Cercasi esperto di ceramiche cinesi. Spiegateci i motivi per cui questa ciotola è stata venduta a 27 milioni di dollari…

Guardate bene l’oggetto nella foto qui sopra, perché siamo pronti a sfidare qualsiasi accusa di superficialità, o qualunquismo, e vi domandiamo: qualcuno ci può spiegare com’è possibile che sia stato venduto per 26,7 milioni dollari? Che – avete letto bene, non è un refuso – fanno qualcosa più di 20 milioni di euro? Perché questo […]

La ciotola in ceramica da record, della dinastia Song

Guardate bene l’oggetto nella foto qui sopra, perché siamo pronti a sfidare qualsiasi accusa di superficialità, o qualunquismo, e vi domandiamo: qualcuno ci può spiegare com’è possibile che sia stato venduto per 26,7 milioni dollari? Che – avete letto bene, non è un refuso – fanno qualcosa più di 20 milioni di euro?
Perché questo è accaduto ad Hong Kong, in un’asta di Sotheby’s: ben otto contendenti si sono fatti la guerra per questa ciotola in ceramica della dinastia Song, del XII secolo, facendo triplicare la stima pre-vendita fino al mirabolante record. Ed ecco l’interrogativo, forse un po’ da uomo della strada: perché? Quali qualità estetiche, quale pregnanza simbolica, quale euritmia delle forme può motivare una valutazione tanto elevata? Se qualcuno vuole provare a darci la sua risposta, siamo tutt’orecchi…

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  • Pintorscosso

    sembra anche sbeccolata

  • Cristiana Curti

    Le ceramiche imperiali cinesi (una produzione dalla storia millenaria che è improbo tentare anche solo di condensare) sono da sempre i top-lots del mercato mondiale, anche ai tempi delle favoleggiate vendite di Impressionisti a metà anni ’80. Mentre l’Europa e l’America pensavano di essere al centro del mondo nella difesa e costruzione del mercato dell’arte, la Cina (intesa allora come la piazza libera di Hong Kong, protettorato inglese sino al 1997) vantava accesissime lotte per la conquista privata dei rari reperti ceramici e bronzei della sua storia, emblema dell’arte e della storia di quella parte del globo che non considerava affatto la personalità del singolo artista quanto la perfezione della Manifattura in relazione alla tecnica, alla lavorazione in base a canoni rigidissimi della tradizione, ai materiali (i più puri al mondo). La stessa lavorazione era inarrivata in Europa sino almeno alle scoperte settecentesche del Marchese Ginori (proprio lui) che innovò l’industria ceramica occidentale con materie prime che finalmente facevano a gara con quelle (il caolino purissimo in particolare) cinesi. Scoperte che rimasero a loro volta ineguagliate per decenni (e che ora – nel III millennio siamo stati disposti a svendere, disonorando la nostra stessa storia culturale).
    Se si avesse voglie e tempo, basterebbe andarsi a vedere i cataloghi delle case d’asta di Hong Kong degli anni ’70 e ’80 per vedere come records come questo non erano affatto una rarità, mentre le aggiudicazioni contenute – piuttosto – un’eccezione.
    Anche case d’incanto olandesi (e altre di Nord Europa) vivevano abbondantemente di aste specifiche di ceramica imperiale cinese di cui potevano vantare l’approvvigionamento tradizionalmente legato alle colonie d’oriente e ai commerci di Fiandra. Anche se i records, come s’è detto, erano perlopiù della piazza di H.K.
    Perché sono tanto quotate le ceramiche imperiali? Simboli del potere per eccellenza erano eseguite con materiali e tecniche che richiedevano una lavorazione per noi occidentali impensabile a causa del dispendio di risorse e tecnologia per ottenere un solo pezzo perfetto (il quale a sua volta doveva passare infinite prove e analisi per essere ritenuto davvero degno di rappresentare l’Imperatore) fra infiniti da scartare.
    La ceramica cinese non era vasellame (per quanto prezioso), era il premio per i più grandi servitori del Signore, dono per re amici, emblema di purezza e potere assoluto (una sorta di metafora per la capacità somma e la perfezione stessa dell’Imperatore che si riverberava nell’infinitesimamente piccolo). Per noi occidentali è concetto difficilissimo da comprendere, anche perché sovrabbondiamo di eccellenze e non abbiamo mai coltivato un’idea così totalizzante del potere assoluto che si riassume anche attraverso un piccolo oggetto (noi siamo da Cappella Sistina, piuttosto).
    Si potrebbe dire che il gigantismo della Cina della Muraglia era temperato dalla miniaturizzazione dell’eccellenza.

    La differenza fra il nostro mercato occidentale, fatto di ostentazione anche visiva, e quello storico orientale (per meglio dire, cinese) che solo oggi sembra ri-sorgere mentre in realtà non è mai morto (solo che noi non lo sapevamo), è che quest’ultimo è fatto di gesti, di segni, di simboli. Che rappresentano però ciò che di più importante anche filosoficamente la storia del popolo cinese ha saputo produrre.

    La questione è che, mentre per noi il mercato è soggetto a mode e spesso dobbiamo assistere al deprezzamento di grandi artisti solo perché un’epoca “non va più” (in una sorta di smemoramento collettivo che non ci fa onore), per i cinesi questo nostro tratto infantile non ha alcun senso, e la difesa della cultura, intesa come espressione di una civiltà riassunta in pochi gesti regolati con un rigore ineguagliato, in poche scuole di altissima tradizione, in pochi manufatti perfetti, è sempre stata questione prioritaria per chi poteva (e non erano certo pochi) anche sotto la più stretta sorveglianza della Dittatura degli ultimi sessanta e passa anni (anzi,…).

    Ma credo che Luciani Gerini potrebbe dire molto più di me in proposito.

    • Cristiana Curti

      … naturalmente, Luciano… mi scuso

    • Cara Cristiana, no non potrei dire nulla di più e tanto meno nulla di meglio di quanto hai scritto! Mi permetto solo di modificare un poco (non perché non sia corretta o non la condivida ma solo per renderla più comprensibile nel suo significato profondo) questa tua frase nella quale, a mio parere, si condensa l’accurata analisi fatta nel tuo post.:
      “… un’idea così totalizzante di perfezione nella mera semplicità e modestia che si riassume anche attraverso un piccolo oggetto…”

    • urrutigoechea

      (PS: per leggere fino in fondo questi post, bisogna cercare un’oretta libera in agenda. Oggi ci proverò, giuro! :-)

    • Ettore Balbi

      Gentile Cristiana Curti, avrei una domanda da porle. Dato che se ne intende di ceramiche, ho trovato in casa una ceramica Bigi Torino originale (la numero 1919) rappresentante una pastorella. Mi chiedevo se è di valore oppure no, potrebbe contattarmi alla mail [email protected] ? La ringrazio anticipatamente della disponibilità.

  • Angelov

    Ha mai provato a fare all’amore via Cam? E se lo ha fatto, l’orgasmo così raggiunto era al livello di quello che si prova con un contatto fisico? Allora, se non c’era nessuna differenza, questa ciotola cinese o è un Pesce d’Aprile, o una bufala.
    Ha mai visitato il settore di Ceramiche e Porcellane Cinesi al British Museum? Beh, ci vada e le assicuro che non sarà per niente tempo sprecato.
    Ha mai conosciuto una Nazione che, dopo essere stata e depredata e colonizzata per secoli, ha ritrovato finalmente un po’ di opulenza e si permette di fare il buono e il cattivo tempo con il resto del mondo, e di rivalutare le proprie radici?
    Più che dare risposte, forse bisognerebbe porre delle domande.

  • Paolo Strano

    sotto ci sta scritto “made in China”.

  • Angelov

    Tutto l’articolo di Cristina, è apparso nello schermo del mio computer, dopo che avevo scritto il mio alle 21:48. Non l’avrei scritto se avessi letto il suo prima. Ed il mio è impostato come una specie di provocazione. Sono in accordo con quello che dice, ed ammetto di essere meno informato sull’argomento, di avere meno strumenti culturali, ma di condividere pienamente lo spirito che informa le sue descrizioni, poiché nei miei viaggi sono venuto spesso a contatto con questi incredibili manufatti capaci di lasciarti letteralmente senza parole.

  • urrutigoechea

    Ma non leggo spiegazioni legate alle qualità intrinseche dell’oggetto. La dotta dissertazione di Curti parla di un successo “costruito”: dall’uomo, dal mercato, dalla tradizione

    • In questo non essere in grado di comprendere “il perché” sta’ un po’ il motivo per il quale i Cinesi (e un po’ tutti gli asiatici) ci hanno sempre (ancor oggi) considerato dei “barbari”

      • urrutigoechea

        Contenti loro… io alla “mera semplicità e modestia” preferisco Piero della Francesca

        • Nell’arte asiatica, sia antica che moderna o contemporanea, c’e’ pittura e scultura di altissimo livello, anche se e’ “differente” dalla “nostra”. La differenza e’, ovviamente, conseguenza delle profonde differenze nelle radici delle due diverse culture, occidentale e orientale. Non c’e’ nessuna necessita’ o ragione di “abdicare” alla propria ed e’ abbastanza logico e naturale preferirla. Cercare di comprendere quella dell’altro, pero’, arricchisce e fornisce nuovi strumenti e punti di vista utili anche per comprendere ed apprezzare la propria.

          • urrutigoechea

            Ma anche dare del barbaro alle culture diverse dalla propria “arricchisce e fornisce nuovi strumenti”?
            Il bello è oggettivo, stop

          • Dai tempi dei Greci e dei Romani noi abbiamo”dato dei barbari” a tutti coloro che non condividevano la nostra cultura e non ci siamo mai resi conto che, questi, erano profondamente convinti che i “barbari” eravamo proprio noi.
            No dare del “barbaro” alle culture diverse dalla propria non arricchisce e fornisce nuovi strumenti ed e’ per questo che, credo si debba cercare di comprendere l’altro. Ovviamente tutti, noi e loro dovrebbero cercare di farlo ma cadere nella trappola “lui non cerca di capirmi e quindi io non mi sforzo di capire lui” e’ sciocco anzi deleterio perché priva me di una maggiore apertura e non contribuisce a mutare l’atteggiamento dell’altro.
            Mi dispiace per te ma il “bello” e’ tutt’altro che “oggettivo” e’, anzi, assolutamente “soggettivo” e questo e’ ben noto sia all’esperto di storia dell’arte che all’individuo meno culturalmente evoluto che puoi trovare che ti citerà l’antichissimo detto (per altro presente in tutte le culture) : “non e’ bello ciò che e’ bello e’ bello ciò che piace”
            Se non ne sei convinto vatti a rivedere quali erano i “canoni della bellezza femminile” ai tempi di Atene, della Roma Repubblicana, di quella Imperiale, del Medio Evo, del Rinascimento, dell’Epoca dei Lumi, dell’ 800, ai tempi di tuo nonno, a quelli di tuo padre e di oggi e poi dimmi ancora dell”oggettività del bello …

  • “Questo dipinto l’ho comprato dieci anni fa per 60.000 dollari. Oggi potrei venderlo per 600.000. L’illusione è diventata realtà. E quanto più è reale, tanto più gli altri la vogliono. È la quintessenza del capitalismo.”

    Gordon Gekko / Oliver Stone dal film “Wall Street”

  • SID

    Domanda per domanda, e provocazione per provocazione: i 4,5 ml $ pagati per la foto del fiume Reno di Gursky, ritoccata “concettualmente” in digitale (per sua stessa dichiarazione) per eliminare gli elementi visivamente “disturbanti”, può essere forse un metro per comprendere il valore relativo dei manufatti, e della follia del mercato dell’arte?
    E non oso provocare oltre, con cuori di Koons a 20 ml e “compagnia bella”…..

    Grazie e complimenti a Cristiana per l’accurata, e accorata, puntualizzazione.

    Sid

  • Condivido la colta e attenta analisi di Cristina Curti, pur non essendo io un’esperta del settore. Mi permetto solo di aggiungere che l’attenzione dei Cinesi è massima per le proprie produzioni. In occasione di uno degli appuntamenti di ARTOUR-O in Cina
    ho personalmente avuto il piacere di vedere una collezione privata di ‘impressionsiti cinesi’ credo unica al mondo, le cui opere sono coeve a quelle occidentali, e la valutazione è simile a quella di cui si parla.
    Un cordiale saluto

  • Elena Manzoni di Chiosca

    In altri articoli di Artribune si dice che le aste di Hong Kong fanno cifre straordinarie…. che poi spesso non vengono pagate. E’ stato pagato davvero, poi, questo prezzo? Nel mercato dell’arte tutto è possibile, anche che si ricorra a trucchi simili per alzare i prezzi di un genere….
    Per il resto…. nessun prezzo vale un’opera d’arte, tanto più se, oltre alla bellezza, si porta dietro anche la storia.

    • Pietro Zalla

      cè da notare che il prezzo in esame vien pagato da facoltosi asiatici che hanno nella loro cultura la ceramica, in europa o usa non arriverebbe mai a quella cifra.

  • Francesco

    Non conosco nulla di ceramica cinese ma il pressapochismo e la spocchia con la quale l’autore dell’articolo parla di qualcosa che non comprende è vergognosa.

    • Massimo Mattioli

      Non so quale articolo lei abbia letto. A parte il fatto che l’autore dell’articolo – incidentalmente il sottoscritto – poneva il tema in maniera palesemente provocatoria, proprio per lanciare un dibattito che infatti si sta rivelando molto interessante. Ma poi dove vede pressapochismo quando si chiede, precisamente: “Quali qualità estetiche, quale pregnanza simbolica, quale euritmia delle forme può motivare una valutazione tanto elevata?”. Sono interrogativi alquanto diretti, che implicitamente chiamano in causa Winckelmann, per chi sa leggere senza fermarsi alla superficie delle cose. E che continuano a non trovare risposta: forza, ce la potete fare

  • Voi di Art Tribune, che siete quotidianamente impegnati a promuovere le mistificazioni che vengono definite “Arte Contemporanea”; che non avete mai niente da ridire sulle incredibili valutazioni di ceffi come Damien Hirst o Catelan: vi chiedete il perché di tale valutazione di questa bellissima “ciotola”? L’unica problema per chi l’ha acquistata sarà di salvagurdarne l’integrità, mentre dubito che il valore possa diminuire. Invece per chi ha speso forse altrettanto per lo squalo in formalina come farà a garantirsi la tenuta del valore, sempre che intanto il malcapitato squalo non si imputridisca (come già sta avvenendo)? Ma questi sono affari di chi ha investito in simili schifezze contemporanee le proprie risorse private. Invece non avete niente da obbiettare sulle innumerevoli, incalcolabili e sopratutto MAI CALCOLATE RISORSE PUBBLICHE che vengono spese ogni giorno solo in Italia per allestire orripilanti mostre di capolavori di “Arte Contemporanea”?

  • Mentre scrivevo il mio commento è arrivato quello di Massimo Mattioli, che pertanto non avevo potuto leggere. Così adesso so a chi porre la domanda di cui sopra. E per carità, lasci perdere Winckelmann, che non abbia a rivoltarsi nella tomba. Risponda alla mia domanda, Mattioli: si sforzi Lei, ce la può fare…

    • Massimo Mattioli

      Lei, mi scusi, confonde “informazione” con “promozione”, per cui su questo non ho nulla da rispondere. E invece lei continua a pontificare astrattamente, senza leggere la sostanza dei miei interrogativi. Se proprio dobbiamo abbassare il discorso, facciamolo: quali sono le ragioni per cui un oggetto così – almeno soddisfo il suo approccio “pop” – minimal, ha una valutazione decupla – per dire – di un dipinto di di van Eyck? E la cosa, sottolineo se necessario, non è tendenziosa: metto su una bilancia “pregnanza simbolica” ed “euritmia delle forme”, e cerco di capire…

      • Winckelmann : (sulla statuaria Greca) nobile semplicità e serena grandezza: semplicità nel senso di essenzialità, universalità e non esagerazione, naturalezza e spontaneità, naturale sviluppo di una forma verso la sua perfezione; grandezza, invece, nel senso di onnicomprensività, magnanimità, frutto di un animo lungimirante che tutto abbraccia e nulla esclude, una grandezza serena che è tale poiché di nulla abbisogna.
        Mi pare che quando ho scritto parafrasando Cristiana “… un’idea così totalizzante di perfezione nella mera semplicità e modestia che si riassume anche attraverso un piccolo oggetto…” ho risposto alla tua domanda pur non essendo affatto “un’esperto di ceramiche”

        • mi scuso… manca il virgolettato da partire da “nobile semplicita’ … ” sino a “..poiche’ di nulla abbisogna” che non sono, ovviamente “parole mie”

  • Premetto che ho grande apprezzamento per Artribune e che ogni tanto provoco.

    Ma per la gioia del Dottor Tonelli, ribadisco:

    -Ognuno dei suoi soldi fa quello che gli pare…..o avreste preferito che il compratore della ciotola avesse pagato 5.000 Euro per la pubblicità di copertina su ArtTribune cartaceo…?

    Buona Pasqua a tutti!!!

    PS Don’t look back in anger…

  • Dimenticavo il mio appello:

    Ormai, sono settimane, che cerco qualcuno che (senza l’aiuto di Google) mi sappia dire i titoli/nomi di due (all’inizio ne chiedevo 4, poi ne ho chiesti 3) mostre che ha “curato” Gioni.

    CIAO!!!

    • Caro Eugenio: solo quelle che ho visto:
      “La Zona” – Biennale di Venezia 2003
      “Unmonumental” New York 2007
      “A Guest + A Host = A Ghost” (Dakis Ioannou Collection) Atene 2009
      “Still Life” Tacita Dean – Milano 2010
      “Pig Island” Paul McCarthy – Milano 2010
      “Parasimpatico” Pipilotti Rist – Milano 2011
      …e ora che cosa vinco ? M’inviti nella tua galleria a tenere una mia retrospettiva con la curatela di Massimiliano Gioni ? ;-) ;-) ;-)
      Ciao, Buona Pasqua anche a te !

  • riccardo

    Non sono in grado di entrare nel merito nè riguardo il valore monetario nè riguardo il valore intrinseco dell’oggetto. Resto stupefatto di fronte alla mancata distinzione che appare qua e là tra la cultura e la cultura materiale. D’accordo, nella lingua italiana si fatica a distinguere, ma le idee, i concetti non passano attraverso una ciotola. Credo che sarebbe ora di tornare a fare una distinzione, senza snobismi nè snobismi al contrario, tra alto e basso. Tra arte e arte applicata, ad esempio. Un minestrone in cui entri, tutto insieme, ciò che fanno gli artisti, gli stilisti, i cineasti, i fumettisti, i parrucchieri, i carrozzieri &cc. non è nè corretto nè utile. Da una ciotola cinese, una fibula ostrogota, un vestitino contemporaneo potrò capire qualcosa della cultura (materiale) da cui provengono, da un’opera d’arte (figurativa, musicale, letteraria …) spero mi arrivi qualcosa in più. E parlo anche e soprattutto di contemporaneo: il mainstream è un’invenzione che serve solo a chi l’ha inventata.

    • Cristiana Curti

      Caro Riccardo, aldilà della fondamentale questione che in molti oggi dibattono intorno alle caratteristiche e alle qualità che differenziano o accomunano “arte visiva” o “arte decorativa o applicata” (o, dal punto di vista teorico “cultura” e “cultura materiale”), potrei risponderti – per me – facilmente (e facilmente semplificando) che fra arti non dovrebbe essere distinzione qualitativa, mentre di funzione sì ed è da ciò che deve muoversi l’analisi. Ma è un argomento troppo complesso per essere esaminato qui (anche perché si ripartirebbe come sempre con “anche un falegname che costruisce una sedia è un artista/non è vero” e non mi pare davvero né il luogo né il caso).
      Per quanto riguarda la tua polemica sottotraccia, che mi pare intuire nella tua nota, per cui ti sembra assurdo conferire un’importanza così eccessiva (economicamente eccessiva) a un manufatto ceramico, devo ancora sottolineare che per noi occidentali è quasi impossibile comprendere che le scuole imperiali (di tessuti, di lacche, di paraventi, di ceramiche, di lavorazione della giada) non erano manifatture come le nostre di San Leucio o Gualdo Tadino (pur preziosissime e straordinarie). Parliamo di vere e proprie “officine d’arte” (se riesco a farmi capire) e, considerando che l’Imperatore in Cina è divinità, e che tali officine dovevano – nelle loro produzioni più elevate – produrre per l’Imperatore dovremmo cercare di capire che questi oggetti (come la ciotola Song di questa nota) non hanno uno scopo “materiale” anche se per eseguirli si utilizzavano impianti, metodi e tecnologie raffinatissimi e all’avanguardia, quanto umanissimi.
      La ciotola Song in questione è nata da un laboratorio che si occupava esclusivamente di oggetti per l’Imperatore e che operò solo per 20-30 anni, da qui la rarità (anche storica) dell’oggetto. La sua qualità estetica esemplifica il dettato filosofico dell’Imperatore cui era destinato (come benissimo disse Luciano: “umiltà e modestia”) soprattutto in contrasto con stilemi profondamente diversi prima e dopo questo periodo.

      Ma questa ciotola è un “manufatto divino” per la cultura cinese: per noi occidentali e cattolici (perlopiù) è impossibile da classificare.

      L’artigianato (artistico o non artistico) così come noi lo concepiamo non ha nulla a che vedere con questo ragionamento e questo ordine di idee. Anche perché mentre per la letteratura (poesia) in Cina l’Autore era riconosciuto e valutato tanto che la poesia era praticata negli ambienti più aristocratici (come da noi del resto), l’ “arte visiva” non esisteva nei fatti (se non nelle espressioni della calligrafia), e l’Artista quale espressione di un canone estetico (dominante o di rottura) anche attraverso la propria bottega non esisteva.
      Non c’è alcun modo di comparare un oggetto come questo (fra l’altro si dice che la ceramica Song è destinata a sempre maggiori successi in asta) e un lustro di Mastro Giorgio per l’implicazione filosofico-spirituale che questo oggetto cinese possiede e che il nostro non ha.
      Ma se si vuole, si può passare secoli a discutere intorno a: meglio Mastro Giorgio del piattino Song. Sotto questo profilo, quanto scrivo qui non ha alcun senso. Mentre ha grande senso ciò che Luciano ha detto circa la possibilità “in più” che ciascuno di noi ha nel momento in cui acquista (senza per questo condividerlo o apprezzarlo) un angolo di visuale diverso dal nostro.
      Il che ci farebbe sommamente bene se vogliamo cavalcare davvero la fine dell’Eurocentrismo (anche per risorgere, eventualmente) invece di subirlo come accadrà se non ci armiamo di conoscenza.

      • urrutigoechea

        Non mi convinci. Perchè allora siamo agli antipodi del cattelanismo: ovvero un eccesso uguale e contrario. Se lì c’è solo contenuto (messaggio, sensazionalismo, chiamalo come vuoi), e zero forma, qui all’opposto c’è solo forma (che puoi anche ammantare di implicazioni filosofico-spirituali, anche se dovresti spiegarmi da dove emanano), e zero contenuto. Se per bearsi delle meraviglie di questo oggetto, si necessita di essere iniziati, ed in speciali condizioni spirituali, allora fatico a chiamarla arte. L’arte è universale e inclusiva. Ma quando Gerini butta nella mischia un mortale “è bello ciò che piace”, allora mi arrendo: se ai giapponesi piace il pesce crudo e insipido, liberissimi. Io mi tengo il risotto di Marchesi

        • Cristiana Curti

          Tientelo, il risotto di Marchesi, ce ne sono di assai migliori anche senza foglia d’oro. E con ciò credo di aver risposto “alla tua maniera”.
          Io non “ammanto”, perché quello di cui scrivo non è un’impressione soggettiva, ma un valore culturale (che non ho scoperto di certo io) che non richiede comprensione o condivisione, ma almeno l’umiltà per capire che non esiste un unico punto di vista. Tale per cui alcune civiltà (altrettanto ricche e degne della nostra occidentale) non considerano affatto termini come “forma” e “contenuto”. Dipende solo da noi se si vuole rimanere nel proprio orticello o se si vuole mettere il naso fuori non solo per agitare i forconi contro gli invasori.

          • urrutigoechea

            non so “la mia maniera” quale sia
            comunque è troppo poco dire “alcune civiltà non considerano…” (fin qui, pensa, ci arrivo pure io, che secondo te non ho mai messo il naso fuori)
            E cosa considerano, se non forma e contenuto? Qualcosa di inesprimibile? Un dogma di fede?
            Penso che la musealizzazione di certi oggetti incida assai nel giudizio popolare. Per lo spirito critico medio se un oggetto STA in un museo, È per forza un capolavoro

          • Cristiana Curti

            “alla tua maniera” indica – come hai fatto tu – una comparazione insostenibile a livello teorico. In merito alle preferenze personali, ci mancherebbe, ognuno di noi ha ogni diritto non solo di averle ma anche di difenderle.
            Circa il fattore “musealizzazione delle opere” e come incide sul nostro modo di apprendere e giudicare la nostra cultura questa non ha grande peso nella storia cinese, essendo questione relativamente recente (e non proprio per il grande pubblico). La costruzione del valore intrinseco di una ciotola Song nasce quindi da un insieme di fattori più legati alla profonda relazione con la storia e con i prodotti della storia culturale della propria civiltà (filosofia, antropologia, estetica, ecc.) che DEVONO essere sostenuti anche attraverso la quantificazione economica da chi (pochi, in relazione alla sconfinata popolazione della Cina) può.

        • Prima di buttare ” nella mischia un mortale “è bello ciò che piace” ” io ti ho chiesto di andare a rivederti i mutamenti nel tempo dei cannoni della bellezza femminile e solo nella nostra cultura, per renderti conto di quanto sia ridicolo scrivere “Il bello è oggettivo, stop”.
          Quanto al sushi (il pesce crudo…) oggi e’ servito nei migliori ristoranti, non necessariamente “orientali” o giapponesi ed ha estimatori in tutto il mondo occidentale. Anzi, per essere precisi, il “sushi” non e’ affatto “solo pesce crudo” mentre oggi, nei migliori ristoranti Italiani specializzati in pesce di mare, si serve, appunto, “pesce e crostacei” crudi senz’altra aggiunta!

          • urrutigoechea

            Cara Curti
            a parte il fastidioso tono paternalistico e da maestrina che mantieni, e che qualche volta rovina le cose anche interessanti che scrivi. Mi pareva evidente che la mia fosse una comparazione paradossale
            Però mi dispiace, ma qui sostieni qualcosa di inesistente: l’apprezzamento delle ceramiche imperiali sarebbe comprensibile solo conoscendo la “profonda relazione con la storia e con i prodotti della storia culturale della propria civiltà”? Quindi una cosa molto cinese?
            In realtà il successo di questi manufatti risale molto indietro, quando i poveri cinesi maoizzati faticavano a mettere insieme qualcosa per cena, figurati se pensavano a valorizzare le loro ceramiche
            Quindi parlare di richiamo del DNA e di radici sublimi che spingono nella “quantificazione economica” è qualcosa che ha senso solo negli ultimi anni della Cina capitalizzata. O no?

          • L’hai detto : o no? NO, assolutamente no. La “profonda relazione con la storia e con i prodotti della storia culturale della propria civiltà” e’ una caratteristica cosi’ profonda e fondamentale della cultura Cinese dai tempi dei primi Imperatori ad oggi, che permeo’ profondamente anche l’intellighenzia Maoista al punto che uno degli obbiettivi “ufficiali” dell’infame “Grande Rivoluzione Culturale”, (che aveva sostanzialmente il compito di “epurare” il partito da tutti i seguaci e simpatizzanti di Liu Shaoqi e Deng Xiaoping rei di aver tentato di “emarginare” Maotzedong) fu proprio quello di estirparla, senza per altro, per fortuna, riuscirci dato che caratteristiche millenarie d’una cultura non sono estirpabili neppure dalla violenza e dalla barbarie cieca di una dittatura potente come era quella di Maotzedong all’epoca.
            Proprio la Rivoluzione Culturale, con la sistematica distruzione di tutto ciò che di tradizionale e classico riusci’ a trovare sia negli allora pochissimi musei sia, sopratutto, nelle case private di intellettuali, e nomenclatura del partito, e’ una delle ragioni che ha fatto levitare a livelli più che ragguardevoli i prezzi che riescono a spuntare in asta pezzi come quello dell’articolo.
            I “poveri Cinesi, anche quando facevano (o fanno fatica) a metter insieme qualche cosa per la cena” sono sempre profondamente consci ed orgogliosi delle loro radici e delle loro tradizioni. Non c’e’ più bisogno di andare in Cina per rendersene conto, oramai in moltissime nostre città ci sono vere e proprie Chinatowns: prova a diventare amico di una di queste famiglie e scoprirai, se riuscirai a guadagnarne la fiducia e confidenza, (cosa tutt’altro che facile) che, se anche vestono come te o me e se anche parlano un Italiano comprensibile ed i loro figli frequentano la scuola assieme ai tuoi e imparano persino il dialetto locale se, in buona sostanza, fanno l’impossibile per apparire meno diversi e cospicui possibile (caratteristica tipica del Cinese all’estero) non solo non dimenticano affatto le tradizioni i culti ed i riti dei nonni ma, anzi li conservano con estrema cura nel privato per tramandarli integralmente alle nuove generazioni, sia che abbiano trovato il successo economico sia che stiano ancora “tirando la vita con i denti”

          • Lorenzo Marras

            Sono d’accordo con Urruti.
            quel “valore” e la cina , cosi’ come la conosciamo oggi, come non mai sono INTER-DIPENDENTI.

  • Angelov

    Nel libro “Mercanti d’Aura” si dibatte in modo molto dettagliato sul mistero manifesto che spiega perché alcune forme di espressione artistica sono considerate Arte ed altre solo Artigianato. Non c’è che da leggerlo. Lo so, costa tempo. Ed il tempo è denaro.
    Ma una cosa tecnica vorrei chiedere: per redarre la Tavolozza Internazionale Pantone, ci si è serviti forse anche dei colori presenti nelle ceramiche cinesi come riferimenti per i colori base? Poiché al British Museum, ho visto delle ceramiche i cui colori erano così precisi e perfetti, e di così alta qualità da far pensare che tutto il lavoro di questi “artigiani” vertesse sull’elaborazione di Nuovi Colori. Mi riferisco solo a dei manufatti semplici come ciotole o piatti monocromi. Per quanto si riferisce a colori naturali e artificiali, vorrei segnalare: “Arte e Anarchia”, dove il prof. Wind mette in guardia contro l’assuefazione ai colori da televisione, e quindi anche da Web, che non fanno che falsare l’occhio umano ed abituarlo a percepire come naturali colori che non lo sono affatto.
    Grazie e Buona Pasqua.

  • Grande Luciano Gerini,

    al mio appello hanno risposto (solo) due persone, una della redazione e tu.Sinceramente, tu hai stravinto, ma non significa che la redazione non sia informata, anzi.

    Non credo sia giusto approfittare di questo spazio per le mie cose personali, ma azzardo: visto che adori fotografare, se magari tu riuscissi a fotografare il “buio” che si ha chiudendo gli occhi…beh…..altro che mostra, ti metto in cassaforte e ti faccio uscire ogni tanto solo alle fiere d’Arte, perchè a me non dispiace fare soldi, lo ammetto!!!!

    Stesso discorso per chi riuscisse a registrare od interpretare in altro modo, la voce che si sente internamente quando si legge qualcosa…….

    Accettate la sfida?

    Buona Pasqua a tutti. Tranne a chi non mi vuole. Che si arrangino.

    • …fotografarlo forse no (dico forse perché’ ci ho pensato e ci continuo a pensare e magari o prima o poi…) ma dipingerlo l’ho fatto più’ volte, tanto tempo fa, almeno se per ” “buio” che si ha chiudendo gli occhi’ ” tu intendi quelle impressioni progressivamente cangianti di forma e di colore vagamente iridescenti che ci appaiono quando chiudiamo e ancor più se serriamo gli occhi … erano, con i riflessi sull’acqua di oggetti e forme colorate, uno dei miei temi di ricerca preferiti . Nulla invece sulla “voce”, mentre dal “continuum” del dialogo interno, che non si arresta mai e che mescola e rimescola le impressioni ricevute dalla realtà circostante (quelle che io ho chiamato “reflexions” mescolando i due termini reflex e riflections) nascono le mie sculture di foto digitali i LoKo mobiles (se vuoi vederne l’ultima apparizione pubblica puoi andare qui : http://www.lucianogerini.it/index.php/exhibitions/58-un-uomo-chiamato-ajarn-silpa-a-man-called-ajarn-silpa )
      Pero’ in cassaforte, per favore, nooo! Sono uno tranquillo che passa, a volte, giorni di fila in studio senza mai uscire ma sono essenzialmente un uccello migratore… se non viaggio muoio!… altro problemino…. molto di ciò che faccio, per mia scelta, e’ difficilmente “commercializzabile” … comunque grazie! e ancora auguri!!

    • democrito

      fai una fotografia senza togliere il coperchio dall’obiettivo…

  • Riccardo

    Cara Cristiana, ti ringrazio per il tono civile delle tue osservazioni e approfitto per puntualizzare alcune cose. Innanzitutto ho già confessato la mia ignoranza in materia di ceramica cinese e non solo cinese; non ho nulla da eccepire sul valore economico attribuito a quell’oggetto, nè nello specifico nè in astratto; imparo volentieri che si tratti di un manufatto “divino” ma non sono affatto sensibile alla divinità, nemmeno cattolica. Ho approfittato della discussione in corso per dire cose che mi stanno più a cuore e che ribadisco: non è tutto allo stesso livello. Inoltre credo che un’opera dell’intelletto – che abbini se necessario a quello anche l’abilità della techne – porta con sè una profondità, una stratificazione, una complessità e se si vuole anche una vastità di significati che per me è più interessante. Non rispondo a te, ma dico più in generale, che leggere – ancora – commenti improntati all’equazione arte=bellezza, o che vincolano il valore dell’opera al suo valore d’uso (che sia cultuale o altro non fa differenza), mi fa malinconicamente pensare che 150 anni di arte (ok, occidentale) e di filosofia estetica siano passati invano. Grazie dell’attenzione e dell’ospitalità.

    • Cristiana Curti

      Caro Riccardo, grazie anche a te e a tutti coloro che hanno voluto procedere in questa interessante discussione che potrebbe aprire – come ha fatto in effetti SID – i medesimi interrogativi che ormai sono quotidiani presso la nostra civiltà occidentale, ma che, al contrario del fenomeno “ceramiche imperiali cinesi”, constano di records forse più recenti di quelli che costellano le aste di H.K. e Amsterdam del passato.
      Ci tengo a sottolineare che apprezzare una civiltà così profondamente diversa dalla nostra (e di civiltà ce ne sono tante a questo mondo… questa è solo una delle tante, anche se terribilmente affascinante per me) non significa assolutamente “preferirla” alla nostra. Neanch’io saprei come vivere senza Rosso Fiorentino (per dire solo il primo nome) o Cima da Conegliano o Carrà dei suoi primi decenni di produzione (vado a braccio sgangherato, naturalmente). E non ho la minima intenzione di rinunciare a quello che ha fatto di me ciò che sono.
      Ma tutto partecipa a costruirci e (tentare di) conoscere il più possibile modi di conoscere altrui, cercando di comprendere se non i particolari, se non le sfumature, almeno i canoni di giudizio principali costituisce da sempre un fattore di progresso per tutti.
      Buona Pasqua

  • urrutigoechea

    Gerini, sembra che siamo in contrapposizione, ma così non è. Nessuno mette in dubbio la sincerità, l’identitarietà di questi oggetti per il popolo cinese
    e neanche che queste si siano eroicamente esercitate negli anni difficili della rivoluzione culturale
    Ma il tutto partiva – ahinoi – da un grezzo dato economico: i 27 milioni di euro
    Che sono oggettivamente esorbitanti per essere motivati esclusivamente da queste apprezzabilissime e indubbiamente fondate circostanze che tu ci regali

    • Cerco di risponderti sinteticamente (anche se non e’ facile) : quando ho citato i danni della Rivoluzione Culturale non l’ho fatto per sottolineare l’eroico attaccamento dei Cinesi a questo tipo di oggetti ma per ricordare che, data la distruzione sistematica e forsennata fattane essi, da rari che erano, sono diventati rarissimi e quasi introvabili (almeno in condizioni quasi perfette) e questo e’ certamente uno degli elementi che va ad incrementare un prezzo.
      Con il discorso prezzo veniamo al punto: ci siamo meravigliati quando un paio di (comunissimi) occhiali da sole di Elton John o un vestitino, non certo di haute couture, già indossato da Marilyn Monroe, per non parlare della chitarra o dei bolerini di Elvis sono stati battuti a cifre di cinque o sei zeri? Sappiamo tutti che esistono i collezionisti e che per aver quel pezzo che loro manca o “quel particolare pezzo” che loro manca sono disposti (se ne hanno le capacita’) a spendere somme che tutti noi giudichiamo folli. Perché allora ci dovrebbe meravigliare tanto che un oggetto che, oltre ad essere un “mirabilia” (per usare un termine molto in voga) appartenuto ad un Imperatore (tra i più potenti mai esistiti), e’ anche rarissimo, e’ un oggetto di fattura squisita (non dimentichiamo che dopo molti secoli la forma a “fior di loto aperto” e’ diventata estremamente comune e ci appare, oramai, come la più comune, per le coppe non solo cinesi ma anche occidentali… non era cosi’ all’epoca della sua realizzazione!!), proviene da una manifattura, durata solo una trentina d’anni, che produceva (per opera di artigiani di levatura somma e di materie prime di raffinatezza inaudita) solo pezzi unici, rappresenta, nella sua semplicità’ di forma e colore e nella sua apparente modestia. il concetto filosofico in base al quale quell’Imperatore visse (o pretese di vivere), e’ in netta antitesi (per disegno, colore, assenza di decorazione ecc. ecc.) a quanto prodotto prima e dopo quel breve periodo, e’ un oggetto il cui possesso, nella cultura che l’ha prodotto, definiva in maniera inequivoca non solo uno “status” ma molto probabilmente una precisa, altissima carica pubblica…ecc ecc. abbia raggiunto questo prezzo?

      • urrutigoechea

        ci siamo meravigliati, eccome!!! 5 milioni per un abitino di Marilyn!!! ma questo non cambia troppo i termini della questione: non si procede molto con le comparazioni. qui poi parliamo di 27 milioni
        temo – e sottolineo temo – che le tue (vostre) ammirevoli difese della purezza, della pregnanza, che anche io non metto in dubbio, non possano portare a circostanziare questa vendita solo nell’alveo del giusto prezzo e della rarità
        temo ci si debba arrendere ad una forte componente di speculazione e ancor più di esibizione di potenza economica di neoricchi incoscienti

  • Cristiana Curti

    caro urruti (è il cognome?), desolata che ti infastidisca il tono da maestrina saccente che mi contraddistingue e che rovina quelle rare cose appena decenti fra le troppe che scrivo, ma la mia insopportabile saccenza salta fuori quando sento frasi come “se per bearsi delle meraviglie di questo oggetto si deve essere iniziati, ecc.” che mi ricordano – ma forse nella mia crassa autostima mi sbaglierò – che molti rifiutano di conoscere non solo le arti altrui ma anche le nostre (il che è assai peggio, anche se non posso riferirmi a te che non conosco) solo perché oggi è tanto di moda il “dàgli al professore, dàgli al sapiente iniziato che parla con termini da iniziati, l’arte è per tutti e tutti possono fare arte, guai a chi lo impedisce soprattutto cercando di insegnare o di sentenziare”. Posto che io non insegno (se non saltuariamente) e che sono ben lungi dall’essere sapiente, ma forse certo sentenzio troppo, ho sviluppato una certa preoccupazione per atteggiamenti come questo che hanno contribuito – secondo me – alla desolazione almeno dal punto di vista della critica d’arte ma vorrei dire anche di molta della produzione artistica per non parlare delle altre branche della cultura italiana.

    Non amo i commentari quando ospitano le libertà eccessive che molti si prendono nel giudicare gli altri spesso anche molto pesantemente da poche (o molte, hai preso ore di permesso per leggermi? ne valeva la pena se tanto ti infastidisco? dovevi proprio scriverlo che la lunghezza delle (mie) note non fa per te? preferiresti una bella censura oltre le quattro righe?) frasi che ci si scambia. Vi partecipo solo quando ho qualche cosa da dire, su infiniti argomenti non so nulla e sono contenta se qualcuno di voi m’illumina con qualche appunto ben fatto e interessante (approfitto per ringraziare Angelov…).
    Ma davvero ciò che non sopporto è l’intolleranza e il disprezzo a priori. Poiché non ti piaccio (e non sono interessata a fare nulla per piacerti, sia chiaro), tutto quello che scrivo (anche quello che potresti condividere) non ha valore.
    Non sei solo in questo sport come io non sono l’unica maestrina qua dentro.
    Ma è una caratteristica di questi siti, che difficilmente riescono ad approfondire senza arrivare all’insulto o quantomeno al diverbio sul piano personale. Con ciò ho detto anche troppo e ho troppo concesso a un commento che non c’entra con l’argomento dell’articolo, e saluto augurando anche a te buona pasqua (se ti interessa).

  • urrutigoechea

    disprezzo? non so dove lo vedi, mi dispiace. giudicare “pesantemente” poi… non mi pare, anzi la mi osservazione era veramente tangenziale, ti rispondevo nel merito

    • Cristiana Curti

      “pesantemente” non era riferito a te, ma al genere “l’importante è insultare”. So ancora riconoscere i livelli dialogici, e il tuo non è stato certo così “pesante”. Per il resto, leggo ciò che scrivi, se sottindendi altro, non so che fare.

      In merito alla tua ultima osservazione e visto che non intendi considerare come determinanti le questioni antropologiche che ti sono state presentate da me e Luciano, torno al pragmatismo che l’argomento di questo articolo evince. Quindi, confidando tu consideri almeno le prove inconfutabili di alcuni dati oggettivi, insisto coll’affermare che:
      1) questo genere di record nella ceramica imperiale cinese non è di oggi, ma si ripresenta da almeno 40 (quaranta) anni, in relazione ai mercati dei tempi passati, naturalmente. Il fenomeno esiste da tempo del tutto indifferente al fatto che l’Occidente lo conosca o meno, anche perché – diversamente dall’arte occidentale che ha avuto grande diffusione in tutto il pianeta e il suo studio è coltivato dall’Australia al Sudamerica – l’arte cinese è conosciuta veramente da pochi. Ma questo fenomeno non ha a che vedere con l’ostentazione del “bene di lusso” sfoggiata da una raccolta come quella di Pinault (per esemplificare) che pure ha opere interessantissime (in particolare quelle non contemporanee) o, peggio, da certe neonate collezioni di magnati russi annunciate in primis dai cartellini dei prezzi et postea dall’oggetto dietro ai cartellini.
      2) la serie di aste di primavera d’arte cinese antica da Sotheby’s H.K. (mi sembra fossero 3/4 aste in tutto di cui una dedicata solo ed esclusivamente alla nostra ciotola; non credo siano stati più di 5/600 lotti, ma qualcuno qui di Artribune potrà essere più preciso perché vado a braccio e non ho tempo di controllare) ha fatturato ca. 320 milioni di dollari. Il venduto non è stato elevato, ha superato di poco la metà dei lotti. Il ricavo ottenuto è all’incirca corrispondente alla metà di quello complessivo stimato. Il che indica che questo genere di “fatturati”, per noi invece strabilianti, in Cina è questione ordinaria e che la selezione oculatissima dei pezzi è altrettanto naturale e consueta, perché presuppone un livello di conoscenza della materia altissimo.
      3) Comprare un recipiente per pulire i pennelli da inchiostro del 1100 per un cinese non è come comprare un cratere apulo (anche rarissimo) del IV secolo a.C. per un italiano (aldilà delle rispettive disponibilità finanziarie). Anche perché da noi il mercato dell’arte antichissima e spesso anche di quella antica è fortemente avversato dalle leggi e, di conseguenza, dai mercati interni proprio per quel mai definito rapporto che l’Occidente (cattolico-romano) ha con la quantificazione del valore della propria arte. Ambiguità (ipocrita?) che ha permesso e favorito nefandezze oltre che – spesso – un protezionismo senza senso ma anche senza responsabilità. Lo stato cinese acquista molto spesso i pezzi rari in asta, anche considerando che nelle case d’asta cinesi di Pechino (potentissime in tutto il globo) ha una partecipazione diretta alle società e agli utili. Ma questa è storia recente, e non ha, fra l’altro, nulla a che fare con questo caso (Sotheby’s).

      Insisto: se davvero non riusciamo a comprendere (lecitamente) il senso di un record di questo genere, almeno sforziamoci di capire che il passaggio di mano dell’arte (l’arte nasce per passare di mano, anche se si tratta di affreschi!) non ha le stesse modalità o le stesse regole ovunque, che i collezionisti cinesi sono mossi da pulsioni culturali diverse dalle nostre oltre che da prestigio (che, senza dubbio, in un exploit come questo, può essere anche uno dei fattori di spinta, ma sono certa non sia il prioritario, proprio per “l’essenza culturale” dell’oggetto in questione.

      Se poi si è convinti che solo il capitalismo occidentale abbia creato ciò che noi chiamiamo il valore quantificato di un oggetto d’arte e che le motivazioni all’acquisto dell’opera d’arte o al collezionismo siano le medesime sotto tutti i soli e sotto tutti i pianeti, vuol dire che non si riconosce ad altre culture la possibilità di formulare sistemi di valore (anche economico non solo antropologico) differenti dal nostro. Il che mi riconduce alle considerazioni intorno al timore, per me fondato, che giudicare gli altri solo con il proprio metro non porti da nessuna parte e sia anzi – se condotto all’eccesso – origine d’intolleranza e d’incomunicabilità fra popoli.

      Alla fine, una ciotola Song da 27 milioni di dollari, può dire molto sui cinesi, ma anche molto su di noi.

  • Augusta

    E da tempo che non entro A leggere e scrivere il mio pensiero.
    Volevo solo ringraziare Cristiana e Luciano per i loro interventi che trovo sempre puntuali e in questo caso istruttivi.
    Buona pasquetta.

  • anonimo

    anche la fotografia è bellissima, trasmette semplicità

  • Giacomo

    Non ho gli strumenti e la conoscenza, diciamo anche la cultura, per giudicare se una ciotola valga tanto. Penso solo che l’attribuzione di un valore economico, di una cifra seppur così elevata ad un oggetto risponda esclusivamente alle leggi del mercato e in questo caso di un mercato specifico come le ceramiche cinesi antiche. Pertanto per me non costituisce scandalo in sè quando contestualizzato in una realtà con le sue regole. Detto questo puntualizzo che il termine greco “barbari” significa in greco antico “stranieri”, senza connotazione negativa, tanto più che gli antichi greci non sottoponevano le vicende umane, compresi gli affari, ad un etica o ad una morale di riferimento ma solo alle leggi divine, e ancora di più al fato e nell’arte si rifacevano ai canoni di un estetica retta dalla legge della proporzione matematica ritrovabile nella Natura e nel Mito: il bello era quello che procurava piacere perchè proporzionato, misurato, rispetto alla Natura e al Mito, e più era tale più era raffinato.

    • Cristiana Curti

      Che meraviglia, Giacomo, musica per le mie orecchie! Però un appunto (forse più una curiosità) sul termine “barbaro” che vuol dire sì straniero in greco, ma “straniero in virtù del fatto che non sa parlare la lingua greca” (tant’é che i Lidi o i Frigi, ad esempio, erano considerati barbari “con riserva” perché certamente orientali e di costumi deplorevoli, ma in grado di parlare il greco e di usarne l’alfabeto in scrittura). “Bar-bar” era il termine onomatopeico che indicava quella sorta di balbettio incomprensibile emesso dallo straniero, per l’appunto, e accomunava tutti coloro che non conoscevano l’elevata ricercatezza della lingua e dei dialetti ellenici. C’è – in fondo – uno snobismo tutto greco nel classificare lo straniero come “colui che non sa parlare come me”, perché è il “foresto” che dovrebbe adeguarsi alla mia civiltà, non io alla sua.
      Per il resto, e sottolineando la (per me giusta) consapevolezza dei Greci che la propria civiltà aveva raggiunto vette che altri avrebbero impiegato secoli a intravvedere, concordo con il tuo appunto.

    • Caro Giacomo, dato che sono stato io ad introdurre il termine “barbaro” credo di dovervi una breve spiegazione: ho detto che i Cinesi e gli Asiatici, in genere ci consideravano e ci considerano “barbari” proprio nel senso che bene chiarisce Cristiana nel suo post “coloro che non parlano la lingua e che non sono in grado di comprendere cultura e tradizioni” Quindi in un senso non spregiativo ma neppure “apprezzativo” visto che sono giustamente orgogliosi della loro cultura. Non posso dire dei Cinesi, dato che non conosco la loro lingua a sufficienza ma, ad esempio, in Thailandia si fa distinzione tra “straniero Europeo” (e per estensione occidentale) che viene chiamato “farang” (una derivazione di “frantze” = francese). Non c’e’ nessuna connotazione negativa nel termine “farang” ma e’ anche il modo di giustificare una qualche “infrazione” alla rispettatissima “etichetta sociale” da parte di uno di noi “…e’ farang…” (che significa, bisogna scusarlo e non formalizzarsi perché non comprende la nostra cultura e le sue regole) . Per gli stranieri in genere si usa il termine generico Thanchat (= di altra nazione), per gli Indiani “khet” (oramai poco usato perche’ ha assunto una sfumatura derogatoria) per i Cinesi “jeen” (o, in senso derogarotio “jeck” )

  • Angelov

    Guardando ancora una volta la foto di questo oggetto, mi è venuto da immaginare le possibili traversie e situazioni che un manufatto di questo genere, abbia dovuto attraversato per giungere al tempo presente, dopo 9 secoli, ancora intatto nonostante la sua fragilità. E’ stato probabilmente tenuto nascosto e sotterrato per periodi di tempo, più o meno lunghi, oppure trasportato lontano dai teatri di guerra, frequenti in quel lungo periodo di storia. Oppure dissimulato come oggetto di poco valore.
    Ma il suo passare indenne attraverso il trascorrere del tempo, lo ha premiato attribuendogli di più e più valore.
    Ricordo di aver visto dei lavori di Hans Haacke, un artista concettuale, dove l’Opera non era altro che una ricerca intorno ad un oggetto, un quadro ad esempio, e dove veniva raccontata la sua storia ed i suoi passaggi di mano in mano, da quando era stato dipinto ad oggi. Oppure in altri lavori, era la storia di un marchio (Brand). Si trattava di ricerche che avevano anche una sfumatura politica.
    L’idea stessa di caricare qualcosa di così fragile e precario, di una valenza così importante, mi ha fatto anche pensare ai Bonsai giapponesi, che spesso vengono lasciati in eredità, di generazione in generazione. E si tratta di qualcosa di ancora più fragile, perché è un entità di vivente e richiede di essere accudita in continuazione.
    Ed è paradossale che siano proprio queste qualità (fragilità, precarietà, apparente temporaneità) che investono certi oggetti ed anche entità viventi, quelle più atte a mobilitare intorno a se le energie più vitali dell’umanità.

    • Cristiana Curti

      C’è da dire (fra un rientro a casa e l’altro per fiere che tutto fanno pensare tranne che queste cose) che questo spunto ha portato molti di noi a meditare oltre l’oggetto, il quale ha catturato l’attenzione per un dato incidentale (un record in asta) ed è divenuto un ponte per qualcosa di più profondo, anche per chi non condivide il fatto in sé (l’asta e il record e magari neppure l’ “item”). Grazie anche a Angelov (e all’articolista, naturalmente).
      Mi pare si vada delineando (in sottrazione o addizione) proprio un “sintomo” della qualità dell’opera d’arte. O mi sbaglio?

  • Giovanni

    Salute a tutti. Scusate se rispolvero questa vecchia discussione. Non sono un frequentatore di questo sito, ci sono capitato per caso “googlando” ceramiche cinesi. Sono un collezionista di ceramiche cinesi infatti. Vorrei rispondere a chi ha fatto domande sul valore intrinseco dell’oggetto e ad alcuni quesiti di Angelov.
    La scodella in questione è una ceramica Ru, uno dei cinque tipi di ceramiche imperiali della dinastia Song. Bisogna considerarne l’assoluta rarità: in titto il mondo esistono circa una settantina di pezzi di ceramica Ru. Sissignori, circa settanta pezzi, e questo già è una delle componenti del prezzo raggiunto. Questi pezzi venivano fatti esclusivamente per la corte. Per dare un’idea di cosa significhi un pezzo di questo genere per la cultura cinese, si consideri che tranne quella Ming, tutte le dinastie della millenaria storia cinese erano di origine starniera. Nonostante ciò, ogni dinastia (leggi ogni cultura straniera) che ha governato la Cina ha sempre fatto tesoro e tramandato alle successive i tesori artistici di corte. Con molte probabilità questa ciotola faceva parte della collezione imperiale, ed è stata trafugata durante i disordini seguiti alla fine dell’epoca imperiale. Le potenze occidentali (fra cui non tutti sanno che c’eravamo anche noi) hanno fatto delle vere barbarie, bombardando i palazzi imperiali e letteralmente saccheggiandoli. Esiste una fotografia della moglie del console della guarnigione inglese che esce dal palazzo bombardato con in braccio la refurtiva. Questa è la ragione principale per cui pezzi della collezione imperiale si trovano solo in Europa e USA e sono impossibili da trovare in Cina.
    Comunque invito anche a considerare il puro lato estetico della scodella. Molti di noi hanno un concetto dell’arte cinese non dissimile dalle cosiddette cineserie. Non è il caso con i veri capolavori dell’arte cinese. Durante la dinastia Song si è raggiunto l’apice del gusto, la purezza delle forme Song è unica. La bellezza risiedeva nella purezza della forma, infatti i pezzi sono monocromi. Tenete presente che questi pezzi venivano cotti in forni a legna, e alcune ceramiche cinesi danno molto filo da torcere ai ceramisti moderni che tentano di riprodurle, malgrado i mezzi odierni. Una variazione di temperatura, della percentuale di ossigeno ecc. comportava una variazione di colore, e non c’erano termometri, sonde, ecc! Comunque garantisco che visto dal vero, un oggetto come la scodella Ru in questione cattura la vista di chiunque, anche di chi non sa nulla di ceramiche cinesi. Si rimane assolutamente affascinati, così come si viene catturati da una vera lama giapponese, intendo quei pochi capolavori che sono considerati tesori nazionali in Giappone. Vanno visti dal vero. Riguardo ai monocromi capisco che abbiano affascinato Angelov. I bianchi del periodo Yongle, i rossi del periodo Xuande sono unici, nessuna foto può farne giustizia.
    Saluti a tutti
    Giovanni

    • Renato

      Bun giorno mi interesso obbisticamente di terrecotte maioliche antiche sono venuto in possesso di un piatto cinese sembra dinastia ming solo che non so riconoscere quest genere vista la discussione mi sono introdotto sapendo che lei e’ un collezionista se mi potesse aiutare a riconosciere questo piatto ne sarei molto grato

  • Giovanni

    PS: comunque complimenti per il sito, molto interessante. Sono di Piacenza per cui lo terrò d’occhio. Belli gli interventi “open mind” di Cristiana Curti e Luciano Gerini.
    Giovanni

  • Walter

    Da qualche mese mi sono gettato nel mondo della porcellana cinese ed ho scoperto proprio ora questa chat ? specifica nel trattare argomenti dell’arte, un pò polemici a mio avviso i primi articoli, trovo molto interessante l’articolo di Giovanni (collezionista) che mi ha preceduto nello scritto.
    Io che ho sempre amato l’arte in senso generale é da anni che sento parlare di top lot delle aste internazionali e le porcellane cinesi sono ai vertici, comunque se non si scandalizzano i cinesi per queste grandi somme come lo possiamo fare noi? Un cinese mi ha detto poco tempo fa “noi in Cina non abbiamo la pittura come voi in Europa abbiamo la porcellana” allora io deduco: dobbiamo paragonare un oggetto di porcellana ad un Caravaggio.
    Ciao a tutti

    • enrico guarneri

      Non so cosa il signore cinese abbia esattamente detto, nè cosa intendesse dire, ma non mi pare che ci sia niente di meno esatto dell’affermazione che nella cultura cinese non ci sia la pittura (anche se in bianco e nero). Del resto molta ceramica cinese (e giapponese, se l’accostamento non è del tutto illegittimo) la pittura compare sia in forma monocroma che policroma.
      qualcuno ha osservato la propensione che si nota in questo mezzo di comunicazione per la contumelia, in effetti è una cosa, legata all’abbandono del cartaceo, su cui riflettere

      • enrico guarneri

        scusate il p.s.
        sarei fortemente interessato ad entrare in contatto con qualcuno in grado di fornirmi qualche informazioni precise su pezzi di ceramica cinese e orientale in genere di cui potrei fornire fotografie.

        • enrico guarneri

          secondo p.s.
          la e-mai a cui contattarmi è

  • Pietro Zalla

    credo che una porcellana dopo 1000 anni rimane in queste condizioni è unica non rara e poi la qualità per l’epoca è incredibile.