In un hotel di New York si riscopre una grande opera di Keith Haring
La catena di hotel Faena sbarca da Miami direttamente nella Grande Mela e ha dedicato una grande parete a uno dei padri della street art. A 35 anni dalla sua morte, Keith Haring è di nuovo protagonista a New York grazie a un’opera rimasta per anni in collezione privata
Se per alcuni artisti, anche a secoli dalla loro morte, esiste ancora la speranza che possa riaffiorare un’opera inedita — nascosta in una cantina o appesa in una dimora privata senza essere mai stata riconosciuta — per molti protagonisti del Novecento questa possibilità è assai più remota. Nel secolo scorso, infatti, l’arte è tornata in varie parti del mondo a vivere sulle pareti più che sulle tele: per ragioni etiche e politiche nel caso dei muralisti messicani — Rivera, Orozco, Siqueiros — che trasformarono i muri in manifesti sociali, strumenti di educazione e memoria collettiva; per spirito di ribellione, invece, nel caso degli americani, con i grandi protagonisti del graffitismo newyorkese, tra tutti Keith Haring (Reading, Pennsylvania, 1958 – New York, 1990) e Jean-Michel Basquiat (New York, 1960 – 1988). E anche se entrambi approdarono poi alla tela, il fascino e l’unicità delle loro opere murarie restano tutt’oggi la loro firma più autentica e l’aspetto di maggior fascino nella memoria collettiva. Sembra dunque ai limiti dell’impossibile pensare che in un hotel di nuova apertura, emerso nel giro di qualche anno dalle fondamenta fino alle due torri parallele (con un progetto firmato dal danese Bjarke Ingels Group) possa esserci una parete intera affrescata Keith Haring, scomparso ormai 35 anni fa. Eppure, le volte anche l’arte muraria può sorprenderci, con la complicità di qualche stratagemma ed un po’ di fortuna.
Il nuovo Faena Hotel a New York
Per scoprirla bisogna varcare la soglia del nuovo Faena, inaugurato da un paio di mesi nel cuore del West Chelsea, con le finestre che guardano direttamente sopra la High Line. È il nuovo progetto dell’imprenditore sudamericano Alan Faena, la cui vita pare uscita da un romanzo: imprenditore, collezionista e sviluppatore argentino, nato a Buenos Aires nel 1963, ha iniziato la carriera nel mondo della moda con il marchio “Via Vai”, per poi reinventarsi come promotore immobiliare e visionario culturale. Il suo progetto più celebre è il Faena District di Buenos Aires, un complesso che include hotel, residenze, spazi artistici e il Faena Art Center, nato grazie al recupero di un ex magazzino portuale. Successivamente ha portato lo stesso modello a Miami Beach, dove il Faena Hotel e il Faena Forum (disegnati da Rem Koolhaas e OMA) sono diventati tra i simboli della rinascita artistica e architettonica di quella zona. E dopo Buenos Aires e Miami Beach, l’universo Faena è arrivato a Manhattan con la stessa ambizione: fare dell’hotel un organismo culturale vivo.
1 / 5
2 / 5
3 / 5
4 / 5
5 / 5
Gli interventi artistici al Faena Hotel di New York
Che l’hotel non sia incentrato su un’idea classica WASP (White Anglo-Saxon Protestant) lo si percepisce fin dall’ingresso. Chiamato The Cathedral, è un ambiente monumentale con le pareti interamente coperte da un murale site-specific dell’artista argentino Diego Gravinese, intitolato The Sefirotic Journey. L’opera si estende sulle altezze imponenti dello spazio, creando un’atmosfera teatrale che introduce al carattere visionario dell’hotel — un luogo concepito come una “tela vivente” in cui arte, design e ospitalità si fondono in un’unica esperienza. Da qui ci si può perdere tra i suoi corridoi dorati e le sale rosso velluto del piano terra, oppure salire la scala a chiocciola dorata in direzione del cocktail bar The Living Room, e trovarsi davanti all’ultimo segreto rivelato di Haring.
1 / 4
2 / 4
3 / 4
4 / 4
Il “Montreux Jazz Festival” di Keith Haring
La lunga parete del corridoio antistante al cocktail bar è intitolata Montreux Jazz Festival ed è un lavoro realizzato nel 1983 da Haring, rimasto per anni in collezione privata, e ora esposto per la prima volta in pubblico. Com’è possibile? Il titolo del quadro ci dà un indizio. Questa lunga parete, infatti, nonostante sia stata realizzata con le stesse dimensioni, tecniche e proporzioni di molti lavori dell’artista sui muri delle grandi città (da Pisa a Barcellona) è in realtà stata fatta su una parete “mobile”, ovvero su dei pannelli destinati a essere il fondale teatrale del festival musicale da cui l’opera prende il nome. Si tratta a tutti gli effetti della più grande opera di Haring non fissata permanentemente a parete. Quest’opera, nonostante sia distante nel tempo e nello spazio di realizzazione dall’attualità, pare perfettamente accordata sul mood dinamico, allegro e colorato che la zona di Manhattan dove sorge il Faena ha sviluppato negli ultimi anni. Un omaggio eterno a quella New York degli Anni Ottanta da cui l’artista emerse, in cui si miscelavano linguaggi, corpi e simboli in un ritmo collettivo che oggi torna a risuonare, letteralmente, nel cuore di Manhattan con le contaminazioni artistiche latine che l’hotel vuole imporre alla città.
Architettura, arte e ospitalità al Faena Hotel di New York
Se, come detto, il palazzo è firmato dal Bjarke Ingels Group, gli interni dell’hotel sono progettati dal Faena Design Team insieme a Peter Mikic, alternando cromie audaci, materiali preziosi e citazioni del glamour da vecchia New York. La citazione di questo stile lo si nota nei pannelli in vetro di Juan Gatti che raccontano i simboli della città in stile Metopolis tanto quanto nel meraviglioso ristorante La Boca, firmato dallo chef Francis Mallmann, che sembra un richiamo immortale al fascino della New York di Sinatra. Tutto è pensato come parte di un’unica narrazione estetica coerente a creare un racconto. E come nelle altre città, anche qui il progetto vuol andare oltre all’hotel, configurandosi come un dispositivo di relazioni artistiche e sociali. Accanto agli spazi di soggiorno e ristorazione, troveranno infatti posto il Faena Theater, la Tierra Santa Healing House e una piazza aperta alla città dove Faena Art – la fondazione del gruppo – proporrà installazioni e performance accessibili al pubblico. L’opera di Haring, collocata in un luogo di passaggio e incontro, assume qui il ruolo di segno fondativo: restituisce alla città quella dimensione di arte condivisa che l’artista aveva sempre perseguito. Nella visione di Faena, la città diventa ancora una volta palcoscenico e spettatore, in un continuo scambio tra spazio e comunità.
Federico Silvio Bellanca
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati