A cosa serve la critica? Message in a bottle. Quando il messaggio sono 80 recensioni e il destinatario, nell’oceano dell’arte, è Christian Jankowski

Scrivere d’arte. Scriverne con classe o con approssimazione, per professione o per diletto, per se stessi o – bontà nostra – per i lettori. Scrivere in critichese, qualche volta in politichese, fra citazioni, barocchismi, cesellati manierismi. Scrivere, con la grazia del talento. Un po’ filosofi, un po’ accademici, giornalisti d’assalto o curatori indipendenti, romanzieri mancati […]

Christian Jankowski, Review, 2012

Scrivere d’arte. Scriverne con classe o con approssimazione, per professione o per diletto, per se stessi o – bontà nostra – per i lettori. Scrivere in critichese, qualche volta in politichese, fra citazioni, barocchismi, cesellati manierismi. Scrivere, con la grazia del talento. Un po’ filosofi, un po’ accademici, giornalisti d’assalto o curatori indipendenti, romanzieri mancati e mezzi artisti. Quelli che scrivono i testi in catalogo, quelli che recensiscono; quelli che stroncano, quelli del 6 politico (tutti promossi e niente rogne); quelli che il loro giudizio, ancora, a qualcuno fa tremare i polsi. Insomma, la critica d’arte: dove sta andando, di cosa di nutre, quanto fumo e quanto arrosto? Status symbol o lavoro vero?
Chi scrive lo sa: l’infinito potere della parola consente di ricamare il pieno sul vuoto, di dire tutto camuffando il niente, di imbellettare il banale. Ma anche di tirare fuori il bello, di coltivare il gusto del racconto, di indovinare prospettive nuove.
E intanto le cose cambiano. Come la classica “recensione”: serve ancora a qualcosa? Come reinventarla? Non sarà meglio sacrificarla?

Christian Jankowski, Review, 2012

Ma non sono solo scrittori e scrivani dell’arte a misurarsi con tutto questo. Christian Jankowski, per esempio, alla Friedrich Petzel Gallery di New York presenta la personale “Discourse News”. E tra i lavori, tutti sul tema della comunicazione dell’arte nella società mediatica, c’è anche l’efficacissimo Review.
In breve: l’artista chiede a 80 critici di scrivere una recensione su un lavoro che non c’è. O meglio, sul lavoro di cui avrebbero dovuto scrivere, qualora egli lo avesse realizzato. Oggetto dell’opera? Le recensioni stesse, in un cortocircuito vertiginoso che fa della tautologia il paradosso esposto. La critica che si mette in mostra, criticando una mostra fatta di sola critica.
Le affilate penne confezionano i testi, rigorosamente scritti a mano, li arrotolano e li custodiscono: ogni foglio dentro una bottiglia, sigillata con cercalacca e piazzata sul pavimento. La collezione diventa installazione. Fogli fantasma che nessuno leggerà, tasselli di un’opera mai nata, invisibile e molteplice.
Restano solo le parole, pioggia di concetti e arzigogolare lessicale, per un esercizio critico che svela la propria fragilità, ma anche la propria potenza.
Perché c’è una potenza propria del linguaggio, di cui l’arte ha bisogno. Il problema sta nel come e nel cosa, nel senso e nella funzione, nell’utilità e nella natura delle relazioni: tra opera e sguardo, tra opera e scrittura.
A cosa servono i testi autoreferenziali raccolti da Jankowski? A niente. O forse, chissà, a inaugurare una riflessione simbiotica che veda accanto, complici e disincantati, artista e critico. Attori di uno stesso naufragio, esploratori di uno unico sentiero ininterrotto.

– Helga Marsala

www.petzel.com
fino al 28 luglio 2012

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • Lavoro molto interessante.
    ” Fogli fantasma che nessuno leggerà, tasselli di un’opera mai nata, invisibile e molteplice”..”A cosa servono i testi autoreferenziali raccolti da Jankowski? A niente. O forse, chissà, a inaugurare una riflessione…”
    ci trovo lo stesso pensiero di fondo di questo mio lavoro (e scusatemi se mi autocito)
    http://www.lucianogerini.it/index.php/news/55-news-10

    • beh Luciano, per certi versi autocitazione azzeccata!

    • …comprane una,
      rompila e leggi il messaggio..
      …non è per tutti e tutti lo vorremmo…
      deu my love.

  • Con riferimento agli articoli: “Casa Italia” e “A cosa serve la critica?”
    Finalmente un punto di vista interessante e intelligente nello stagno dell’arte e della critica attuale.
    Brava Helga Marsala… avanti tutta!

  • Bel pezzo, e interessante e ironica trovata quella di Jankowski che mi fa riflettere sul ruolo della critica d’arte attraverso il tempo: penso che nell’epopea delle avanguardie storiche il critico era il voyeur colto e rispettoso dell’artista, ne intuiva l’opera, ne interpretava il sentire e lo mediava con pubblico. Nel periodo delle neoavanguardie il Critico e l’Artista si compenetrano, si sovrappongono (complice l’esercizio comune o contiguo del concetto e talvolta anche degli strumenti del pensiero), negli anni ottanta e novanta del secolo scorso le posizioni si invertono: l’artista diviene il voyeur del critico ( aspira da questi una investitura neofeudale che gli apra le vie del successo e del mercato).
    Oggi, oltre il guado postmoderno, -allegoria- artista e critico sono rimasti da soli, seduti, talvolta senza parlarsi veramente, a veder passare la moda e il mondo davanti ai loro occhi.
    In ogni caso, resta per consolazione l’idea che non tutti i critici sono così e non tutti gli artisti sono così. Ricordo una battuta del nostrano Pino Caruso che ha la caratura di una battuta di Flaiano, che coì recita: “I critici” ( e io aggiungo anche gli artisti) ” si dividono in due categorie: incisivi e canini”.
    Bella no?

    • Il pezzo di Helga e’ molto bello (come quasi sempre!) ma il lavoro di Jankowski, a mio parere, e’ molto più di una “trovata interessante e ironica”. Direi che e’ un lavoro molto profondo: le critiche parlano di un lavoro che avrebbe potuto esserci ma che non c’e’, che e’, anzi costituito dalle medesime, che diventano, cosi’, il lavoro stesso. Le critiche dovrebbero quindi parlare di se stesse (“l’arte e’ sempre un discorso sull’arte”) ma nello stesso tempo questo lavoro viene “negato” perché sigillato in bottiglia. Quest’ “arte che parla di se stessa” viene quindi segregata e “negata” ma nello stesso tempo esposta e quindi potrà trovare il suo naturale e logico “completamento” nell’essere “ricevuta” dal pubblico”. Ma d’altro canto il pubblico potrà’ solo “immaginare” l’opera, visto che non gli e’ consentito leggere le critiche che la costituiscono, e quindi anziché “completare” l’opera, in questo caso, la dovrà “costruire” nella propria immaginazione : vengono, qui invertiti tutti i ruoli. Opera concettuale profonda che trova, nella scelta delle bottiglie, nella loro ceralaccatura, nella loro disposizione nello spazio, anche una sua dimensione estetica.
      Ancora grazie all’ottima Helga per avercela segnalata

  • adelesogno

    Le opere descritte, interpretate dai critici, oggetto di discussione o centrali in eventi, quelle su cui l’artista stesso parla dandone chiavi di lettura, sono poi quelle meglio comprese dal pubblico (in questa osservazione il mercato non conta). La critica dal ‘500 in poi ha il suo pregio oltre a un indiscusso valore documentativo.

  • Angelov

    Penso che Helga abbia preso spunto da questa idea, per aggiungere un messaggio, a cui non è stato data possibilità d’essere inserito all’interno di una di quelle bottiglie, per tempo massimo scaduto, ma che avrebbe senz’altro meritato d’esserci.

    • Grazie Angelov. Bellissima immagine. Forse si, in fondo quelle bottiglie continuano a moltiplicarsi e a chiedere di essere riempite. E noi continuiamo a domandarci perché e per chi stiamo scrivendo e che cosa stiamo raccontando. Questo lavoro di Jankowski è molto duro e ha molte implicazioni su cui riflettere. Ma non è un lavoro che nega la critica, che la mortifica. E’ un lavoro che solleva domande, concettualmente forte. E che alla critica, al contrario, assegna un ruolo importante. Dovremmo tutti, ogni giorno, continuare a farci queste domande, quando ci rapportiamo con un artista, quando curiamo una mostra, quando scriviamo un testo, un articolo. Io continuamente, mentre lavoro, sento il peso degli occhi di chi legge e dello sguardo degli artisti. Non sono mai sola. E se un giorno capirò che, per presunzione, per sciatteria o per mollezza, sono rimasta sola con me stessa a scrivere, smetterò di farlo. Non avrà più senso.