena l’esperienza immaginata di un animale: una scimmia nella foresta pluviale, un coniglio sotto la pioggia invernale inglese, uno scoiattolo nella tempesta, un orso polare su un ghiacciaio, un procione in un cassonetto. Lo fanno usando l’ambiente domestico – la doccia, la vasca, la neve che si posa in giardino – e si registrano in primi piani strettissimi mentre mangiano banane, sgranocchiano semi, brucano erba. Tramite queste micro-performance, l’empatia interspecie viene testata secondo modalità assurde e ironiche, trasformando l’esperimento mentale di Nagel in una catena di gesti performativi che rimbalza da utente a utente e risuona come un’eco all’interno della piattaforma. 

Il bodystorming nell’arte contemporanea 

Tutti questi esperimenti – dall’arte immersiva alle performance memetiche – possono essere visti come tentativi di bodystorming: una tecnica usata nel design per pensare e progettare attraverso il corpo, generando idee a partire dall’esperienza fisica. Se non possiamo sapere davvero com’è la vita interiore di un altro essere, possiamo però usare gli strumenti a nostra disposizione – il corpo e la tecnologia – per mettere in discussione la stabilità e la centralità del punto di vista umano. 

Valentina Tanni 

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Valentina Tanni

Valentina Tanni

Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova…

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