Joaquìn Luzoro vince il Ch.ACO & Finland Award, premio istituito dalla fiera di Santiago del Cile. Con le sue insegne luminose interattive

La mente va all’epocale intervento firmato da Alfredo Jaar, nel 1987, in Times Square, con il suo A Logo for America ad appropriarsi dei cartelloni luminosi simbolo della società dei consumi reaganiana per lanciare in loop messaggi dal forte senso civico. Aveva appena sei anni quando tutto ciò accadeva, ed è quindi come se Joaquin Luzoro portasse nel proprio […]

La mente va all’epocale intervento firmato da Alfredo Jaar, nel 1987, in Times Square, con il suo A Logo for America ad appropriarsi dei cartelloni luminosi simbolo della società dei consumi reaganiana per lanciare in loop messaggi dal forte senso civico. Aveva appena sei anni quando tutto ciò accadeva, ed è quindi come se Joaquin Luzoro portasse nel proprio DNA di artista cileno di nuova generazione il peso di quel modello – ormai metabolizzato e storicizzato – rielaborato con intelligente e frizzante originalità nell’opera che merita il primo premio dell’edizione 2014 del Ch.ACO & Finlandia Award, riconoscimento istituito quattro anni fa dalla fiera di Santiago del Cile in sinergia con il celebre produttore internazionale di vodka.
Anche Luzoro attua una debita appropriazione di strumenti simbolo del consumismo, rendendoli però parte attiva – e non veicolo subliminale – per un rinnovato processo di arte relazionale. Le insegne luminose degli Anni Settanta e Ottanta che recupera nei barrios meno nobili della capitale cilena vengono assemblati in scultura interattiva, con le luci a rispondere agli input sonori che lo spettatore genera parlando – o perché no cantando – ad un microfono. Una struggente, romantica e volutamente naïf dichiarazione di indipendenza, quasi una risposta implicita all’assunto inciso da Chuck Palahniuk nelle pagine di Fight Club, là dove dichiara che “le cose che una volta possedevi, ora possiedono te”. Luzoro prova, disperatamente, a ribaltare la visione: rimettendo le cose – intese come oggetti! – al loro posto.
Menzione speciale per Tomàs Rivas, autore di un mosaico astratto che trasforma in pattern i toni desunti dal Banchetto di Cleopatra di Tiepolo; e per le fotografie con cui Andrés Duràn svela impietoso i “lato B” dei cartelli pubblicitari che costellano la periferia di Santiago. In mostra nei padiglioni di Ch.ACO tutte le opere vincitrici delle passate edizioni del premio, con mini-personale per l’artista premiato un anno fa: tra i lavori più interessanti della fiera le composizioni geometriche di Martin Kaulen, che traduce in forma tridimensionale il lascito della grande scuola sudamericana dell’optical.

– Francesco Sala

 

 

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.