Presente e futuro della Scuola Nazionale del Patrimonio secondo il Commissario Onofrio Cutaia
Dal 2024 a oggi Cutaia ha assunto l’incarico di Commissario della Scuola nata in seno alla Fondazione Scuole dei Beni Culturali. Il 2026 lo vedrà Assessore alla Cultura della Regione Campania. Nel frattempo, fa il punto delle sfide e dello stato di salute dell’ente di formazione romano…
Mentre si prepara ad assumere l’incarico di Assessore alla Cultura della Regione Campania, grazie all’incarico conferitogli pochi giorni fa dal neogovernatore Roberto Fico, Onofrio “Ninni” Cutaia fa il punto con Artribune sullo stato di salute e le sfide da affrontare per la Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali di cui è commissario dal 2024, su nomina del Ministro Alessandro Giuli. Uomo di istituzioni, Cutaia è stato nel 2021
Direttore Generale Creatività Contemporanea dell’allora Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, incaricato da Dario Franceschini. Catanese, classe 1959, Cutaia è successivamente Commissario straordinario del Maggio Musicale Fiorentino (da marzo 2023) su mandato di Gennaro Sangiuliano. Il resto è storia recente.
La Scuola del patrimonio
Nata con l’obiettivo di “valorizzare e promuovere le competenze dei professionisti impegnati nella cura e gestione del patrimonio e delle attività culturali” in seno al primo Ministero Franceschini, la Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali è stata presieduta dal 2020 al 2024 dal giornalista e critico Vincenzo Trione. Con Cutaia raccontiamo l’ultimo anno della Scuola, ma anche il complesso rapporto tra formazione e mondo del lavoro e il futuro di questo importante ente di formazione.
Intervista a Onofrio Cutaia
Lei è stato nominato Commissario Straordinario della Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali dal Ministro Giuli. Qual è la sua visione per questo incarico e come sta interpretando il suo ruolo?
In questo caso il termine commissariamento va interpretato in maniera non convenzionale. Non sono arrivato per risolvere problemi o criticità: la Scuola è una realtà ben solida, che funziona bene. La mia nomina si è inserita in una fase di revisione dello Statuto della Fondazione Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali. Con questa premessa, il mio approccio è molto concreto: valorizzare ciò che già funziona, le competenze e le eccellenze presenti, e mettere la Scuola nelle condizioni di continuare a essere un punto di riferimento per la formazione dei professionisti del patrimonio culturale.
Quali sono le principali sfide che la Scuola deve affrontare oggi? Ci sono ostacoli strutturali o di contesto che rendono più complesso il lavoro?
Il Decreto Cultura ha attribuito alla Scuola un ruolo centrale nella formazione del personale del Ministero della Cultura: l’articolo 8 ci ha affidato il coordinamento dei corsi erogati dal Ministero, una responsabilità importante che richiede capacità organizzativa e un forte lavoro di raccordo tra uffici e livelli istituzionali diversi. A questo si è aggiunta la Direttiva “Valorizzazione delle persone e produzione di valore pubblico attraverso la formazione. Principi, obiettivi e strumenti” emanata lo scorso 14 gennaio 2025 dal Ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo, che ha introdotto l’obbligo di 40 ore annue di formazione per i dipendenti pubblici e ha già avuto un impatto molto concreto sul lavoro della Scuola: negli ultimi mesi del 2025 abbiamo registrato una crescita significativa della domanda di percorsi formativi di qualità.
Come rispondere a questa esigenza?
Continuando a innovare l’offerta, rendendo i contenuti sempre più flessibili e accessibili, senza però rinunciare alla profondità e all’efficacia dell’impatto sulle competenze dei professionisti.
Le sfide che deve affrontare la Scuola sono quindi sfide di responsabilità e innovazione: valorizzare il ruolo strategico assegnato dal Ministero e, allo stesso tempo, rispondere a una domanda formativa sempre più articolata, costruendo percorsi efficaci, multidisciplinari e capaci di produrre effetti duraturi sul sistema culturale nazionale.
La Scuola ha la missione di formare i professionisti del patrimonio culturale. Come si sta evolvendo questa missione nel contesto attuale?
Siamo in un contesto che cambia molto rapidamente, in cui le grandi sfide globali – dal cambiamento climatico ai conflitti – incidono direttamente sul lavoro quotidiano dei professionisti del patrimonio. A questo si aggiunge una trasformazione tecnologica continua, che richiede capacità di adattamento sempre più rapide. Anche la gestione dei finanziamenti del PNRR ha reso evidente quanto siano oggi indispensabili competenze gestionali e finanziarie avanzate, oltre a quelle più tradizionali.
In questi anni la Scuola ha lavorato proprio in questa direzione e ha formato professionisti capaci di affrontare il cambiamento. La domanda di competenze trasversali e multidisciplinari è alta, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti.
In che modo?
Da un lato affianchiamo il Ministero della Cultura nel suo processo di rinnovamento, che passa anche dall’ampliamento e dalla qualificazione del personale. La visione strategica della dirigenza, la trasmissione dei saperi tra generazioni, l’aggiornamento continuo delle competenze di chi opera ogni giorno nelle istituzioni culturali sono elementi centrali nella progettazione della nostra offerta formativa, anche in attuazione della Direttiva “Valorizzazione delle persone e produzione di valore pubblico attraverso la formazione. Principi, obiettivi e strumenti”. Dall’altro lato, continuiamo a lavorare in modo esteso anche con professionisti di altre amministrazioni e del settore privato, attraverso attività formative in presenza e a distanza. Ci occupiamo sia di temi trasversali – come accessibilità, mediazione culturale e dimensione digitale – sia di ambiti più specifici, dalla cura dei parchi e dei giardini storici all’architettura contemporanea.
Il riconoscimento delle professioni del patrimonio culturale è un tema annoso in Italia. Quali difficoltà state incontrando su questo fronte?
Il riconoscimento delle professioni del patrimonio culturale è un tema complesso, perché intreccia visioni culturali, scelte politiche e dinamiche del mercato del lavoro. Negli ultimi anni la Scuola ha lavorato su questo fronte attraverso il progetto europeo CHARTER, un partenariato che ha coinvolto università, enti di formazione, associazioni professionali, amministrazioni pubbliche e rappresentanti del mondo del lavoro, con l’obiettivo di analizzare il rapporto tra profili professionali, offerta formativa e occupazione nel settore.
Da questo lavoro è emerso un quadro chiaro: il sistema è molto articolato e l’offerta formativa fatica ad adattarsi con sufficiente rapidità ai cambiamenti in corso. In tutti i settori è alta la domanda di competenze trasversali e multidisciplinari.
Ci spieghi meglio…
Accanto alle competenze tecniche, sono sempre più centrali quelle manageriali, imprenditoriali e comunicative, anche in relazione ai temi dell’inclusività e del rapporto con le comunità. Resta inoltre forte il bisogno di competenze digitali, riconosciute come essenziali ma non ancora pienamente integrate nella pratica quotidiana.
Permane infine un disallineamento tra istruzione e mondo del lavoro, che rende necessaria una formazione continua, spesso sul luogo di lavoro. Infine, c’è un tema di dati. Le statistiche e i sistemi internazionali di classificazione delle professioni restituiscono solo in parte la complessità del settore del patrimonio culturale, che è anche un settore economico rilevante. Serve quindi una maggiore disponibilità di dati aggiornati e affidabili anche per costruire politiche efficaci di riconoscimento e valorizzazione delle professioni.
La Scuola è impegnata anche sul fronte della formazione digitale. Come si integra questa attività nella strategia complessiva?
Il Piano Nazionale per la Digitalizzazione del patrimonio culturale, il segmento del PNRR Cultura 4.0 affidato alla Digital Library del Ministero della Cultura, ha avuto un grande merito: riportare al centro della trasformazione digitale due elementi spesso sottovalutati, le persone e la formazione. Non solo i dati e le tecnologie, ma chi quei dati li usa, li interpreta e li rende accessibili. In questo quadro si inserisce il lavoro della Scuola, che con Dicolab. Cultura al digitale ha raccolto la sfida di accompagnare il Piano nazionale lavorando sulle competenze digitali dei professionisti, degli operatori e delle organizzazioni del settore culturale.
Entriamo maggiormente nel merito…
L’offerta formativa di Dicolab è modulare perché integra azioni in presenza e a distanza, è aperta ed è certificata. Un modello capace di rispondere a bisogni diversi: da un lato chi già lavora nelle istituzioni culturali e ha bisogno di aggiornare e rafforzare la propria pratica quotidiana; dall’altro chi si affaccia ora sul mercato del lavoro e deve integrare la formazione di base con competenze più puntuali e aderenti alle sfide attuali. Con oltre 500 corsi in presenza e online, la Scuola ha rilasciato oltre 100.000 open badge, uno standard utilizzato a livello europeo che attesta le competenze acquisite, a fronte di un traguardo europeo di 30.000 certificazioni entro dicembre 2025.
In questo senso, la formazione digitale non è un ambito separato, ma una componente strutturale della strategia complessiva della Scuola per rafforzare la capacità del sistema culturale di affrontare la trasformazione in corso in modo consapevole e sostenibile.
“Cantiere Città” accompagna le città finaliste al titolo di Capitale italiana della cultura in un percorso di consolidamento delle capacità progettuali. A Pordenone avete incontrato le 10 finaliste del concorso 2027. Quali risultati sta producendo questo programma?
Cantiere Città nasce da un’idea semplice: non disperdere il lavoro fatto dalle città che arrivano in finale per il titolo di Capitale italiana della cultura. Parliamo di dossier complessi, di energie mobilitate, di grandi aspettative da parte delle comunità locali. Il Ministero della Cultura e la Scuola hanno voluto valorizzare tutto questo, lavorando per un anno con le dieci finaliste. C’è un percorso comune, dedicato a momenti laboratoriali di apprendimento e alla costruzione di relazioni fra le città stesse, e c’è un percorso più mirato, città per città, in cui il personale della Scuola e un gruppo di esperti affiancano le amministrazioni per realizzare almeno uno dei progetti del dossier.
Con quali risultati?
La candidatura non finisce con una sconfitta. Cantiere Città aiuta a consolidare i rapporti tra amministrazioni, privati, terzo settore e cittadini, a riattivare un dialogo che spesso si era interrotto dopo la proclamazione di un’altra città vincitrice e a immaginare nuove strade per raggiungere obiettivi condivisi.
Allo stesso tempo, si è creata una vera e propria comunità di pratica tra città che hanno messo la cultura al centro delle proprie strategie di sviluppo. Questo network continua a vivere, a scambiarsi esperienze e a generare progetti anche oltre la durata del programma.
Infine, per il Ministero e per la Scuola, Cantiere Città è uno straordinario osservatorio, che permette di capire come le politiche culturali prendono forma a livello locale, di leggere criticità e opportunità e di raccogliere il punto di vista di amministratori pubblici, tecnici, operatori e gestori culturali.
Cantiere Città tocca un tema cruciale: evitare che le risorse progettuali delle città finaliste vadano disperse. Quali prospettive vedete per l’evoluzione di questo modello?
Cantiere Città funziona perché parte dall’ascolto. I workshop comuni non sono pensati in astratto, ma costruiti sui bisogni reali delle amministrazioni: sui temi su cui sentono di dover aggiornare competenze e strumenti. La formazione avviene sempre in un contesto informale, che facilita il confronto tra le città, lo scambio di esperienze e il lavoro su casi concreti.
Detto questo, il cuore del modello è soprattutto un altro: l’affiancamento diretto ai Comuni nella realizzazione di un progetto. È lì che avviene l’apprendimento più efficace. La Scuola fa da cerniera tra le amministrazioni e un gruppo di esperti che arrivano dal mondo accademico, dalla consulenza o dall’impresa, e insieme si lavora allo sviluppo di un’iniziativa reale. In questo modo metodi e strumenti circolano dentro i gruppi di lavoro mentre si fa, secondo un approccio molto concreto di learning by doing. È un approccio che la Scuola ha già applicato con successo anche in altri programmi – penso, ad esempio, al lavoro con i vincitori del Bando Borghi del Ministero della Cultura o al progetto per gli enti culturali che hanno intrapreso iniziative di trasformazione digitale – e che si è dimostrato efficace soprattutto nel coinvolgere persone che difficilmente avrebbero partecipato a percorsi formativi tradizionali, al di fuori di quelli obbligatori.
Avete lanciato anche un progetto legato ai giovani. Può raccontarci di cosa si tratta e quali sono le aspettative?
Negli anni le città che partecipano a Cantiere Città hanno iniziato a mettersi davvero in rete, andando oltre il singolo percorso. Da qui è nata l’idea di sperimentare progetti comuni.
Nella scorsa edizione, nel 2024, questo si è tradotto nella Junior Edition di Cantiere Città. Ragazze e ragazzi di ogni città hanno progettato un programma culturale di un weekend e hanno invitato i loro coetanei delle altre finaliste. Per dieci weekend, giovani tra i 18 e i 23 anni sono stati non solo partecipanti, ma protagonisti e progettisti della vita cultura delle città. Il bisogno da cui siamo partiti era molto chiaro, dichiarato proprio dalle amministrazioni: creare le condizioni perché i più giovani non siano soltanto fruitori della vita culturale, ma possano avere un ruolo attivo, riconosciuto, nella progettazione culturale dei territori.
E nel 2025?
Il progetto comune si è spostato sulle associazioni culturali, con un percorso pensato per aiutarle a mettere a fuoco la propria missione e a lavorare sulla sostenibilità delle loro attività. In questo modo i benefici di Cantiere Città non riguardano solo il personale delle Amministrazioni ma anche quei soggetti che sono partner fondamentali nell’animazione culturale delle città. A chiusura del percorso, durante l’appuntamento a Pordenone dello scorso dicembre, è emersa anche un’idea interessante: le città hanno chiesto alla Capitale 2027 di poter essere, a loro volta, “Capitali per un giorno” entrando nel programma di iniziative di Pordenone.
La dimensione europea dei vostri progetti suggerisce un’ambizione di sistema. Come vedete il posizionamento dell’Italia in questo contesto?
La dimensione europea e internazionale dei nostri progetti nasce da una visione di sistema. Far confrontare i nostri professionisti con colleghi di altri Paesi significa non solo scambiare competenze avanzate e buone pratiche, ma anche rafforzare le reti professionali internazionali, con ricadute concrete nelle istituzioni italiane: quello che si impara all’estero torna a essere applicato sul territorio.
In questi anni la Scuola ha sviluppato programmi di confronto e scambio con Grecia e Francia su musealizzazione, gestione sostenibile dei depositi e valorizzazione dei siti archeologici; con i Paesi Bassi sulla digitalizzazione del patrimonio; e con Finlandia e Portogallo su accessibilità e progettazione inclusiva. Dal 2020 lavoriamo anche con l’Africa, creando occasioni di formazione comune tra professionisti italiani e africani su industrie culturali e creative, processi di candidatura UNESCO, gestione e valorizzazione dei siti patrimoniali. Con le tre edizioni già realizzate dell’International School of Cultural Heritage – e una quarta in programma nel 2026 – abbiamo accolto in Italia professionisti provenienti da Africa e Medio Oriente, per condividere metodologie e strategie di gestione del patrimonio culturale.
Sono tutte iniziative che confermano il ruolo dell’Italia come interlocutore credibile e innovativo, capace di combinare eccellenza scientifica, innovazione formativa e apertura al dialogo internazionale.
Guardando alla sua lunga esperienza nelle istituzioni culturali italiane, cosa la rende più ottimista per il futuro del settore? E cosa pessimista?
L’esperienza alla Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali mi ha restituito con chiarezza quanto il settore riconosca la centralità della formazione. C’è una domanda crescente di aggiornamento e di occasioni di confronto tra professionisti: è un segnale molto incoraggiante. Significa che il settore è consapevole delle trasformazioni in atto e sente l’esigenza di investire sulle persone e sulla qualità del lavoro. Da qui nasce il mio ottimismo: un sistema che crede nelle competenze è un sistema che guarda al futuro. Quanto al pessimismo, chi lavora nella cultura sa che le difficoltà fanno parte del mestiere, ma sa anche che ogni fase complessa apre nuove possibilità. E oggi, più che mai, vedo un settore vivo, che si interroga e costruisce.
Come immagina la Scuola tra cinque anni? Quali traguardi vorrebbe raggiungere durante il suo mandato?
I traguardi sono molto chiari e discendono direttamente dall’incarico che il Ministero della Cultura mi ha affidato. Il primo è la revisione dello Statuto della Scuola, per rafforzarne la governance. Il secondo riguarda l’individuazione di una nuova sede. Non si tratta solo di cambiare edificio: l’obiettivo è creare un luogo vivo, uno spazio di incontro, sperimentazione e dialogo tra professionisti, dove la formazione diventa un’esperienza condivisa. E, poi, c’è l’impegno a valorizzare e ampliare le eccellenze della Scuola, rafforzando il legame tra formazione e ricerca, per continuare ad accompagnare il sistema culturale italiano nelle trasformazioni in corso con competenza, visione e senso di responsabilità.
Massimiliano Tonelli
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