Meditazioni tridentine

Da qui a qualche settimana, fra 25 aprile e 1° maggio, torna la possibilità di organizzare qualche “ponte”. Fra gli spunti, vista l’aria che tira dalle parti del Vaticano, c’è anche quello conciliare. A Trento.

Il Concilio di Trento

Il cultore d’arte e di storia ha molti motivi per recarsi a Trento: dal Castello del Buonconsiglio – con i suoi meravigliosi affreschi e la vivace attività espositiva che da anni lo contraddistingue – al Museo Diocesano, dove fino ad aprile è aperta la piccola e raffinatissima mostra sulla committenza del principe vescovo Federico Vanga (1207-1218). Il visitatore non dovrebbe tuttavia tralasciare gli edifici sacri, e in particolare la cattedrale di San Vigilio e la chiesa di Santa Maria Maggiore: non solo per la loro bellezza, ma perché questi sono i luoghi in cui si consumò una delle pagine più tragiche della nostra storia.
Qui si svolse infatti il Concilio di Trento (1545-1563): nato per fronteggiare la minaccia della Riforma, il concilio volse invece le spalle alle Alpi e, sgranchendosi i pugni, decise di regolare un po’ di conti. L’avversario cui dare una lezione era il Rinascimento, inaudito e inaccettabile per troppi motivi (l’esaltazione dell’uomo, la libertà intellettuale, l’edonismo). Bisognava porre fine a tutto questo, rimuoverlo dalle coscienze e impedire che potesse accadere di nuovo: a tale scopo la Chiesa si strutturò come un gigantesco organismo di controllo e repressione. Ma l’edificio tridentino iniziò presto a scricchiolare: scienziati e pensatori rispolverarono lo spirito d’indagine dell’Umanesimo, pagando chi col fuoco, chi con l’abiura; uno scalmanato pittore milanese tornò a porre l’uomo al centro, ma questa volta lo prese dalla strada. E una delle più pericolose affermazioni di indipendenza arrivò proprio, ironia della sorte, da una “istoria” del concilio, quella del frate veneziano Paolo Sarpi.

Federico Vanga
Federico Vanga

Insomma, chi visita Trento si lasci pure sedurre dai capolavori artistici e dai tesori della gastronomia locale, ma colga al contempo l’opportunità per meditare su un ventennio che condizionò fortemente i secoli successivi e sul quale è fondamentale riflettere, per capire come siamo arrivati al punto in cui siamo. A noi ci fregano sempre i ventennii, chissà come mai.

Fabrizio Federici

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #11

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 è coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.