Bologna Updates: fra tanti classici del “moderno” e la novità dell’apertura all’Ottocento, ecco la prima fotogallery dai corridoi di Arte Fiera

La prima impressione, ci si perdoni la banalità però utilissima a chi pensa di passare da queste parti nel weekend, è meramente climatica: siamo ad Arte Fiera a Bologna a fine gennaio, ma sembra quasi di essere a Basilea agli inizi di giugno. Esaurita la riflessione pragmatica, la fiera: il primo giro a volo d’uccello […]

La prima impressione, ci si perdoni la banalità però utilissima a chi pensa di passare da queste parti nel weekend, è meramente climatica: siamo ad Arte Fiera a Bologna a fine gennaio, ma sembra quasi di essere a Basilea agli inizi di giugno. Esaurita la riflessione pragmatica, la fiera: il primo giro a volo d’uccello consente ben poca analisi, per cui ci affidiamo molto alle immagini. Fra tanti classici del “moderno”, sempre punto di forza della fiera bolognese, la novità più notevole, che per qualcuno sarà gradita, per altri sembrerà magari forzata, è l’apertura all’Otocento, con una buona presenza di espositori normalmente avulsi da rassegna di contemporaneo. Voi che ne pensate?

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • luca rossi

    Io direi che fanno bene ad andare indietro. Perchè no il 700? O il Rinascimento? Questo passatismo è un modo per caricare di valore in modo facile e sicuro le opere. Quando al valore/prezzo del contemporaneo medio-basso non crede più nessuno. Invece la sfida di Arte Fiera dovrebbe essere quella di mantenere un forte contemporaneo che abbia un supporto critico che ne definisca motivazioni e ragioni.

    Ma anche i giovani critici e artisti sembrano giovani archeologhi del passato, giovani indiana jones. Quindi è naturale che la fiera si vada a rifugiare nel passato, dove almeno ci sono gli artisti originali e non giovani che scimmiottano codici e immaginari come fossero una moda.

    • alberto

      ricordati sempre Luca Rossi che il passato non è mai il passato, ma una SCREMATURA del passato fatta dal tempo – e che il presente non è mai il presente, ma un sovraccarico di mode e manierismi dovuto al fatto che la scrematura di cui sopra non è ancora stata fatta
      questa semplice considerazione demolisce ogni penoso piagnisteo

  • Caro Alberto, il punto è la consapevolezza. Il recupero consapevole del passato può essere sicuramente interessante e una cosa di valore. Il problema nasce quando diventa un giochino reiterato, e si perdono opportunità. I giovani inidiana jones, come l’ikea evoluta, possono andare benissimo a patto che ne siamo consapevoli e a patto che ci sia la sensibilità e la lealtà per riconoscere la possibilità di una natura opera d’arte più complessa. Diversamente subiamo il presente.

    • alberto

      sto facendo un altro discorso, e peraltro anche nel passato avveniva il recupero acritico e modaiolo del relativo passato

      leggiti qualsiasi cronaca di letteratura artistica del Cinquecento, e vedrai le stesse identiche dinamiche di ora

      detto questo le tue grida di dolore destano comunque simpatia
      anche se “consapevolezza” è parola che riempie la bocca ma che significa poco o
      niente quando si parla di ARTE, come d’altronde “memoria” e “progetto”

  • angelov

    Beaudelaire è il poeta che deve fronteggiare la dissoluzione dell’autorità della tradizione nella nuova civiltà industriale e si trova quindi nella situazione di dover inventare una nuova autorità: ed egli ha assolto a questo compito facendo della stessa intrasmissibilità della cultura un nuovo valore, e ponendo l’esperienza dello choc al centro del proprio lavoro artistico.
    Lo choc è la forza d’urto di cui si caricano le cose quando perdono la loro trasmissibilità e la loro comprensibilità all’interno di un dato ordine culturale.
    Beaudelaire capì che se l’arte voleva sopravvivere alla rovina della propria tradizione, l’artista doveva cercare di riprodurre nella sua opera quella stessa distruzione della trasmissibilità che era all’origine dell’esperienza dello choc: in questo modo egli sarebbe riuscito a fare dell’opera il veicolo stesso dell’intrasmissibile.
    Attraverso la teorizzazione del bello come epifania istantanea e inafferrabile (un eclair…puis la nuit!), Beaudelaire fece della bellezza estetica la cifra dell’impossibilità della trasmissione.
    da: Giorgio Agamben – L’uomo senza contenuto – pag: 160

  • @Alberto: questo fatto che una cosa avveniva anche nel passato non è un motivo per non parlarne. L’artista o il curatore (come super artista, vedi menegoi a firenze) che cerca di fare il “giovane indiana jones” non è una cosa sbagliata. Basta rilevare il fenomeno e sottolineare come si stiano perdendo opportunità…

    La consapevolezza dell’opera è invece ben definibile rispetto al contesto e alle intenzioni dell’artista. Il male è proprio la credenza romantica che in arte tutto vada bene e tutto sia accettabile. Questa cosa non avviene in alcuna disciplina al mondo….

    • Alberto

      ma rende piccino picció tutto l”impianto accusatorio’!
      ok, i tentativi della mediocrità di introdursi nell’arte sono profondissimi, e allora? sai che novità!!
      voglio dire che sbraitare contro qualcosa che c’è sempre stato puó al massimo destare simpatia!
      tutto il tuo discorso è un tuonare contro la mediocrità della proposta media – ma in ARTE è ovvio che le eccellenze siano rarissime!

  • doattime

    Ma una volta l’ottocento ad Artefiera, non c’era già… via un ritorno

  • Personalmente non mi rassegno alla mediocrità. Fino a ritenere questo stesso commento, l’impianto accusatorio o il blog che gestisco, cose mediocri. Forse bisognerebbe iniziare a fare le differenze, e ad argomentarle. Forse è questa la radice di un certo male italiano e non solo italiano.

  • A me è piaciuta molto la mostra “Discovering Ink” a cura di Guido Mologni, sull’uso dell’inchiostro su carta nell’arte cinese e la sezione “Focus East” (tra le opere in fiera e quelle al Museo Archeologico per “Il Piedistallo vuoto” viene fuori una bella panoramica sull’Europa orientale). Ho apprezzato i lavori del 2013 di Sergio Breviario. Ho scoperto un artista uzbeko che mi ha incuriosito moltissimo e che voglio conoscere meglio: Vyacheslav Akhunov.