Lo spazio pubblico come palcoscenico. Intervista all’architetto Francesco Garofalo 

Dal “rivoluzionario” Piano del Verde di Mantova ai progetti in progress a Genova e Tashkent, fino alle potenzialità dello spazio pubblico: conversazione a tutto campo con l’architetto paesaggista Francesco Garofalo, fondatore 15 anni fa dello studio Openfabric

Con un approccio metodologico che alle soluzioni rigide e standardizzate preferisce “la spontaneità, l’adattabilità e l’indeterminatezza”, lo studio di architettura del paesaggio e urbanistica Openfabric taglia nel 2026 il traguardo dei primi 15 anni di attività. Di base a Rotterdam, Milano e Genova, è stato fondato da Francesco Garofalo che ritroviamo nelle nostre colonne dopo il focus sulla Genova Green Strategy, del 2022. Il capoluogo ligure, il futuro di Mantova e di Tashkent, la percezione e le potenzialità dello spazio pubblico sono tra i temi di questa conversazione. 

Francesco Garofalo, Openfabric. Photo © Studio Campo
Francesco Garofalo, Openfabric. Photo © Studio Campo

Intervista a Francesco Garofalo, fondatore dello studio Openfabric  

A Genova, una delle basi operative di Openfabric, quatto anni fa avete messo a punto la Genova Green Strategy. Qualche novità?
La Genova Green Strategy è un lavoro propedeutico alla definizione del Piano del Verde della città. È stato fatto con il nostro coordinamento e in stretta collaborazione con i tecnici del Comune e con chi si occupa del governo del territorio e della sua manutenzione. Da allora c’è stato un cambio di amministrazione. Mi auguro che quella strategia venga fatta propria: sono convinto che sarà utile per la definizione delle future mosse.  

Nel frattempo, siete coinvolti nella rigenerazione urbana dell’ex area industriale Marconi, nel quartiere di Sestri Ponente. Ci racconti? 
La città ha il bisogno e l’urgenza di essere più attrattiva con gli studenti. Mi sembra interessante che la nuova amministrazione abbia da subito sottolineato un grande interesse verso il tema degli alloggi per gli studenti. Si tratta di un progetto molto importante: riguarda l’area del polo industriale fondato da Guglielmo Marconi, a ridosso di quello che sarà il Parco Scientifico Tecnologico Genova-Erzelli

Il piano prevede una piazza, oltre 3.800 mq di spazi pubblici, decine di alberature, spazi di coworking, uno studentato. 
Si vuole creare una nuova polarità urbana, da mettere in relazione con gli Erzelli e con l’aeroporto, per contribuire allo sviluppo del ponente genovese. Parallelamente si punta a un’ulteriore offerta di spazi pubblici per Sestri.  

Lo spazio pubblico come palcoscenico nella visione di Francesco Garofalo 

A proposito di spazio pubblico: come si conciliano le richieste della committenza pubblica, per esempio i termini di sicurezza e decoro, con l’aspetto peculiare del vostro approccio? Ovvero, quel “non progettare troppo” per non rinunciare all’improvvisazione.
È uno degli aspetti più critici e, allo stesso tempo, più ambiziosi del nostro lavoro. Oggi gli ambiti di sviluppo del progetto, specialmente per il settore pubblico, si giocano intorno i concetti che citavi: sicurezza e decoro. Decoro è un termine molto pericoloso, profondamente soggettivo, spesso politicamente strumentalizzato: il suo senso varia da amministrazione a amministrazione. Il rischio poi di deresponsabilizzare l’amministrazione in nome della sicurezza è molto ampio: se il risultato dell’intervento nello spazio pubblico è prendere arredi ludici da catalogo, non solo si riduce l’offerta, ma si va verso l’omologazione degli spazi aperti. Dal mio punto di vista l’importante è lavorare su spazi che offrano delle opportunità, senza dover per forza inquadrare e obbligare una forma di uso predefinita. Certamente bisogna fare in modo che i principi di sicurezza siano applicati. Ma dobbiamo anche stare lontano della standardizzazione. 

Come si traduce questa posizione nella vostra pratica? 
Innanzitutto proviamo a difendere lo spazio aperto in quanto tale, perché è sempre foriero di interpretazioni. Cerchiamo quindi di tenerlo il più libero possibile. Per spiegare questo approccio mi piace fare riferimento al teatro. Lo spazio pubblico lo concepisco come un palcoscenico: deve essere vuoto per poi poter essere occupato in maniera transitoria e libera. Poi lì si improvvisa. È un’analogia a cui attingo quando racconto i nostri progetti. 

E qual è la reazione dei committenti? 
Come paesaggisti, noi siamo sulla “linea del fronte dello spazio aperto”. Bisogna informare, dialogare, ragionare, sia con le amministrazioni che con la comunità, attorno a quello che considero come il grande progetto culturale dello spazio aperto. E anche su una più realistica percezione della sicurezza. 

Openfabric e il Piano del Verde di Mantova 

Nel 2018 Mantova ha accolto il primo Forum mondiale per la forestazione urbana. Lo scorso 21 novembre, nella Giornata Mondiale dell’Albero, il Comune ha presentato il Piano del Verde elaborato da Openfabric. 
Ospitando il World Forum on Urban Forests FAO 2018, Mantova si è collocata sulla mappa delle città globali in prima linea per cambiare lo status quo e per farlo in una maniera radicale. Profondamente radicali volevano essere le installazioni che avevamo realizzato, in quell’occasione, in giro per la città. Inclusa Fallen Forest, nel Chiostro di San Francesco, che era formata da tronchi caduti e raccontava l’emergenza climatica con un’analogia fisica con la Tempesta Vaia. Oggi il Piano del Verde è in continuità con i principi che hanno ispirato quella nostra collaborazione con Mantova, otto anni fa. Ma non è stato esattamente un passo in avanti: lo definire più… un salto! 

Cosa intendi? 
Con il Piano abbiamo creato un sistema pianificatorio che definisce delle linee guida, sia puntuali che distribuite sul territorio: è la nuova cornice urbana di Mantova, basata sul principio della città porosa; riguarda tutti i quartieri e i progetti futuri. Fondamentalmente è una visione che vuole rivoluzionare la lettura della città partendo dal suo paesaggio. Non percepisce Mantova come un organismo costruito, ma come un “sistema di paesaggio” che organizza il tessuto costruito. 

Mantova. Foto © Comune di Mantova
Mantova. Foto © Comune di Mantova

In concreto, com’è strutturato? 
Innanzitutto va ricordato che Mantova è una città meravigliosa nella pianura padana, ovvero ricade in una delle aree più inquinate a livello europeo, con maggiore stress termico e afflitta da vari fenomeni, come l’inquinamento luminoso. Mantova, insomma, è un caposaldo di una regione dove le emergenze sono tante: servono soluzioni specifiche, ma anche una grande visione strategica. Il Piano è, ovviamente, molto articolato: secondo me è una delle questioni più di impatto è il grande Parco Periurbano Sud

Di cosa si tratta? 
Di oltre 115 ettari di nuovo parco, nell’area meridionale di Mantova; di fatto ricostruisce l’antico paleoalveo dell’ex-Lago Paiolo. Lo immaginiamo come un corridoio ecologico e uno spazio pubblico diffuso. Mentre un tempo la città aveva una protezione di tipo militare, per il futuro si dota di una protezione per la biodiversità: una “cintura difensiva” dal cambiamento climatico. 

Il Piano del Verde ha un orizzonte applicativo lungo, a livello temporale, o agisce anche con risultati immeditati? 
È un progetto decennale e pluridecennale, ma la portata della sua visione cambia da subito lo sguardo verso la città, proprio perché diventa la “guida” per tutti i progetti nel Comune di Mantova. Per alcuni risultati servirà tempo, ma il suo effetto è già iniziato. Questa strategia intende assicurare un certo tipo di continuità su temi che sono trasversali e importanti per l’intera comunità, indipendente da indirizzi e priorità della politica. Senza scordare che dobbiamo operare ora per assicurare alle città un futuro che sia anche lontano.

STUDIOSPAZIO e Openfabric: il progetto dell’Amadei Garden Street a Mantova 

Rispetto a questa strategia, come si colloca il recente progetto dell’Amadei Garden Street, sempre a Mantova?  
È stato sviluppato insieme ai colleghi di STUDIOSPAZIO (studio di architettura fondato dai fratelli Eugenio e Samuele Squassabia nel 2014, attualmente di base a Mantova, n.d.R.), in parallelo al Piano del Verde. Abbiamo avuto l’opportunità abbastanza unica di mettere in atto concretamente alcuni dei principi su cui stavamo ragionando. Lo considero un “progetto molto tipologico”, con soluzioni che tante città possono adottare e replicare. 

Ovvero? 
Abbiamo lavorato su un’arteria di circa 850 metri nel quartiere Te Brunetti, a Mantova. È stata ridotta la carreggiata, da due corsie a una, ed è stata realizzata una pista ciclabile. Si rallenta il traffico, senza inserire dispositivi, e dallo spazio “guadagnato” è nato un corridoio ecologico. Si è inoltre voluto capitalizzare la ricchezza botanica dei giardini privati: quelli che si affacciano su Via Amadei sono particolarmente lussureggianti, con diverse specie esotiche. Abbiamo preso nota di tutte quelle presenti, per poi inserirle nello spazio pubblico, sfocando il tradizionale limite tra pubblico e privato/domestico. 

Mantova, vista del Lago Superiore. Foto © Comune di Mantova
Mantova, vista del Lago Superiore. Foto © Comune di Mantova

Cambiamento climatico, vulnerabilità dei territori e architettura del paesaggio nell’ottica di Francesco Garofalo 

Citavi la Tempesta Vaia. Il 2026 segna i 15 anni dalla nascita di Openfabric: un intervallo temporale in cui gli episodi estremi sono diventati più frequenti. Da progettista che si occupa di paesaggio, rilevi maggiore consapevolezza su questi temi? 
Leggevo un articolo recente: in termini di frane e dissesto idrogeologico l’Italia è il paese più a rischio in Europa. Come Openfabric abbiamo la fortuna di lavorare su scala internazionale, ma il nostro riferimento resta l’Italia e il suo territorio estremamente fragile. In questi 15 anni le politiche sono state molto più lente rispetto all’accelerazione registrata nel cambiamento climatico e agli eventi estremi. Dal punto di vista pianificatorio, oggi c’è una comprensione più aggiornata sul tema, ma si può fare di più. Soprattutto bisogna fare in modo che diventi una questione indipendente dall’orientamento politico di turno.  

Da parte loro, cosa possono fare i progettisti in concreto? 
Dobbiamo rimanere come baluardi nel portare avanti questa battaglia. Credo fortemente che il paesaggista sia la figura che deve riparare il territorio: implicitamente i progetti del paesaggio possono sempre fare qualcosa per mitigare gli effetti del cambiamento climatico e rafforzare territori. La Genova Green Strategy e il Piano del Verde di Mantova raccontano che il paesaggio può essere e deve diventare l’infrastruttura principale della città: è lì che si trova la soluzione. Bisogna sforzarsi di pensare al metabolismo urbano e alla pianificazione su scala regionale: questa è la scala dove il cambiamento può davvero essere ottenuto in maniera visibile. 

Disegnare lo spazio pubblico a Tashkent 

Chiudiamo con una destinazione in ascesa nel contesto globale, anche in ambito culturale: l’Uzbekistan. Cosa farete a Tashkent? 
Ci occupiamo di un progetto strategico nel centro della città, concentrato sugli spazi pubblici. Ha l’ambizione di avere un impatto importante in un contesto molto interessante, come quello uzbeco. Tashkent è una città particolarmente secca e particolarmente inquinata, il che pone una sfida stringente per noi progettisti. Si vuole creare un nuovo tessuto all’interno di un centro che viene sempre più scoperto e riscoperto, anche dagli italiani. Questa esperienza ci permette di misurarci con un’area fin qui un po’ dimenticata, l’Asia Centrale, ma che in realtà ha sempre giocato un ruolo cruciale, seppur in silenzio: prova ne è la Via della seta.  

E dunque, anche lì, siete in campo per lo spazio pubblico. 
Lavorare nello e per lo spazio pubblico per me vuol dire lavorare per le comunità lo abiteranno. E intendo tutte le comunità: vegetali, animali, quella umana. Mi concentro su come possa essere occupato dalle persone, su come mitigare alcuni estremi climatici e rispondere a necessità impellenti, senza dimenticare che deve anche essere uno spazio del desiderio, dell’espressione personale e per tutti i gruppi di età. Dicevo prima che il ruolo del paesaggista è quello di riparatore. È un aspetto fondamentale, ma non siamo esclusivamente riparatori. Il modus operandi del paesaggista deve essere profondamente sensibile a fragilità e ricchezza biologica del territorio. Ma nello stesso tempo non dobbiamo rinunciare alla volontà di proiettare possibilità nello spazio aperto delle nostre città. Dare forma a uno spazio del desiderio, appunto.

Valentina Silvestrini

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Valentina Silvestrini

Valentina Silvestrini

Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. È cocuratrice della newsletter "Artribune Render", dedicata alla rigenerazione urbana a base culturale. Ha studiato architettura all’Università La…

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