Com’è oggi essere un giovane artista a Milano? Risponde Marco Campana

Tra comunità e intimità del gesto pittorico, il giovane artista di Ravenna racconta come, tra formazione, stratificazioni visive e instabilità quotidiana, la labirintica atmosfera milanese gli abbia aperto gli occhi, portandolo a pensare in grande

Milano è un contesto in cui formazione e lavoro si toccano. I confini sfumano: si impara facendo, si lavora studiando; si produce mentre si cercano tempo, spazio e concentrazione. Quella del giovane artista è una condizione provvisoria, fatta di passaggi, tentativi e continui aggiustamenti. La città non resta sullo sfondo, ma orienta le scelte, accelera o inceppa i processi. Dentro questo spazio dinamico e instabile, oggi prendono forma le nuove pratiche artistiche. Quindi, sorge spontaneo chiedersi: com’è, oggi, essere un giovane artista a Milano? Risponde Marco Campana (Ravenna, 2002).

Insieme, adesso, sull'asse, Milano, 2024
Insieme, adesso, sull’asse, Milano, 2024

Intervista a Marco Campana

Cosa ti ha spinto, quattro anni fa, a trasferirti da Ravenna a Milano per intraprendere un percorso formativo in questa città?
Ho sempre saputo che a Milano avrei trovato persone interessanti in relazione al mio lavoro. Nel 2021, durante il mio primo anno di accademia, mi ritrovavo spesso nella biblioteca dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Leggo molto, e lì c’era una marea di riviste d’arte, dagli Anni Ottanta fino ai giorni nostri. I fascicoli di Flash Art, gli articoli di Laura Cherubini e di Giacinto Di Pietrantonio… Lucio Fontana, Vanessa Beecroft e altri artisti che per me erano punti di riferimento: tutto, in qualche modo, era accomunato da Milano. Prima della fine dell’anno avevo già trovato una stanza in città.

Com’è vivere qui?
Labirintico. Non trovo difficoltà nel vivere qui, ma quello che si dice di Milano è vero: le persone camminano più velocemente, la città ti spinge continuamente a correre da una parte all’altra. Io mi muovo tra casa, lavoro, studio, accademia, musei e gallerie, e spesso ho l’impressione di non vedere davvero ciò che mi circonda, come se tutto si riducesse allo spostamento. Non sento di aver messo radici qui, così come, allo stesso tempo, non mi sono mai sentito davvero radicato nella mia città natale.

Hai mai pensato di andartene?
Come quattro anni fa ho sentito l’esigenza di spostarmi, anche oggi sento il bisogno di andare momentaneamente altrove. Milano per me è stata una tappa necessaria. Tutto ciò con cui lavoro oggi, tele di grande formato, pigmenti, argento… a Ravenna non sarebbe stato reperibile con la stessa rapidità. La città mi ha permesso di pensare il mio lavoro più in grande, aprendomi gli occhi su tantissimi aspetti che oggi considero fondamentali per il lavoro di un artista. So che qui ho ancora molte cose da fare, però allo stesso tempo penso che certe città, a volte, ti chiamino.

Come è stato per te cercare uno studio a Milano?
In realtà ho trovato questo studio quasi per caso. Nel 2024, durante uno studio visit nello spazio di Luca Pancrazzi ed Elena El Asmar, ho conosciuto Massimo Pugliese, che in quel periodo era assistente di Luca e stava finendo gli studi a Brera. Chiacchierando gli ho chiesto se potevo vedere anche lo studio in cui lavorava lui e, caso ha voluto appunto che proprio in quel momento si fosse appena liberata una postazione. È stata una coincidenza fortunata. La ricerca, però, è durata quasi due anni. Non essendo di Milano, e considerando che la maggior parte degli studi qui sono condivisi, all’inizio è stato complicato perché non conoscevo nessuno che facesse già parte di queste realtà.

Il tuo studio si trova all’interno di un complesso molto grande, che ospita diversi studi condivisi abitati da artisti con pratiche differenti. Com’è per te lavorare in un ambiente così vivo?
Trovo che l’idea di unione per i giovani artisti sia molto importante in questa fase iniziale del lavoro. Condividere lo spazio oltre il fatto che non ci sono muri divisori nello studio, ci espone continuamente al lavoro degli altri, e questo confronto costante per me è molto stimolante. Questa struttura di tre piani, raccogliendo tanti studi diversi, accentua l’idea di comunità a cui facevo riferimento. Allo stesso tempo, però, il momento della pittura per me resta molto intimo. Quando lavoro cerco di concentrarmi esclusivamente sui processi in atto. Non tengo libri in studio, perché ho bisogno di uno spazio mentale libero. La mia ricerca è fatta di prove, errori e tentativi per capire fin dove posso spingere i medium che utilizzo.

Su cosa stai lavorando adesso?
In questo momento sto lavorando a un progetto su cui rifletto da circa due anni. Si tratta di una serie di dipinti di formato variabile, dal più piccolo al più grande. Ho fatto moltissime prove e, per ora, ho distrutto tutto quello che avevo prodotto. I dipinti hanno un fondo realizzato in foglia d’argento, sul quale aggiungo e poi rimuovo circa cinquanta o sessanta velature di colore, organizzate in campiture diverse per dimensione, colore e stratificazione. Lavoro molto con il colore acrilico e, mentre dipingo, sciolgo alcune delle velature appena aggiunte per rivelare gli strati sottostanti. Questo processo attraversa, in un certo senso, tutto il lavoro che ho fatto fino a oggi… in una prima fase il mio gesto era legato all’aggiungere, al dipingere; successivamente si è spostato sempre più verso la rimozione. Anche i miei lavori bianchi nascono da questa esigenza di svelamento.

Nella serie “I segreti dell’anima rimangono nascosti nelle pareti della mente” (2024 – in corso) le velature di gesso coprono una distesa di foglia d’argento, creando una superficie che nasconde e, allo stesso tempo, rivela. Quando strappi il gesso, lasci che la luce dell’argento affiori; questa luce non è mai fissa ma vibra, questo mi ha ricordato molto i mosaici bizantini…
Sì, questi lavori riflettono sul cambiamento continuo della percezione, non sono mai uguali, a seconda di come la luce li colpisce.
L’argento nei miei dipinti, come i fondi oro nei mosaici bizantini, annulla le dimensioni, non si percepisce come sottostante alla base di gesso, eppure crea una profondità precedente alla pittura stessa. Quando tratto i fondi in argento lavoro sottraendo; lo penso come un approccio che dialoga con la storia della pittura, come se, ancora prima di creare un’immagine sulla tela, ci fosse già qualcosa. Anche Leonardo, come tanti altri artisti, banalmente ricreava la base pittorica coprendo i dipinti precedenti…

Rispetto agli spazi espositivi, c’è qualche realtà milanese che ti piace in particolar modo?
Ultimamente sto seguendo molto il lavoro di Matta, Radar e della Fondazione Mudima. Il mio spazio ideale però è uno spazio capace di uscire dalla dimensione della galleria, che cerchi una relazione umana con l’artista. Bourriaud parla dell’artista come di un inventore di traiettorie più che di destinazioni, intendendo un’arte che non produce più opere dal significato fisso, ma percorsi, processi e relazioni che l’arte stessa genera e facilita. In un certo senso è proprio questo che vorrei trovare in uno spazio: un luogo che accompagni il lavoro e ne segua le traiettorie, più che limitarlo a un risultato finale.

C’è un episodio, un incontro o una situazione vissuta a Milano che senti abbia lasciato un segno, in positivo o in negativo, nel tuo percorso da artista?
L’incontro con Franco Marrocco. La prima volta che vidi i suoi lavori pensai che una persona capace di dipingere in quel modo avesse sicuramente qualcosa da dirmi, e così è stato.

Margherita Filippi

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