Anche l’Uruguay annuncia il suo progetto per la prossima Biennale di Venezia. Il 54enne Marco Maggi ridisegna il padiglione, con una Global Miopia

Ha un nome italiano ma è nato a Montevideo nel 1957. Marco Maggi, habitué di grandi mostre, biennali e importanti musei internazionali, rappresenterà l’Uruguay alla prossima Biennale di Venezia. Tra i 29 padiglioni situati ai Giardini, quello uruguayano ospiterà nel 2015 una sua installazione site specific dal titolo Global Myopia II: all’interno una complessa struttura […]

Marco Maggi

Ha un nome italiano ma è nato a Montevideo nel 1957. Marco Maggi, habitué di grandi mostre, biennali e importanti musei internazionali, rappresenterà l’Uruguay alla prossima Biennale di Venezia. Tra i 29 padiglioni situati ai Giardini, quello uruguayano ospiterà nel 2015 una sua installazione site specific dal titolo Global Myopia II: all’interno una complessa struttura di adesivi, elementi cartacei, matite, e all’esterno una grande scultura galleggiante. Attraverso un linguaggio e una cifra consueti, in cui si intrecciano astrazione, circuiti lineari, vedute aeree di città impossibili, strutture minuziose ispirate all’ingegneria genetica o al sistema nervoso, Maggi si soffermerà su un’idea del mondo come luogo di una miopia simbolica: non una lettura dispregiativa, catastrofica, che sminuisce e annulla ogni prospettiva chiara, ma piuttosto una provocazione con cui capovolgere il senso comune del termine. Essere miopi per rinunciare, temporaneamente, alla visione d’insieme, concentrandosi unicamente sui dettagli. Lo sguardo miope perde in distanza ma recupera nel breve raggio visuale. Quella che Maggi progetta per Venezia è una celebrazione della visione ravvicinata, talmente esasperata da rivelare persino l’invisibile, il nascosto, l’essenziale che si cela tra le righe e le intercapedini.
Un kit composto da 10.000 elementi, ritagliati da strati di carta autoadesiva, diventa un alfabeto non significante, che l’artista incollerà sulle pareti durante i tre mesi che precedono la Biennale. La colonia di frammenti, assemblata secondo sintassi non convenzionali, dialogherà con una struttura d’illuminazione, mentre una quantità di ombre e micro proiezioni proveranno a insidiare lo sguardo, rallentando la messa a fuoco. Una maniera poetica per promuovere l’esperienza della pausa e della prossimità.

 – Helga Marsala

 

 

CONDIVIDI
Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.