Sei anni fa ci fu la pandemia. L’arte ne è uscita migliore?
Quali strascichi ha lasciato il Covid nel mondo della cultura e nei suoi meccanismi di produzione? In che cosa ha cambiato il modo di lavorare ed essere di artisti, galleristi e curatori? Abbiamo perso delle occasioni o "ne siamo usciti migliori"? La risposta ad artisti ed operatori
Eva Frapiccini – artista
Non riesco a dare una definizione unica di come sia cambiata la società dopo il Covid. Non è sicuramente migliorata. Si può dire che ci sia stata un’accelerazione, come reazione alla pausa, che questa abbia provocato una grande paura. È stata persa l’occasione di cambiare perché non c’è stato il tempo per far crescere il cambiamento. Cerco di leggere i meccanismi produttivi in generale, ho l’impressione che sia cambiata soprattutto la fiducia verso la reale corrispondenza tra lavoro e reddito. Sfruttare spazi, case, oggetti, senza mai incontrarsi, la visione del telefono con le sue app come fonte di guadagno, arricchire multinazionali che non ripagano con tasse nei luoghi dove guadagnano, questi sono solo alcuni dei meccanismi che si sono normalizzati e moltiplicati. Sappiamo tutti che le aziende tecnologiche dominano le politiche dei governi, controllano la nostra privacy, e spostano ogni giorno i diritti e le soglie morali più in là, perché siamo nell’epoca della tecno-oligarchia. Ma non vogliamo o possiamo rinunciarci, perché rappresenta una fonte anche per il nostro piccolo business, qualunque esso sia: dipende dai social, dalle piattaforme, altrimenti saremmo tagliati fuori. Lo spazio dell’arte è talmente una nicchia nel panorama culturale ed economico che potrebbe distinguersi ed essere alternativo, scommettere sul rischio del fallimento…Ma fa troppa paura. Quindi chi può e ha voglia di “surfare” queste dinamiche gode della notorietà del momento. E poi?

Marcello Maloberti – artista
Io sono nato a Codogno, proprio dove sei anni fa è stato registrato il primo caso di Covid in Italia, e cresciuto a Casalpusterlengo. Il periodo della quarantena è stato un momento di vuoto, lo definirei quasi un trauma per la mente e per il corpo, che ha creato però anche dello spazio per il possibile. Da quel momento, nel mio lavoro e nella mia vita, ho sentito l’esigenza di un ritorno al sacro, allo spirituale, che la nostra società purtroppo ha perso. In generale mi sembra che non ne siamo usciti migliori, percepisco sempre molta rabbia, forse perché abbiamo vissuto per tanto tempo in uno stato di insicurezza e controllo, sotto una forma di potere, in quel momento necessario ma dal quale ci siamo sentiti privati della nostra libertà.

Francesco Ribuffo – gallerista
La pandemia ha inferto ferite profonde; a essa si sono aggiunte crisi ulteriori, simultanee: geopolitiche, simboliche, ecologiche. La loro pressione cumulativa ha finito per incrinare la stabilità del mondo. Ovunque il possibile si restringe, il futuro si chiude e converge verso un punto di collasso. In altre parole, la crisi è sistemica; l’immaginario non riesce più a concepire mondi possibili. Per la cultura la sfida è immensa: tenere aperti uno spazio che si disgrega e un tempo che collassa. Quanto a me, la pandemia ha stravolto per sempre il mio piccolo mondo. È stato un periodo insolitamente felice, trascorso attraversando, clandestinamente, la città e le campagne. Non ne ho tratto insegnamenti: posso soltanto condividere una sensazione, viva, primordiale; la vita che ritorna come una marea, mentre il mondo umano si ritira. Dire di esserne uscito migliore sarebbe una doppia bugia consolatoria. Occorre esercitare lucidità. Sapere di non sapere come uscirne è già un primo passo.

Tiziana e Isabella Pers – artiste
La pandemia ha connesso tutte e tutti noi in una frattura che, collettivamente, è stata presto rimossa senza essere stata prima davvero metabolizzata, curata e guarita.
Il sistema dell’arte non si è mostrato differente: le pratiche virtuali emerse nel lockdown hanno assunto ruolo di prassi, mentre viviamo la normalizzazione di procedimenti sempre più accelerati in contesti competitivi. In Italia, la fragilità del lavoro artistico è emersa con forza. Nel pieno dell’isolamento però ha preso vita un’importante esperienza di unione e consapevolezza dei nostri ruoli e diritti: l’Art Workers Italia ha messo in luce molte criticità e tracciato risposte. Ma, se alziamo lo sguardo dal sistema e torniamo all’arte, ci rendiamo conto di un dato più rilevante: avremmo dovuto rifondare gli immaginari, ripensare un’umanità più lieve, meno antropocentrica, scenari più interconnessi con gli altri viventi e gli ecosistemi, più compassionevoli. In questo senso, forse abbiamo mancato un appuntamento con la storia.

Marco Scotini – curatore
All’inizio di aprile del 2020 (poco più di un mese dopo la prima devastante ondata di Covid in Italia) rilasciavo – in un’intervista – la seguente frase. “Sì la macchina mi pare impazzita (anche quella dell’arte contemporanea) e integralmente funzionale al peggio che già ci aspetta dietro l’angolo: nell’immediato futuro pauperistico e neofeudale”. E in un’altra intervista degli stessi giorni rincaravo: “Quello che appare come un’evidente contraddizione di fatto non lo è. Quando smetteremo di vedere il capitale come agente di libertà, circolazione, innovazione e svincolato dall’idea di stato centralizzato e autoritario, sarà troppo tardi”. Che i Fascismi contemporanei fossero alle porte, mi è sembrato subito evidente e le previsioni non hanno tardato a rivelarsi vere. Per il carattere del nuovo feudalesimo in arte non c’è bisogno di mostrare l’esplosione delle fiere rispetto ad ogni altro evento artistico, basta contare la moltiplicazione dei feudi di potere veneziani che oggi aprono le proprie collezioni sul Canal Grande. Ma, visto che l’affermazione del potere si accompagna sempre alle lotte per detronizzarlo, gli ultimi anni hanno visto inedite mobilitazioni sociali su scala globale. Fine Covid, il mio progetto Disobedience Archive viene presentato alla Istanbul Biennale, poi alla Biennale di Venezia e ormai è diffuso ovunque.

Paola Capata – gallerista
Non so se sia corretto parlare di strascichi della pandemia da Covid-19 quando ci riferiamo al mondo della cultura e al suo stato attuale. Non so neppure dirti se la pandemia ha accelerato un percorso che era già iniziato molto tempo prima, se ho memoria esatta di alcune conversazioni avute quando ero a Londra, fuori della porta di una galleria che stava inaugurando. E non vado a Londra da parecchio. Quello che so dire è che viviamo in un momento di accelerazione centripeta, esasperazione e reiterazione di contenuti spesso privati dell’autenticità del loro significato, deficit di attenzione, conclusioni rapide ma spesso superficiali, culturalmente rivolti ad una uniformità di conoscenza a maglie larghe, con sempre meno specificità. Ci hanno detto – nelle pilloline che scrolliamo la sera sui social prima di addormentarci – che il sistema dell’arte sta cambiando e che sarà necessario operare una rivoluzione dall’interno. Per far questo ci sarebbe bisogno di un religioso momento di raccoglimento, ed invece il nostro cervello vive in uno stato febbrile costante. A sei anni dalla pandemia potrebbe essere di buon auspicio per l’anno venturo ritrovare il giusto silenzio per accogliere il cambiamento.
Francesco Urbano Ragazzi – curatori
Questi anni sono stati segnati da una grande confusione a livello sia politico che artistico. La mancanza di una direzione critica attraversa tutti i rami del sistema dell’arte in un movimento che oscilla tra la frenesia e la paralisi. Il duro insegnamento della pandemia è che le mostre possono essere cancellate, senza che questo rappresenti una grave perdita per nessuno. Forse anche per questo la ripresa e l’accelerazione post-pandemiche hanno coinciso con una crisi del mercato tradizionale. Perché in fondo ciò che rende le mostre rilevanti non è tanto esperire dal vivo le opere, quanto mettere in moto dispositivi critici in grado di propagarsi.
Abbiamo abbracciato questo principio più che mai durante la pandemia, sviluppando programmi online, pubblicando libri e curando una biennale tutta basata sulla costruzione di comunità nella distanza e nell’isolamento. E se ancora continuiamo a tenere fede a questo principio, oggi sentiamo crescere l’urgenza di sviluppare piattaforme di elaborazione critica che ci permettano di navigare, non da soli, in questa confusione.

Stefano Cagol – curatore
Il Covid-19 ha influenzato tutta la mia esperienza come Direttore Generale del Centro Pecci, iniziata nel gennaio del 2022. La canzone Marea (we’ve lost dancing) di Fred again e The Blessed Madonna è stata il mio mantra: un inno alla perdita del dance floor, del contatto con gli affetti e della carnalità. Insieme allo staff, abbiamo deciso di prenderci cura da subito di questo problema interrogandoci su come un centro d’arte contemporanea multidisciplinare potesse essere accanto alle sue comunità traumatizzate: con djset per tornare a ballare insieme e conoscere nuovi artisti; con il sostegno al nuovo programma di Visio-Schermo dell’Arte; con l’apertura di un’attività per i giovani con la ASL dipartimento salute mentale; con l’organizzazione della mostra su un’altra pandemia dimentica, la crisi HIV-AIDS tra il 1982 e il 1996. Il PNRR ci ha permesso di cambiare identità grafica e diventare più accessibili. Il Covid-19 ci ha lasciato una società più sola, impaurita e conservatrice, una seria minaccia alla salute mentale collettiva. Le istituzioni culturali devono essere un faro in questo momento di caos.

Santa Nastro
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