Umano come eccedenza. La lezione di Philip Dick nell’arte del presente 

L’opera d’arte che abbraccia l’umano non si riduce all’oggetto, al prodotto, alla merce né si esaurisce nella percezione immediata dello spettatore, così come non può essere spiegata o classificata

L’androide dickiano nasce come dispositivo per pensare e ripensare l’umano: l’androide non è dunque una proprietà dell’essere, ma una condizione del rapporto. Nasce sempre nello spazio tra, nello spazio della relazione. In questo modo, è ciò che entra in una relazione in cui l’interiorità viene attribuita senza poter essere verificata. Nella zona di ambiguità che si viene a creare, ad evocare questa interiorità basta di fatto il linguaggio, l’empatia può essere proiettata e la coscienza diventa una mera ipotesi narrativa

L’androide dickiano e l’arte 

Che cosa succede quando applichiamo questo stesso meccanismo agli esseri umani? E se lo applichiamo all’arte?  

Se l’interiorità è una relazione, infatti, essa non è accessibile, verificabile o misurabile; ogni giorno noi la riconosciamo e la attribuiamo in base al linguaggio, ai comportamenti, alle interazioni (in fondo, l’umano funziona proprio in quanto vive costantemente di queste attribuzioni non verificabili). Perciò, il punto non è e non è mai stato stabilire se l’androide finga oppure no: l’androide non è l’altro dall’umano, ma è piuttosto il punto in cui l’umano è costretto a guardarsi senza garanzie.  

Che cos’è l’umano secondo Philip Dick 

E quindi, che cos’è l’umano, fuori dalla retorica e dalla facile rassicurazione? Non è una capacità tecnica, non è l’intelligenza, non è il linguaggio, non è la coscienza (che non è misurabile). Per Philip Dick, per esempio, l’umano è l’empatia, la capacità di “com-patire”, di soffrire con l’altro, di provare ‘interesse disinteressato’ per l’altro con cui entro in relazione – ma abbiamo visto come anche l’empatia, in una certa misura, possa essere oggetto di proiezione e di simulazione.  

Allora, forse, l’umano è ciò che non coincide mai del tutto con se stesso. Ciò che non è mai del tutto contenuto in sé, nelle proprie scelte e nelle proprie azioni. L’androide, invece, sembra sempre coincidere perfettamente con ciò che fa. L’umano, invece, eccede sempre ciò che fa, e non è mai del tutto risolto. L’umano è ciò che esorbita, che esonda, che eccede. 

La nostra memoria coincide con l’errore, con la sostituzione, con l’incompletezza, con l’indefinizione; abitiamo e attraversiamo un tempo stratificato, sospeso, non lineare, mentre l’androide vive solo e soltanto in un presente funzionale. L’umano è ciò che non risponde sempre nel modo più efficiente in assoluto, ciò che si perde nelle digressioni e nei dubbi e nelle domande e nelle deviazioni. L’umano è l’inefficiente. 

Il tempo e l’inefficienza dell’essere umano 

L’umano è ciò che eccede sempre ciò che fa è ciò che è. L’umano è l’eccedenza.  

L’arte è questa eccedenza: essa, infatti, non si riduce all’oggetto, al prodotto, alla merce (l’“opera” non è del tutto l’opera che vediamo), né si esaurisce nella percezione immediata dello spettatore, così come non può essere spiegata o classificata. L’opera possiede il proprio senso, i suoi molteplici significati, che non sono ovviamente né quelli attribuiti dall’artista/autore né quelli del pubblico.  

Perché, esattamente come l’umano, l’arte non coincide mai del tutto con se stessa

L’arte-che-eccede abita più tempi (PASSATO-PRESENTE-FUTURO) contemporaneamente, e dunque crea uno spazio di sospensione. E l’arte che non eccede, che cos’è precisamente? Seguendo questa logica, potremmo definirla “arte androide”: a quel punto – se teniamo presente che la definizione dickiana di androide prevede l’apparire come se fosse cosciente, l’agire come se avesse interiorità pur in assenza di una reale e diretta esperienza – ci potremmo accorgere che sotto questa definizione ricade in realtà la maggior parte dell’arte prodotta oggi. 

L’arte contemporanea e la likeability 

Alcune forme di arte contemporanea – le più diffuse e le più likeable, va detto – riescono infatti a comunicare in maniera molto efficace senza riferirsi minimamente ad un vissuto autentico, così come a uno sguardo un pochino attento non abitano concretamente tempo e memoria. Molte opere cioè si rivelano abbastanza facilmente come simulazioni.  

Inoltre, la nostalgia (postmoderna) che ha caratterizzato l’ultimo cinquantennio è al centro di questo processo, attraverso il riciclo continuo e ossessivo di immagini, estetiche, stili; il pubblico è stato dunque educato, nell’arco di decenni, a reagire a stimoli già codificati (: il già-noto). La cultura si è dunque costituita e conservata come museo di ripetizioni e come archivio di simulazioni.  

Memoria e storia nell’arte del presente 

In quest’ottica, memoria storia e futuro diventano elementi decorativi, semplici superfici consumabili, all’interno di un sistema di reazioni a stimoli programmati, in cui l’arte è puro intrattenimento e schermo di aspettative. Tutte le opere e le ricezioni di queste opere sono infatti prevedibili, codificabili, replicabili: questa è l’arte androide, l’Impero della Simulazione – la cui condanna è la predeterminazione, la predestinazione. 

L’acronia – opportunamente articolata e praticata – può forse rappresentare una possibile via d’uscita, e una soluzione per preservare invece l’arte-che-eccede, l’arte come eccedenza.  

Christian Caliandro 

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Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

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