Cos’è il turismo culturale? Risponde Franco Arminio il poeta e paesologo
Con il paesologo irpino avviamo la rubrica che indaga il tema del turismo culturale: quali e quanti valori può assumere? E perché è strategicamente importante per contrastare l’abbandono delle aree marginali da un lato, e, al contempo, l’overtourism?
Era il 1981, trascorso solo un anno dal terremoto che aveva spaccato l’Irpinia, quando Franco Arminio pubblicava i suoi Appunti su un paese in via d’estinzione. Non certo una dichiarazione di resa, quella del poeta, scrittore e paesologo che a Bisaccia, tra i paesi del cratere irpino più colpiti da quel sisma, è nato e vive.
Franco Arminio e la paesologia
La sua lotta contro lo spopolamento dell’Italia interna, ormai più che quarantennale, nasce dunque da una conoscenza reale del problema e da una sensibilità innata all’ascolto e alla relazione. Un approccio condensato in tanti suoi scritti e ribadito da una militanza attiva sui territori. Il suo Viaggio nel cratere (2003) fu seminale nell’introdurre la paesologia come una forma di attenzione e di benevolenza nei confronti dei piccoli paesi, espressa da Arminio con sguardo letterario e antropologico insieme. Sono seguiti altri saggi e poesie, sempre di grande successo, da Terracarne (“La paesologia non è altro che il passare del mio corpo nel paesaggio e il passare del paesaggio nel mio corpo. È una disciplina fondata sulla terra e sulla carne”) a La cura dello sguardo, riflessione post-pandemica sul futuro della vita comunitaria.
“I paesi per prima cosa bisogna guardarli, andare a trovarli con un moto di passione. Attraversarli e guardarli. Salvarli con gli occhi, prima di tutto”, raccontava Arminio intervistato da L’Internazionale nel 2020. Un moto che attiene alla curiosità di chi viaggia con la consapevolezza di poter trarre ricchezza da nuove scoperte e incontri.

Cos’è il turismo culturale? Risponde Franco Arminio
Ma a domanda diretta su cosa sia il turismo culturale, Arminio risponde con l’intelligenza di chi non ha verità in tasca da elargire. Ponendo, invece, le premesse, per riflettere insieme: “Non sono uno studioso della materia, non ho studiato come portare le persone nei paesi. Però mi è capitato di farlo per tutta la vita. E il festival La Luna e i Calanchi è l’espressione più concreta di quest’attività, che è un’azione politica”. Ad Aliano, sulla strada che conduce a Matera in un paesaggio lunare solcato da “precipizi di argilla bianca” – come scrisse Carlo Levi che qui scontò il suo confino – Arminio ha ideato il festival nel 2011: ogni anno, nel pieno di agosto, la festa si ripete, tra spettacoli, performance, danze, passeggiate tra i calanchi e visite ai musei locali. E l’iniziativa ha saputo restituire risultati inaspettati proprio perché concepita non come somma di singoli eventi, ma come rito collettivo e inclusivo. “E oggi, ad Aliano, è come se il festival fosse in atto tutto l’anno. Tutte le attività nate o rigenerate in questi anni sono rivolte alla cultura. Le persone arrivano per visitare Aliano. Nel 2026 proveremo anche a sperimentare qualcosa di nuovo: in tutti i paesi si fanno feste patronali, si spendono un sacco di soldi; noi uniremo la festa patronale di San Luigi, il prossimo 22 giugno, all’approccio paesologico, riunendo artisti, musicisti, poeti per un nuovo momento di condivisione”.
L’energia dei luoghi come fonte per il turismo culturale
La riflessione sul turismo culturale si incanala, in quest’ottica, sul binario di chi il movimento deve attivarlo: “Tutti i luoghi hanno energie paesaggistiche, artistiche e umane. E questa è la loro forza. Spesso, però, queste energie vengono isolate, languono, non trovano una strada per esprimersi. Ecco perché bisogna puntare sulle persone, aiutarle a realizzare i loro sogni. È una visione troppo spesso non compresa dalle amministrazioni, che si limitano a finanziare un progetto da 200mila euro per rifare una piazza, e poi non lavorano su un approccio più complesso alla valorizzazione dei luoghi”.
D’altro canto, però, quando quei luoghi (e le persone che li abitano) riescono a farsi scoprire, si pone il problema di trovare un nuovo equilibrio per mantenere l’autenticità locale: “La commistione di intimità e distanza è l’unica strada. Il territorio elabora delle idee, il centro deve vagliarle e costruire delle azioni culturali, anziché limitarsi a costruire un contenitore, spesso a sproposito. Io parlo spesso di allenatori, figure che mettano in forma le risorse locali, che spesso ci sono ma sono fuori forma. E del resto l’incontro produce relazioni, che saranno sempre l’elemento di autenticità di un luogo e di un’esperienza. Così, nei nostri paesi, bisogna far restare chi c’è, far tornare chi è andato via, ma anche attirare chi con quel paese non c’entra niente. Per rompere certe superstizioni, generare nuovi entusiasmi e attrarre competenze. Ma anche propiziare la lunga durata di un processo che deve essere in grado di sopravvivere: spesso ci troviamo di fronte a buoni inizi, che si spengono anzitempo”.
Un pensiero, però, è rivolto anche al “turista”: “Tendiamo a consumare esperienze, e sempre più spesso a misurarle secondo nuovi parametri, preferendo, per esempio, ciò che è più instagrammabile. Quasi ci vergognassimo di uscire fuori dai circuiti noti. C’è una miopia che ci porta a non essere curiosi. Dobbiamo riorientare lo sguardo. E insistere su questa strada, alimentandola con progetti e relazioni”.
Livia Montagnoli
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