A Palermo c’è un’installazione che restituisce tempo, spazio e voce alle carcerate
L’opera dell’artista Stefania Galegati è il frutto di un laboratorio di sei mesi in cui un gruppo di donne recluse ha recuperato i propri ricordi per fondare delle nuove identità che travalichino i confini del carcere
Da qualche tempo l’esperienza dell’arte riflette gli aspetti liminali e periferici del nostro mondo. E le carceri, com’è noto, sono una delle periferie o isole di questo mondo. In esse la concezione ordinaria dello spazio-tempo subisce un mutamento di stato. In una stanza di un carcere, tempo e spazio sono sottoposti all’ordine del controllo totale. Assoggettare il tempo alla ritualità quotidiana del carcere implica un’angosciosa ricerca di un fuori. In questa cesura tra donne detenute (ma vale per ogni detenuto) e società si fa strada la prospettiva di un’alleanza dei corpi, che separati in celle sorvegliate chiamano in causa una elaborazione del lutto, cioè il verdetto della realtà che s’impone sulla forma. Se la forma dello spazio sociale è quella dell’incontro, quella di un penitenziario è l’annullamento di ogni relazione. Tuttavia, se esiste un “ordine del discorso” come osservava Foucault (il potere di esclusione della parola all’interno di un sistema dato), non è così per la memoria e il racconto. È da queste questioni che prende spunto l’installazione di Stefania Galegati (Ravenna, 1973) L’isola deserta e altre storie al Museo Regionale d’Arte Moderna di Palermo.
L’opera di Stefania Galegati a Palermo
L’installazione si divide in due momenti: un plastico di un’isola la cui superficie è popolata di una sequenza ininterrotta di scritte (pitture-scritture fatte dalle detenute) e un video nel quale scorrono immagini dove le recluse narrano le loro esperienze e impressioni, mentre elaborano con l’artista (voce narrante) manufatti di varia natura – creta, cucito, pittura. Ciò che lega i due momenti è la forma-racconto, o la forma-testimonianza. Ma anche (soprattutto) la forma-ferita. Stefania Galegati si è messa (involontariamente) nei panni di nuova Euriclea, che riconosce Ulisse dalla ferita sulla gamba. Se il dominio di Ulisse è la difesa della proprietà, che altri come lui vorrebbero sottrargli compresa la moglie reclusa nel suo palazzo e costretta a tessere nell’attesa del ritorno del suo uomo, la posta in gioco di Euriclea (spesso sottovalutata) è quello della memoria come ferita e rigenerazione. Euriclea incarna una femminilità soggetta per millenni agli oltraggi e alla subordinazione al maschio e inaugura una politica della memoria opposta a quella virile di Ulisse. Ogni cicatrice è il tessuto rimosso di condizioni di esclusione da una rete di relazioni, soprattutto affettive, come accade in un carcere.

Un grande laboratorio per realizzare l’opera di Stefania Galegati
L’Isola deserta di Galegati è, quindi, soprattutto un’operazione di spostamento della “confessione” da espiazione giuridica della colpa a quello della narrazione come territorio libero dal giudizio. Sottoponendo alle detenute la relazionalità, libera dal giudizio, si rinuncia alla proiezione. Davanti al racconto, e nel contesto informale della comunicazione, cioè della sua libertà, ci si può inserire liberamente e scoprire situazioni e condizioni soggettive, a cui non si era mai pensato. Un laboratorio durato sei mesi ha coinvolto le detenute attraverso oggetti, manufatti, racconti, letture. Tutto ciò che a prima vista sembrava “ufficiale” si è trasformato in un campo di forze affettive che sono confluite nell’installazione in una condizione di libertà dal giudizio: comunicazioni orali trascritte, prove di letture, lettere.
Il potere delle parole “parlanti”
Una di queste è singolare: a lato dell’intestazione formale a mano vi è la scritta “scarcerata”… Una parola che è segno di libertà ritrovata e che mette in luce nella sua innocenza comunicativa la distinzione tra parola parlata e parola parlante. La prima è istituzionale, convenzionale, disciplinata dal rapporto che il potere stabilisce, la seconda è la piega inattesa della parola, la sua deviazione dalle catene dettate dall’istituzione penitenziaria. Questa scritta a mano all’esterno della lettera è un’aggiunta alla comunicazione istituzionale che sta all’interno della busta. Questo supplemento fa parte di quelle parole “parlanti” dove la vita reclusa si apre ad una vita da reinventare – è il passaggio da “non-persone” (Alessandro Dal Lago e Hannah Arendt docet) a persone. La vita sottratta rinasce nel mezzo di letture, confessioni, produzione di manufatti… finché per un lasso di tempo ci si percepisce come soggettività. Da questo dettaglio si possono trarre altre esperienze analoghe, che non sono esclusivamente legate al mondo carcerario, ma anche artistico. Da Majakovskij, a Genet fino al celebre Urlo di Ginsberg, per citarne solo alcuni, questa differenza tra parola istituita e parola “parlante” (agìta e che agisce) è stata la linea divisoria di tutta una drammaturgia della comunicazione. E questa elementare dicitura, “scarcerata”, sottolinea nella sua semplice nudità, una rinascita del tempo individuale.

La possibilità di un’identità futura per chi ora è in carcere
Nei sei mesi di frequentazione delle detenute è emerso che l’identità inizia dalla liberazione della parola dalle sue costrizioni istituzionali, lontana dalle forme di identikit delle soggettività. Su queste differenze di relazioni non istituzionali Stefania Galegati ha alimentato la sua utopia di una comunità narrativa la cui libertà di espressione sfida le mura di un penitenziario. “Le sbarre vorrei che diventassero di cioccolatto”: ecco un altro esempio di parola parlante che richiama La nuvola in calzoni di Majakovskij, dove il desiderio di libertà è associato al desiderio di una materia accattivante, irresistibile, che però farebbe squagliare la separazione tra un dentro e un fuori. La parola parlata (cioè quella che accade nella relazione informale) in questo scenario è un io empirico, non astratto: vive, sogna, desidera e pensa dentro le pareti di un carcere. Non è un io grammaticale o estetico (l’artista), ma è fatto di interruzioni, perplessità, re-visitazioni, ripensamenti, accoglimenti, silenzi, tutte condizioni che esistono al limite di una qualsiasi concezione dell’arte contemporanea.
Stefania Galegati causa una fuga dalla parola
Davanti all’Isola deserta siamo davanti a un anacronismo, cioè davanti a vite separate. Quale “contemporaneità” conosce chi è reclusa? Questa parola si dissolve davanti ai drammi che segnano le vite “ordinarie”. Quest’isola deserta, alla fine, parla di qualcosa che non è conciliato col mondo. In essa vediamo racconti di scissioni ontologiche, sguardi di discrepanze sociali, storie di conflitti relazionali. Quali parole, quali immagini, quali condizioni per dirle, senza cadere nelle trappole dell’ovvietà? Spesso nel linguaggio della comunicazione quotidiana il senso d’una parola è determinato dal contesto nella quale è inserita. Ma cosa accade quando la parola è pronunciata nel perimetro di un carcere? È difficile dare una risposta a questa domanda. Stefania Galegati provoca una fuga della parola, segnata da aspirazioni, fallimenti, da fratture esistenziali. Ed è su questo aspetto della narrazione e dei suoi scenari che spazio e tempo delle detenute trovano una via d’uscita, un punto di convergenza, una relazione d’esistenza, che trasforma la linea di confine del penitenziario in una apertura del tempo della reclusione. Nella sua elementare nudità l’installazione mette davanti al fruitore una questione radicale: se voglio che la mia vita abbia un senso per me, occorre che abbia un senso anche per gli altri.
Marcello Faletra
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