La Vip Art Fair? È una bufala. Ditelo in giro. Conclusa la fiera d’arte online, arriva la bocciatura furente di Massimo Minini

“Se l’anno prossimo penso di partecipare di nuovo? Per carità è una bufala. Ditelo in giro”. Non usa certo mezzi termini, Massimo Minini, per chiarire senza possibilità di equivoco tutta la sua delusione per l’esperienza della Vip Art Fair. Artribune ha contattato il grande gallerista bresciano raccogliendo un giro di pareri sulla fiera d’arte online […]

Massimo Minini e Alighiero Boetti

Se l’anno prossimo penso di partecipare di nuovo? Per carità è una bufala. Ditelo in giro”. Non usa certo mezzi termini, Massimo Minini, per chiarire senza possibilità di equivoco tutta la sua delusione per l’esperienza della Vip Art Fair. Artribune ha contattato il grande gallerista bresciano raccogliendo un giro di pareri sulla fiera d’arte online che ha appena chiuso i battenti virtuali, per un articolo di considerazioni generali che presto leggerete sul sito.
E Minini, di cui peraltro abbiamo già parlato presentando il suo cyber-boot fieristico, non ha mostrato esitazioni nel liquidare senza appello l’iniziativa, almeno dal suo punto di vista. Ecco l’icastica sequenza di domande risposte, che la dice lunga più di qualsiasi commento. Che collezionisti avete incontrato? Qual era la loro nazionalità? “Nessun collezionista”. Come sono andate le vendite? Hanno rispecchiato le aspettative? “Nessuna vendita”. Qual è l’opera piu costosa da voi venduta? “Zero lire”. È soddisfacente questo tipo di relazione con i collezionisti? “No”. Appuntamento alla prossima fiera terrestre…

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  • La bolla speculativa 1995/2007 è finita. Non si riesce più nenanche a vendere un giovane Paolino Chiasera infilandolo in una trattativa per la Beecroft….ehehe

    Il sistema dell’arte ha vissuto la sua fase P-ART-MALAT (titoli/opere gonfiate arbitrariamente da pochi) e ora sta pagando dazio. Forse sarebbe interessante argomentare l’idea di Valore: perchè devo pagare una foto 10.000 Euro quando all’ikea la trovo a 100 Euro????

    Servirebbe almeno maggiore consapevolezza. I collezionisti raggirati di ieri si stanno ritraendo (chiaramente a differenza dei risparmiatori della parmalat nel caso dell’arte contemporanea i collezzionisti non posso protestare: farebbero la parte degli stupidi, non potrebbero più vendere le loro opere-bidone e perderebbero in status…). Ecco motivata la crisi del mercato, Caro Massimo. :)

  • Caro Luca mi spiace dirti ma il tuo riso è quello di un fessacchiotto che esulta con stupida innocenza quando esulta perché ha soffiato un misero pedone, anziché un più appettitoso alfiere.
    Altro che crisi della rappresentazione. Magari. Luca Luca.

  • Ecco come la pensa Massimo Minini che scrive al blog nato dopo l’effetto whitehouse:

    http://www.atpdiary.com/2012/02/how-much-alcune-considerazioni-di.html?showComment=1329241141844#c8533643573955282246

    E’ giusto pensare al QUANTO. Ancora più giusto sarebbe capire perchè un’opera X (semmai di un giovane o mid career) cosa Y. Pochi anni fà (2005/2006 circa) un dipinto di Roccasalva venne offerto a Basilea per 40.000 Euro…..

    Quindi oggi non lamentiamoci se un mercato di secondo o terzo livello non funziona più. Negli ultimi 15 anni -in italia ma non solo- si è verificato un caso P-ART-MALAT con collezionisti che a differenza dei risparmiatori OGGI non protestano per paura di perdere in staus e per paura di non poter più rivendere le loro opere-bidone. L’antidoto a questo è l’argomentazione critica, il MI PIACE LO COMPRO non può più funzionare….perchè lo diciamo anche all’ikea o in quel negozio di medernariato….perchè devo pagare una foto 10.000 Euro quando all’ikea costa 100 Euro???? Questa è la domanda che Massimo Minini vorrebbe censurare. E a cui sto chiedendo un dialogo su tali questioni da un ANNO….un anno…..

    Se non si inizia ad argomentare criticamente l’idea di valore, il mercato reggerà solo per pochi valori consolidati e basta.

    • Caro Luca, non vorrei far la figura di quello che ti “perseguita” (e tanto meno del rompic….i che tu poi pensi di poter far liquidare da uno dei tuoi alias numerici con il classico “tutta invidia” tanto gratuito quanto sciocco e svicolante) ma dato che da molto ti seguo (devo dire con interesse) e regolarmente mi ritrovo con “la bocca amara” di quello a cui e’ stato promesso un alcunche’ di molto appetibile … alla prossima puntata e, alla prossima puntata vede ricominciare da capo la storiella della promessa …per un’altra volta (tipo il cartello-presa-in-giro “domani tutto a meta’ prezzo”) allora ti pongo una domanda precisa a cui ti pregherei di dare una risposta concreta e precisa :
      In un commento del blog da te citato scrivi (e non e’ certo la prima volta che lo fai) :
      “Non sarebbe il caso di definire riferimenti critici che vadano oltre la dittatura del mercato e del curriculum vitae? ”
      La mia domanda : puoi incominciare ad enunciare alcuni, almeno uno, magari anche di prima approssimazione, di questi misteriosi “riferimenti critici” cui tu sembri attribuire un carattere di “oggettività” (in contrapposto con la dittatura del mercato e del curriculum vitae, del mercato, del mi piace/non mi piace, delle locazioni/relazioni ecc. ecc.) ?
      E per favore non rispondere che sarebbe troppo lungo o che sarebbe “off topic” perche’ per lungo che possa sarebbe sempre meglio di interventi “brevi” ma ripetitivi e monotoni come quello tuo precedente (e per altro ripetuto a pezzetti qua e la a commento di altri articoli) e quanto a “pertinenza” nulla ci sarebbe di maggiormente pertinente.
      Gtazie!!

      • sorry… …per lungo che possa essere, sarebbe…

      • Ok Luciano.

        Primo: bisogna incrociare l’opera con il percorso dell’artista e la sua età. Secondo: fissare dei valori, detta molto velocemente: attinenza, autenticità, non distrazione..rispetto al presente e alla storia. L’opera non deve mai essere un feticcio ma testimone di un processo-atteggiamento-modalità. Questo anche se stiamo parlando di koons, hirst o murakami…in questi casi il feticcio diventa consapevole rispetto gli inizi di questi artisti e il loro momento storico ecc…

        Nel mercato finanziario ci sono agenzie che forniscono rating, valori, attendibilità…(e a volte non ci prendono dimostrando come le cose non sono così oggettive) ..non si capisce perchè questo non si possa fare anche nell’arte andando oltre il mi piace.

        Perchè comprare un’opera ad arte fiera e non all’ikea??? Solo perchè sono ricco e vado ad arte fiera? Questa cosa non funziona più. O se funziona crea solo future delusioni e illusioni. La bolla cresceva da 15 anni ed è scoppiata. Serve altro format, anche di galleria. E anche su questo è già in atto un progetto operativo…Emilio Mazzoli (storico gallerista italiano) diceva su un recente flash art che le gallerie sembrando diventate rivendite di modernariato….spesso basculanti tra ikea e modernariato….

        La cosa più preoccupante è la totale miopia di certi giovani ancora ossessionati dal feticismo cool dell’oggetto….

        lr
        http://www.whlr.blogspot.com

        • Ben inteso, la mia sarebbe solo una tesi che cerca ANTI-tesi e poi sintesi…cioè servirebbe un confronto critico aperto e leale…cosa che in italia non esiste e che sembra non importare a nessuno…….per poi avere tutto un indotto che si lamenta…..da dove credono possano arrivare le risorse economiche?????? Se non dal mercato privato…nell’amato mondo anglosassone non ci sono comuni, province e regioni a finanziare a fondo perduto per la CULTURAAAAAA

          Quindi? Artribune dovrebbe come minimo fare un rubrica fissa sulla necessità di argomentare il Valore..altro che era delle stupidità o rubriche da intenditori…

          • Innanzi tutto voglio ringraziarti per la risposta. A proposito di uno “spazio” per questi argomenti (ma mi pare che quanto stiamo dicendo non vada fuori “del seminato”) anch’io avevo suggerito, tempo fa, ad Artribune di prevedere uno “spazio” in cui dibattere argomenti non strettamente vincolati agli articoli (come del resto gia’ fa la “concorrenza”).
            Veniamo alla tua risposta, visto che tu invochi l’antitesi, per poter poi giungere ad una sintesi, mi permetterò di fare un po’ il contraddittore ;
            ” bisogna incrociare l’opera con il percorso dell’artista e la sua età” detto cosi’ suona bene ma che cosa vuol dire? Puoi spiegarmi praticamente come si fa’? L’opera e’ quanto tu devi “valutare”; la carriera dell’artista e’ una mera espressione verbale che significa tutto e nulla (e anche se la rendessi una espressione “oggettiva” riducendola al CV continuerebbe a non significare quasi nulla, senza contare che ci sono anche le opere di chi ha iniziato da poco e non ha un “CV” nutrito ecc. ecc.) . Rimane, unico dato non “interpretabile” ;l’eta’ che ovviamente e’ una espressione numerica discreta e quindi non “interpretabile”… e allora?
            ” attinenza, autenticità, non distrazione..rispetto al presente e alla storia.” e chi ha detto che un opera che non e’ attinente o e’ “distratta” rispetto al presente ed alla storia (o che se ne infischia del tutto di entrambi) ha minor valore? Lo affermi tu, ma dovresti renderti facilmente conto che e;’ solo la tua “opinione”, rispettabilissima ma solo la tua opinione. Quanto all’autenticita’, e’ questo un termine che necessita di un minimo di “istruzioni per l’uso” o altrimenti finsce per essere solo la classica “pennellata di colore” buttata la perche’ “ci sta’ bene”
            “Nel mercato finanziario ci sono agenzie che forniscono rating, valori, attendibilità…(e a volte non ci prendono dimostrando come le cose non sono così oggettive) ..non si capisce perchè questo non si possa fare anche nell’arte andando oltre il mi piace.”
            Premesso che sulla “imparzialita’ ed affidabilita’” delle “agenzie di rating” ci sarebbero fin troppe cose da dire ma, prendiamole per buone. Certo che si possono creare delle “agenzie di rating” per le opere d’arte ma chi ci mettiamo dentro? I soliti “grandi critici” o “gli altri” ? I “giovani critici” o “gli altri” ? Facciano “un po’ di questi ed un po’ di quelli” ? E, alla fine, chi ti garantisce che, chiunque tu ci abbia messo dentro, non finisca per sopravalutare gli “amici” e sottovalutare gli “altri” ignorando comunque e sempre la stragrande maggioranza . Senza dire che, nella pratica attuazione di una simile idea bisognerebbe pretendere che i “funzionari delle agenzie di rating” viaggiassero tutto il giorno e tutti i giorni dell’anno per visitare mostre, studi, artisti ecc. ecc.oppure accettare, fin dal principio, che il loro “rating” sia limitato ai soliti pochi “noti” e a chi “rompe” abbastanza o e’ abbastanza “raccomandato” da farsi valutare.
            Questo per contribuire con un’antitesi, pronto a “lavorare”, se possibile ad una “sintesi” e,c omunque, ad ogni approfondimento e sviluppo di questo tema.
            In ultimo … tu chiedi “Perchè comprare un’opera ad arte fiera e non all’ikea???”
            La risposta e’ semplice e banalissima (e son certo che la conosci anche tu ma il tuo “impegno di razionalizzazione” t’impedisce di accettarla) : se vedo un “opera” (quadro, foto, video, scultura, software, applicazione ecc. ecc.) che “mi dice” qualche cosa, che sia all’Ikea o alla Gagosian poco importa, se posso affrontare il prezzo che (purtroppo) mi viene chiesto l’acquisto e se no, la metto nella “lista dei desideri”.
            Il problema, caro Luca, non e’ nel “collezionismo”. Il collezionista e’ mosso dal desiderio di “possedere e conservare nella sua disponibilità” gli oggetti del suo interesse, vende e neppur sempre, solo quando e se cambia interessi o gusti. Il problema sta’ nel desiderio di speculare investendo in beni che si suppone siano ad “alto incremento di valore in tempi ragionevolmente brevi” … ma, onestamente, di questo tipo di problema a me poco importa: se uno decide di speculare lo fa (lo ha sempre fatto, in tutti i tempi ed in tutti i settori) a suo rischio e pericolo. Io non credo che ci dovremmo troppo preoccupare di “garantire” lo speculatore dalle “fregature” ma ci dovremmo preoccupare molto di far comprendere alla “gente” (al pubblico piu’ vasto possibile) che l’arte e’ fatta per essere “goduta” e non per sostituire le azioni o i BOT.
            Attendo la tua proposta di sintesi, ciao – Luciano

          • ..dimenticavo un punto importante: e’ sciocco demonizzare il “mi piace”:
            Un amico ha tappezzato casa di poster di grandi mostre d’arte (probabilmente provenienti dall’IKEA o simili). Ne ho un’altro che, invece, ha, alle pareti di casa, solo poster e locandine di mostre d’arte che ha visitato personalmente. Un altro ancora colleziona foto d’autore che ha acquistato in gallerie e in aste ma, ancor piu’ spesso, direttamente dagli autori stessi: ciascuno di quei lavori ha per lui un significato ben preciso e diverso anche se non e’ difficile identificare, nella sua collezione, una sorta di “filo conduttore”. Non v’e’ dubbio che tutti e’ tre hanno agito in base ad un “mi piace” ma e’ altrettanto certo che si tratta di tre ben diversi “mi piace”. Il primo motivato da un puro criterio estetico (qui non m’interessa giudicarne il “livello”). Dietro il secondo “mi piace” c’e’ una ragione personale, legata ad esperienze di cui, il mio amico, ha voluto mantenere una “memoria concreta”. Il terzo “mi piace” e’ quello che ha, alle sue spalle, una “elaborazione” maggiore e più legata al “concetto”. Il problema, io credo , non e’ nella “pulsione” del pubblico ad esprimersi (ed esprimere le proprie scelte) in base al “mi piace” ma piuttosto sono le motivazioni e l’elaborazione che hanno prodotto quel “mi piace”

  • LorenzoMarras

    Luca caro ma tu ti ricordi cosa disse Gordon Gekko ad un incazzuto Bud Fox che si lamentava del fatto che gli stava svuotando l’azienda del papa’ meccanico ? oh , riferendosi a quel mezzo dipinto verde nero del suo ufficio ? (detto tra noi una stronzata pazzesca)
    ….con quella voce rauca… gekko… e puntando il dito …quel quadro…lo comprai cento mila dollari… l’anno scorso ed oggi lo potrei vendere tranquillamente a 3 milioni di dollari … il sogno (per i troppi) è diventato realta’.

    Non è il quanto di questo o quello che conta realmente Luca caro, ma il Quanto di CHI lo possiede.
    Una cosa è il quanto della mia vicina di casa,dirimpettaia impiegata di banca
    amante dei paesaggi colmi di fiorellini gialli
    Una cosa è il quanto del mio Avvocato dedito all’acquisto delle croste di pittori locali.
    ed un altra cosa è il quanto che so…. di Marchionne… di Elkann per stare in casa nostra
    Un altra cosa è il quanto di Soros … di Buffet…. o perche’ no, di Gekko seppure fantastico ed astratto.

    E’ il peso del “quanto” che funziona veramente come il peso della spada di Brenno.

  • Lorenzo,

    il tuo è l’atteggiamento di Minini, atteggiamento da arte anni 80 (vedi tua citazione)…non può più funzionare oggi.

    Se prendiamo una Ferrari questa VALE la medesima cifra sia per te, che per l’avvocato, che per Marchionne, che per la tua vicina di casa….

    E il mercato della Ferrari non è mai in crisi. Se l’arte contemporanea non vince la sfida del Valore, è destinata ad essere sepolta. Solitamente in tempi di crisi i settori di lusso non sono mai così in crisi…e invece il mercato dell’arte (parlo di secondo, terzo livello, non dei valori consolidati) è in profonda crisi. Basta girare Arte Fiera o Arco Madrid leggendo fra le righe, e andando oltre il finto ottimismo e l’omertà dei galleristi.

    Ma questi temi sono tabù. E la nave affonda in attesa di una nuova bolla speculativa.

    • Davide W. Pairone

      problematizzare il valore è sempre importante ma nelle riflessioni sulla crisi del mercato di secondo e terzo livello non bisogna trascurare la pura e semplice erosione del potere d’acquisto nel ceto medio e medio-alto. I nomi consolidati resistono e prosperano così come resiste l’economia del lusso top class

    • LorenzoMarras

      Il mio e l’atteggiamento di Minini identici ?
      Luca caro , guarda per me è un complimento. Certo bisognerebbe e giustamente interpellare anche il dott. Minini perche’, magari, per lui non lo è affatto o peggio.
      Debbo dire tra l’altro che (ma sono valutazioni del tutto personali) trovo abbia un ottimo piglio verbale , da persona concreta che ha sempre combattuto per stare ed occuparsi di arte contemporanea; ed uno che, mi pare lavori da trenta anni in questo campo, e che pertanto merita tutta la mia considerazione.
      Luca dovresti sapere che NON faccio mai di cio’ che scrivo una questione personale (ogni persona è sacra) pero’ lascia che te lo dica , non ti offendere, ma non hai compreso quello che ti ho scritto.
      Sei rimasto alla superficie e ti sei lasciato andare dalle solite tue campiture larghe che fanno solo tabula rasa, ma non raccolgono quelli che sono i particolari.
      Sei legato ad un concetto di “VALORE” puramente nominale .

  • 16012

    smontare luca rossi è veramente facilissimo, ormai sembra un rumore di sottofondo tipo le cicale nei campi di grano .

  • Smontare? A me non sembra che a nessuno importi smontare/montare nulla….

    Torniamo a Minini e alle opere d’arte:

    Prendo un artista della sua galleria, Stefano Arienti:

    http://www.galleriaminini.it/artists/stefano-arienti-2/

    Qualcuno è in grado di argomentare la differenza fra queste opere e alcune fotografie di paesaggi che possiamo trovare all’ikea? O vogliamo dare per scontato che queste opere costino 10.000 Euro l’una? Questo valore da cosa è dato? Conta il CV? Conta l’autorevolezza di Massimo Minini??

    lr

    • Maddai Luca questa é la solita domanda stracciona che fa finta di non sapere che i valori non si formano per grazia divina ma solo in relazione a contesti ben definiti.
      E sarà pure divertente ricorrere a certe analogie alla condizione di distinguere gli ambiti di origine.

    • “Qualcuno e’ in grado di argomentare…” accetto la “sfida”.
      No, le opere di Arienti non sono affatto “simili” ai paesaggi che puoi trovare all’IKEA. Esse potrebbero persino essere, all’origine, uno di quei paesaggi (non conosco il modus operandi di Arienti). Rimane il fatto che, su quegli “originali” (qualunque ne sia la provenienza), Arienti e’ “intervenuto” con pieghe, tagli e ricuciture, con traforature ecc. ecc. . li ha cioè utilizzati come “media” per la sua espressione artistica. C’e’ quindi tra essi ed i poster dell’IKEA la medesima (lampante) differenza che c’e’ tra un quadro ed una scatola di colori (acrilici o ad olio od acquerelli) con relativo set di pennelli e, tra l’altro, son quasi certo che un soggetto cui piacciono i poster dell’IKEA si comprerebbe mai un lavoro di Arienti anche se il prezzo fosse altrettanto abbordabile (salvo, ovviamente, che non gli venga suggerito che “avere un Arienti” in casa fa “fino ed evoluto”).
      Questo giustifica un “prezzo” di 10.000 Euro ? Onestamente non lo so e non m’importa molto. Accetto il fatto che “qualcheduno” (il mercato? Un’asta? Il gallerista? L’artista? L’attuale proprietario? …) ha fissato quel prezzo in offerta, ne’ piu’ ne’ meno del fatto che la Ferrari (Fiat) o la Maserati (Fiat) chiede un certo prezzo per un suo determinato modello (e sai bene che, appena acquistato, se lo andassi a rivendere, perderesti un buon 25/30 % e cosi’ via a crescere nel tempo sino a che’ non si avvicinerà a diventare “auto d’epoca” ed il suo prezzo tornerà a risalire).
      E’ un prezzo che viene richiesto. punto. Di fronte a questa offerta ho poche domande da pormi : “mi piace”? desidererei averlo? me lo posso permettere? Rispondere alle prime due stabilisce un mio “coinvolgimento” con l’opera, se le prime due risposte sono positive rispondere alla terza stabilisce la possibilità di soddisfare il mio desidero.
      In verità c’e’ una quarta domanda che viene costantemente suggerito di porsi : “e’ un buon investimento?” Ecco io sono profondamente convinto che dovremmo invece smettere di porci questa domanda (ammesso che ce la fossimo posta in passato) e fare il possibile affinché il “pubblico” comprenda che essa e’ una domanda che non ha “cittadinanza” nel mondo dell’arte, una domanda che, anzi, trasforma un “opera d’arte” (con tutto le possibili implicazioni e considerazioni che possono “riempire” e connotare un tale termine) in un banale “bene da investimento” ne più ne’ meno di un certo numero di azioni Pinco Spa o di Palla Inc., dei BOT, o di un qualche “derivato” tutte “entita’” di cui non conosco ne’ colore ne’ suono ne’ sapore che non avrò mai il “piacere” di vedere fisicamente e che, in buona sostanza, son solo ulteriori, differenti, espressioni del “denaro”.

      • ..sorry… poster dell’IKEA, non si comprerebbe mai un lavoro…
        … un’ “opera d’arte”…

  • massimo minini

    Buongiorno, sono il Dott.Minini….
    Come va? vedo che dibattete allla grande, e ogni tanto compare il mio nome, ed in fondo tutto nasce dalla mia risposta “how much” dalla mostra di Stefania Galegati.

    Bè se allora ho detto che la questione non era quando ma quanto? adesso direi che la questione sarebbe: “silenzio”.
    Cosa sono tutte queste parole? Cosa cambiano? cosa aggiungono? ( cosa tolgono?).
    Il prezzo?
    Bella domanda….ma il prezzo di un artista vivente è drogato.
    Drogato dall’ego dell’artista, dalla sua abilità dialettica. dal gallerista che promuove. da tanti interessi convergenti. Dal prezzo degli altri artisti ( mai sentito tuo artista che si lamenta: ma come quello là costa così ed io solo cosà. ergo dal primo Gennaio aumento del 30% e tu ha voglia di tenerlo fermo.
    Bòni, come diceva Benigni sull’arca nei panni di Noè.
    Hai voglia.
    Poi calmate le acque, passati a miglior vita, quando rimane solo il lavoro a lottare, allora i prezzi devono allinearsi a quelli di Tiziano o di Marco Zoppo, di Rembrandt o di Sante Cattaneo (oscuro bresciano del ‘700) e li allora si aggiustano.
    Noi non vedremo questa fase. Nè ci riguarda.
    Cerchiamo di tenere calmi gli artisti, ma a volte ci sfuggono di mano. E poi non c’è una regola. Esempio?
    Boetti e LeWitt hanno sempre venduto a due lire, in vita. Poi appena hanno smesso di dare fastidio al proprio mercato, questi è esploso.
    DeDominicis ha sempre fatto il contrario. prezzi altissimi.
    Come trovare un denominatore comune?impossibile.
    Dunque poche parole. sarò anche uno degli anni ottanta (che vuol dire nella pratica?) ma grazie, pensa se mi avessero detto che ero uno dei settanta….
    In fondo ho aperto nel 73 e fa ormai quasi quarant’anni. e non ho ancora capito come si forma il prezzo.
    Certo l’IKEA qui non c’entra.E’ una bella battuta di spirito. ma è un’altra cosa. Chi compera un poster all’IKEA ha tutta la mia solidariertà. Anche io compero all’IKEA, sedie, scatolette, salmone, bisotti, giardinaggio…
    ma compero medicine in farmacia, ortaggi dal fruttivendolo, mutande da COIN, cappuccino al bar e dipinti nelle gallerie.
    Chi compra un DeChirico al bar sport rischia grosso.
    Massimo Minini

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      C’è una teoria economica che sostiene la possibilità di danni finanziari da supervalutazioni di opere d’arte quando queste vengono gonfiate o sottoposte a valutazioni eccessive. Ciò può essere l’effetto di attività speculative, come nel caso dei famosi dipinti “Girasoli” di Vincent Van Ghog…

    • Premesso che ho grande rispetto per Massimo Minini; se è emerso il contrario mi scuso.

      Mi sembra che ci sia già troppo SILENZIO fra gli stand delle fiere…che poi non è mai silenzio, c’è sempre un chiacchericcio…ognuno, nella sua testa, LE COSE LE DICE. ECCOME SE LE DICE. Quindi vista la situazione, tanto vale confrontarsi, dialogare -non urlare-, AHIME: questo dialogo importante per tutto l’indotto viene relegato ai commenti e ai blog….pochi anni fà non c’erano neanche questi.

      Capisco la grande variabilità dei valori/prezzi del contemporaneo, e gli equilibrismi che deve fare un gallerista. La mia domanda è un’altra: perchè Boetti o De Dominicis son meglio di un poster Ikea??? Non è forse anche il poster IKEA squisita espressione del nostro presente-passato? Una sorta di Warhol contemporaneo???

      Dimostrato che uno sia meglio dell’altro perchè uno costa 100 Euro e l’altro 20.000 Euro? Queste, vedete, non sono più domande INGENUE ma sono centrali per irrubostire il mercato…perchè se trovano risposta andrebbe meglio per tutti: curatori precari, riviste precarie, gallerie, qualità, indotto, ecc ecc

      LR

      • LorenzoMarras

        Luca , è semplicissimo, De Domenicis e Boetti hanno una poetica che arriva alla testa. Il pezzo della Ikea arreda.

        • @Lorenzo: risposta sbagliata. Anche De Dominicis arreda e anche l’ikea arriva alla testa. Perchè non dovrebbe?:

          Questa sembra un’opera di Giuseppe Gabellone che probabilmente Massimo Minini comprerebbe a caro prezzo e invece costa solo 13,10 Euro:

          http://www.ikea.com/it/it/catalog/products/60092049/

          • LorenzoMarras

            Nooo Luca oooh .
            Dipende da chi guarda De Dominicis . La mia vicina di casa ti darebbe sicuramente ragione perche’ non conosce il concetto di opera ma solo di cosa , o quadro , come si dice volgarmente. Ikea arriva alla testa solo se lo prendo e lo scaravento dalla finestra addosso al primo malcapitato.
            Non puoi fare questi accostamenti, sono IMPOSSIBILI.
            è come accostare un giornaletto scandalistico , acquistato per passare il tempo con , chesso’ I Fratelli Karamazov .. o … Essere e tempo.
            Dai Luca, facciamo discorsi seri vah.

      • Come abbassi la testa quando qualcuno con un Nome parla.
        Ti scusi, balbetti, probabilmente ti sudano le mani…
        Non fai schifo, fai senso caro LR .

    • Bella risposta Massimo, io sono Artista dice la critica di un certo livello, che non so cosa vuol dire e ancora non ho capito come si fanno i prezzi, perchè per esempio uno come pignatelli che è più giovane di me costa 50.000 euro e i miei quadri soltanto 5000 0 6000 quando va bene. Eppure faccio tante mostre, ho critici bravi, gallerie, faccio tutto io personalmente, non ho aiutanti come altri colleghi eccetera e soprattutto non esaspero il mercato lascio molta libertà ma i prezzi non aumentano e non c’entra la crisi. E’ soltanto fittizia per speculare. L’arte contemporanea arte intendo, non croste non può certo essere fermata da una crisi. Ho letto anche dei libri sull’argomento ma giuro che ignoro ancora oggi come si determina il prezzo di un quadro.

      • Cristiana Curti

        Perché Lei dovrebbe, come Pignatelli, passare in asta pubblica e sostenere una vendita al di fuori della galleria. Le quotazioni di Pignatelli sono aumentate (a parte la sostenuta richiesta delle sue opere) da quando in asta qualche anno fa i suoi coefficienti sono saltati per alcune aggiudicazioni molto superiori alle stime. Poiché per convenzione le stime d’asta sono generalmente inferiori a quelle di galleria, un buon risultato all’incanto determina una maggiorazione sensibile delle quotazioni di galleria e indica (che è più importante ancora) un gradimento “complesso” (se così si può dire: di seconda generazione) del pubblico.
        Ma non tutti gli artisti vogliono rischiare la “pubblica piazza”, Lei e la Sua galleria lo sareste?

        • My dear Cristiana,
          i
          Lei semplifica troppo, non credo sia la strada giusta l’assioma asta- quotazione-prezzo. Spesso sono gonfiate da mercanti spregiudicati sia in Italia che all’estero, danneggiano l’arte e gli artisti. Nessuno parla più del valore dell’opera ma quanto vale…poco non mi interessa, tanto…ah allora è un’artista famoso. Tutte cazzate per speculare sul mercato molti di questi grandi affari tra cento anni saranno spazzatura.
          Io cerco naturalmente di difendere gli artisti, pignatelli compreso, ma tuttavia i miei dubbi rimangono, forse neppure i galleristi sanno come si fa un prezzo. Comunque all’asta le mie opere ci sono state circa 50 passaggi, roba di piccolo formato e non mi è sembrato un’esperienza piacevole. Tutte iniziative private non della mia Galleria. Saluti

          • Cristiana Curti

            Dear Hector, mi sembra invece sia Lei a semplificare.
            E’ evidentissimo che per Lei Pignatelli è quotato oltre il dovuto, tanto che si chiede il perché di certe valutazioni (se non lo pensasse, non si porrebbe il quesito), e io Le risposi che galleria o privato o entrambi favorirono l’aumento della stima in passaggio d’asta (che è quello su cui si basano le quotazioni ufficiali del mercato dell’arte). Niente di più. Non ho fatto alcuna considerazione sui meriti dell’artista.
            Se vuole discutere di “valore” dell’opera d’arte inteso come valore artistico, mi pare ci siano sufficienti commenti che indicano come la mia opinione non sia primordiale e in più di un caso ho scritto che valore dell’opera e prezzo non sono (o non sono direttamente) correlati. Altrimenti non troveremmo mai una giustificazione alla diversità di quotazione fra un Tiziano a 52 milioni di euro (45 milioni di sterline) recentemente acquistato dalla National Gallery e una delle versioni dell’urlo di Munch a 65 milioni di dollari di base con buona probabilità di arrivare oltre i 100 il prossimo maggio.
            Mi pare che sia Lei a confondere, assimilandoli, i parametri “valore” e “prezzo”, e questo perché a Lei dispiace che le Sue opere spuntino prezzi inferiori a quelle di Pignatelli, mentre, soprattutto da artista, dovrebbe eventualmente analizzare dove sta il valore artistico di Pignatelli tale che conquistò (aldilà del costo delle opere) così tanti collezionisti e gallerie.
            Non sono una fan del milanese, concordo con Lei che molte operazioni di mercato sono concertate a tavolino (e già stanno perdendo vigore, se è per questo) e che “fare il prezzo” di un’opera contemporanea magari inedita è spesso un terno al lotto specie se mancano i parametri consueti delle tecniche canoniche, ma non mi sogno nemmeno di accodarmi al coro dei tanti che (si) ripetono che il mercato è solo truffa, che i compratori sono tutti dei dementi pronti ad abboccare al primo brillante falso ben confezionato e che, di conseguenza, la “vera” arte è solo quella che – naturalmente – nessuno ha mai visto e che deve ancora essere scoperta. E che nessuno (se non pochissimi eletti) sa riconoscerla quand’anche l’avesse sotto il naso, ecc. ecc.
            Chi compra “per moda” (in particolare in Italia, dove il collezionismo, checché ne dica la vulgata, è ben più colto e attento che altrove) non è collezionista ma un banale avventore: per costui l’acquisto di un’opera d’arte vale tanto quanto avere l’ultimo modello di BMW, cioè poco. Di certo però, una persona simile, anche se lo pensa, non fa parte del “pubblico dell’arte”, né costituisce un problema nella creazione o nell’affossamento della fortuna di un artista. Non fa testo, insomma. Non conta nulla.
            Per quanto riguarda le Sue opere già passate in asta, forse dovrebbe ripensare i rapporti con la Sua galleria che farebbe bene a difendere (quantomeno) il proprio investimento e quindi la fiducia dei Suoi collezionisti. Auguri.

          • Cara Cristiana,
            Le rispondo da qui perchè sotto l’ ultima sua risposta mancava il link. Se ho capito bene lei non è una fan dell’artista milanese ma a quanto pare ne accetta le quotazioni. Probabilmente bisogna avere una Galleria importante alla spalle che protegge gli artisti, così quando passano alle aste le suddette opere mandano qualche sgagnozzo a comprarle. i collezionisti saranno più che felici di spendere per una crosta il prezzo di una BMV o di una Mercedes. Questo è quello che lei mi consigliava, sfortunatamente le Gallerie con le quali io lavoro non hanno questa possibilità economica di difendere, forse sono un romantico, pensavo che le aste servissero a ben altro scopo. Comunque se Lei ancora pensa che l’andamento sia questo, allora mi spieghi come mai Vezzosi costa un patrimonio e in asta risulta quasi sconosciuto o se vuole gli cito altri nomi. Eravamo partiti dal fatto che il Dr. Massimo Minimi gallerista stimato avesse qualche perplessità nella stima di un prezzo di arte contemporanea e io avevo espresso altrettanto dubbi come artista, non credo ci siano regole o sette massoniche che cospirano sugli artisti ma certamente tanta confusione si, e il pubblico comincia a disertare le Gallerie.
            Anch’io come Lei credo che ci sia in Italia un collezionismo colto e selettivo ma mi domando allora perchè sia così attivo il mercato modaiolo che certamente non ha niente a che vedere con l’arte: Riguardo alle opere di Tiziano, Leonardo, Michelangelo e quanti altri grandi maestri, quando passano alle aste hanno poco a che vedere con la cultura, sono trattate come operazioni di borsa. Affari.
            E leggevo tanto tempo fa da un tizio di nome Oscar Wilde che quando un pittore o più esaustivo artista parla di guadagno sta già facendo un’altra professione. Non ho alcuno risentimento riguardo al mio lavoro e l’invidia non è mai stata uno dei miei obiettivi. Fare l’artista è avventuroso come quei grandi esploratori del secolo scorso che partivano per lunghi viaggi verso l’ignoto.
            Un caro saluto, Hector&Hector

          • Cristiana Curti

            Gentile Hector, quando si parla di mercato dell’arte, il benpensantismo trionfa sempre. Ed è molto facile (e di grande appeal) procedere nel vezzo dell’attentato alla cultura e all’arte, dello sgarbo ultimo, dell’assassinio culturale, dell’offesa somma.
            Non ho affatto detto che Lei dovrebbe adeguarsi al sistema, ma se rileva che ci siano disparità di trattamento in relazione alle quotazioni di artisti diversi e rimanendo nell’argomento trattato, non vedo altra maniera che concorrere al gioco (e modificarlo eventualmente dall’interno).
            Se poi Lei non è interessato a mantenere o a incrementare il valore delle Sue opere, non vedo di che stiamo ragionando e Lei di che si lamenta.
            Sostenere un artista in asta non è affatto un broglio né una truffa, è una tappa ulteriore della transazione e la completa, per me obbligatoriamente. Se una galleria crede nei propri artisti e ne stabilisce le quotazioni al pubblico dovrebbe avere L’OBBLIGO (addirittura) di sostenerne ovunque le opere allorquando passino all’incanto e abbiano stime inferiori a quelle concertate dalla galleria (CON l’accordo dell’artista).
            Non c’è bisogno di grandi capitali per queste operazioni e il rischio di ricomprare un’opera non solo non dovrebbe essere considerato tale (in realtà un gallerista dovrebbe essere sempre disponibile a riacquistare un’opera di un suo protetto), ma dovrebbe essere considerata cosa consueta e “automatica”.
            Non è un caso che molti artisti italiani rifiutino strenuamente di concorrere in asta (che, ripeto, è l’unico riferimento UFFICIALE e spesso internazionale per far conoscere le proprie quotazioni e la consistenza dei propri scambi dopo la prima vendita): è evidente che non si fidano dei propri garanti o della valutazione da se stessi concertata delle proprie opere. Vorrei a questo proposito sentire quanto dicono Suoi colleghi in merito, che spesso si lamentano di questa mancanza da parte del sistema nostrano di vendite. Mancanza che, non a caso, nel mercato cosiddetto anglosassone non esiste.
            Questo anche perché le transazioni – da noi – in genere sono in nero, per cui è assai difficile imporre in asta un valore che ufficialmente non esiste e che spesso, è verissimo, è totalmente arbitrario.
            Il punto è che le gallerie (=aziende commerciali) sono “buone” quando una serie di parametri d’impresa, anche economici, siano soddisfatti. Il gallerista buono è il gallerista colto, ma deve essere anche pronto a “fare” il mercato, non a subirlo. Altrimenti, se il suo interesse fosse solo culturale, il suo mestiere dovrebbe essere quello di dirigente di un Ente no-profit. Il che sarebbe un guadagno per tutti. Non è un buon guadagno, invece, per il nostro mercato avere galleristi che non sostengono, ad esempio, il nostro superbo Novecento e permettono che grandi nomi come De Pisis, Sironi, Carrà siano lasciati allo sbando e subiscano l’onta dei falsi che sovrastano la richiesta. Questa è l’altra faccia della medaglia di una galleria “seria”, non c’è solo il Pignatelli da contestare.
            Non confonda le acque, per favore. E comunque l’acquisto del Tiziano da parte della National Gallery e la tutela delle opere di De Pisis SONO una questione culturale e anche rimarchevole.
            Vezzoli riveste un caso differente (che, naturalmente esiste, eccome, e non solo per lui), e concordo con Lei che la forbice fra prezzo in galleria e aggiudicazioni in asta sia insostenibile, aldilà del valore dell’artista – che a mio parere è comunque sopravvalutato, almeno per alcune serie di opere. E’ anche vero che la “protezione” per il nostro di un mercato internazionale permette di inserire la sua produzione ai livelli più alti dello scambio, e su questo non ci può essere nulla da opinare, se non mostrando, molto umanamente, invidia.
            Ma qualche caso (anche più di qualcuno), a fronte di centinaia di migliaia d’altri, non fa la norma nella comunità degli scambi.
            Io non auspico affatto un mercato cannibale dove vige la regola del più forte, anzi, ne pretenderei (anche in Italia) uno più omogeneo nell’applicazione delle regole e più equo per tutti, ma questo si fa se tutti i coprotagonisti si ritengono sullo stesso piano, se tutti intervengono con le stesse modalità e giocano ad armi pari. Non se alcuni protestano perché se ne dicono esclusi e nel contempo vorrebbero imporre il proprio gioco sulla base di questioni “morali” (“equità culturale”), peraltro del tutto soggettivi (La prego di perdonare la provocazione, sperando mi intenda davvero: chi Le dice che sostenere la quotazione delle Sue opere non sia difficile, perché – aldilà dei riconoscimenti di critici e curatori – la Sua arte non incontra, piuttosto, il favore di un largo pubblico?).
            Infine, la sempre virens polemica sull’arte di moda è cosa che sempre è stata e sempre sarà (a partire dalle prime commesse borghesi e dalla costituzione di un gusto formatosi in base a canoni differenti da quelli “di regime”), non siamo tutti illuminati committenti, ma non incide né sulla visibilità né sul successo dei migliori, ed è solo – per me – un paravento per nascondere altre vistose lacune delle nostre gallerie. Un alibi per affermare: “io sono meglio, ma – che vuoi – il collezionista bue compra con gli occhi foderati di prosciutto”. Le piacerebbe davvero essere acquistato da un tipo che la tratta come una macchina sportiva? Dov’è qui la “cultura”? Può pretendere “cultura” da persone del genere? Vorrebbe forse interdirne la possibilità di acquisto? E perché, di grazia? Vediamo di fare pulizia di luoghi comuni e di smettere di puntare il dito accusatorio nei confronti del bersaglio sbagliato.
            Cominciano in Italia a far emergere il nero e a far diventare pubbliche tutte le transazioni, poi – in base a questo – si potrà riparlare di diritti e doveri in ambito mercantile. E di magagne e disparità – che esistono, certo che esistono. Un cordiale saluto.

          • Cara Cristiana,
            io faccio l’artista e questo s’era capito, perché lo sono sempre stato fin da bambino, una vita avventurosa, tra libri,scuole e colori.
            Non mi sono mai posto l’obiettivo di vendere. Ma dal momento che adesso le mie opere sono in circolazione risulta evidente che suscita interesse. Sono miei lavori, frutto della ricerca, dello stile, d’una forma concreta di messaggio simbolico verso un pubblico che spesso non conosco ma dubito che sia popolare per una questione di contenuti. Ho realizzato cicli di opere su Diderot, Su Evanor, capostipite della prima famiglia di Atlantide, sui teoremi di Euclide, sullo stars system di Hollywood, usando corde, codici laurenziani e ideogrammi orientali. Tutto questo comporta una certa statura di comprensione, tale da paventare qualsiasi sintomo di invidia verso colleghi che siano famosi o meno. Vezzoli compreso. Inoltre ho sempre pensato come confermano i libri sull’argomento che il prezzo dell’artista è anche determinato dalle suo curriculum, un pur bravo pittore che ha fatto una sola mostra non può costare quando un altro che ne ha fatte cinquanta. Anche se fosse protetto dalla Galleria Paradiso condotta in modo esemplare da Dio in persona (ammesso che sia fatto di carne, nessuno lo ha mai visto). Quindi i miei dubbi resteranno tali ma spero che le nostre conversazioni abbiano aiutato qualche lettore a capirci qualcosa di più in merito.

            Noto che Lei è persona colta, per certi aspetti raffinata e anche molto preparata ma lavora forse per qualche Casa d’Asta?
            Dice bene sulla poca qualificazione delle Gallerie italiane ma questo è un tasto doloroso dovuto probabilmente alla superficialità del personale che vendono e trattano quadri e sculture come fossero scarpe o saponette, questo non è ammissibile e all’estero le assicuro che i Galleristi spesso sono molto preparati e conoscano a fondo sia l’arte contemporanea sia l’arte moderna, auspico che anche da noi venga colmata questa lacuna a favore di una maggiore dignità per il ruolo d’artista.

            Riguardo al nero che lei citava, non voglio entrare nel problema fiscale ma in questo caso il governo dovrebbe farsi una bella autoanalisi, non si possono tassare, libri, arte, cinema, teatro, gallerie, case d’aste, come altre attività di lucro. Appartengono per ovvi ragioni d’ingegno a categorie speciali. Trattano cultura che senza offendere nessuno sono patrimonio nazionale. Si dovrebbero adottare misure ed aliquote protette per agevolare queste categorie anziché mettergli ostacoli. Danneggiare la crescita culturale di un paese per conto mio si ripercuote sulla scala sociale e civile. Senza tra l’altro considerare che gli artisti non sono immortali ma le opere si, e spesso rimangono sul territorio nazionale portando notorietà, ricchezza ed onore al proprio paese.

            Con stima, un caro saluto, Hector&Hector

          • Cristiana Curti

            Gentile Hector, non lavoro per case d’asta anche se in un lontano passato mi ci sono fatta le ossa (un po’ qui e un po’ lì) cominciando come ragazza di sala e procedendo in diversi dipartimenti (antichi e moderni). Ho imparato molto ma è passato.
            Il mercato è una bestia sfuggente, e mal si adatta alle personalità ricche e duttili come la Sua (e quella di molti artisti).
            Tuttavia, solo con regole chiare la “bestia” può essere irreggimentata e con regole chiare anche coloro che si improvvisano galleristi (la più parte, che infatti dovrebbe abbandonare il campo – ma non è necessariamente composta da soggetti “minori”, anzi) dovranno stare al gioco, e magari finirla di prendere in giro artisti e clienti. Sull’intollerabile IVA imposta alle opere d’arte sono totalmente d’accordo con Lei: è una delle molte stupide vessazioni che (solo da noi) deprimono la circolazione delle opere. E anche uno dei motivi per cui molti – comunque ingiustificati – fanno fatica a fatturare.
            Ma è il complesso di normative, che da noi non è mai stato organico, che deve essere nuovamente impostato così da metterci alla pari (almeno ai blocchi di partenza) con i nostri fratelli europei.
            Io oggi tento di collezionare, ma è cosa difficile per l’Italia. E non voglio ancora uscire dai nostri confini, spero di poter comprare ancora arte italiana. Non per sciovinismo stupido, ma perché penso che si debba comprare ciò che si conosce e approfondire la materia per allargare gli orizzonti. E perché l’arte che vedo in Italia mi soddisfa anche se devo sempre cercare, il che è il “suo bello”, alla fine.
            Lei ha ragione anche quando parla del gap fra le nostre gallerie e quelle straniere (in particolare quelle europee e americane): fino a 50 anni fa non c’era, oggi è enorme, e anche la scomparsa delle nostre maggiori casa d’asta nazionali (Finarte, Semenzato e le relative affiliate), malamente perite nel nulla, mentre le altre sopravvissute stentano ancora a diventare intrnazionali, la dice lunga sulla ferita che negli ultimi trent’anni l’Italia ha patito in merito agli scambi d’arte.
            Io ancora ritengo che si dovrebbe tutti (galleristi, collezionisti, mercanti e soprattutto – soprattutto – artisti) coalizzarsi per spingere chi ci governa verso un corpus di leggi che vadano dalla defiscalizzazione delle donazioni per la tutela e la salvaguardia del patrimonio artistico, alla riconsiderazione delle imposizioni fiscali per le opere d’arte e dell’atto di notifica (o tutela) per un’opera considerata a torto o a ragione importante, alla regolamentazione dei comitati delegati a stabilire le maggori eredità dell’arte nazionale (in genere presieduti da eredi che non sempre sono all’altezza della situazione), ecc. ecc.
            Invece sembra che ci si aspetti sicut vittima sacirficale un blitz sanguinoso (sul genere delle Fiamme Gialle a Cortina) per poter piatire da una parte ed essere considerati – tutti gli operatori – dei truffatori e dei traditori della Patria dall’altra. Se non si pone subito rimedio, si rischia di demolire nei confronti dell’opinione pubblica quel po’ di appeal rimasto alla professione del gallerista e dell’artista di rimando.
            Ma è un’utopia: anche in questi siti che discutono d’arte, l’unica parola d’ordine è tutti divisi perché nessuno prevalga. Invece io so per certo che, al contrario, la frase divide et impera non trova migliore applicazione di quest’ambito. Purtroppo per tutti noi e per la cultura italiana.
            Un cordiale saluto e a presto, Cristiana

  • LorenzoMarras

    Accipicchia, De Dominicis …. buoni eh.

  • Rispondo a tutti gli altri: Il punto non è “arte o ikea evoluta”, ma è tentare di argomentare l’idea di valore, e quindi confronto critico (questo vale anche nella quotidianità di tutti i giorni). E quindi tesi e opinioni diverse che si confrontano per arrivare a sintesi migliori. In italia – ma forse anche all’estero- non ci sono luoghi per ospitare questo confronto. Le riviste, come i curatori precarizzati, devono sempre COMPIACERE tutti; non c’è reale selezione dei contenuti: per selezionare si guarda dove avvengono le cose (PLACE) e le relazioni che sostengono tali cose (RAYS). Luogo e raggi, ecco come si determina il contenuto, e quini l’opera.

    http://whlr.blogspot.com/2011/11/retrospettiva-aprile-2012.html

  • No, cara piccina no, cosi’ non va…” diceva un’antica bella canzone. Caro Luca, non ci siamo. Tu lanci sfide, inviti al dialogo, chiedi il confronto, ma quando il dialogo ed il confronto nascono, tendi a risolvere il tutto con la battuta, altro che tesi-antitesi e sintesi!
    Ma partiamo dal fondo : chi ha detto che “In italia – ma forse anche all’estero- non ci sono luoghi per ospitare questo confronto”… ci sono e ci son sempre stati, ovviamente, spesso non sono sotto gli spot della visibilità. Hai ragione, quindi, quando parli delle “riviste” (ed in generale della stampa) che danno spazio sempre e solo ai “soliti” ma da che mondo e’ mondo ci sono sempre stati i “posti” : prima l’agorà, poi i fori, poi le università’ e le schole, le accademie ma anche le stazioni di posta, le osterie, i club ed i salotti, i circoli ed i caffè, le società’ operaie ed i circoli parrocchiali, i dopolavoro e le bocciofile ecc. ecc. tutti posti dove, accanto alle altre attività più letteralmente triviali c’e’ sempre stato spazio e campo per chi si riuniva a discutere e ragionare di “valori”, di “principi” di “concetti”. Certo oggi ci sono i blog ed i commentari, ci son i social networks, c’e’ la rete… benissimo nuovi “luoghi” più ampi e democratici che si aggiungono (e tendono a sostituire) i precedenti. Il problema e’, casomai, se “l’oratore” di turno si accontenta della cerchia di ascoltatori che ha o se pretende una platea più ampia o una “più qualificata” o se, addirittura (come a volte sembri voler fare tu) anela a penetrare nei “circoli” che considera più “elevati ed esclusivi”. Ma tornando al dunque, qui non hai necessita’ di “compiacere” nessuno e puoi “selezionare” i contributi che più ti aggradano … invece di stigmatizzare “l’ambiente” incomincia ad esporci la tua ’idea di valore e lascia che altri si confrontino con te su di essa.
    Ed ora torniamo un po’ indietro : il portafoto dell’IKEA può assomigliare ad un lavoro di Gabellone tanto quanto i poster di panorami possono assomigliare ai lavori di Arienti : cioè zero. Entrambi i prodotti di serie da te citati potrebbero casomai essere “supporti” o media per lavori dei due artisti ma tutto finisce li, come ti ho già detto un paio di tubetti di colore, un pennello ed una tela intonsa per nulla assomigliano ad un “dipinto” (sia esso un capolavoro o una “crosta”).
    Cero anche De Dominicis e Boetti possono arredare ed anche il poster dell’IKEA puo’ arrivare alla testa e allora? Personalmente ho forse maggior simpatia per quello che si “fa andare alla testa” un poster dell’IKEA che non per quello che usa De Dominicis e Boetti per arredare il salotto ma questo che c’entra?
    La tua domanda era ” perchè Boetti o De Dominicis son meglio di un poster IKEA?” Mi verrebbe da risponderti con una battuta tipo : e chi l’ha detto? Se si tratta di coprire una brutta tappezzeria o una parete di cartongesso molto meglio il grande poster dell’IKEA! Ma voglio invece essere serio e risponderti quel che realmente penso e cioè : perché il poster dell’ IKEA “rappresenta” qualche cosa mentre un De Dominicis o un Boetti “comunicano” qualche cosa”.
    Ma la cosa, a mio parere, più’ grave e’ come t’e’ uscita questa domanda : ecco la tua frase completa: “Capisco la grande variabilità dei valori/prezzi del contemporaneo, e gli equilibrismi che deve fare un gallerista. La mia domanda è un’altra: perchè Boetti o De Dominicis son meglio di un poster Ikea??”
    Ma di che cosa stai parlando Luca ? Parli dei “valori” o parli dei “prezzi”? Il valore di un’opera d’arte nulla ha a che fare con il suo prezzo, anche se, a volte, e’ vero il contrario e che, cioè, il prezzo di un’opera d’arte dipende anche (bada bene, anche! non solo! e spesso neppure principalmente!) dal suo “valore”.
    Questo, pero’, mi ha fatto venire un gran dubbio: ma tu, quando dici che occorre “argomentare l’idea di valore”, non e’ che fai confusione fra i due termini? Non e’ che quello che tu vuoi argomentare sono i “prezzi”… spero di no ma, se cosi’ fosse, ti prego di farmelo sapere cosi’ d’ora in poi mi risparmierò il tempo di leggerti!.(…e magari ti faccio anche un favore).

  • Premetto che stimo Minini sia come gallerista (credo uno dei migliori in assoluto in Italia) che come conoscitore d’arte e come persona. Detto questo c’e’ una sua frase che mi ha colpito e sulla quale mi piacerebbe tanto che si aprisse un dibattito su queste colonne eccola :
    “Boetti e LeWitt hanno sempre venduto a due lire, in vita. Poi appena hanno smesso di dare fastidio al proprio mercato, questi è esploso.”
    Capisco che la frase (verissima per altro) ha un po’ il tono della battuta e che, detta da chi le opere d’arte le compra e le vende per professione, ha il sapore della “battuta amara”, pero’, io vorrei invece che si riflettesse un po’ su quello che essa realmente significa, sul messaggio che c’e’ nella verità che enuncia.
    So che questo tipo di atteggiamento non fu solo di Boetti e LeWitt, il grande Morandi, ad esempio, ha sempre chiesto, per i lavori che vendeva personalmente prezzi estremamente più modesti di quelli che, già allora, battevano le case d’asta o chiedevano le gallerie (e in effetti aveva una lunghissima “coda” di “clienti” in attesa di poter comperare da lui uno dei suoi lavori).E sia chiaro, non e’ che Morandi fosse all’oscuro dei prezzi correnti sul mercato per i suoi lavori, ne era anzi pienamente consapevole ma riteneva che essi fossero un’esagerazione e che fosse “immorale” vendere a quei prezzi.
    Ecco a me piacerebbe davvero tanto che si aprisse su questo tema una bella discussione… chissà se vorrete accontentarmi.

  • Luciano, commenti lunghissimi sono un po’ complicati da gestire. Nessuno ha messo un uguale tra prezzo e valore. Non focalizziamoci sempre sul dito che indica la luna. Io vorrei parlare della Luna. E ripeto che non esistono luoghi dove si argomenta attorno al valore di Boetti o De Dominicis (per lo meno luoghi conosciuti e non privati). Si danno per scontati. Perchè dovrei collezionare o avere in casa un’opera di Boetti? Perchè lo vendono a 2.800.000 dollari??

    http://www.christies.com/LotFinder/lot_details.aspx?intObjectID=5335294

    O Boetti conserva un valore importante? Quale valore a prescindere dal prezzo? Ma Luciano, non è certo questo il luogo per argomentare con commenti kilometrici. Quì possiamo solo rilevare una carenza e pensare a possibili soluzioni. Il blog a mio parere è una soluzione, come elemento che può contribuire (dico contribuire non imporre) ad argomentare intorno al valore.

    • Caro Luca, i commenti kilometrici sono a volte una necessita’ se si vuole “rispondere ed argomentare” e non liquidare gli argomenti con “battute e slogan”. Detto questo: estremamente sintetico. “Perchédovrei collezionare o avere in casa un’opera di Boetti?” risposta: perché”ti piace” (leggi perché ti dice cose che altre opere non ti dicono) Perchè lo vendono a 2.800.000 dollari?? Perché chi ce l’ha chiede quel prezzo. Io non me lo posso permettere, se me lo potessi permettere lo comprerei ma non perché “vale” 2.800.000 dollari ma perché ha per me un “valore” che non c’e’ prezzo che possa esprimere.
      Sul problema dei “prezzi” vedi il mio altro post a proposito della frase di Minini.
      In ultimo: guarda che non ti corre dietro nessuno e nessuno ti bacchetta se scrivi post “lunghi”, anzi, e’ molto meglio scrivere post kilometrici che ridursi a scrivere delle banalità “cool”. O forse ti preoccupi che “il tuo pubblico” si stanchi di leggerti? Lo giudichi di cosi’ basso livello da pensare che non sia in grado di seguire un ragionamento compiuto?

      • …ah! a proposito, io sto parlando della Luna !! Tu smetti di alzare il dito e mettiti, pure tu, a ragionare finalmente della Luna.

  • LorenzoMarras

    Luca perche’ non riconosci di avere posto una domanda impossibile.
    Suvvia hai sbagliato ammettilo. Sicuramente hai il desiderio di stupire e guarda, sotto sotto , anche io non sono poi diverso da te.
    ammettilo Luca, sarai piu’ credibile verso sopratutto quelle cose a cui tu credi, di dialogo verso il sistema, cambiamenti riflessioni e bla bla bla .

  • massimo minini

    è un po come una droga. al mattino, con tutte le cose che ho da fare, vado a leggermi i vostri ( i nostri) litigi, discorsi, teorie.
    La cosa mi sta prendendo.
    Boetti, Lewitt, Morandi certo. Ma anche Salvo. Una volta salvo mi ha detto:”vedi? ci sono due modi di stabilire il prezzo e di incassare. Io vendo un’opera al giorno ad un milione e fa 365 all’anno. Gino ne vende una all’anno da 300 milioni. ma se la buca, buca tutto l’anno…”
    salvo ama i paradossi ma è uno intelligente e furbo.
    Alighiero aveva bisogno di qualche soldino ogni santo giorno, non poteva permettersi sbagli e così si comportava di conseguenza. Sol non ne aveva bisogno, ma era un democratico naif generoso. tanto è vero che accanto alle sue opere ‘care’ ( quelle da 5.000 dollari…) faceva delle opere da 100 dollari che vendeva ai ragazzi. Poi si è accorto che questi le rivendevano subito a mille e allora ha capito ed ha smesso.
    Forse è meglio discutere con apologhi o anneddoti, piuttosto che tentare di dibattere sui massimi sistemi.
    D’altronde mi accorgo che voi litigate gentilmente da tempo ma non riuscite a mettervi d’accordo.Ognuno resta sulle proprie idee..
    Mi fa naturalmente piacere che, avendo io buttato lì la storiella di Boetti versus DeDominicis, questa sia diventata l’epicentro del dibattito.
    Adesso proviamone un’altra.
    Nell’asta di Christie due gioirni fa c’era un Ellswort Kelly 200×300 a 1.200.000 dollari, nero, ed il lotto successivo un bel Morellet bianco grande uguale al Kelly a 30.000 dollari. Epppure Morellet non è uno stupido, è artista importante, grande carriera. Perchè costa 40 volte meno di Kelly?
    A) perchè è francese e non americano
    B) peerchè l’economia usa è molto superuiore alla francese
    C) perchè Kelly ha fatto meno opere di Morellet
    D) perchè Morellet era come LeWitt e Kelly come Gino
    F) perchè il prezzo è indipendente dal valore.
    G) perchè Kelly ha galleristi più toisti di Morellet.
    H)…forse perchè il prezzo è una convenzione

    E poi c’è l’ IKEA da risolvere.
    Il mio professore di filosofia, per tenere calma la platea, iniziava sempre le lezioni con battute. Una me la ricordo, un vero provocatore,: ma a cosa serve studiare il greco? Forse è per una ginnastica mentale?. ma anche studiare il codice della strada è una bella ginnatica, o no? Noi non sapevamo cosa rispondere. Era come lo scacco al re. Se avessimo detto si! ci attaccava da destra. Se avessimo detto no! il prof ci avrebbe sorpresi sulla sinistra.
    Ecco il poster ikea arreda e fa anche pensare. Si ma fa pensare le anime semplici.
    Uno guarda il famoso poster dei sassi e sogna donne in bikini, contro ombre di isole lontane…Invece la nona ora di MC fa pensare a qualcosa di più importante.
    Il poster IKEA non pone domande.Fornisce risposte, tranquillizzanti,e per questo piace, arreda e fa sognare.
    Diciamo che il poster IKEA è ciò che la gente si aspetta dall’arte.
    L’arte, quando c’è, pone domande e cerca di non accettare risposte banali, depistando, imbrogliando le carte, lasciando un margine di dubbio, una apertura, una possibilità.
    Cosa ci dicono le bottiglie di Morandi? Ci parlano della qualità, ma con un po’ di nebbia attorno.
    E’ un po’ come la storia della qualità nel romanzo di Pirsig ( Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta).Quattrocento pagine scritte per capire cos’è la qualità. ma non si capisce.
    Allora un giorno l’ho chiesto a Luciano Fabro, confesso, per metterlo in imbarazzo.. ma lui alla mia insidiosa domanda ” cosa è per te la qualità” mi ha fulminato con: ” è quello stato dell’opera che si deve raggiuingere, ma di cui non si deve mai parlare”.
    Per questo penso sarebbe ora di tacere.

    • Grazie per il bell’intervento…possiamo sperare che diventi un’abitudine?
      Io provo a stuzzicarla un po’ tentando risposte e qualche modesto “rilancio”
      Quiz Morellet/Kelly: se tutte le proposizioni sono vere (onestamente non so se Kelly ha fatto meno opere di Morellet e se Morellet era come LeWitt e Kelly come Gino) ciascuna di esse dice una parte della verità ma, ai fini del discorso che si faceva sopra, le due che hanno maggior peso sono F) perchè il prezzo è indipendente dal valore. e H)…forse perchè il prezzo è una convenzione.
      “Sol […] faceva delle opere da 100 dollari che vendeva ai ragazzi. Poi si è accorto che questi le rivendevano subito a mille e allora ha capito ed ha smesso.”
      Anche Morandi era conscio che alcuni tra coloro che avevano acquistato da lui al prezzo da lui giudicato “equo” avevano poi rivenduto il lavoro al ben più alto “prezzo di mercato” ….se ne dispiacque ma non smise mai di vendere, personalmente, a prezzi moderati.
      “Ecco il poster ikea arreda e fa anche pensare. Si ma fa pensare le anime semplici.
      Uno guarda il famoso poster dei sassi e sogna donne in bikini, contro ombre di isole lontane…Invece la nona ora di MC fa pensare a qualcosa di più importante.
      Il poster IKEA non pone domande.Fornisce risposte, tranquillizzanti,e per questo piace, arreda e fa sognare. […] L’arte, quando c’è, pone domande e cerca di non accettare risposte banali, depistando, imbrogliando le carte, lasciando un margine di dubbio, una apertura, una possibilità.” Perfetto!!! Non si sarebbe potuto dirlo meglio ma non mi pare di poter accettare il “Diciamo che il poster IKEA è ciò che la gente si aspetta dall’arte.”, salvo non far chiaro che per “la gente” sta’ per il precedente “le anime semplici”. … e questo e’ uno dei grandi problemi che bisognerebbe porsi : come far si che, anche le anime semplici” incomincino a comprendere la differenza tra il poster dell’IKEA ed un’opera d’arte? Sia chiaro, problema che non verrà mai risolto del tutto ma che rimarrà sempre totalmente irrisolto se neppure si tenta di affrontarlo.
      La qualità ” è quello stato dell’opera che si deve raggiuingere, ma di cui non si deve mai parlare”, certo ma questo vale per l’artista e non per lo spettatore (per il critico, per il gallerista ecc.) ed e’ per questo che no, non e’ affatto l’ora di tacere e poco importa se si litiga gentilmente da tempo e se, apparentemente, ciascuno rimane delle proprie idee… il dialogo e’ come la goccia d’acqua ci mette tempo a scavare la roccia ma non c’e’ goccia che non faccia il suo lavoro, per modesto che sia!
      Grazie ancora Minini … sperando davvero di leggerla presto

      • Ah! Dimenticavo … per il concetto di “qualità” molto meglio le 100 paginette di Herrigel “Lo Zen e il tiro con l’arco” che, del resto, fu l’ispirazione di Pirsing e non solo …

    • ciriaca+erre

      MASSIMO…
      what else?!? TU SEI UN GRANDE!!! un abbraccio

  • Ottimo. Grande Massimo Minini. Pubblicherò il tuo/suo intervento in prima pagina sul mio blog.

    La qualità credo che oggi sia l’argomentazione critica e l’apertura verso il diverso e il divergente. Cosa che in italia spesso non avviene. Esempi concreti: scelte dei giovani di Minini: ieri Chiasera,Ligorio, oggi -sua francesca minini- Frigo. Due giovani, due rassicuranti standard. Non capisco come sia possibile tanta lucidità su valori consolidati e così poca rispetto ai giovani. Forse il metro è che costoro siano iscritti alla nonni genitori foundation- o attenti manieristi impegnati a declinare wikipedia (citazioni colte) alle rese formali che troviamo su Moussoscope- sileziosi, certo, burocrati della creatività…buoni operai delle pubbliche relazioni….

    lr

  • Rispetto al discorso ikea: ho postato sul blog un prodotto dell’ikea che, a mio parere, fa porre domande:

    http://www.whlr.blogspot.com

    Il prezzo è sicuramente una convenzione ed è slegato dal valore. Ok. Ma una persona può trovare più stimoli, più domande, nel pezzo ikea rispetto all’opera di Boetti o De Dominicis???

    A mio parere un testo verbale o scritto (argomentato, in dialogo) ha la possibilità di modificare l’idea di valore sia nella testa della casalinga di voghera, sia nella testa di un collezionista abbronzato e occhiali rossi.

    Quindi il punto non sta nell’opera (vedi pezzo ikea che potrebbe essere Gabellone) ma in questo “TESTO” che una persona può incontrare o meno.

    • …ma quanto sei buffo Luca Rossi!! Prima ti fai la tua sparata a base di P-ART-MALAT, poi, visto che Minini interviene, replica e riprende, ti fai tutto zuccheroso, non solo ma, come la gazza si precipita a “rubare” il cucchiaino che luccica per portarselo al nido, tu “prelevi” gli interventi di Minini (tra l’altro in ordine inverso) e te li porti sul tuo blog intramezzati da un “florilegio” dei tuoi interventi (escludendo rigorosamente gli altri interventi occorsi, of course!) E hai ancora il coraggio di stigmatizzare i “burocrati della creatività…buoni operai delle pubbliche relazioni….” ? … a proposito di prezzi, sei davvero impagabile!!!
      Ma veniamo al tuo ultimo, in rapide battute come piace a te :
      – non e’ possibile pensare che tu sia tanto privo di discernimento da ritenere davvero che il portafotografie dell’IKEA ” potrebbe essere Gabellone” … ma allora perche’ insisti? (visto che te l’ho fatto gia’ notare poco sopra, senza che tu battessi ciglio)
      – “una persona può trovare più stimoli, più domande, nel pezzo ikea rispetto all’opera di Boetti o De Dominicis???”
      risposta : si, dipende dalla persona.
      -“A mio parere un testo verbale o scritto (argomentato, in dialogo) ha la possibilità di modificare l’idea di valore sia nella testa della casalinga di voghera, sia nella testa di un collezionista abbronzato e occhiali rossi.”
      certo che si’ ma dipende tanto da chi ha scritto (argomentato o esposto) il testo “verbale” quanto dal “livello di comprensione” della tua casalinga di Voghera (che potrebbe anche essere tutt’altro che digiuna d’arte) o il tuo collezionista abbronzato e occhiali rossi (che, da come lo rappresenti, potrebbe essere un perfetto imbecille danaroso)
      -“Quindi il punto non sta nell’opera […] ma in questo “TESTO” che una persona può incontrare o meno”
      – Errore! Il testo può “aiutare” a comprendere chi affronti per la prima volta un autore o un certo tipo di comunicazione artistica (ma può anche, purtroppo, fuorviare o fornire informazioni totalmente errate o esposte in maniera incomprensibile o fraintendibile, perche’, come già detto, tutto dipende dall’emittente e dal ricevente) ma, in ogni caso, il “valore” dell’opera non dipende in alcun modo dal “testo” (o dal fatto che ci sia o non ci sia) mentre il “prezzo” dell’opera, invece, può anche essere “condizionato” (se non determinato) dal presenza e dalla bontà del “testo”

  • Zuccheroso? …Ma il mio interesse NON è avere ragione, ma stimolare un confronto critico argomentato che cerco di “riordinare” sul blog. Se credi che io non ce la faccia, fai un blog anche tu Luciano!

    Quindi apprezzo molto il tuo piglio o quello di Minini che cerca di dialogare portando ottime riflessioni. Non capisco come possa essere così lucido su alcune questioni e più appannato su altre…tutto quà.

    Quindi se ho ben capito il valore delle opere è fatto dalle persone che le guardano??? Tutto è relativo??? Ma perchè, allora, ALCUNI vengono selezionati e altri no? Sul prezzo Minini ha dato indicazioni importanti, sul valore attendiamo…

  • “Zuccheroso? ” …vedi… “Ottimo. Grande Massimo Minini. Pubblicherò il tuo/suo intervento in prima pagina sul mio blog.” …
    ” Esempi concreti: scelte dei giovani di Minini: ieri Chiasera,Ligorio, oggi -sua francesca minini- Frigo” Minini ha ripetuto sino alla nausea che Francesca Minini, anche se e’ sua figlia, fa di testa sua e non “prende consigli” e, io, presumo sempre la buona fede altrui, almeno sino a prova contraria.
    ” fai un blog anche tu Luciano” no, non credo proprio che ce ne sia bisogno, quel che credo invece utile (anzi molto utile) e’ la possibilità, qui o su blog come il tuo (che per altro attualmente non consente i commenti) d’intervenire e dialogare e discutere civilmente, coinvolgendo più interlocutori possibili su questi argomenti.
    “Quindi se ho ben capito il valore delle opere è fatto dalle persone che le guardano??? ”
    Allora proprio non hai capito nulla di quel che ho detto (…o fai finta di non capire?) .
    Io credo che il “valore” dell’opera sia una caratteristica non definita e non definibile a priori o “nuc et semper”, che trova la sua base nella capacita’ dell’autore a far di essa una comunicazione d’ “ineffabile” e d’ “indicibile”. Il “valore” di un’opera può variare nel tempo e nello spazio (se trasferita da un paese ad ‘altro, da un continente ad un altro), perché nel tempo e nello spazio possono mutare le condizioni che fanno di quell’opera una comunicazione di ineffabilità.
    L’apprezzamento di tale “valore” e’, chiaramente, condizionato dalla capacita’ dello spettatore di “aprirsi” alla comunicazione, di saperla ricevere e, in questo senso, si potremmo parlare del “valore soggettivo dell’opera in rapporto a quel certo spettatore”. ed e’ appunto sotto questo profilo che ci sarebbe tanto bisogno (e su questo sono con te) di “critici” che anziché “curare il proprio giardinetto” si dedicassero all”analisi dei concetti ed alla loro diffusione e si guardassero un po’ di più (un bel po’ di più) attorno, magari preoccupandosi un pochino meno della propria carriera ed un po’ più dell’elaborazione teorica.
    Ma c’e’ anche tanto bisogno, io credo, di artisti, di galleristi, di collezionisti e di comuni mortali che discutano dell’argomento come facciamo noi.
    “Ma perchè, allora, ALCUNI vengono selezionati e altri no?” ti devo davvero rispondere? No, la risposta la conosci tu come la conosco io, come la conoscono tutti quelli che appena appena bazzicano nel mondo dell’arte.
    Piuttosto io ti pongo questa domanda : Ma e’ proprio necessario fare la gara e la fila per “farsi selezionare”? Non e’ forse arrivato il tempo che l’artista trovi altre modalità ed altre realta’, magari virtuali, ove esercitare la propria comunicazione dell’ineffabile?

  • @Luciano: io credo che Tu non capisca. Non ho detto che bisogna essere selezionati, ho detto che se alcuni vengono selezionati allora NON E’ VERO che non esistono giudizi di VALORE, e che la Qualità dell’opera dipende solo dalla testa di chi la guarda…esattamente come la qualità di QUALSIASI cosa non dipende solo dalla testa di chi la guarda. Facciamo scelte in continuazione, allora forse si può argomentare criticamente rispetto al Valore. Perchè tu vivi in Tailandia e non in centro a Milano? Hai fatto scelte di valore.

    Tu continui a parlare solo di arte.

    • LorenzoMarras

      Bravo Luca, Bravo, scrivi bene quando ti riferisci a cose. e difatti quando si parla di opere NON si parla di cose.
      Quando Cattelan organizza la propria sparizione nel mettere in scena il cartellino “TORNO SUBITO” non penso che tu concentri la attenzione sulla “cosa” “cartellino” ma su l’enigma che porta con se e di cui tu pensi di impossessarti in termini di interrogazione su questa insolita forma.(cosa vuole significare ? a chi è rivolta? occorre cambiare la percezione di se e di cio’ che ci circonda? cosa succede ? che mondo si apre che prima non si riusciva a fare proprio ?. Tutte domande piene anche di sospetto che solamente un OPERA ti possono indurre a fare.
      L’ARTE non è distrazione.Nasce dalla follia , è bugiarda , infedele , a volte terribile ed alla follia ritorna, nonostante tutti i tentativi che possiamo tecnicamente mettere in opera per piegarla ad una definitiva sistemazione.

      • SAVINO MARSEGLIA (artista)

        Caro Lorenzo, la conclusione è che oggi gli artisti cercano solo il successo economico, la vana gloria dentro la casta dell’arte contemporanea. Sono incapaci di ritrovare in sé stessi un libero valore di libertà, di autonomia di pensiero, se non quello imposto da un modo di essere massificato e omologato che ha profondamente condizionato il loro modo di pensare e operare. Sono schiacciati da questa ideologia consumistica, mercantile, legata solo al valore di scambio.
        saluti
        savino

    • …ne’ io ho mai scritto che tu lo avresti detto!! Ti ho solo posto una domanda pertinente, perche’ apriva al problema dei “luoghi deputati” e quindi ad uan diversa possibile filosofia del “mercato” (cui come al solito non hai risposto). Come non ho detto (ed e’ la seconda volta che te lo ribadisco) che “la qualita’ dell’opera dipende solo dalla testa di chi guarda” .. ma tu, i post altrui, li leggi per comprenderli o sei talmente narciso che mentre li leggi vedi solo la pagina del tuo blog?
      Certo che facciamo scelte in continuazione: il vivere quotidiano e’ una catena infinita di micro e marco scelte, e allora? Vorrebbe dire, questo, che esistono “valori” oggettivamente stabiliti e definiti (e da chi?? e come??) o non vuol dire, piuttosto, che scegliamo proprio perché abbiamo e seguiamo una nostra scala di valori? Valori che “assumiamo” ogni giorno con l’esperienza, con la cultura’ con l’aggiornamento, con l’informazione, con lo scambio dialettico con gli altri, con la comprensione?
      E non e’ forse vero che anche questa personale scala di valori muta nel tempo (pensa alla tua scala di valori di quindici anni or sono e comparala con quella di oggi) e muta nello spazio? (in Thailandia sono disposto a pagare una buona bottiglia di vino il doppio di quello che sarei disposto a pagarla in Italia, mentre ritengo caro un mezzo casco di banane se costa quanto una singola banana in Italia)
      Io continuo a parlare solo di arte … e di che cosa dovrei parlare nel commentario di Artribune? Di Teologia, di Storia Medioevale, di Diritto Comunitario?E tu di che cosa parli di Economia Domestica? di Logica della Matematica? Di che cosa ti aspetti che un artista parli ?

      • Per essere concreti : io ti ho dato una mia “definizione” di valore… attendo ancora la tua… e sarei molto felice di leggere anche quella di Minini , quella di Lorenzo e quella di Max

  • valeria

    Che dire, grazie di questa discussione mattutina! a voi, ad artribune, a Massimo…..

  • Max Mutarelli

    Ciao
    Scrivendo su questa testata mi sono sempre astenuto dal partecipare a questi forum, perché facendone parte ritengo sia un bene non “schierarsi” con posizioni ben definite.
    Eppure, seguendo i commenti e gli interventi di questo dibattito strettissimamente legato all’arte contemporanea, sento di dovermi esporre con una riflessione: tralasciando il mercato, i galleristi, ed il commercio di opere, vorrei sottoliineare come, dopo tutto, un ruolo centrale per risollevare le sorti di questo sistema dell’arte – e penso dell’Arte in quanto pulsione, necessità, modo d’essere – lo rivesta la critica, o meglio, la critica fatta bene, con competenza, passione, intransigenza. Personalmente trovo imbarazzante leggere articoli e recensioni maledettamente aderenti con i pareri di curatori e galleristi; trovo svilente per la professione essere “più realisti del Re”, evitando con cura giudizi anche severi; come l’opposizione in un Parlamento democratico, come un buon amico di fronte a sbagli evidenti, come uno specchio che rivela puntuale le nostre imperfezioni, la critica d’arte deve leggere fra le righe, farci pensare, decidere cosa va e cosa non va; deve fare la parte del cattivo, perché l’Arte ha bisogno di questo, non solo di adulatori; deve giudicare, parlare male, oppure promuovere, sostenere, entusiasmare, perché l’Arte si aspetta questo, non solo sussurri e parole dolci all’orecchio.
    Se qualcosa si è inceppato in questa macchina perfetta che è il Sistema dell’arte, non lo si può rintracciare solo nelle crisi planetarie, semmai, a mio parere, proprio nel fatto che da un pò di tempo l’arbitro fischia troppo poco, e non vede troppi rigori: ed ora si perde, ed ora si rischia la serie B. Bisognerebbe dunque riprendersi il proprio ruolo, ripetere a tutti le regole, ed usare il cartellino giallo, e quello rosso, parlare con tutti, stringere mani, sospendere la partita quando c’è nebbia, e ricordarsi di avere un taccuino.
    Ecco, la critica d’arte dovrebbe davvero rinascere o rifondarsi, ricollocandosi dove è giusto stare, prendendo posto nella propria posizione, seguendo i propri doveri: meno bugie, meno strizzatine d’occhio, ma molto più coraggio, molte più capacità e una gran voglia di contribuire a costruire finalmente una partita più vera.
    MM

    • …se posso permettermi, caro Max, : assolutamente d’accordo” e ti rimando, se vorrai fare un ulteriore “passaggio sul tema” a quanto ho scritto sopra “ci sarebbe tanto bisogno […] di “critici” che anziché “curare il proprio giardinetto” si dedicassero all”analisi dei concetti ed alla loro diffusione e si guardassero un po’ di più (un bel po’ di più) attorno, magari preoccupandosi un pochino meno della propria carriera ed un po’ più dell’elaborazione teorica”
      Quello che, nella maggior parte dei critici di oggi (salvo rare ma lodevoli eccezioni), e’ venuti meno, sopraffatto ed obliterato dalla preoccupazione di “carriera”, e’ il senso e l’orgoglio della loro “professione” quella di elaborare un pensiero critico ed analizzare l’arte ala luce di esso

  • LorenzoMarras

    Mutarelli Lei ritiene che gli operatori del sistema che gestisce la questione Arte, debbano cambiare la propria mentalita’ oppure debbano cambiare loro stessi ?
    cambiare se stessi implica la perdita’ di considerevoli opportunita’ perche’ in un sistema che si rispetti, ogni ruolo, è sempre funzionale ad un risultato a cui a quanto pare non si rinuncia facilmente.

  • sul prezzo Minini ha dato indicazioni importanti, sul valore vediamo…
    Vediamo un po’
    Cosa da valore ad un opera.
    La sua bellezza?
    la sua necessità?
    La sua novità?
    la fondazione di un pensiero?
    L’aggiunta alle nostre conoscenze?
    Il fatto che stia bene sui muri delle case ricche?
    Il suo gradimento per Sotheby’s?
    Una accettazione al MOMA?
    Tre passaggi a Documenta?
    Saatchi che se lo compera e se lo tiene anche senza pentirsi dopo poco?

    Non c’entra ma ieri sera ero a cena con paolo cuccia, vostro editore, gli ho parlato del blog, ma non pareva essere informato sulle discussioni.
    Abbiamo convenuto di fare un concorso di cucina tra gente del nostro mondo dell’arte. L’ho convinto a fare una gara con le polpette. Chi cucina la polpetta più buona vince.
    Non sarebbe una bella idea? Luca Rossi che fa polpette, invece del polpettone…
    E magari mentre siamo li a impastare la carne, un po di pane grattato, uovo, prezzemolo, qualche fondo d’arrosto, farina bianca, pezzetti di salame, buro o olio?
    Dorate, soffici, bruciate…potremmo parlare del valore delle opere.
    Propongo l’osteria della Villetta a Palazzolo sull’ Oglio, 110 anni di tradizione.
    Il proprietario si chiama Rossi, però Maurizio…

    • LorenzoMarras

      Dott. Minini faccia invece un altro atto di liberalita’ oltre quello gia’ profuso verso la Galegati. Prenda con se Luca, nella sua galleria, lo assuma come tirocinante, adesso poi che vengono pagati dalle regioni è anche un affare, e gli faccia fare esperienza. Cosi’ lo libera dal blog e da Artribune.
      Non sarebbe una cattiva idea.

    • Caro Minini non dirlo due volte, Luca Rossi pur di potersi poi gloriare di esser stato in mezzo a voi viene non solo a far le polpette ma anche a servir tavola, lavare i piatti e, se ce l’hai, poi porta anche fuori il cane ;-)

    • …ma per rispondere a Minini, “Che cosa da valore ad un’opera”: le prime cinque, in diversa misura ed in mutuo concorso tra di loro, le seconde cinque attengono alla determinazione del prezzo, non del valore, questo, ovviamente, a mio modestissimo giudizio

    • Gentile Massimo

      da tre anni il mio polpettone quotidiano ha smosso le acque, ha favorito un confronto critico. E questo era il mio unico desiderio.

      Accolgo l’invito all’osteria; ma non posso venire io perchè prefeirsco mantenere e gestire una “distanza” dal sistema e non entrare in nessuno giro di amicizie, lo dico non per dispregio ma per poter continuare a procedere indipendente. Se l’invito è reale posso mandare due Rossi’s Angels fra gli operatori italiani che condividono le idee di whitehouse. Due, così uno controlla l’altro come facevano i romani un tempo.

      Io ho una definizione di valore ben precisa, e credo che questa vada a contribuire all’idea di prezzo (ben definita da Massimo Minini).

      E non credo che il valore dipenda da: bellezza, necessità, novità, CHI la possiede, CHI la sostiene, DOVE viene esposta. Oggi tutto dipende dal DOVE viene esposta e dal CHI la sostiene, da quali pubbiche relazioni- che come raggi- sostengono l’artista e l’opera. PLACE + RAYS = (…) plays (…) . E’ sufficente che l’opera sia un buono standard.

      http://whlr.blogspot.com/2011/11/retrospettiva-aprile-2012.html

      A questo cercherà di contrapporsi “retrospettiva” affidata a chiunque (nessuna relazione) e potenzialmente ospitata ovunque (nessun luogo blasonato).

      L’idea di Valore ha a qualcosa a che vedere con la fondazione di un pensiero. Ma non si tratta di una questione filosofica. Si tratta di qualcosa di estremamente semplice. Però non credo sia utile argomentare con un commento che poi viene subissato e soffocato da altri 1000 commenti. Rimandiamo al blog? Mi impegno a formulare la mia opinione in un post? Ditemi voi…

      • Luca complimenti. Hai proprio una indipendenza esemplare.
        Non so se ti sei reso conto ma l hai clamorosamente castrata.
        Se eviti un incontro perché vuoi tenere le distanze affinché la tua indipendenza non abbia a compromettersi, ho paura che giusto parlando di VALORE, la tua ne sia sprovvista.
        Apparte il fatto che é anche un fatto di esplicita maleducazione rifiutare un invito dando ad intendere a priori che chi invita Lo faccia a tali fini.
        Luca luca.

      • Caro Luca, ovviamente non hai alcun obbligo e puoi quindi decidere se affidare la tua “definizione” o idea di “valore” al tuo blog o ad un post, qui o altrove.
        Il fatto che esso poi venga subissato e soffocato da 1000 altri commenti, dovrebbe solo farti piacere visto che (e qui ti do ragione) ritieni che la partecipazione alla discussione sia cosa buona e da promuovere. Mi permetto solo di farti notare due cose, la prima, che qui, da qualche giorno, il commentario sembra essere un po’ più sereno e molto meno denso di volgarità ed insulti; l’altra che il tuo blog non consente commenti e, quindi, se tu utilizzerai tale mezzo, costringerai, tutti quelli che desidereranno farlo, ad approfittare del primo articolo “opportuno”, qui o su altra pubblicazione on-line che consenta i commenti, per postare le loro argomentazioni, critiche o consensi… e quindi la discussione vera, alla fine, si sposterà pur sempre qui o su altra pubblicazione. La decisione e’ a te…
        Un’ultima cosa: non perdi occasione per proclamare che ” il mio polpettone quotidiano ha smosso le acque, ha favorito un confronto critico”, ora io non nego che il tuo blog abbia ed abbia avuto dei meriti ma, permettimi, non ti pare di essere un tantino presuntuoso? Non ti e’ mai passato per la mente che, se le acque si sono (un pochino) smosse, e’ forse perché il tuo blog e’ il naturale prodotto di un cambiamento di mentalità e di atteggiamento condiviso da migliaia di persone in questo piccolo mondo? Mai avuto il sospetto che senza i liberi commentari (che tre anni or sono erano già largamente presenti e partecipati e tralascio di fare nomi, perché li conosciamo tutti) il tuo blog (che non e’ stato ne’ il primo ne’ il più importante o seguito) avrebbe avuto ben poca “risonanza”. Mai riflettuto al fatto che chi ha dato “visibilità” al tuo blog sono stati i tuoi interventi in quei commentari e le “polemiche” che spesso hanno suscitato?
        Credimi io non ce l’ho con te, anzi ho molta stima del tuo lavoro e lo seguo da molto e con molto interesse, solo che m’infastidisce sempre la gigioneria, e trovo che, lungi dal giovarti, finisce per sminuire l’importanza di quel che fai.

    • ciriaca+erre

      Forse la domanda che dovremmo porci è:
      siamo pronti a cogliere e percepire lo straordinario se qualcuno non ce lo presenta come tale?!?

      e se non è cosi’ perchè?

      Un’artista sente
      impellente il bisogno, l’urgenza di rendere visibile cio’ che per il resto del mondo sembra essere superfluo. c+r

      e con questa riflessione vi posto una performance che non è di un’artista visivo ma a mio modesto pare avrebbe potuto:

      Un uomo era seduto in una stazione della metropolitana di Washington DC e iniziò a suonare il violino, era un freddo mattino di gennaio. Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti. Durante questo lasso di tempo, poiché era l’ora di punta, è stato calcolato che 1.100 persone sarebbero passate per la stazione, la maggior parte di loro sull ‘ intento di andare a lavorare. Passarono tre minuti e un uomo di mezza età notò che c’era un musicista che suonava. Rallentò il passo, si fermò per alcuni secondi, e poi si affrettò per riprendere il tempo perso. Un minuto dopo il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una donna lanciò il denaro nella cassettina e, senza neanche fermarsi, continuò a camminare.
      Pochi minuti dopo qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma poi guardò l’orologio e ricominciò a camminare. Chiaramente era in ritardo per il lavoro. Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo invitava a sbrigarsi, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista. Infine la madre lo trascinò via ma il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi. Nei 45 minuti che il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e rimasero un po ‘. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a camminare normalmente. Tirò su $ 32. Quando finì di suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, né ci fu alcun riconoscimento.
      Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei musicisti più talentuosi del mondo. Aveva appena eseguito uno dei pezzi più complessi mai scritti, su un violino del valore di $ 3.5 milioni di dollari. Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro di Boston, dove i post in media costavano $ 100. Questa è una storia vera. Joshua Bell era in incognito nella stazione della metro, il tutto organizzato dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone. La prova era se in un ambiente comune ad un’ora inappropriata: percepiamo la bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?
      Una delle possibili conclusioni di questa esperienza potrebbe essere:
      Se non abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo perdendo ?

      • Cara ciriaca+erre ti rimando a quanto ho scritto sopra “Io credo che il “valore” dell’opera sia una caratteristica non definita e non definibile a priori o “nuc et semper”, che trova la sua base nella capacita’ dell’autore a far di essa una comunicazione d’ “ineffabile” e d’ “indicibile”… L’apprezzamento di tale “valore” e’, chiaramente, condizionato dalla capacita’ dello spettatore di “aprirsi” alla comunicazione, di saperla ricevere…”
        E’ evidente che l’aneddoto da te riportato parla di questa capacita’ dello “spettatore” di “aprirsi alla comunicazione” anche se, non possiamo non tener conto del fatto che l’esperimento era teso, in partenza, ad ottenere quel risultato: stazione della metropolitana, ora di punta!! Se avessero fatto lo stesso esperimento al Lincoln Memorial in una tarda mattinata domenicale (di sole) il risultato sarebbe stato, probabilmente, drammaticamente diverso… ma ovviamente non era ciò che “serviva”.
        Sia chiaro, ben vengano “esperimenti” del genere da parte d’importanti mezzi di comunicazione di massa come il Washington Post… probabilmente molti dei suoi lettori, la prossima volta che s’imbatteranno in un musicista (o altro artista) di strada, magari si fermeranno un momento di più e, sopratutto, in ogni caso, qualcheduno di loro incomincerà a riflettere su quanto si e’ perso e si perde lasciandosi dominare dalla fretta e dalle preoccupazioni quotidiane.

      • piero

        L’altro giorno, all’ora di punta c’era un ragazzo in metropolitana che suonava il violino. Pian piano si è fermata una folla di ascoltatori. Le persone dimenticando i loro doveri rimanevano rapite dalla musica. Lo zingaro era uno sconosciuto e aveva tra le mani un violino cinese da meno di 100 euro.

  • Sta recitando “Romeo e Polpetta” di William Shakespeare

  • Michele Mariano

    Provo molto piacere nell’intervenire in questo ”luogo”, finalmente, contrariamente a quanto di solito avviene, non si postano “commenti” ma interessanti “interventi”…… spero che il mio sia all’altezza dei precedenti.
    Oggi qualsiasi riflessione sull’arte è semplicemente sovradeterminata dalle esigenze di sopravvivenza dell’Artworld, inteso come sistema di interessi e professionalità, pur nello svuotamento della sua “mission”. A questo punto lo scopo del gioco è semplicemente continuare a giocare anche nel più smaccato nichilismo, così come accade quando in una fabbrica si assumono degli operai per produrre qualcosa e dopo si cerca qualcosa da produrre per non licenziare gli operai…..il sistema dice di andare avanti a tutti costi “dontstopdontstopdontstopdontstop”.
    Io penso invece che Bisogna essere pienamente consapevoli del fatto che viviamo un momento di svolta epocale quello del “ compimento compiuto” della comunicazione. Quando un sistema, un’idea, una visione raggiunge la sua massima espansione al suo interno si manifesta sotto forma germinale il principio opposto, si apre cioè la possibilità di un movimento che va in direzione contraria. Quello che stiamo vivendo secondo me è un momento storico fantastico.
    Siamo nell’INFIMO INIZIO.
    L’infimo è l’impercettibile inizio di un movimento, il primo segno visibile di ciò che è fausto. L’uomo di valore non appena vede l’infimo passa all’azione, senza attendere la fine della giornata.
    Però, per mettersi nelle condizioni di vedere l’infimo, non bisogna parlare di crisi ma di FINE. Non bisogna aver paura di ciò, la FINE è nella natura delle cose e considerarla predispone all’azione e al cambiamento. Chi si attarda nella crisi non sarà del futuro. L’artworld per l’esigenza che dicevo non è in grado di vedere l’INFIMO, almeno fino ad oggi.
    Dice bene Max Mutarelli, prima ancora del “gallerista” bisogna che sia la critica a ripensarsi in un nuovo ruolo. A mio avviso(da artista) ancor prima della critica è l’artista che deve ripensarsi. Deve ripensare il proprio ruolo ed il suo fine. Deve liberare il Tempo. Deve dedicarsi all’ a-funzione. Deve disinteressarsi dal procedere per sintesi plastiche e per semplificazioni o stilizzazioni. Deve, in un’unica parola, “divenire esperienza”. Per farlo deve calarsi in una condizione l’AMLETIZZAZIONE dell’EROE, quella condizione dove la tragedia non dipende da un’azione compiuta ma da un’azione da compiere. Questa condizione non si dà nell’opera, ma nel tempo. Un tempo liberato….. una sorta di sciopero di produzione.
    Va da se che la critica dovrà ripensarsi e lo farà non più in funzione dell’opera ma rispetto all’esperienza. Dovendo occuparsi del “tempo non occupato artisticamente” il suo ruolo sarà quello del “curatore della realtà”.
    A presto
    Mi

  • @critica+erre: quei bambini che si voltano hanno innanzitutto il TEMPO per fermarsi. Solitamente l’adulto non si concede tempo; tanto che è disposto a lavorare 12-14 ore al giorno per il denaro, senza alcuna riflessione rispetto al fatto di non avere tempo per spenderlo. Relativamente alla questione tempo rimando a questa intervista a cattelan:

    http://www.whlr.blogspot.com/2011/11/la-rivoluzione-siamo-noi-intervista-di.html

    @Mariano: innanzitutto credo che ci sia una valore nel confronto critico e nell’argomentazione critica. Io non desidero imporre la mia TESI ma trovare ANTITESI per arrivare a SINTESI migliori. Questo confronto critico aperto e leale in italia NON esiste, soprattutto non esistono luoghi per farlo (ed ecco i blog e i commenti selvaggi). Quando invece l’argomentazione critica aiuterebbe il mercato, il seguito di pubblico, il seguito mediatico ed anche tutto l’indotto del sistema. Fermo restando che l’arte non è una nicchia per pochi feticisti ma strumento e termometro per il presente ed il futuro.

    • …bene siamo perfettamente d’accordo sul valore immediato e mediato del confronto critico… questo non è un blog o un “commentario selvaggio” …è, quindi, un “luogo” perfetto e reale per un confronto “aperto e leale” … allora perchè continui a sfuggire questo confronto aperto e leale proclamando che “non esistono luoghi per farlo” ?

  • Splendido Luca Rossi!! Sul tuo blog, nel “discorso a distanza con Massimo Minini”, come lo definisci tu su Facebook, riporti una tua risposta ad un mio commento guardandoti bene, per altro, dal riportare sia il mio commento che la mia replica alla tua risposta. Davvero un luminoso ed istruttivo esempio di ciò che tu realmente intendi quando parli di “stimolare un confronto critico argomentato che cerco di “riordinare” sul blog” o quando affermi “Io non desidero imporre la mia TESI ma trovare ANTITESI per arrivare a SINTESI migliori”

  • @Massimo Minini, @Lorenzo Marras, @Max Mutarelli, @Michele Mariano, @Davide W. Pairone, @Daniele Scarpa Kos, @ciriaca+erre, @ valeria , @SAVINO MARSEGLIA ed a tutti coloro che leggono il commentario di Artribune io ripeto l’invito: date una vostra definizione di “valore” dell’opera d’arte… da queste “definizioni” potrebbe davvero prendere l’avvio un interessante confronto aperto… ovviamente l’invito e’ rivolto anche a Luca Rossi, ma a lui, nei commenti precedenti, l’ho già chiesto tre volte senza alcun risultato.

    • piero

      Caro Luciano, il valore (non economico) dell’opera dipende dalla sua artisticità. Tutte le opere d’arte (quelle autentiche) hanno lo stesso valore. Il problema nasce quando dobbiamo stabilirne il valore economico, ma questo è un’altro discorso…

      • Grazie caro Piero per l’intervento ma dire che “il valore (non economico) dell’opera d’arte dipende dalla sua artisticità” sposta semplicemente il problema dalla necessità di definire il termine “opera d’arte” alla necessità di definirne un altro : l’ “artisticità” che tu introduci. Non credo, invece, che definirne il “valore economico” sia un problema: nel momento che ci di pone tale questione “l’opera d’arte” viene considerata in quanto “bene” e gli studi di economia (ma anche molta parte di quelli di sociologia) hanno dato, a tale domanda, risposte che possiamo oramai quasi considerare insuscettibili di ulteriore elaborazione o perfezionamento.

  • bagno di realtà

    Cosa da valore ad un opera.
    La sua bellezza? la sua necessità? La sua novità? la fondazione di un pensiero?
    L’aggiunta alle nostre conoscenze ?
    Sicuramente si.

    Ma a questo punto viene spontaneo domandarmi : ma quanto di quello che si vede in giro in alcune giovani gallerie italiane ed europee (o a LISTE o a Statements) o su riviste come Mousse è in grado di rispondere ai criteri di Minini ?
    Quanto ciarpame viene fatto passare per opere d’arte, ma è solo accademia post concettual minimalista, realizzato solo per attiarare l’attenzione di giovani critici vogliosi a loro volta di mettersi in mostra ?
    Quanto fiere ( o sezioni di fiere) come le suddette o anche Artissima di Torino sono vittime di questa discutibile merry-go-round ?
    Bellini e poi Manacorda erano immuni da questa mentalità ?
    Costoro ed altri hanno posto al centro delle loro scelte la qualità (del lavoro degli artisti e/o delle gallerie ) o hanno badato solo a metetre su un circo che li rendesse belli agli occhi di chi deve scegliere i futuri direttori di musei ?

    • grazie “bagno di realta’” .. se permetti rispondo alle tue quattro domande con un’altra domanda (e ti prego di non considerarla scortesia):
      Ma non ritieni che se più gente incominciasse a chiedersi in che consiste il “valore” di un’opera e se ad argomenti come questi si desse più importanza e più spazio che ad altri, per esempio le critiche “ad personam” di questo o quell’artista/ critico/ gallerista/ curatore/ manager ecc ecc, piano piano, quasi automaticamente, i comportamenti e le situazioni che tu stigmatizzi verrebbero meno ?
      Non ritieni che se quelle situazioni e quei comportamenti si sono prodotti e’ perche’ il
      “pubblico” non si e’ “interrogato” a sufficienza su i veri “temi e concetti” e si e’ lasciato trascinare dalla deriva gossipara e trash, dallo scintillio del mondo dei VIP e di chi “vuol apparire ed esserci” ?

  • Trixi

    Gerini: se Luca Rossi dovesse riportate tutti i commenti -compresi i tuoi kilometrici- dovrebbe aprire un secondo blog. Sul blog sta cercando di ordinare un confronto con Minini, focalizzando su alcuni aspetti centrali. Per la definizione di valore mi sembra ti abbia risposto rimandando ad un futuro post sul blog. In ogni caso tempo fa su facebook scrisse:” il valore sta nell’autenticità, nella non distrazione e nell’attinenza al presente”….”riprendendo Agamben non ci deve essere un totale allineamento al presente (moda) ma uno sfasamento”….

    • ..caro Trixi, io ho citato il fatto solo per evidenziare come Luca Rossi, che continuamente invita al “confrontarsi e dialogare sul suo blog”, intenda il concetto di “dialogo” … per il resto, come ho già detto più e più volte, sul suo blog può fare ciò che crede! Ci mancherebbe altro!
      Rispondere, rimandando ad un futuro blog, caro Trixi, a casa mia, significa “non rispondere” o “evitar di rispondere”, il fatto che lui abbia scritto o scriva domani qualcosa sul suo blog (visto che su di esso, come e’ logico e giusto, nessuno può’ “commentare” se non passando per il suo “filtro”), ai fini di un dialogo reale vale pressoché zero. Il luogo della “discussione” e’ questo : pubblico ed aperto a tutti … le “chiuse stanze” dei blog ;lasciamoli a chi sogna ancora i “circoli elitari”

  • Mi spiace Luciano dirti che non posso rispondere alla tua domanda. Alzo bandiera bianca per questa incapacità a definire qualcosa che si aggiunge all opera e che appartiene più all ambito del potere delle metafisiche e dei regimi logici che le esercitano.
    Nell opera Non c é Valore . Però ti prego non equiovocare , perché a mio avviso scrivere di Opera per me implica già andare all aldilà e superare quegli statuti di giudizio che vorrebbero normalizzarla.
    L a questione di valore intorno alla faccenda Opera posta da Luca è sbagliata in partenza proprio in virtù di quella sua vocazione ad imprigionarla in una Logica.
    Si dovrebbe parlare forme di vita che conseguono ad un opera non di valore.
    Grazie di avermi comunque interpellato Luciano.
    Buona Domenica b

    • …grazie a te, ma sarei felice (e credo sarebbe molto utile per la discussione) se tu potessi approfondire il tuo concetto .. ammesso che non ci sia “valore” che cosa differenzia un lavoro di Burri (o di Picasso, o di Fontana o di Balla o di…. ) da uno di cui diciamo (alla Luca Rossi) “IKEA neppure evoluta” ?

    • @Lorenzo: il valore infatti non è nell’opera ma nell’atteggiamento-modalità da cui precipita l’opera e di cui l’opera è testimone.

      • Luca se é così come tu dici allora la tesi con cui sostenevo che Cattelan fosse niente più che una merce, é esatta.
        Non é così? Da fedele Cattilinaro quale hai sempre dimostrato essere, insinuando che valore inerisca a colui da cui precipita l opera, Lo comprometti.
        Ah, a proposito di Maurizio vatti a leggere l’ ultimo numero di flash art All Cattelan sulle ragioni del suo conclamato auto pensionamento.
        A quanto pare il nostro si sente in Po’ a disagio proprio intorno a quel concetto di valore che qui si dibatte.
        Viene da ridere.

  • Gerini, Trixi ha detto bene. Sul mio blog puoi commentare e certo io non censuro nessuno. Quindi è apertissimo; semplicemente ora sto cercando di ordinare un dialogo con minini che sto aspettando da un anno, rispetto la questione del valore e della qualità.

    Per il valore bisogna incrociare il tempo presente con la biografia dell’artista e il suo percorso. Per esempio: cattelan va giudicato con ingeno rispetto il suo inizio (primi anni 90) e poi ogni opera va messa in relazione al nostro presente. Prima caratteristica poi che ci sia un percorso di più opere di più operazioni che contribuisca a formulare una modalità e un atteggiamento specifico. Cattelan, Vezzoli, Beecroft sviluppano e hanno sviluppano sapientemente propaggini POP (dove un sintomo è che il pubblico abbia poco Tempo..).

    Modalità e atteggiamento hanno valore quando si relazionano in modo autentico e sincero con il presente, quando non sono distratti rispetto al presente, e quando sono attinenti rispetto al presente. Ci vuole prima di tutto consapevolezza: il punto non è distruggere alcune opere perchè “ikea evoluta” ma avere consapevolezza che alcune opere sono ikea evoluta. E la cosa è rispettabilissima. Bisognerebbe fare esempi, ma non mi sembra questa la sede, rimando al blog che gestisco quotidianamente da tre anni. Mi sembra che di materiale ce ne sia.

    Ma rimando al mio ultimo commento in risposta a Minini:

    http://www.artribune.com/2012/02/la-vip-art-fair-e-una-bufala-ditelo-in-giro-conclusa-la-fiera-d%E2%80%99arte-online-arriva-la-bocciatura-furente-di-massimo-minini/#comment-30088

    • Mi scuso con te, in effetti ora il tuo blog accetta il commenti (fino a non molto tempo fa non era cosi’, lo sai bene anche tu perché ti feci, via mail, la specifica domanda e mi dicesti di pazientare perché, dopo il “trasferimento” stavi ancora lavorandoci).
      Quanto alla definizione del concetto di valore ripeti quanto hai già detto, esprimi cioè delle modalità (per la verità molto poco comprensibili…che vuol dire, in termini pratici e reali, ” incrociare il tempo presente con la biografia dell’artista e il suo percorso” ???)
      Ma, va’ bene, diciamo che questa sia la tua definizione di “valore” … dobbiamo accettarla come “ipse dixit” o possiamo argomentare e magari dissentire su di essa (magari nonio, che lo ho già fatto… ma altri )?
      Non vedo, infine, perché tu continui a dire “ma non mi sembra questa la sede, rimando al blog che gestisco quotidianamente da tre anni. Mi sembra che di materiale ce ne sia”
      Il blog che gestisci da tre anni ” e’ casa tua” questo e’, invece, “un luogo pubblico” e le “discussioni” ed i “dibattiti” si fanno in luoghi pubblici e non in casa d’altri, quando si e’ “gentilmente ospitati” (questo e’ quanto mi hanno insegnato da piccolo… poi, oggi non so!)

      • whitehouse non è meno pubblico di artribune. Esistono le medesime regole.

        esempio concreto: se uno domani si sveglia e inizia a fare il cattelan della situazione, o il boetti o il de dominicis la sua operazione ha meno valore degli originali? A mio parere sì, perchè non esiste un percorso coerente, una serie di passaggi che abbiano definito un atteggiamento del tutto peculiare e specifico. Fare Cattelan oggi significa proporre una sorta di artigianato dell’arte contemporanea, quindi molto meglio una sedia fatta a mano da una signora in basilicata. Ma cattelan è stato strumento e termometro negli anni 90, uno strumento utile per il presente, che è stato termometro per questo presente. Parlo di cattelan perchè più conosciuto.

        Spesso le opere che critico sono accessori, come denaro che non ha tempo di essere speso; non serve a nulla. Mentre le opere possono essere ottimi strumenti, termometri, testimoni di una modalità. Il punto però è la consapevolezza, si può fare anche ikea evoluta ma ci vuole consapevolezza e non si possono gonfiare arbitrariamente i prezzi (caso P-ART-MALAT).

        • “se uno domani si sveglia e inizia a fare il cattelan della situazione, o il boetti o il de dominicis la sua operazione ha meno valore degli originali? A mio parere sì, “… ma bravo M. De Lapalisse !!!
          Ma, esempio per esempio, prendiamo quanto da te affermato :
          ” bisogna incrociare il tempo presente con la biografia dell’artista e il suo percorso…modalità e atteggiamento hanno valore quando si relazionano in modo autentico e sincero con il presente, quando non sono distratti rispetto al presente, e quando sono attinenti rispetto al presente.”
          Molto bene : supponiamo che io sia uno “spettatore” qualsiasi, totalmente digiuno di storia dell’arte e che mi trovi all’improvviso di fronte alle Demoiselles d’Avignon di Picasso, o al Gigante3RazzEtà7ArtiCentAuro di Ontani o a Bidibidobidiboo di Cattelan (chiunque può scegliere a piacere le opere che preferisce, il discorso non cambia) .. non so nulla dell’autore, non so’ quando e’ vissuto, quale sia la sua biografia e quale la sua carriera, non trovo nessuna attinenza o relazione “necessaria” (intendo intrinseca al lavoro e non una che io costruisco li’ per li’ con la mia fantasia o sensibilità) con il presente e quindi non posso giudicare se tale lavoro si relazioni “modo autentico e sincero con il presente” o non sia “distratto” rispetto ad esso … che faccio mi emoziono, cerco di recepire quel che vogliono “comunicarmi” o devo decidere che, mancando i presupposti da te enunciati, esse sono (almeno attualmente per me) prive di “valore” ed insignificanti” ?
          E tutti i capolavori dell’arte antica di cui non conosciamo o mal conosciamo gli autori, nulla sappiamo di loro percorsi e carriere, delle loro “modalita” , capolavori che chiaramente ignorano il nostro presente e quindi, con esso, non si relazionano in modo autentico e sincero ?

  • Non li ho contati ma pare siamo a 75 interventi. Spingiamo ancora un po’ che arriviamo a cento. Quale è il record?
    Vedo che Boetti Dedominicis prima, Kelly/Morellet dopo, Prezo e valore più avanti hanno portato il dibatito più in alto.
    Le polpette spero siano piaciute come idea e sono sicuro piaceranno alla giuria del concorso.
    Comunque questi depistaggi hanno per me un significato. Non bisogna parlare della cosa, ma girarle attorno.
    Quando comperi un appartamento, il Notaio non lo descrive, nell’atto, se non con le “ragioni” dei confinanti. Ad est ragiini di, a sud ragioni di….eccetera. fatto il gioro salta fuori in negativo la figura dell’appartamento appena rogitato.
    Idem quando andavo da Salvo a Torino e volevo assolutamente parlare di lavoro, del suo lavoro, lui ce ne aveva sempre una. Una volta l’arrivo della tappa al giro d’Italia, altra volta una partita al biliardo,anche i campionati di atletica erano una buona scusa per non parlare del lavoro.
    poco a poco hi capito che così stavano le cose.
    e quindi, come vedete, ogni volta cerco di parlare d’altro.
    valore, prezzo, qualità? E’ un anno che aspettano la mia risposta? Sorry non lo sapevo, me ne sono accorto da poco. E poi non saprei cosa dire.
    A volte nelle fiere qualcuno mi chiede: quanto vale quel Paolini? Normalmente rispondo: non so quanto vale, però costa xx…”
    Sempre una bella battuta, tutti ridono, mi trovano intelligente….

    • … ottimo, come sempre! Decisamente interessante l’idea del “discorso laterale” e del definire il concetto non per “ciò che si pensa che sia” ma per “ciò che si sa non essere”… pero’… pero’… se domattina, facciamo, dopodomani che lunedì e’ sempre un brutto giorno che dispone male di per se’, si presenta da un artista, mai visto e mai conosciuto, con dei suoi lavori … che cosa fa scattare la spinta ad incoraggiarlo o a scoraggiarlo a continuare, che cosa fa’ decidere che val la pena di seguirlo ? Solo “naso” ? Il pensiero che tali lavori possano “incontrare” i gusti del pubblico o di qualche collezionista? O c’e’ dell’altro? O meglio, visto il “metodo” suggerito che cosa certamente non c’e’ in quella decisione?

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Le polpette insipide contribuiranno a dare valore ad un’arte indigesta a rilanciare un mercato che appare sofisticato, decotto, avariato. Si paga moltissimo per non mangiare nulla. L’arte-merce, viene esaltata non come “valore”, ma come investimento e reddito potenziale.

  • DSK

    Sekondo me 1 Paolini vale mezzo Paolozzi

  • Caro Massimo, anche all’ikea i commessi rispondono così. Anzi più il prezzo è alto e più viene emesso da un signore intelligente-distinto-asciutto..e più quel prezzo è credibile e verrà pagato. Tutto facile con Paolini, Boetti e Co…più difficile con mid-career come Arienti o gggiovani come Chiasera…..

    Invece io credo che tu Massimo non sappia/non voglia rispondere alla domanda rispetto al valore. La verità è che il collezionista medio non è come il risparmiatore Parmalat che arriva a protestare perchè perde tutti i risparmi di una vita; il collezionista se fregato (come avviene spessissimo, diciamolo) sta zitto per paura di perdere in status e non poter più rivendere il suo bidone. Questa omertà contribuisce a mantenere alti (in modo sballato e ormonale) i prezzi e i valori in campo. Questo giochino, aiutato anche da valori realmente consolidati (900 o qualcosa anni 90), rimane zavorrato al mercato e all’andamento dell’economia. Argomentanto rispetto l’idea di Valore e Qualità (ma bene! non nei commenti e nei blog di “apperentemente anonimi” e stupidi blogger) potremo avere ottimi risultati di vendita anche in tempo di crisi economica…..ma Minini evidentemente si accontenta….e nella vita non bisognerebbe mai farlo…….

  • Cristiana Curti

    Quasi un secolo (l’ultimo) di studi antropologici occidentali ha discettato ampiamente sul significato del “valore” (anche quantificato, ovvero monetizzato) di un bene cosiddetto “di lusso” (ovvero di un bene che incarna alcuni simboli propri dello stato eccezionale sia di chi lo possiede sia del bene stesso). Lucarossi – se volesse davvero capire – potrebbe leggersi un po’ di notizie in merito cominciando dal “Ramo d’oro” di Frazer (senza non si può), procedendo con il “Crudo e il cotto” di Lévi-Strauss e filando leggero su tutta l’antropologia classica francese (e in parte italiana) che ha dettato le regole in questo ambito. E malgrado alcune discussioni rimangano aperte, molti punti sono dati per stabiliti, ormai.
    Non sto facendo inutile sfoggio di sapienza, ma cerco di significare che la questione del valore (e del “prezzo del valore”) non ha necessità di essere indagata da chi rifiuta i postulati del ragionamento.
    Queste sono e rimangono, malgrado gli sforzi del bravo e tenace Luciano di far chiarezza con i sordi, chiacchiere da bar. E bene fa Minini a non raccogliere la provocazione, perché buttarla sul “sociologico andante” non ha alcun senso. Nessuno può dire – così come non esiste il collezionista “medio” (che specie di animale sarebbe?) – che esista un parametro valoriale se non partendo dal parametro stesso. Non si può ottenere la definizione di un argomento girandoci solo intorno, come fa il notaio con i confini della proprietà. Il notaio descrive le qualità di una proprietà immobiliare (confina così, possiede questi e quegli annessi, consta di x vani) ma non le sue caratteristiche reali che ne possono fare un buono o un cattivo acquisto (è bene esposta, i muri sono sani, ecc.).
    Per sapere se una casa ha “valore” in quanto stabile ben costruito ci vuole un tecnico vero (un professionista): un architetto o, meglio ancora, un ingegnere.
    Per definire i motivi del valore di un’opera d’arte bisogna avere le conoscenze del campo e della materia. Altrimenti ci fermiamo al livello di superficie (“che bei sanitari”, “come è grazioso il giardinetto”).
    E da lì, a parte qualche inutile scazzottata verbale di prassi, non si va oltre.

  • Giampaolo Abbondio

    Il valore non esiste, l’arte non è un bene rifugio, esiste solo il prezzo. Lo vuoi pagare, benissimo, siamo tutti contenti, gallerista, artista e tu che ti porti a casa un’opera d’arte che fino a quel momento era solo un problema di magazzinaggio e trasporto. Non lo vuoi pagare? Lo pagherà qualcun altro l’anno prossimo, magari aumentato del 20% per punirlo di non averlo comprato prima. Questo è quanto.

    • @Giampaolo: allora ci dovresti spiegare perchè una foto di Matteo Basilè ha un prezzo molto superiore -incomprensibilmente superiore- ai costi per produrla. Le scarpe Hogan non possono essere vendute a 4000 Euro invece che 300 Euro, è una legge, come quella che fa incontrare domanda e offerta. Se cosi fosse sarebbe un vero caso P-ART-MALAT (e forse nel caso di Basilè ed altri, non siamo così distanti). Stiamo attraversando una crisi economica e linguistica che non permetterà più bufale, neanche nel mondo dell’arte. L’ultima Arte Fiera era ridicola, come anche questa Arco Madrid. Se non si è in grado di definire Valore e Qualità alcuni prezzi non sono più giustificabili. SONO TRUFFE. Sono il Sale di Wanna Marchi travestito meglio. E quì che si pone anche il problema del pubblico (la mancanza di tempo per confrontarsi con il pubblico).

      Non è possibile definire il Valore (come sostiene Minini) definendo quello che c’è attorno. Sarebbe come dire che scegliamo una donna (e non la donna ideale che non esiste forse) provando a stare con tutte quelle che non ci piacciono. Questi sono giochini, escamotage, per non affrontare la questione, per pendere in giro; o anche sintomi che rivelano l’incapacità di argomentare criticamente. E infatti in fatti non vedo critici d’arte capaci di rilevare le luce e le ombre di un’opera in relazione al presente e alla storia.

      • Un piccolo corso di economia non ti farebbe male, Luca. Lo dico con simpatia, ma quando “scendi” a parlare di certe cose prendi cantonate memorabili. Siamo proprio all’ignoranza della differenza fra valore d’uso e valore di scambio, per non parlare di plusvalore e cosette del genere.

        • @Giacomelli: Lasciamo stare l’economia. Non perdiamo il centro del problema.

          Questo è come le cose dovrebbero andare:

          Prezzo opera in galleria= costi, curriculum vitae (questioni sollevate da Minini), valore assoluto, argomentazione critica, argomentazione critica.

          Valore opera in galleria= valore assoluto, argomentazione critica.

          Per valore assoluto intendo il fatto che l’acqua rimane acqua nel desero,nel mondo, e in galleria. Su questo farò presto un post. E’ chiaro che il suo PREZZO aumenta nel deserto e diminuisce in centro a Milano.

          La critica dovrebbe incidere sul valore per il 50%, ed incidere sul Prezzo al 40%. Dico dovrebbe, ma questo non avviene se non per valori consolidati che comunque vendgono dati per scontati.

          • christian caliandro

            eh no, caro, non lasciamo stare l’economia: se vuoi parlare del valore, stai parlando di economia. e non puoi dire ‘non perdiamo il centro del problema’, per il semplice fatto che l’economia, in generale E SOPRATTUTTO oggi, è il centro del problema. credo che finalmente, invece, giacomelli abbia colto qual è IL TUO di problema.

  • Giampaolo Abbondio

    Oppure molto più semplicemente rimando alla teoria della domanda come si studia in microeconomia.

    http://www.tutor2u.net/economics/revision-notes/as-markets-demand.html

  • Giampaolo Abbondio

    Non basta saper scrivere, bisogna saper leggere….e Luca Rossi evidentemente non sa fare.

    • Volete mantenere punti oscuri, per tirare su nel breve periodo ma creando problemi di lungo periodo. Semmai può anche funzionare così, ma si potrebbe fare molto meglio e parlo di mercato non di filosofia.

      Prendiamo atto che per Giampaolo Abbondio non esiste il valore ma solo il prezzo dell’opera. Rimane un problema drammatico di definizione del prezzo.

      Matteo Basilè:

      Perchè nel 2007 questa foto di Basilè costava 9000 Euro?

      http://www.google.it/imgres?q=matteo+basil%C3%A8+apparition+2&um=1&hl=it&sa=N&biw=1286&bih=958&tbm=isch&tbnid=iouz-gIMRhB8bM:&imgrefurl=http://www.mart.tn.it/context_mostre.jsp%3FID_LINK%3D11%26area%3D42%26page%3D57%26id_context%3D1675&docid=A3g_yt8v5bkHJM&imgurl=http://www.mart.tn.it/UploadImgs/1524_4__Basil____Apparition_2___12cm.jpg%253Fw%253D120&w=120&h=180&ei=5lFBT9WECvP04QSX_qCmCA&zoom=1&iact=hc&vpx=528&vpy=190&dur=572&hovh=144&hovw=96&tx=102&ty=67&sig=108436812821635589704&page=1&tbnh=144&tbnw=96&start=0&ndsp=38&ved=0CEoQrQMwAg

      • Giampaolo Abbondio

        Ma tu entri da McDonalds chiedendo il motivo del prezzo del Big Mac? Non ho intenzione di rispondere alla tua domanda in maniera dettagliata (e neanche spiegarti perché’ ora costi 14,400), pero’ puoi credermi quando ti dico che da un punto di vista strettamente produttivo e’ assolutamente il minimo che si puo’ chiedere.

      • Caro Luca, tu hai un problema : dici “valore” ma hai in testa “prezzo”, dici “collezionista” ma hai in testa “speculatore” … temo proprio che dovresti “disintossicarti” un po’

        • @Gerini: il prezzo è influenzato in parte dal valore ed in parte dagli elementi indicati da Minini. Se il valore non esiste l’opera deve avere un prezzo aderente ai costi di produzione. Ma cosa può sostenere il prezzo e il valore oggi? Il luogo e le relazioni che ospitano e che sostengono l’opera. Place e Rays:

          http://whlr.blogspot.com/2011/11/retrospettiva-aprile-2012.html

          Il collezionista non è necessariamente uno speculatore. A volte è semplicemente incapace di vedere, spesso ha poco Tempo per vedere. La sua incapacità può creare vantaggi di breve periodo che hanno due problemi: sono limitati nel breve periodo e creano problemi di lungo periodo. Galleristi come Abbondio se ne fregano. Basta vendere, mascherando la mediocrità in cinismo yuppie.

          Minini invece vende anche Tino Sehgal. Un’opera di Sehgal che non ha alcuna documentazione e viene passata solo oralmente davanti un notaio, può costare anche 30/40/50 mila euro.

          Ma non mi sembra questa la sede adatta per argomentare ulteriormente rispetto valore e qualità, e quindi sono costretto a rimandare a whitehouse.

          • “Il collezionista non è necessariamente uno speculatore.” Errore!! Il collezionista non e’ mai uno speculatore (o se non ti piace il termine “speculatore” possiamo sostituirlo con investitore) Un collezionista e’ un appassionato ed un conoscitore degli oggetti della propria collezione (qualunque essi siano). Conoscenza che molto spesso precede l’inizio della collezione e che, comunque, si accresce ed approfondisce con il procedere di essa.
            Un collezionista difficilmente (se mai) rivende uno dei suoi “pezzi” (salvo che non cambi l’oggetto della sua collezione o non ne muti il “tema” o lo renda più “selettivo” per meglio approfondirlo) Il collezionista e’ spesso pronto a pagare un prezzo ben più alto di quello “di mercato” per assicurarsi quel certo pezzo che “gli manca” … l’investitore (o speculatore che dir si voglia) e’ tutt’altro soggetto mosso da altri “fini” … ma l’investitore (come in qualsiasi altro settore) prima di diventare un espero e’ bene che sappia scegliersi i “consulenti” opportuni… ovviament, medio tempore, puo. anchje prendere delle “fregature” ma …. questa e’ la vita

          • …scusami ma dimenticavo … io continuo a ritenere che “questa sia la sede adatta ad argomentare”…

          • Giampaolo Abbondio

            Caro Suca Rossi…la tua presunzione è seconda solo alla tua insipienza…

  • Caro Giampaolo : io leggo “Il valore non esiste, l’arte non è un bene rifugio, esiste solo il prezzo” Immagino che tu dopo “Il valore non esiste” intendessi porre un punto fermo, più che una virgola e che quindi la tua seconda proposizione “l’arte non e’ un bene rifugio” debba leggersi legata alla terza proposizione “esiste solo il prezzo” e disgiunta dalla prima “Il valore non esiste” (perché se cosi’ non fosse ti potrei fare mille e più esempi di “entità'” che non sono un bene rifugio ma che hanno valore eccome!!!)
    Fatta questa piccola ma doverosa precisazione, ci puoi, cortesemente spiegare la prima proposizione “Il valore non esiste” ? Ti ringrazio

  • Giampaolo Abbondio

    Ti faccio un esempio semplice, acqua nel deserto e diamanti sotto il mare.

    • Scusami ma forse sono un po’ “duro” : se stiamo parlando di “prezzo” il prezzo dell’acqua nel deserto e’ altissimo, quello dei “diamanti” sott’acqua non so ma, ammesso che si abbia notizia del giacimento e che esso non si trovi nella fossa delle Marianne, riterrei che abbiano lo stesso valore di quelli in una miniera sud africana di cui non si e’ ancora iniziata la “coltivazione”.
      Se parliamo di “valore” l’acqua ha lo stesso “valore” (vitale) ovunque si trovi ed i diamanti lo stesso “valore” (inteso come caratteristiche cristallo-merceologiche) ovunque si trovino.
      Ma continuo a non capire la tua affermazione “Il valore non esiste”

  • Angelov

    Prezzo e Valore corrono lungo linee apparentemente parallele che a volte si toccano. L’acqua nel deserto è un esempio di grande Valore, al contrario dei diamanti che in quella particolare circostanza non servono a nulla e quindi non hanno valore. Per cui se si improvvisasse un’Asta nel deserto, ne risulterebbe il tutto venduto per quanto riguarda l’acqua, con prezzi alle stelle, mentre per i diamanti l’asta andrebbe deserta, appunto. E’ un po’ quello che capita con la Giustizia; un giudice si sforza di far coincidere quello che è Legale con ciò che è Giusto; da una parte è condizionato da tutto quello che è la mole di voci e legacci che fanno parte dell’ambaradan della Giustizia, non ultima la sua burocrazia; dall’altra, cioè per determinare ciò che è Giusto in quella circostanza, si tratta di una variabile soggettiva: conosce Socrate quel giudice? Ha letto Spinoza? Come individuo ha vissuto come figlio di papà o ha vissuto esperienze travolgenti nella sua vita? Perché è tutto questo, e molto altro ancora, che contribuirà a configurare nella sua Mente ciò che in quella circostanza avrà bisogno di sentire come Giusto in contrapposizione a ciò che è soltanto Legale, per poter poi realizzare quella sintesi che è la risoluzione del Processo in corso. Anche qui i due concetti corrono su linee apparentemente parallele. La suddivisione dualistica di Prezzo e Valore come quella tra ciò che Legale e Giusto, è l’espressione di una proiezione mentale molto utile per analizzare certi andamenti del Reale; si tratta solo di un’espediente.

    • Ora comprendo il tuo punto. Tralasciando il discorso sul “prezzo” che e’ molto più semplice, quasi ovvio, dipendendo (quasi) esclusivamente dal ben noto meccanismo di domanda/offerta (con tutto cio’ che sta’ “dietro” a questi due termini) e concentrandosi sul “valore”: tu identifichi un valore “soggettivo” ed eminentemente “contingente”. Io non nego (come puoi aver letto in un mio post precedente) che esista anche questo tipo di valore ma ritengo che esista anche un altro tipo valore che non e’ soggettivo o assolutamente contingente ma oggettivo e non eminentemente contingente (che nell’esempio dell’acqua e dei diamanti identificavo nell’uso che dell’acqua si può fare e nelle caratteristiche cristallo-merceologiche dei diamanti). Se vuoi potrei dire che il valore di cui parlo e’ la potenzialità del soggetto preso in esame, sia esso un’opera d’arte, che un concetto (come la giustizia o il “giusto” ecc.).

      • Angelov

        Di questo passo si può anche arrivare al Valore Assoluto della Velocità della Luce, così come è enunciato nella Relatività, in rapporto al quale tutto il resto è Relativo, e poi al concetto di Dio. Non ho fatto troppi studi filosofici, e lo schema di pensiero che avevo proposto vorrebbe tentare di esemplificare piuttosto che complicare le cose. Riferito all’Opera d’Arte che cos’è il Valore? Io avevo a suo tempo elaborato dei parametri di esemplificazione per definire il Valore di un’Opera. Ascolta:1) Vorresti essere stato tu ad averla eseguita? 2) Saresti disposto a rubarla, ed ad affrontare il rischio delle conseguenze, tanto ti attrae? 3) Quel Quadro o Scultura lo piazzeresti in casa tua? E dove? Riusciresti a conviverci? 4) Se al mondo non esistessero altre Opere, ma solo quella, pensi che l’Opera da te scelta, in che misura potrebbe rappresentare tutta l’Umanità? e via di questo passo. Ragionamenti molto empirici e soggettivi, forse troppo, ma che tentano di far giustizia del fatto che in fondo ogni realizzazione artistica nasce dall’umile lavoro delle nostre mani, così spesso date per scontato. Ti ringrazio comunque della tua attenzione.

        • …sono empirici ma possono essere validi (certamente lo so sono dal punto di vista soggettivo) . Un’opera d’arte nasce spesso dal “lavoro delle nostre mani” (almeno in senso metaforico) ma sempre da una sorta di “folgorazione” per cui una visione, un pensiero,una sensazione ti hanno “comunicato” qiualche cosa di ineffabile (di non comunicabile verbalmente) e la forza di tale “comunicazione” ti ha indotto a tentare di trasmetterla agli altri con l’unica usando il “dialetto” che ti e’ congeniale (tecnica) dell’unica lingua capace di comunicare l’incomunicabile : l’arte..
          Grazie a te per gli interventi

  • Trixi

    Basile’ a 14.400 euro e’ una truffa legalizzata, e il fatto che qualcuno lo
    compri e’ preoccupante.

    Perché le sue foto sono realmente incapaci di rappresentare un valore per il presente, sembrano le foto di scena di un film fantasy. Offrono un decoro? Ci sono 1000 modi per decorare e sono posti sullo stesso piano…quindi perché pagare 14.400 euro???

  • ..scusa caro Trixi mi puoi spiegare dove sta la “truffa” : se tu vuoi acquistare un Basile’ vai in una galleria e chiedi “quanto costa?” ti senti rispondere 14.400 euro. A questo punto potresti parlare di truffa solo se, la medesima galleria vendesse normalmente quello stesso pezzo ad un prezzo inferiore, altrimenti dove e’ la truffa? Anche se un’altra galleria vendesse un “pezzo” analogo ad un prezzo inferiore non sarebbe ancora un “truffa” perché nessuno ti obbliga a comperare dalla prima galleria anziché dalla seconda. Se poi trovi il prezzo esoso… benissimo non comperi un Basile’ e la storia e’ finita!!!

  • Evviva abbiamo pasato i cento. la discussione mi pare interessante. Credo di aver contribuito a dare fuoco alle polveri. Penso che potrei mandare una mail ai miei ottomila indirizzi per segnalare il dibattito e chiedere di intervenire. Chissà dove arriveremo.
    Nel frattempo constato che gli ‘scrittori’ sono Gerini e Rossi, che occupano il 50% dello spazio.
    tra gli altri ‘scribi’ qualvuno mi da ragione, sempre motivo di conforto.
    ma non voglio sottrarni alla vexata quaestio Prezzo o Valore?
    Sul prezzo siamo tutti d’accordo.È quello dello scontrino fiscale….
    Sul valore si litiga.Per forza, il valore è soggettivo. Forse una volta, quando si pagava in oro era più facile, più vicini i due termini. Dopo Bretton Woods la cosa si complica.
    I bulbi di certi tulipani olandesi nel XVII secolo avevano assunto valori enormi. Oppure ricordate i miniassegni? Ce n’erano che valevano un mucchio di soldi. Quanto valgono ora?Ma allora valevano. C’era gente che pagava la cifra richiesta.
    E il Gronchi Rosa? ( francobollo, anni ’60 filatelia, collezione, Bolaffi, per i non credenti…)
    E sommo esempio la scatola di merda di Piero Manzoni?
    Ecco direi che qui siamo al punto centrale. Perchè la scatola vale oggi circa 100.000
    Tondi tondi?
    Forse l’ho già detto prima;
    = per convenzione
    =per evidenza ( tanti sono pronti. Pgare la cifra che quindi cresce man mano)
    = per raggiunto status di emblema ( mica facile arrivarci e quindi chi arriva,costa)
    =per condizioni oggettive ( mondo ricco mi ci ficco). Se arrivasse una guerra quanto varrebbe la scatola?
    = Manzoni dunque come i tulipani? Un po’ si, ma non solo. I tulipani, il Grinchi, i miniassegni puntano sulla rarita’, sulla morbosità, sulla credulità, su convenzioni.
    Piero con i suoi gesti ha indicato questioni di vita, di cultura, di filosofia se vogliamo, ha porto un’opera aperta a nostre interpretazioni che l’hanno caricata di valore e valori, sicuramente oltre le intenzioni originqrie dell’autore.
    E quando un’opera d’arte riese a diventare emblematica, catalizzatrice, rappresentativa, fondante….allora i valori esplodono.
    Gli altri seguono a ruota, e comunque in un momento di mercato in cui Gurski costa un milione, anche Stefano Arienti ha il diritto di costare qualcosa.
    Che poi Arienti usi i poster dell’IKEA come base del proprio lavoro è ammissibile.
    warhol non usava forse la Campbell?
    Dovremmo forse dipingere battaglie o giudizi universali? Dèi dell’Olimpo o Kouroi rigidi?
    Leonardo dipingeva la Giocondaa. warhol ritrae Liz Taylor, Richard Hamilton ha usato Mike Yagger. Ogni epova ha i propri eroi. Non abbiamo più guerrieri o generali? pazienza. Almeno non abbiamo guerre e una tela tagliata vale un mucchio di soldi.

    • @Giampaolo Abbondio: Vedi Giampaolo, quando si inizia ad offendere si dimostra solo la propria difficoltà. Nel tuo caso difficoltà ad argomentare una foto di Matteo Basilè a 14.400 Euro. E’ chiaro che se io decido di fare una foto di tutte le fedi di matrimonio presenti in Africa (progetto ben più interessante e pensato in 5 secondi) spenderò (tra ricerche, permessi, tempo) molto denaro dovendo far pagare la foto molto di più di 14.400 Euro. Questo non vuol dire che le fotografie siano di Valore. Siano di Qualità.

      @Massimo Minini: le tue affermazioni sul prezzo sono corrette (dominano luoghi e relazioni) ed anche le tue affermazioni sul Valore sono corrette. Nel caso del valore è fondamentale l’argomentazione critica (che contiene le cose che hai detto) e che rende il valore NON soggettivo ma posto dentro una forbice variabile oggettiva.

      Io sono molto soddisfatto perchè ho innescato -tutto è nato dal mio commento del 12 febbraio 2012 alle 20.28- un confronto critico, la possibilità di argomentare (quì in modo un po’ confuso con commenti che si accavallano, su whitehouse in modo più ordinato).

      Il mezzo è il messaggio. L’idea del blog – non mia- non solo permette un argomentazione critica quotidiana ma fornisce quel Tempo di riflessione ed argomentazione che è una risorsa più importante del denaro (vedere intervista con Cattelan) e dentro alla quale è possibile argomentare criticamente rispetto all’arte e alla propria vita. La stessa crisi economica nasce dal fatto che viene chiesto a persone che hanno una casa X di costruire una casa Y sempre più grande, senza che questa sia necessaria! Le persone sono felicissime nella casa X. Ma alle persone non è concesso Tempo per riflettere, e rinegoziare i propri bisogni. La crisi economica non si batte con la crescita (e quindi perpetuando un modello di produzione che c’ha portato alla crisi) ma rinegoziando i propri bisogni, rinegoziando l’idea di Valore -ed ecco il blog la critica e i progetti reali-.

      • Giampaolo Abbondio

        Non era mia intenzione, refuso da iPad, solo che qui non si può correggere

  • Cristiana Curti

    Durante una guerra, i prezzi si distorcono ma i valori restano. E’ evidente che in momenti di necessità tutto muta drammaticamente. Rimane il fatto che, per salvarsi, molti ebrei, che poterono farlo prima delle confische, vendettero (svendettero) opere d’arte e preziosi. E che quindi quei beni (poiché incarnavano un valore simbolico differente da quello corrente di altri beni di lusso – pellicce, automobili, ecc. – che nel frattempo poteva essersi deteriorato ulteriormente) rimanevano dei punti di riferimento, dei passaporti, dei viatici per la salvezza. In quel caso, e aldilà del “prezzo” pattuito per lo scambio, l’opera d’arte assume, anzi, ulteriore valenza “mitica”, perché diventa un oggetto per il cui possesso si permette ad altri di vivere. L’opera d’arte si carica anche del potere salvifico dei talismani.
    Stiamo davvero parlando dei canoni di base della ricerca e dello studio antropologici. Anche quando si ricordano i miniassegni. E’ in effetti la convenzione comune (costruita con diverse modalità contingenti) che determina il valore dell’opera d’arte e la quantificazione numerica (=il prezzo) di questo valore.
    Ma quando hai caricato di valore “mitico” un oggetto, questo stesso oggetto non lo perderà se non – e solo eventualmente – al mutare delle condizioni culturali. E poiché, per ora, non vedo proprio come sia possibile (malgrado ogni considerazione sui cosiddetti “nuovi” mercati dell’arte di Medio Oriente, India e Cina, considerazioni che valutano solo lo spostamento dei flussi monetari eccentricamente rispetto al Vecchio Mondo) come si muti il sistema di valore che sta alla base di questi argomenti, fondati su oltre 3000 anni di storia, la merda d’artista di Manzoni è solo destinata ad apprezzarsi. Anche e soprattutto per le ragioni esposte da Minini qui sopra, oltre che per il plausibile allargamento dei potenziali acquirenti. Sempre che le leggi italiche in materia di mercato dell’arte non ci mettano lo zampino…

    Va da sé che davanti a una guerra totale che prevedesse la distruzione del genere umano (un’evenienza che i padri dell’antropologia non potevano mettere in conto), le cornici e le tele forse servirebbero da combustibile per un’umanità di risulta senza più speranze (e così anche le delicate càrole di Arienti). E la merda d’artista tornerebbe probabilmente a essere concime (se davvero dentro alle scatole c’è la deiezione del nostro più geniale artista della metà del secolo scorso).

  • Michele Mariano

    tutto molto interessante……
    questo video è un pò lunghetto, però a me sembra pertinente.

    http://www.youtube.com/watch?v=qySkS48xi0s&feature=related

    Mi

  • Benissimo Minini e Cristiana, peró, un po’ entrambi continuate a parlar piú di prezzi che di valore, che è certamente uno dei fondamenti del “prezzo”, ma che va molto al di la di esso. Io a Minini ho posto una domanda precisa (quella sulla formazione del suo giudizio di “valore” rispetto ai lavori di un artista sconosciuto) e amerei molto una sua cortese risposta. Ma, la medesima domanda, la pongo a Giampaolo, a Cristiana ed a tutti coloro che siano disposti a dare una concreta e non evasiva, perchè penso che, da tali risposte possa veramente nascere un discorso sul “valore” disgiunto dal pensiero del prezzo

  • @Massimo Minini: le tue affermazioni sul prezzo sono corrette (dominano luoghi e relazioni) ed anche le tue affermazioni sul Valore sono corrette. Nel caso del valore è fondamentale l’argomentazione critica (che contiene le cose che hai detto) e che rende il valore NON soggettivo ma posto dentro una forbice variabile oggettiva.

    Io sono molto soddisfatto perchè ho innescato -tutto è nato dal mio commento del 12 febbraio 2012 alle 20.28- un confronto critico, la possibilità di argomentare (quì in modo un po’ confuso con commenti che si accavallano, su whitehouse in modo più ordinato).

    Il mezzo è il messaggio. L’idea del blog – non mia- non solo permette un argomentazione critica quotidiana ma fornisce quel Tempo di riflessione ed argomentazione che è una risorsa più importante del denaro (vedere intervista con Cattelan) e dentro alla quale è possibile argomentare criticamente rispetto all’arte e alla propria vita. La stessa crisi economica nasce dal fatto che viene chiesto a persone che hanno una casa X di costruire una casa Y sempre più grande, senza che questa sia necessaria! Le persone sono felicissime nella casa X. Ma alle persone non è concesso Tempo per riflettere, e rinegoziare i propri bisogni.

    La crisi economica non si batte con la crescita (e quindi perpetuando un modello di produzione che c’ha portato alla crisi) ma rinegoziando i propri bisogni, rinegoziando l’idea di Valore -ed ecco il blog la critica e i progetti reali-.

    @Giampaolo Abbondio: Vedi Giampaolo, quando si inizia ad offendere si dimostra solo la propria difficoltà. Nel tuo caso difficoltà ad argomentare una foto di Matteo Basilè a 14.400 Euro. E’ chiaro che se io decido di fare una foto di tutte le fedi di matrimonio presenti in Africa (progetto ben più interessante e pensato in 5 secondi) spenderò (tra ricerche, permessi, tempo) molto denaro dovendo far pagare la foto molto di più di 14.400 Euro. Questo non vuol dire che le fotografie siano di Valore. Siano di Qualità.

  • Giampaolo Abbondio

    Ripeto, il valore non esiste. Esiste solo il prezzo.

    • @giampaolo: per me non è vero, il valore esiste e contribuisce al prezzo.

      Questo è come le cose dovrebbero andare:

      Prezzo opera in galleria= costi, curriculum vitae (questioni sollevate da Minini), valore assoluto, argomentazione critica, argomentazione critica.

      Valore opera in galleria= valore assoluto, argomentazione critica.

      Per valore assoluto intendo il fatto che l’acqua rimane acqua nel desero,nel mondo, e in galleria. Su questo farò presto un post. E’ chiaro che il suo PREZZO aumenta nel deserto e diminuisce in centro a Milano.

      La critica dovrebbe incidere sul valore per il 50%, ed incidere sul Prezzo al 40%. Dico dovrebbe, ma questo non avviene se non per valori consolidati che comunque vengono dati per scontati.

      E’ chiaro che il valore può aumentare, irrobustire o deprimere il Prezzo. Ed è questo che fa paura, ma è anche il modo per rendere il mercato più forte.

      Ti dimostro che esiste il valore: se guadagno 1000 euro e spendo 500 euro per fare una cosa X. Se qualcuno mi suggerisce come fare la cosa X spendendo solo 100 Euro, io ho un guadagno di 400 Euro. Quell’informazione ha un valore, ma può anche non avere un prezzo.

  • Angelov

    Il Valore concerne la sfera Culturale, mentre il Prezzo è come il Guardiano della Soglia che ti aspetta al varco. La Critica tenta di Tradurre il Valore in Prezzo, o per lo meno da una mano. Prendiamo tutto ciò che può conferire Valore ad un’Opera, e lo gettiamo nello stagno del Mercato: in base al numero dei cerchi che origina nell’impatto, viene calcolato il suo Prezzo. Parlare di Prezzo è anche parlare di Politica, i cui rapporti con l’Arte e la Cultura sono sempre stati problematici. Per capire se in un Luogo questi rapporti sono stati risolti al meglio, basta andare nelle piazze e giudicare la Qualità artistica dei suoi Monumenti, opere Pubbliche per l’appunto, pagate con soldi dei cittadini.

  • Giampaolo Abbondio

    Luca, libero di avere la tua opinione. Ma siccome non fai il gallerista non puoi metterla in pratica.

    • Certo, capisco e rispetto la tua posizione. E sto cercando di attivare un progetto concreto per la vendita in galleria.
      Poi, vorrei sottolinerare che proprio Basilè non mi va giù (per nulla), mentre apprezzo tuoi artisti come di fabio, neri, serrano… Per dire che non sono bastian contrario ad ogni costo. :-)

  • VALORE è parola polisemica. In molti interventi si banalizza la questione della sua definizione dandola per scontata, suggerendo letture e autori, appigliandosi a teorie consolidate. Così Cristiana Curti ci rammenta l’ultimo secolo di studi antropologici e Marco Enrico Giacomelli ci riporta ai fondamenti dell’economia. Se dobbiamo tentare una definizione del VALORE di un’opera d’arte, non possiamo limitarci ai discorsi disciplinari. Capire l’arte richiede a mio parere competenze stratificate: non basta essere buoni “tecnici”. Come si può paragonare un’opera d’arte a un appartamento? Il valore di un appartamento può essere stabilito con una perizia tecnica, è oggettivo. Il valore di un’opera d’arte ha una forte componente soggettiva: qualsiasi tecnico potrà definirlo solo in maniera parziale e incompleta. Il VALORE di un oggetto può essere definito in relazione al suo costo, alla sua utilità, validità o efficacia, all’universo simbolico da esso evocato o, comunque, facendo riferimento ad una qualsiasi qualità positiva che possa essere considerata un valido elemento di giudizio (i criteri possono essere molteplici: etici, estetici…). Se solo volessimo considerare l’opera d’arte un semplice oggetto, la nostra definizione di valore presenterebbe dunque molteplici sfaccettature e non basterebbe il più grande esperto di economia o di sociologia o di antropologia per formularla in maniera convincente. Personalmente credo che un’opera d’arte sia più che un oggetto. Ritengo inoltre di non essere abbastanza esperto in nessuno dei campi sopracitati per azzardare una definizione. Vorrei provare però ad aggiungere un ulteriore spunto di riflessione. Spostiamo per un secondo l’attenzione dal concetto di VALORE al sistema di riferimento. Ogni valore è giustificato da un fine. Il denaro ha valore in quanto mezzo per acquistare beni (tranne rari casi di avarizia compulsiva!). Un’automobile può avere un valore d’uso, poiché consente agevoli spostamenti, o un valore simbolico, che soddisfa la finalità di acquisizione di uno status. Potrei continuare con gli esempi, ma vengo al punto: ogni volta che si attribuisce un valore, si sottintende una qualche finalità. Persino i valori morali rimandano a scopi precisi: la regolamentazione dei rapporti sociali all’interno di una comunità, la conservazione della specie, l’autogratificazione (anche qui la percezione del fine è stratificata). Ritegno quindi che il VALORE di un’opera possa essere considerato come strettamente interconnesso con la finalità che artista e fruitore desiderano raggiungere. Se lo scopo è il guadagno (e lo è per molti) si attribuirà all’arte un valore prevalentemente economico. Se lo scopo è la pura espressione lirica per l’autore e la condivisione di un universo emotivo per il pubblico, allora subentreranno componenti di ordine psicologico. Di fronte a un lavoro con una forte carica ideologica, in grado di evidenziare le criticità del presente, saranno gli individui più sensibili nei confronti delle tematiche socio-politiche ad attribuire un maggiore valore. Se la finalità è puramente estetica allora il valore nascerà dall’armonia delle forme e dagli equilibri cromatici. E così via. In sintesi, molto spesso la difficoltà a percepire il VALORE dell’arte, che può essere tanto concreto quanto metafisico, nasce dalla scarsa consapevolezza della finalità per cui un’opera è stata creata. Non sono d’accordo con chi ritiene che l’arte non debba essere spiegata. Un buon artista è a mio parere consapevole dello scopo che persegue. Un ottimo artista è in grado di raggiungere lo scopo che si è prefissato. Se il suo scopo è condiviso da un pubblcio ampio, allora l’ottimo artista diventerà anche un artista riconosciuto. Se il suo scopo arriva ad essere condiviso anche dai collezionisti (o quanto meno da chi suggerisce loro gli investimenti) allora le quotazioni di quell’artista saliranno. Molti grandi maestri del passato hanno versato fiumi di parole in scritti di estrema importanza per la comprensione della loro arte. Non si possono comprendere completamente (sottolineo COMPLETAMENTE) Kandinsky, Malevic o Mondrian senza leggere i loro scritti. Allo stesso modo, se il pubblico è ben orientato verso uno scopo (in altre parole se è riuscito nell’arduo compito di assegnare un SENSO e un SIGNIFICATO alla propria esistenza) allora saprà attribuire all’arte il giusto VALORE e potrà compiere scelte consapevoli. In tutto ciò la critica, i galleristi e gli operatori dovrebbero porsi le stesse domande. Perché facciamo quello che facciamo? Trovare la risposta è la cosa più difficile al mondo, ma porsi la domanda aiuta a andare nella giusta direzione. Per concludere, non credo che la giusta direzione sia una sopravvalutazione del mercato come criterio per l’attribuzione del valore. L’attuale momento di crisi mostra come la logica speculativa finalizzata al guadagno immediato, in assenza di una regolamentazione “etica” o quanto meno di un saldo ancoraggio alla produzione e al lavoro, produca squilibri e in definitiva conduca all’autodistruzione.

    • Cristiana Curti

      A parte il fatto che non ho (e nemmeno Minini, mi pare) mai pensato neppure per un attimo di comparare un’opera d’arte a un appartamento, quanto piuttosto cercato di far comprendere il concetto di valore (che – per chi non conosce i fondamenti dell’antropologia – non è questione così ovvia, ed evidentemente non ci sono riuscita), né ho dato per scontato (assolutamente) conoscenze che sono solo di alcuni, ma dovrebbero essere di tutti coloro che si accingono a parlare di quest’argomento (così come non mi sognerei di disquisire di Quanti senza possedere ottime nozioni di fisica…), vorrei che si finisse di confondere il concetto di “valore” (giustamente da Lei definito polisemico) con il suo derivato “valore dell’opera d’arte”.
      Per il resto posso senz’altro concordare con molte delle Sue affermazioni, in particolare con quella che auspica l’intervento critico degli stessi artisti anche al fine di comprenderne l’opera in sé. Ma tutte queste affermazioni invocano una (inevitabile) soggettività che implica l’allontamento dalla definizione di parametri il più possibile oggettivi.
      Mentre per parlare di valore (se si vuole condurre la conversazione un poco oltre la deriva da bar) si deve possedere una certa dimestichezza con la Storia, per parlare di opere d’arte bisogna avere una certa dimestichezza con la Storia dell’Arte, per parlare di prezzi (=quantificazione numerica del valore) non c’è il minimo dubbio che bisogna conoscere i fondamenti dello scambio economico, oltre all’andamento del mercato dell’arte (macro e micro…).
      Ho la sensazione che siano questioni che non si possano risolvere in poche battute…

      • La mia domanda retorica non voleva assolutamente essere polemica nei confronti di chi ha utilizzato il paragone dell’appartamento. Tra l’altro, volendo stabilire il prezzo, è giusto ricorrere a valutazioni di tipo tecnico o economico. Sostengo soltanto che il VALORE non possa essere oggettivamente quantificato, nemmeno andando oltre le chiacchiere da bar (mi auguro di non aver abbassato così tanto il livello della conversazione). La soggettività del VALORE rende possibile il confronto sulla sua definizione soltanto se si condivide la stessa visione dell’esistenza (in altre parole se si condividono scopi e finalità). Uno speculatore può essere espertissimo conoscitore del mercato dell’arte, orientarsi benissimo con prezzi e quotazioni e raggiungere un guadagno senza essere minimamente interessato al valore estetico o filosofico delle opere che compra o vende. Mi piacerebbe invece che si provasse a discutere del VALORE come variabile indipendente dal mercato, per riscoprire quei SIGNIFICATI che l’arte ha sempre avuto e continua ad avere, ma che a volte oggi perdiamo di vista.

        • Cristiana Curti

          La deriva da bar non era assolutamente riferita al Suo intervento (anzi), ma a quelli d’altri che blaterano senza neppure sapere di che si parla. Circa ciò che Lei definisce “scopi e finalità” io credo di poter vedere ciò che io assumo come “Cultura” (che è costituita nella prassi da progetti comuni e condivisi).
          La figura dello “speculatore” che Lei stabilisce essere parte dell’arte e del suo sistema io non posso condividerla. Lo speculatore in finanza è colui che specula su qualsiasi derrata. Indifferentemente: in arte, sale, nichel, argento e così via.
          Nel sistema dell’arte questa figura non ha diritto di esistere. I galleristi (soprattutto quelli che si occupano di arte contemporanea) non sono “speculatori” finanziari altrimenti si occuperebbero d’altro. Sono in primo luogo dei promotori e mettono in gioco le proprie capacità come gli speculatori non fanno. Il loro “rischio” è più elevato e quando vincono, ovvero hanno avuto ragione a scegliere un artista e a promuoverlo, la soddisfazione è infinitamente superiore a quella dello speculatore finanziario.
          Qualora invece alcuni di loro si sentissero solo dei passasoldi, è preferibile cambino mestiere, perché di loro non si sente il bisogno e neppure ad essi interessa l’arte più di quanto potrebbero interessare le sorti del nichel o del rame.
          Forse, caro Vincenzo, si tratta solo di intendersi sull’uso delle parole.

  • Cristiana Curti

    C’è un problema di fondo, caro Luciano. L’opera d’arte contemporanea (e tanto più quella dell’artista contemporaneo che per la prima volta emerge alla ribalta in galleria) non può ancora caricarsi di un valore così come è stato descritto qui sopra. Non ha ancora un consolidato spessore “storico” o storicizzato, che si ottiene attraverso i passaggi di mano nelle collezioni private (soprattutto e checché se ne dica o pensi) e l’accoglimento nelle collezioni pubbliche.
    L’opera d’arte moderna (e tanto più quella antica), ad esempio, riesce con facilità a tradurre questi “accessori” in quantificazione numerica, esautorando chiunque da una valutazione critica ulteriore sull’effettiva sua qualità artistica. Un De Chirico metafisico ha un particolare range di prezzo su cui confidare, perché si suppone che abbia avuto poderosa valutazione critica e ufficiale (oltre a un cursus mercantile che è possibile verificare). In un certo senso non c’è più necessità di controllarne la qualità.
    Anche se quest’ultima è sempre IL parametro valoriale per eccellenza.
    L’opera d’arte contemporanea ha un valore “sulla fiducia” (del gallerista perlopiù e, in seconda istanza, dell’acquirente) che insiste sul coté ludico del circuito (essendo l’arte un aspetto non necessario ma sufficiente a se stesso della creatività umana). E’ una sorta di “pagherò”. In un certo senso (e se mi si capisce bene) potrebbe essere comparata alle quotazioni dei subprimes che si caricano di un debito altrui e in questo trovano il proprio valore delegato.
    L’opera d’arte contemporanea esiste perché esiste un circuito di domanda e di offerta che fa pensare che si possa procedere in questo “gioco” con qualche probabilità di avere successo, di ottenere buoni giudizi critici, di attirare il collezionismo e le commissioni pubbliche.
    Il prezzo di un’opera d’arte “nuovissima” si deve ai molteplici fattori descritti da Minini oltre al prestigio (e quindi a un parametro fondato, ancora una volta, sul valore così come lo descrissi) dello stesso proponente/scommettitore.
    Se Tizio esporrà nella piccola galleria di Scampagnate di Sopra si accontenterà di una modesta quotazione, se troverà ad accoglierlo Gagosian lungo la strada potrà spuntare un prezzo al pubblico assai più lusinghiero per sé, ma non per questo ancora individuerà il valore della sua arte commisurato al prezzo per la stessa.
    Ma quale potrebbe essere davvero il valore “corretto” di una tavola di Raffaello?
    Ogni gallerista (professione che meno di altre si può improvvisare) ha un parametro interno di valori perlopiù di matrice culturale, basato però su consolidate leggi di mercato, secondo cui decide di inserire l’artista Tizio (“novissimo”) all’interno di quel segmento di prezzo. E su quello scommette, pensando di moltiplicare un giorno la propria posta.
    Anche Giulio II, alla fine, ebbe la medesima presunzione: di lasciare un’opera che moltiplicasse la propria virtù nei secoli. MIchelangelo – già famosissimo ai tempi del Papa Della Rovere – era comunque un “novo” e con agguerriti contendenti, non era ancora “il” Michelangelo il cui nome soltanto è sufficiente a far acquistare con le fanfare, presumendolo del Nostro, a un poco accorto Bondi (e consulenti) un crocefisso di buona mano di bottega centrolitalica degli inizi del ‘500.
    A noi sembrano posizioni differenti (comparabili a differenti epoche), ma la cultura che sottende gli scambi delle opere d’arte è sempre la stessa da centinaia d’anni e si basa sulla necessità di “testare” l’opera da acquisire secondo il proprio personale palato.
    E’ per questo, forse, che operazioni come VIP Art Fair non soddisfano i più. Perché, fra l’altro, limitano la possibilità di mettere in gioco il proprio senso ludico e la propria autostima in qualità di esseri critici (ie. con discernimento) per eccellenza.

    • …si cara Cristiana, ti seguo ed apprezzo veramente questi tuoi interventi ma… ma continui a dire “valore” ma a “pensare” e parlare di “prezzo” e, addirittura, arrivi quasi a dire che fin tanto che un’opera d’arte non ha un “presso” essa non ha un :”valore”. IO ti chiedo: se ti capita e certamente ti sara’ capitato, di trovarti di fronte ad un’opera di un totale sconosciuto (che so un artista di strada, un writer, un madonnaro, un pensionato che dipinge il riva al mare, un bambino che senza neppur badarti si “perde” del suo disegno,o semplicemente un artista che non ha mercato, perché giovane o perché non gli interessa averne uno) e ti senti “attratta” da quel lavoro, ti vien voglia di complimentarti con l’autore, di incoraggiarlo, di mostrare e di parlare ad altri di quel lavoro … che cosa “c’e'” in quel lavoro che ti ha “preso” ? (…che io traduco quale e’ il “valore” di quel lavoro che tu hai apprezzato?)

      • Cristiana Curti

        Se vuoi che io affermi che ciò che ci muove ad apprezzare un disegno di un bimbo (a seconda del livello più o meno affettivo con cui si osserva il disegno del bimbo) o l’opera di un cosiddetto artista emergente è l’idea del Bene (eìdolon per i greci), concordo con te. Ed è la medesma che ci fa comunque apprezzare (e godere di) un Van Gogh o di un Kandinskij.
        Ma stabiliti questi parametri che fanno parte del comune (anche se poco consapevole) sentire, francamente non capisco dove vuoi che arriviamo, caro Luciano.
        Neanche Dorfles, che confonde “valore” con “gusto” (o viceversa), è riuscito a dare una definizione che abbia un carattere universale di ciò che ci “commuove” ovvero che ci fa amare l’arte in tutte le declinazioni possibili (anche quelle “popolari” o aberranti). E’ evidente però che il moto dell’animo (quello sì) sia universale essendo noi tutti costituiti dalla stessa identica materia.
        Quale sia il “valore di un’opera d’arte” (e perché quell’opera abbia valore) può essere invece codificato attraverso un trattato di critica, con un saggio su un artista specifico, con l’esercizio critico che dipende dal nostro humus culturale e dall’essere noi in un determinato luogo e in un tempo determinato. E’ un procedimento intellettuale, non emotivo.
        Ma non scivolerei nel pericoloso percorso della ricerca del valore nell’artista che è indifferente al mercato e non è interessato ad averne uno (o al bimbo che mercato e prezzo non potrebbe avere), perché ciò che affermo intorno al valore e alle sue qualità è sempre indifferente al(l’eventuale) prezzo che quel valore potrebbe aver generato. Inoltre si potrebbe presumere che – per te – in arte valore sia solo in coloro che ancora non ne sono consapevoli, mentre gli altri (gli artisti “arrivati”) avrebbero già dissipato la loro verginità, il loro talento, al servizio di un mercato corruttore. Io non credo sia così, o che sia così sempre. Anche se è vero che spesso il mercato ha corrotto belle speranze. Che comunque hanno lasciato di sé il meglio dei propri esordi. E quello non lo tocca nessuno.

        • ” Inoltre si potrebbe presumere che – per te – in arte valore sia solo in coloro che ancora non ne sono consapevoli, mentre gli altri (gli artisti “arrivati”) avrebbero già dissipato la loro verginità, il loro talento, al servizio di un mercato corruttore. Io non credo sia così, o che sia così sempre.”
          Credimi neppur io ho mai pensato una cosa simile!

          “francamente non capisco dove vuoi che arriviamo,”
          Cara Cristiana, francamente non lo so neppur io, fare un percorso non significa sapere dove si andrà a finire neanche quando si e’ partiti con una meta ben precisa e si hanno delle chiare “coordinate” cui si cerca di attenersi.
          Quel che mi incuriosisce e mi stimola e’ confrontare una mia idea (quella che il “valore” sia insito nella “comunicazione dell’ineffabile”) con quella che altri (ed alcuni di cui avevo, ho, o ho imparato ad aver molta stima). Da questo punto di vista sono vicino a Luca Rossi che continua a parlare di “leale dialogo critico” che contribuisca a diffondere delle consapevolezze. Quel che mi differenzia da lui e’ forse il fatto che mentre lui tende a riportare tutto a se stesso ed al suo blog (in ciò perseguendo un giustificatissimo e comprensibilissimo desiderio di “affermazione” – nota come si e’ affrettato a sottolineare, e non sara’ certo l’ultima volta che lo farà, “sono molto soddisfatto perchè ho innescato -t utto è nato dal mio commento del 12 febbraio 2012 alle 20.28- un confronto critico” ) a me interessa solo “la strada” che ho fatto, faccio e faro’ assieme a voi e sarò felice, quando essa arriverà’ comunque ad un “termine” come tutte le cose di questo mondo, di averla percorsa e di essere forse un pochettino più “saggio” di quanto non fossi alla partenza. Passatempo inutile per un vecchio scemo? Puo’ anche darsi … ma forse ne’ cosi’ inutile ne’ cosi’ scemo ;-)

          • Cristiana Curti

            Ma dài, Luciano, non posso condividere il tuo entusiasmo per lucarossi (e il suo blog) ma lo sappiamo bene che sempre è più affascinante il viaggio della mèta… Siamo in sintonia.

        • …entusiasmo???? ho detto che “che continua a PARLARE di “leale dialogo critico” che contribuisca a diffondere delle consapevolezze… parlare, mi diceva sempre mio Padre, e’ nemico del fare !!!

  • Bello il susseguirsi dei commenti,bello, interessante e stimolante.
    Mi permetto qualche ulteriore considerazione (o “replica”…. anche se poi Minini mi dirà che ho sforato il tetto del 50% dei commenti ….)
    @Giampaolo Abbondio. No, il valore esiste e, pur potendo essere “fondamento” di un prezzo esiste indipendentemente da esso ed anche in assenza di esso : una bella mattinata primaverile, un tramonto, un profumo o un sorriso colto per via… hanno tutti un valore (..li desideri, li accogli con gioia, ti rendono, magari per un istante felice, li ricordi a lungo ed ogni volta tornano a dare gioia e serenità) e prescindono da qualsiasi prezzo (avrei un altro esempio fondamentale di altissimo “valore” condiviso da milioni di persone nel mondo che prescinde da “prezzo” ma me lo tengo per me, altrimenti M.E. Giacomelli mi dice di andarmi a rileggere Spinoza ed io sarei costretto a dirgli di andarsi a rileggere Pascal e Kirkegard). Ma veniamo a qualche cosa di più inerente al nostro esame ed entriamo nel campo dell’arte : una poesia di Leopardi, di Saba, di Montale (o di qualsiasi altro autore che tu ami) che hai studiata a scuola o che hai, per tuo conto, letto e riletto fino a ricordarla a memoria: essa ha certamente un “valore”, valore che condividi con una moltitudine di altre persone e che non ha implicato un prezzo e che, comunque, non ha un prezzo, infatti non puoi “rivendere” quel “valore”. Persino se tu pubblicassi un libro che la contiene e lo mettessi in commercio, pur ritraendo un “prezzo” da essa, il suo “valore” continuerebbe a rimanere (anche ed ancora) con te e con tutti quelli che la conoscono a prescindere dalla tua pubblicazione. Ecco, quel che io chiedo e’: in che consiste il suo “valore” ? Io ho detto, già all’inizio che credo sia rappresentato dalla “comunicazione dell’ineffabile” che essa veicola, comunicazione che non tu od io solamente “recepiamo” e che, quindi, non può essere semplicemente definito come una “qualità soggettiva” ma va considerato un qualità “collettiva” o “condivisa” (anche se, certamente, e’ una qualità “soggettivamente apprezzabile”) …. ma sono aperto a qualsiasi altra interpretazione . E avrei potuto citarti tanti altri esempi e tra questi quasi tutta l’arte puramente “concettuale”, so che a molti “non piace”, ma altrettanti la trovano, al contrario, densa di “valore”.
    @Vincenzo Merola, condivido buona parte di quanto hai detto ma, tu scrivi, “Persino i valori morali rimandano a scopi precisi: la regolamentazione dei rapporti sociali all’interno di una comunità, la conservazione della specie, l’autogratificazione (anche qui la percezione del fine è stratificata)”… dagli esempi che ho fatto sopra vedi che non e’ sempre cosi’: un tramonto, una melodia, una poesia, un lavoro di Weiner (per citare solo uno dei “primi” ma ci sono Italiani di altrettanto e persin maggior valore) non regolamentano un bel nulla e non hanno “alcun scopo” se non quella comunicazione dell’ineffabile di cui dicevo.
    A tutti torno a ripetere : dimenticate “il prezzo” e diteci del “valore” e mi permetto di ricordare che e’ solo la “nostra” cultura che ci ha portato ad unire strettamente, quasi indissolubilmente e, quindi, ad identificare l’uno con l’altro. In altre culture ciò non accade (o non accade ancora… la globalizzazione ha, come tutte le cose umane, due facce una positiva rappresentata da un certo miglioramento della “condizione umana” l’altra negativa rappresentata dalla distruzione della “diversità”) in altre culture, ne’ accadeva nella nostra stessa in tempi tutto sommato non cosi’ lontani.

    • Caro Luciano,
      da quello che scrivi mi sembra che le nostre posizioni siano piuttosto vicine. In primo luogo riguardo alla necessità di una distinzione tra VALORE e prezzo. Quando parlo di finalità non mi riferisco necessariamente a scopi materiali. La tensione verso l’infinito (o l’ineffabile come vuoi chiamarlo) è una delle finalità maggiormente perseguite dall’essere umano nella storia. Le religioni, i sistemi etici e valoriali, come tutte le ansie metafisiche ne sono espressione. L’arte può benissimo essere concepita come “religione laica”… Quello che sostengo è semplicemente che si può definire un VALORE solo in relazione a uno scopo. Per un individuo religioso una preghiera avrà valore in relazione alla convinzione che possa avvicinarlo a Dio. Per l’uomo di lettere i versi di Leopardi o di Montale avranno valore perché nella sua concezione dell’esistenza l’elevazione spirituale passa per l’ideale letterario e la sublimazione poetica.

  • francesco sala

    l’acronimo della Vip Art Fair è fantastico.
    VAF… !!!!!

  • @Caliandro: ho già risposto alla questione economica. La soluzione non è la crescita e non è MACRO, ma è la rinegoziazione dei bisogni (se studi economica sai che i bisogni sono la base) e il cambiamento può essere solo MICRO. La questione economica, il prezzo si determina in modo banale nell’arte come in qualsiasi altro settore (Minini l’ha spiegato e Abbondio ha chiarito ancora meglio). In punto veramente interessante è il Valore che è quello dietro ad ogni aspetto della vita. E che poi influisce anche sul prezzo. Per determinare questo valore serve argomentazione critica che in italia, fino a tre anni fà, era assente, e oggi relegata ai commenti e ai blog. A me sembra tutto chiaro.

    • christian caliandro

      sì sì bravo, meno male che ci sei tu (sennò davvero in questo momento storico non sapremmo proprio come fare).

      • Certamente non invento nulla, ma nessuno dice che “in questo momento storico” di crisi economica e linguistica, FORSE la soluzione non è perpetuare il modello di crescita che c’ha portato quì, ma RINEGOZIARE, RIVEDERE i PROPRI BISOGNI. Questo il governo Monti non lo dice.

        L’idea del blog – non mia- non solo permette un argomentazione critica quotidiana ma fornisce quel Tempo di riflessione e decompressione che è una risorsa più importante del denaro (vedere intervista con Cattelan) e dentro alla quale è possibile argomentare criticamente rispetto la rinegoziazione del Valore e dei propri bisogni. La stessa crisi economica nasce dal fatto che viene chiesto a persone che hanno una casa X di costruire una casa Y sempre più grande, senza che questa sia necessaria! Le persone sono felicissime nella casa X. Ma alle persone non è concesso Tempo per riflettere, per rinegoziare l’idea di Valore.

        La crisi economica non si batte con la crescita (e quindi perpetuando un modello di produzione che c’ha portato alla crisi) ma rinegoziando i propri bisogni, rinegoziando l’idea di Valore -ed ecco il blog, la critica e i progetti reali-.

  • Cristiana Curti

    Caro Luciano, il valore è un sistema di riferimenti esclusivamente culturali e non assoluti (non universali). Esige, per avere espressione significativa di sé, una convenzione sociale formulata attraverso leggi e codici attraverso cui possiamo riferirci e che riportano di necessità a un cardine intorno al quale organizziamo il nostro esercito di attributi (di specificità).
    Tu allarghi troppo il discorso cercando di far dire a qualcuno di noi che il “valore” è concetto universale così da poterlo assolutamente stabilire per qualsiasi essere vivente. Se lo può essere per quell’insieme di relazioni per cui un’alba è bella per tutti (ma non è così vero neppur questo!) non così può essere per valori che definiscono società differenti.
    Il bianco in Oriente significa ben altro rispetto al medesimo colore nelle Società d’Occidente e dell’Islam. E suscita ben differenti (anzi opposte) emozioni.
    Mi chiedo se l’uso di un colore nelle culture Estremo-Orientali sia così carico di significato per l’intellettuale (come avviene in Occidente) così come per la gente comune. Mi chiedo se la prospettiva estremo-orientale (la mancanza di prospettiva estremo-orientale, la non centralità della questione prospettica nella creazione artistica estremo-orientale) abbia originato, in arte, sistemi di valutazione critica dell’opera differenti dai nostri. E presumo senz’altro di sì.
    E così dicasi per la refrattarietà a “personalizzare” l’arte nelle Culture d’Estremo Oriente.
    Mi chiedo anche quale sia la visione dell’arte contemporanea d’India che è continente a sé e che, in realtà, ha fornito gli elementi per così dire radicali della nostra stessa civiltà i quali ora, singolarmente, riemergono proprio con le ultime produzioni artistiche tanto che ci stupiamo – quando non dovremmo, se ricordassimo un poco di storia antica – di quanto l’arte indiana contemporanea sia così “compatibile” con i nostri parametri critici.
    Mentre quindi esiste la possibilità di definire universalmente il concetto di “valore”, non esiste quella di assumere il concetto di “valore” come paradigma universale.
    E’ uno squisito portato delle civiltà che è preferibile sia sempre (e rigogliosamente) differente all’interno di esse. Sarebbe un bel tristo mondo se esistesse un “valore unico” intorno al quale formulare le nostre espressioni critiche.
    Un buona soluzione (per chi vi riesce ad arrivare) sarebbe adottare il “grande sistema di valori” dello scrittore Maurizio Maggiani che parlò, come pochi sanno ancora, del valore del racconto quale motore di civiltà e dignità umana nel bel link consigliato da Michele Mariano (che ringrazio: è una bellissima segnalazione), sistema per cui tutto ha pari valore, ossia pari peso (una sorta di scintoismo olistico? Un felice pitagorismo di ritorno? Come si potrebbe chiamare?). All’interno di questo sistema nulla ha un prezzo, il che, a ben vedere, è forse ciò che tu vuoi dire.

    Ma i piani del discorso sono differenti, se si vuole cavillare.

    O si parla dell’interessante contingenza del mercato dell’arte, della VIP Art Fair, dell’economia mondiale (elemento che più contingente di così non si può) e di quanto dovrebbe valere Arienti o Boetti secondo la nostra opinione o – meglio – secondo l’opinione dei galleristi (unici deputati a fornire i “prezzi” perché ne va del loro mestiere e della loro sopravvivenza all’interno del circuito) o si discute dell’interessante impianto culturale che ci fa definire cosa sia di valore e perché.
    Ma – ahimé – mai cosa è il valore veramente, se non – e mi dispiace insistere su quello che per me è questione fondamentale – facendo riferimento alle discipline antropologiche. Oppure, volendo, ci si può dirigere senz’altro su Aristotele, Plotino, Sant’Agostino, Kierkegaard (e naturalmene Spinoza, ma è inutile fare sfoggio di nomi illustri) per avere soddisfazione e trovare conforto.
    Ringrazio tutti per l’interessante dibattito che ha un poco animato una giornata di malattia.

    • Cara Cristiana, prima di tutto e soprattutto : Auguri!!!! Spero che ti rimetta prestissimo. Poi.se possibile in rapide battute, :-
      “Tu allarghi troppo il discorso cercando di far dire a qualcuno di noi che il “valore” è concetto universale così da poterlo assolutamente stabilire per qualsiasi essere vivente. ”
      mi dispiace di non essermi fatto capire ma, no, non e’ cosi’. Io non credo esista un “concetto universale” di valore. Credo che i “valori” cambino nel tempo e nello spazio (l’ho scritto molto più su) e che quindi, culture differenti (nel tempo e/o nello spazio) concepiscano differenti valori.
      Come tu sai io vivo una “dislocazione” e mi trovo a convivere con la mia cultura e con quella del continente che mi ospita per buona parte dell;anno: quello che ho notato e’ che, anche quando dei “valori” asiatici capivo ancora proprio poco e non conoscevo assolutamente il “valore” attribuito a questo o quell’artista, pure trovavo conferme, da parte di autorevoli esperti “locali”, ai miei “mi piace” (intendilo nel senso più profondo di “sentirsi emozionato”). Se tentavo di spiegare loro il perché del mio “apprezzamento” spesso scoprivo che non coincideva totalmente con quello che loro mi spiegavano di rimando, ma, sempre ed in ogni caso, un punto di contatto tra la mia e la loro “spiegazione” c’era ed era rappresentato dal percepire, da quell’opera, la comunicazione di un “messaggio”, per lo più inesprimibile a parole o esprimibile solo con lunghi discorsi, esempi, metafore ecc. ecc. Messaggio più facilmente esprimibile, sia pur con grande approssimazione, con la descrizione di un’emozione (mi rasserena, m’incupisce. mi fa arrabbiare, mi rende nostalgico, mi rende triste mi da gioia ecc. ecc.) e, bada bene, non sempre la mia “emozione” era dello stesso “segno” della loro… ma sempre c’era, in comune, il fatto che quel lavoro “emozionasse” Questo io chiamo “comunicazione dell’ineffabile”..

      • …scusa ,dimenticavo, guarda che la citazione di Spinoza, Pascal e Kirkegard, nulla avevano a che fare col mio discorso sul “valore” era solo un “ammiccamento” scherzoso a M.E. Giacomelli , per tutta un’altra serie di commenti …

  • JScusa Luciano sr rispondo ora ma stavo in una zona senza segnale. Bene. Vorrei ribadire quanto to scrissi , ovverossia, per me si intende é impossibile parlare di valore dell opera. Sottolineo OPERA, e con questo non intendo bene o per essere ancora più precisi COSA.
    Questo perché considero VALORe una categoria strettamente legata a LOGICA ovvero esiste un atto che pone il valore che è successivo e separato dalla opera , evento che considero originario e che sempre per me considero propriamente in Esistenziale.
    Però devo significarti che scrivere che l opera NON ha valore non implica deligrarla ma al contrario Luciano, al CONTRARIO significa sottrarla ad una condizione futura di evetuale sudditanza verso aggiunte che le sono estranee.
    Va da se e rispondo alla tua seconda che scrivere di Opera significa escludere Qualsiasi Ikea, questa si valorizzabile perché gioca in suo ruolo nei diversi ambiti del domestico.
    Spero sia stato.esauriente, carissimo Luciano

    • Caro Lorenzo, quindi, se capisco bene, per te il “valore” e’ un’entità che prescinde dalla volontà dell’autore. Un ” alcunche’ ” che viene “attribuito” ad essa dall’ambiente (spettatore, critico storia, cultura ecc.)… ma se “esiste un atto che pone il valore che è successivo e separato dalla opera”, quale e’ , allora la “motivazione” dell’artista che ha creato l’opera?
      Quando il Leopardi scriveva “il sabato del villaggio” non aveva nulla da “comunicarci”? Era solo uno sfogo personale? E’ solo, a lirica completata, che ad essa, con “atto successivo e separato”, e’ stato attribuito un “valore” ?

      • Per le motivazioni più diverse Luciano ma che tuttavia hanno sempre in legale indissolubile con la sua esistenza. Comunque valore non va inteso come entità ma a partire da colui o coloro che lì pongono, é sempre in Atto successivo che si aggiunge e che spesso, molto spesso si tende a confondere con ciò che Lo precede ed è ben piu originario.
        É quello che penso Luciano e che sai bene non ha la assoluta pretesa di essere la verita. Ma tu mi hai fatto una domanda e ti ero debitore della risposta.

        • e te ne ringrazio di cuore, perché ogni risposta e’ per me fonte di riflessione e di nuova elaborazione personale.. ovviamente con l’assoluta modesti dei miei “mezzi”

        • Cristiana Curti

          Ho l’idea che Lorenzo intuisca bene ciò che determina il valore. E’ la sedimentazione storica tale per cui ognuno di noi è cosciente di ciò di cui discutiamo ma sa bene che non può essere attribuito ad un’opera contemporanea fin tanto che questa non abbia ricevuto il parergon di cui ottimamente parla Davide.
          Quindi (e come secondo me è inevitabile che sia) il “valore” (di un’opera d’arte) si sostanzia attraverso i suoi attributi e qualifiche che derivano da una “vita” dell’opera dopo la sua creazione. L’opera si carica di valore dopo la sua nascita (e con complesse modalità di arricchimento).
          Ogni volta che si urla contro la critica e il suo mefitico apparato (sorvolo sul fatto – deprimente – che quasi mai coloro che disprezzano tanto i critici leggano poi davvero qualche loro scritto…) come potenziale agente distruttore di una supposta verginità dell’arte, si dimentica che l’arte “moderna” inizia con un trattato di critica (Vasari) il cui valore (per l’appunto) nessuno penserebbe di contestare.
          E’ il tempo che costruisce il valore di un’opera d’arte e che quindi ogni discorso sulla presunta purezza dell’atto creativo (e sulle teorie del “buon selvaggio”, alla fine) decade senza scampo. E’ anche per questo motivo che non ho affatto gradito l’operazione Sgarbi alla Biennale dell’anno scorso – per l’inutile populismo che sottendeva e per i risultati inevitabilmente miserrimi che ha procurato -: non è detto affatto che tutti siano “artisti” perché frequentano le Accademie o perché hanno all’attivo qualche mostra in galleria, non è detto affatto che molta produzione che vediamo oggi circolare fra gallerie e case d’asta sia necessariamente arte.
          La storia insegna – crudelmente, ma tutti ne siamo consapevoli – che forse solo il 20% dei cosiddetti artisti di un periodo storico (moderno) è davvero tale e merita il ricordo e lo studio dei posteri. E a noi gente comune di quel 20% ne rimane in testa forse solo un decimo.
          Se fossimo più consapevoli di questo semplice assunto, guarderemmo con occhi più obiettivi e liberi l’enorme quantità di proposte che ci vengono propinate e che acriticamente siamo pronti a spalleggiare solo perché si insericono in un indistinto campionario di immagini “artistiche” che (come – appunto – dice Platone) riportano a una comune idea dell’arte.
          Il pensiero critico è fondamentale perché discerne e costruisce il valore (insieme ad altri fattori) dell’opera d’arte, senza non esisterebbe l’arte come noi la concepiamo (che siamo pro o contro i critici). Chi si lamenta tanto della “critica” e contesta la sua funzione primaria non si rende conto che quel poco o tanto che sa sull’arte (e come lo ha inteso) lo deve esclusivamente alla ricerca critica che nel tempo ha fatto filtrare le nozioni fondamentali del nostro apprezzamento o del nostro disgusto.
          Grazie ancora a Luciano per gli auguri (spero oggi meglio, ma non saprei) e a tutti voi per la discussione per una volta davvero stimolante. Spero che altri si aggiungano a noi. Come parrebbe.

          • LorenzoMarras

            Cristiana ho sempre pensato, anche se non so usare un linguaggio, per cosi’ dire ordinato, che L’Opera sia un evento, mai e poi mani un punto di arrivo o comne ho letto diverse volte, un Risultato.
            E , questo, non vuole dire o, se Vuoi, escludere che poi si relazioneranno ad essa per i motivi piu’ svariati (inclusi quei famosi studi e analisi che in passato sono stati oggetto, tra noi due, di calorose discussioni, seppure civili, sia ben chiaro).
            L’opera è un incontro, come quando ti nasce un figlio e la bellezza che ti avvolge per l’evento e che, per fortuna, nessuna ma proprio nessuna designazione linguistica potra mai rinchiudere in nessuna formula, ti fa comprendere che è veramente valsa la pena di attraversare il tempo di questo mondo.
            Possiamo attribuire un VALORE, e alla nascita e, ancora di piu’, alla vita di un figlio ?
            siamo tutti noi, nelle condizioni di poterlo STABILIRE?
            puo’ funzionare una logica che sia in condizioni di MISURARLO?
            io credo di NO, perche’ sfugge ad ogni calcolo ed ad ogni rappresentazione , è veramente un evento sciolto da ogni successivo vincolo.
            Come L’opera, quando è tale e per come si dispiega sempre su di noi, ci avvolge e ci cattura per sempre.
            E’ come trovarsi al cospetto di un “miracolo” perche’ L’ARTE è altresi’ come una benedizione, dove arriva LIBERA.

            Ciao Cristia’ è sempre un piacere conversare con te.

          • Sperando davvero che la discussione ti ritemprerò e ti ridia “grinta” aiutandoti a superare il momento negativo voglio cercare di provocarti un po’:
            Quindi, secondo te, l’opera nasce priva di valore. guarniva, se Picasso se lo fosse tenuto a casa sarebbe destituto di valore. La Gioconda, che, vivente Leonardo, rimase sempre presso di lui, vista e giudicata criticamente da pochissimi o forse da nessuno, era, allora, priva di valore. Étant donnés fu privo di valore fino alla morte di Duchamp? L’artista, quindi, darebbe vita ad opere prive di valore che dovranno attendere poi il formarsi del parergon per averne, forse, uno?
            @lorenzo forse non siamo in grado di dare un valore alla nascita di un figlio (ho detto forse!) ma certo il figlio nata ha valore in se e di per se anche se noi non sapessimo attribuirgliene uno! Lo stesso dicasi dell’opera d’arte!

          • …scusami… “…ti ritemperi” …”Guernica, se Picasso” … figlio nato… e accidenti al cellulare ed al suo stupido correttore ortografico!! :-)

          • Cristiana Curti

            Caro Luciano, grazie ancora per il tuo augurio. E grazie a Lorenzo per la discussione appassionata.
            L’atto creativo è davvero (a modo suo) un miracolo. Devo ricorrere alle spiegazioni della filosofia (Donà) per far comprendere. L’artista è un profeta, è colui attraverso il quale gli eventi storici si dispiegano nella loro semplcità segnica. E’ un mediatore che “patisce”, senza poterlo evitare, il peso della creazione (della sua intuizione poetica) per donarne un senso compiuto a noi anche se particolarissimo, personalissimo.
            E’ per questo che l’arte è per molti (e non necessariamente solo per gli artisti) il senso primo dell’esistere. Io, ad esempio, ma come me moltissimi ne sono sicura, confido nell’arte per comprendere chi sono e che mondo ho intorno. E’ il mio newspaper più affidabile. Il mio traduttore poliglotta. Perdona la metafora che riporta tutti sulla terra…
            L’opera d’arte (l’atto creativo), mi pare di averlo già detto, è sufficiente a se stessa (ha un significato compiuto in sé) ma necessaria a noi che le attribuiamo un valore.
            L’arte è trascendente nel momento in cui “attraversa” l’artista e prende forma nella prassi artistica, ma immanente nel momento in cui dall’artista si distacca (da tutti i miei amici artisti sento dire che l’opera appena compiuta non è mai soddisfacente e, compiuta, è solo il trampolino per una prossima) e “serve” a noi spettatori.

            Quindi ti dico: sì. Se Guernica fosse rimasta in uno scantinato avrebbe un valore in sé (certamente) ma solo come fantasma di un atto creativo compiuto, che mantiene la sua dignità comunque, ma: no. Non avrebbe valore per la storia perché noi non potremmo saperne alcunché e sarebbe letteralmente opera morta e incomunicante.
            Poiché l’arte serve all’umanità, l’opera del genio che non sarà mai “mondana” non acquista quella rete di riferimenti e simboli che la sua storia nel mondo potrebbe suscitare. Ma del resto tu mi parli di magnificenze che furono nascoste solo per pochissimo alla fine, quindi anche tu avvalori il potere della contingenza.
            Sono materialista? Forse, ritengo troppo prezioso l’atto creativo dell’Uomo per relegarlo a mera speculazione (o ancora meno a pura intuizione), ma mi servo – se ci riesco – della speculazione per tentare di comprenderlo e spiegarlo. Io sono estremamente felice di avere avuto l’opportunità di studiare (anche se qualcuno parla di ottocentismi e reazione…).

          • Grazie Cristiana, su questo tuo ultimo commento io sono pienamente d’accordo!

      • SAVINO MARSEGLIA (artista)

        Il fatto estetico oggi non ha più alcun valore e di conseguenza la critica stessa. L’opera d’arte contemporanea è infatti avulsa, a differenze delle epoche passate, da un sistema di valori condivisi dalla società. La società pertanto non si riconosce più nell’arte che evidentemente è incapace di rifletterla. Di conseguenza lo stesso ruolo dell’artista è prossimo allo zero. In passato l’opera d’arte era leggibile e rispondeva a criteri ermeneutica condivisibili da tutti. L’aspetto soggettivo del fruitore aveva scarso valore. L’arte contemporanea non conosce più forze centrifughe, ma centripete, ovvero è chiusa in sé stessa. Oggi la critica non è più interessata a parlare di ciò che l’artista evidentemente voleva dire: l’opera d’arte è scissa dall’artista stesso e risponde ad un’ermeneutica arbitraria. Tant’è che oggi anche un cane, o un gatto può esprimere come meglio crede il suo pensiero, ciò che lui ci vede, ciò che ci sente, ma non ciò che poteva interessare all’artista. Forse che la critica è diventata un’opera d’arte? Il critico ricrea l’opera, la destruttura, non è più leggibile rispetto all’originale, è quello che lui ha creato, ma non è ciò che si vede.
        Indubbiamente le leggi economiche hanno la loro importanza: l’attribuzione di un pedigree, il mercato che crea ciò che è arte e ciò che non lo è. L’estetica non esiste più o meglio esiste un’estetica del mercato, un’estetica della critica, ma non esiste più l’estetica rivolta al fatto artistico. Questa è la nuova estetica, l’estetica della contemporaneità, ovvero un bello che non salva più nessuno, se non chi lo ha definitivamente destrutturato.

        Rispetto a Leopardi, dobbiamo cercare di capire a partire dalla sua opera e rimanendo inchiodati sull’opera che cosa voleva dire. Forse qualcosa che va oltre il sotto fatto psicologico dello sfogo. In un’epoca in cui la letteratura sapeva uscire da se stessa non rimanendo ferma agli psicologismi e andare verso gli altri. In Leopardi c’era una tensione verso l’infinito: ecco il fatto estetico, la tensione verso l’altro da sé, la bellezza che dialoga con il Mistero. Questa è la bellezza che salva come diceva Dostoevskij.

  • @Cristiana/Luciano: Guardate vi assicuro che io non aspiro ad alcuna affermazione personale. Non ho il nome adatto (in italia) e nemmeno la modalità adatta. Sono semplicemente uno spettatore-cittadino attento. Parlo di whitehouse, del blog, non per incensarmi ma per suggerire una modalità/progettualità concreta che sta anche solo nel mezzo del blogn (che non ho inventato io ma che è disponibile per tutti). Il mezzo è il messaggio. Da tre anni ho una cura quotidiana e gratuita del blog, e veramente pensate che io faccia tutto questo solo per una qualche “affermazione personale”….in italia…..dove nemmeno i campioncini nazionali sono affermati…?????? Io temo che vedete in me quello che voi avete negli occhi.

    • Caro Luca, non prendertela, intanto e’ chiaro che io, Cristiana e chiunque altro “veda in te ciò che ha negli occhi”. Anzi in realtà vediamo e vedono in te ciò che di “te” percepiscono, immagine/impressione che si associa alla reazione psicologica che tale immagine/impressione ha causato in loro e che va’ a formare l’ “idea di Luca Rossi” (quella chi io chiamo “reflexion of reality” – da reflection + reflex – e su cui ho per tanto tempo “lavorato”) Detto questo io non stigmatizzo il tuo “comportamento” lo trovo solo un po’ buffo, forse solo perché son molto più vecchio di te. Le ragioni per cui lo fai … le conosci solo tu, quello che appare all’esterno e’ appunto una “volontà di affermazione” o se vuoi di visibilità, cosa che non e’ assolutamente reprensibile!! … impressione sbagliata? Forse… ma il continuo richiamo al tuo blog, tue affermazioni che tendono ad affermare che il tuo blog e’ stato il motore propulsore di un cambiamento, la civetteria di ricordare ad ogni pie’ sospinto le parole di apprezzamento espresse nei tuoi confronti da “personaggi” del modo dell’arte, il far ripetere da tuoi alias, in questo ed altri commentari, tali lodi (tipo “il fenomeno più’ importante degli ultimi tre anni dell’arte contemporanea italiana”) ecc. ecc.danno quest’impressione…se vuoi evitarla, sai come fare ;-)

      • francamente evito di auto-lodarmi come sostieni tu, ma so che ci sono più luca rossi che girano e quindi ne prendo atto. Se faccio riferimenti al blog è solo per chiarire meglio cose che non sempre possono essere chiare nei commenti (che cero di fare brevi per poi rimandare al blog, evitando papiri che nessuno legge). Postare il link del blog non è sinonimo di succeso o di vanità…esattamente come non lo è postare un commento…..ripeto: stiamo ai contenuti. E quindi il rapporto tra prezzo e valore, quì una sorta di dialogo indiretto con Massimo Minini (A CUI CHIUNQUE PUO’ PARTECIPARE nei commenti), a mio parere utile anche per leggere questo momento storico:

        http://whlr.blogspot.com/

        • Caro Luca, se leggi i miei commenti vedrai che in genere io sto’ ai contenuti, spero tu me ne possa dar onestamente atto. Ma dato che ogni minima “critica” anche bonaria e sorridente suscita un tuo post di indignata riprovazione, riesce difficile non risponderti.
          Comunque caro Luca, questo commentario e’ la dimostrazione palese di quanto tu sia in errore con la tua nota teoria dei “commenti brevi”, che facilmente finiscono per diventare pure proclamazioni di slogan.
          Qui i commenti lunghi si sprecano, tutti li hanno letti e continuano a leggerli, li hanno argomentati e continuano ad argomentarli… o sei tu che sei pigro e ti fa fatica leggerli?

  • bagno di realtà

    Forse che la critica è diventata un’opera d’arte?
    Per fortuna no, anche se tanti cd critici lo vorrebbero tanto. :-)
    Mai visto un libro di un critico che ha messo in copertina un suo “lavoro giovanile” io si, anche se quello (uno noto) si era ben guardato dal dichiararlo nelle note di copertina. Critici artisti falliti ? Non tutti, ma talvolta capita.
    Certo guardo con vero astio chi si affanna per dare senso a cose che senso non avranno mai ( vedi il ciarpame accademic post concettual minimalista di cui parlavo nel mio primo intervento), Però guarda che è proprio in questi casi che certi critici pret a porter si esaltano.

    Ma andiamo alle domande::
    La critica può incrementare il valore di un’opera ? No, la critica dovrebbe solo spiegare, interpretare, attribuirsi ogni altra funzione è arbitrario. La critica può aiutare l’incremento dei prezzi di un’opera ? Certo, ormai sono decenni (dagli anni 80 ?) che la critica è diventata il principale lubrificante del mercato dell arte.

    • Davide W. Pairone

      la critica dovrebbe…perché anziché prescrivere compiti e atteggiamenti non ci limitiamo alla fenomenologia? La critica è uno dei tanti elementi che accompagnano la vita dell’opera quindi sicuramente concorre a determinarne il valore. Più in generale però occorre dire che la critica (sana) non si mette in competizione con l’opera; per Derrida il parergon (che comprende il titolo, la firma, lo spazio ad esempio museale che circonda e ricontestualizza le opere, l’archivio che le documenta e ne determina la collocazione storica, il discorso teorico-critico che ne definisce la lettura) non è qualcosa di inessenziale che si aggiunge all’ergon bensì “entra in contatto e coopera non semplicemente da fuori né semplicemente da dentro”. Ecco che una “storia degli effetti” risulta molto più complessa ed articolata rispetto a certe semplificazioni che leggo in questo dibattito e la prospettiva economica a breve termine, che tanto preoccupa o forse solo occupa (nel senso di intrattiene) il buon Luca Rossi non è che una sfaccettatura di un discorso che va misurato su tempi diversi

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      nell’arte, la regola della critica è in pari tempo il “fantasma” del valore di scambio. Se questa regola viene a mancare ogni interesse per l’opera-merce si perde nel dimenticatoio…

  • @Michele Mariano Mi dispiace non averlo fatto prima ma volevo ringraziarti di vero cuore per la segnalazione del video di Mauro Maggiani sul Racconto , assolutamente da non perdere e, a mio parere, da risentire più’ volte!!! … e si’, anche assolutamente pertinente al nostro soggetto! Grazie ancora!

    Riporto qui il link perché mi dispiacerebbe veramente che qualcheduno se lo fosse perso:
    http://www.youtube.com/watch?v=qySkS48xi0s&feature=related

    • geafrost

      Per Mariano un grande grazie

  • Angelov

    Una onesta Picconata, ma opportunamente assestata da un Massimo dell’Arte, ha fatto scaturire uno zampillo, che si è poi ingigantito divenendo un vero fiume in piena. Ho la sensazione che finalmente qualcosa stia cominciando a cambiare. I Greci Antichi avevano il mito del Re Mida, che si aggirava sempre affamato, nonostante tutto quello che toccava si trasformasse in Oro. I Greci Contemporanei, oltre ad avere Kounellis, hanno subìto anche i tentacoli della Finanza, che nonostante tutto quello che tocchi sia trasformato in Oro, ti lascia comunque sempre affamato, come l’omonimo mito antico. Ma la Finanza ha negli ultimi decenni intaccato anche il Mondo dell’Arte, con la conseguenza che, interventi e dibattiti come questo, possono solo essere benvenuti nel loro tentativo di portare alla luce e metter a fuoco un problema che non dilania solo queste nostre attività. Per “Finanza” intendo una Entità composta di esseri umani, coscienti e responsabili delle scelte che mettono in atto e delle loro eventuali conseguenze. Non una Entità astratta ed indefinibile cospirazione responsabile di tutto il Male del Pianeta.

  • Davide W. Pairone

    rispondo a Luciano: l’artista è il primo critico quindi il primo ad istituire un regime di vita per l’opera d’arte. Che può anche essere una non-vita qualora decida di non dare un titolo al quadro, di non esporlo, magari di cancellarlo (tutte pratiche “negative” esplorate nella contemporaneità). Quindi sì, il valore di un’opera dipende non dalla sua esistenza assoluta ma dal suo mettersi in gioco nel mondo. Un combustibile senza comburente resta inerte e il valore di un’opera può essere apparentato a questa stessa combustione

    • Cristiana Curti

      Non ti avevo letto, Davide, ma come vedi concordiamo. Inevitabilmente, direi.

    • Caro Davide, sono assolutamente d’accordo con te quando dici che il valore di un’opera dipende “anche” dal suo mettersi in gioco nel mondo, non se tu affermassi che il valore di quell’opera non “esiste” (attento : esiste, non “e’ apprezzabile” o “e’ percepibile” o “e’ quantificabile”) a meno che essa non si ponga in gioco nel mondo. Tu stesso citi esempi di “opere” il cui valore “esiste” proprio perché l’opera non e’ stata esposta o distrutta (opera negata)
      Voglio raccontarti una cosa : un artista, un fotografo, ha realizzato una serie di fotografie, foto che, per quanto ne so’, sono state “prese” secondo i suoi canoni usuali, seguendo un filone di ricerca che porta avanti da tempo. Il fatto e’ che le pellicole che contengono quelle foto (pellicole che sono già quasi “in scadenza”) non sono mai state sviluppate e quindi mai stampate. Non solo ma ognuno di quei rotoli di pellicola e’ accompagnato da una dichiarazione dell’autore che dice che se la pellicola venisse sviluppata e stampata questo costituirebbe automatica distruzione dell’opera d’arte che, per l”autore, e’ identificabile solo ed esclusivamente nell’immagine latente (e questo e’ anche il titolo dato a questi suoi lavori)… destituiti di valore?

      • Davide W. Pairone

        bene in questo caso la mia personale interpretazione è che l’opera non sia costituita né dall’immagine latente né dal feticcio negato ma dal processo, comprese dunque le dichiarazioni nonché dalle nostre reazioni, questa stessa chiacchierata, l’uso che tu ne hai fatto come esempio. Tutta questa sfera non può essere relegata nell’inessenziale o subordinata alla volontà dell’autore

        • …tu dici dal processo, e magari hai anche ragione. La mia impressione, invece, fu che l’opera fosse costituita da quello che quel processo mi aveva comunicato e che, ovviamente, non sarei in grado di descrivere compiutamente con parole ma di cui ti posso dare un’idea dicendoti che la cosa mi fece pensare all’impermanenza; all’impossibilita’ di “conoscere” la realtà e alla gioia/disperazione di doversi accontentare di quanto di essa siamo in grado di percepire; al fatto che per quanti sforzi uno possa fare non arriverà mai a “conoscere” tutto ciò che vorrebbe ed ancor meno a comprendere ciò’ che si conosce e ad altre cose del genere, che penso tu abbia comprese, ma senza che questi pensieri si tingessero di tristezza ma comunicando, al contrario un inaspettato senso di serenità’

  • LorenzoMarras

    Luciano guarda, ti rigrazio di cuore che mi provochi (lo dico sul serio) .
    ma Lucia’ ti sei reso conto che hai compreso nella tua domanda il termine PRIVO ? e lo sai perche’ ? perche’ stiamo calcolando un qualcosa che chissa perche’ si deve aggiungere. Ma L’OPERA non ha bisogno di aggiunte, è OPERA , punto.
    Dire che l’opera non ha valore, non significa rivolgere ad essa una NEGAZIONE e che poi non sia avra’ per essa, in seguito , e questo è il punto cruciale, uno scambio , bada non dell’opera ma della cosa che lo sostiene.
    A chi appartiene ad esempio il dipinto del Cavaraggio , che riguarda la scena in cui c è San Paolo , il cavallo e quello strano individuo che fa capire che lo sta portando via ? non lo so…sicuramente a qualcuno e questo qualcuno magari un giorno lo vendera’. bene Non cambiera’ con questo lo statuto di OPERA… quel dipinto continuera’ per sempre ad accompagnarmi nella vita. Poi , è vero ci sara’ Tizio che ne fara’ l’autenticazione caio avviera’ le trattative… sempronio dara’ il proprio denaro ed il cerchio si chiude. Ma nonostante tutte queste cose, cosi carine cosi avvicenti cosi glamour … L’OPERA di quel dipinto non sara’ raggiunta MAI da nessun VALORE , ovvero da un qualcosa che porra’ ad essa delle condizioni di relazione.
    Sto tracciando uno spartiacque non per partito preso , non sto facendo una critica a cio’ che sta intorno all’opera, di chi la studia , compra il biglietto per guardarla, la usa per pubblicita’ , la vende e cosi via… ma semplicemente una via per arrivare ad essa senza nessuna mediazione. Questo è il punto.

    • Davide W. Pairone

      beh l’assenza di mediazione ovvero l’opera attinta nella sua purezza mi pare più che altro un ideale regolativo. L’opera non è mai semplicemente attuale e sebbene occorra preservare quel nucleo enigmatico che resiste alla dissoluzione nella sociologia va rilevata allo stesso tempo la natura dialettica e scissa che la costituisce nella sua essenza. Peraltro non è mai il corpus mechanicum di un’opera ad essere oggetto di scambio, valutazione ecc, si sta parlando della vita di un corpus mysticum che si fonda sul livello culturale e materiale ma allo stesso tempo lo trascende, qui sta il mistero

    • Scusa Lorenzo ma mi pare che forse sarebbe il caso di definire che cosa, ciascuno di noi, intende con il termine “valore” (e lasciamo per un attimo da parte concetti “economici” come il valore d’uso ed il valore di scambio o banalmente come valore quale sinonimo di prezzo). A questo punto torno alla mia definizione di “valore” e vorrei che si comprendesse che non lo faccio per ribadirla o per riaffermarla ma solo per spiegare che cosa intendo quando uso il termine “valore”. Io dico che il “valore” di un opera sta nella sua capacita’ di veicolare una comunicazione dell’ineffabile Per me “valore” esprime quindi una qualità intrinseca all’opera, a prescindere da ogni altra circostanza, persino dalla circostanza della sua distruzione (perché se la parola “computer” veicola e comunica il concetto di quell’aggeggio che tutti conosciamo anche l’abolizione dal vocabolario di tale termine non fa si’ che, del “fu” termine computer, si possa affermare che esso non avesse la capacita’ di comunicare quel concetto) Quel che io chiamo “valore”, essendo costituito “dalla capacita” di comunicare…” esplica la sua piena funzione (potremmo dire viene posto nella condizione necessaria e sufficiente per esplicare …) quando l’opera “si mostra” al mondo. E quindi l’autore “imprime” (…se e’ capace a farlo, e nella misura in cui e’ capace a farlo, s’intende) il valore all’opera ma nel “lasciarla andar per la sua via nel mondo” consente che quel suo “imprint” riceva il suo logico e naturale completamento esplicando la sua funzione di “comunicazione” e quindi venendo “ricevuta” e “completata” (con l’accettazione della comunicazione) da parte degli spettatori.

      • LorenzoMarras

        ah ma se mi chiedi una definizione di Valore, Luciano, non ho difficolta a dartela sempre beninteso offrirtela nell’ambito della Logica. Perche’ è li’ che trova la sua bella casetta e non sul piano che andiamo a disputarlo ora.
        E tra l’altro, è anche abbastanza semplice : si da (SI DA) VALORE laddove esso posto svolga un ruolo determinante.

        Lucia’, guarda che nei miei discorsi io non ti ho mai detto che i valori non esistono. Sarei un pazzo se lo dicessi. Affermo che gli stessi vengono posti , naturalmente dall’uomo .. e chi se no?!?… DOPO .
        Ma nell’opera O P E R A … che me per rappresenta un evento che incontra singolarmente ME TE…. e pinco pallino , sono incapace sia a legarla ad un VALORE ne’ tantomento a de-finirlo o se vuoi fissarlo.

        Aggiungo una cosa, per me, fondamentale ora…. : c è Pairone che si sta avvicinando a cio’ che per me…e sottolineo per me… è il punto focale della quistione. Lui lo chiama PROCESSO e mi rendo conto che i termini del linguaggio che abbiamo a disposizione si rivelino un po’ inadeguati, ma processo si avvicina, ovvero un qualcosa che nell’opera non si ferma assolutamente ne’ al suo dato oggettivo o esteriore o materiale.. ma i cui significati si svelano dinamicamente ed in forme sempre nuove in CHI li incontra o riceve.
        Luciano, ti dico un altra cosa. La faccenda è sicuramente interessante ed è raro che qui molti di noi chi per una ragione chi per l’altra ci prenda parte ma ritengo che la stessa ci stia sfuggendo nel senso che mi sembra che si stiano determinando delle divisioni che non fanno certo bene al dialogo.
        Tutto qui, ti saluto caramente.

        • Cristiana Curti

          Lorenzo, quello che Davide chiama processo è ciò che i Greci (grandi materialisti e grandi filosofi oltre che grandi mercanti!) chiamano “divenire”. Il divenire è ciò che nel tempo si genera partendo da alcuni presupposti e ciò in cui ogni cosa ha un suo luogo e significato. Il tempo per i Greci è faccenda misteriosa se non assume una connotazione attuativa, se non viene “usato”. A me non pare che ci siano tante divisioni fra noi.
          Il fatto è che alcuni fra noi non ammettono che il valore abbia un “merito” (cioè che costruisca un significato) e altri non ammettono che non lo abbia. Io sono del secondo partito.

          • Grazie Lorenzo e grazie Cristiana, neppur o vedo grandi “divisioni” ma, d’altro canto se non vi fossero “idee” diverse, non ci sarebbe dialogo ed il mondo sarebbe proprio un brutto mondo ;-)

  • bagno di realtà

    Sapevo in anticipo che quanto avrei scritto sarebbe stato bollato con il marchio di “affermazioni semplicistiche”. Se potessi scegliere preferirei quello di “semplici affermazioni”.
    L’idea di dovermi soffermare solo sulla realtà degli effetti accettandola per quella che è e non per quella che potrebbe essere, mi ripugna un pò. A ben riflettere ciò porterebbe anche a dover negare un ruolo attivo e fertile all’utopia sia nell’arte che nella vita. Rispetto le vostre opinioni ma su questo non posso essere d’accordo.

    Ritenete davvero che in un discordo come quello in oggetto non si debba necessariamente far riferimento a qualcosa che va al di là degli effetti ?
    Allora se è così, dobbiamo essere conseguenziali e dare ragione a Gianpaolo Abbondio quando dice che il valore dell’opera non esiste, esiste solo il prezzo.

    • Cristiana Curti

      Gli effetti sono il prodotto delle cause. Le cause hanno o non hanno valore e gli effetti di conserva. Non capisco cosa ci sia di così terribile nell’acquisire un semplice meccanicismo che non fa male a nessuno e non nega affatto il portato utopico dell’atto creativo. E non capisco cosa significhi “accettare” (=subire) la realtà degli effetti dato che gli effetti (l’apparato terotico-critico, la storia dell’opera) li produciamo noi pubblico, critici, musei, gallerie.
      Abbondio parla per paradossi e – qui giustamente – fa riflettere sul compito del gallerista che deve giudicare e proporre arte attraverso una quantificazione numerica, altrimenti sarebbe un teorico (docente, critico, ecc.). Quando afferma però che il valore dell’opera d’arte non esiste, spero sia sarcastico, altrimenti fornirebbe di sé (e del gallerista) un’immagine ben limitata.

      Rileggendo invece alcuni commenti precedenti sento di segnalare ancora il post di Michele Mariano e il suo miracoloso e utopistico INFIMO INIZIO, epoca in cui abbiamo la fortuna di vivere (nella sfortuna delle cadute degli dei) perché l’uomo di qualità non può stare a guardare, intuisce l’opportunità e fa. Uno scatto che fa onore e che bene si pone con la segnalazione posteriore che tanto ci è piaciuta.

      Colgo anche la parabola (reale) di Ciriaca Erre, che racconta di come la “bellezza” (io direi la Cultura ma non c’è alcuna incompatibilità) non sia recepita in luoghi non canonici se non dai puri di cuore. Sottolineando che gli stessi bimbi, affascinati per qualche minuto dal musicista (anche se avesse suonato tamburelli e nacchere), non resisterebbero un quarto d’ora ad assistere a un concerto in Conservatorio e la loro gentile stupefazione si tramuterebbe in noia profonda e irritazione, vorrei spostare – per l’appunto – il senso della parabola con queste considerazioni:
      – la Cultura (=Bellezza (dell’opera d’arte)) è percebile perlopiù nei luoghi deputati alla sua riproduzione. Ciò indica che è necessaria una preparazione, una predisposizione all’accadimento che ci impone un taglio intellettuale più che emotivo, altrimenti l’emozione colpirebbe comunque (ma poi ved. infra).
      – Certi escamotages sanno più di “scherzi a parte” con l’effetto che chiunque (anche lo stesso violinista in altra occasione) sa che si sarebbe comportato così. Bacchettare un vizio di forma congenito fra le circonvoluzioni cerebrali umane (che non riescono a dirimere l’aporia dell’arte in contesto differente dal canonico e senza le debite introduzioni) farà notizia ma non significa nulla. Neanche per il lieve moralismo sotteso a questa operazione simpatica e divertente ma limitata in sé.

      Ma per non sembrare una bieca cinica, vengo in soccorso al racconto di Ciriaca anche con il mio.

      Negli anni ’80 (un esperimento che studiai al tempo) gli antropologi della scuola francese (Vernant, Lissarrague, ecc. molti dell’EHESS) chiesero e ottennero di poter sostituire per un certo periodo di tempo i cartelloni pubblicitari della metropolitana parigina con immagini d’arte ceramica greca (dall’arcaismo all’ellenismo) senza particolari schede descrittive, un ricchissimo repertorio iconografico che in realtà fa parte del bagaglio culturale occidentale ormai anche senza mediazioni particolari. Il successo fu enorme, la gente si informava dell’operazione, chiedeva chi ne fosse l’autore o l’organizzatore, chiedeva se fosse un episodio (come fu, c’era necessità dei gettiti pubblicitari, e che diamine!) o se fosse una politica aziendale definitiva.

      Gli studiosi analizzarono i questionari che alcuni passanti volontariamente avevano compilato circa il gradimento dell’operazione. E furono stupefatti dalla pertinenza delle risposte e dall’acutezza degli interventi anche sul repertorio iconografico che poteva sembrare “aulico”, ma che veniva riscoperto dai più con straordinaria freschezza.

      Ciò che voglio dire è che, anche se non appare a uno sguardo superficiale, qualunque traccia di Cultura (=Bellezza) rimane nel pubblico anche quando sembra che l’arte sia “subita” e non crei coscienza di sé.
      La parabola del violinista si sofferma sulle questioni di superficie (violinista famoso che qualche giorno prima aveva fatto il tutto esaurito; repertorio difficilissimo e ricco), ma non su quelle di sostanza: qualcuno ha intervistato quelli che – anche per pochi secondi – si erano fermati ad ascoltare? E coloro che, passando, non si erano fermati, come avevano percepito l’offerta musicale?
      Forse approfondire avrebbe fatto maggior servizio che fermarsi all’edificante “siamo tutti dei selvaggi tranne i bimbi”. E avrebbe riservato qualche sorpresa, non necessariamente sgradita.

      • Giampaolo Abbondio

        Grazie per la stima…
        ;)

  • massimo minini

    Mi piace l’intervento di Cristiana Curti. Aggiunge un elemento: IL TEMPO.
    Il tempo dà valore ( a volte toglie) all’opera, alle opere.
    Sappiamo come molti artisti, osannati in vita, poi dimenticati, poi a volte vengano recuperati eccetera.
    Il valore di un’opera, non il valore venale, ma la sua importanza, è un fenomeno relativo. Relativo al momento storico di cui si parla, in cui si parla ( e sparla).
    Per cui l’affresco di Gentile da Fabriano, pagato una montagna di soldi da Malatesta, eseguito per lui a Brescia, centocinquanta anni dopo viene scalpellato perchè non aveva più ‘valore’. Oggi ne cerchiamo le deboli tracce perchè hanno un grande valore.
    valore storico, valore culturale, valore creativo, valore di informazione…quanti valori!
    Quindi come facciamo a parlare del Valore? Quale valore? quale dei valori?
    Il valore di un’opera d’arte non è mai per sempre. E’ relativo. Non è un fatto astratto. E’ fatto concreto legato a quell’opera, a quell’autore.
    Un dipinto quando entra in un museo perde il prezzo ma acquista valore.
    Quanto costa la Gioconda? Non costa niente ma vale tanto. Quanto? Boh….
    Per questo bisognerebbe stare calmi. dare tempo al tempo come avrebbe detto Alighiero. Il tempo attribuisce il valore.
    Ma oggi abbiamo fretta di vendere e fare soldi e quindi dobbiamo accelerare i processi di invecchiamento e cercare di anticipare i risultati. La Critica serve a questo, anche a questo. A garantire in anticipo. Che è un pò come accelerare la stagionatura del formaggio. Viene un bel Philadelphia. Ma per un crottin de chèvre bisogna aspettare la maturazione nelle grotte.
    Per questo mi piace l’arte antica.
    Ho scritto un saggio su Girolamo Romanino, lo presentano a Pisogne lago d’Iseo, (Brescia) Sabato 10 Marzo alle ore 17 nella chiesa di Santa Maria della Neve.
    Venite?
    (Pubblicità).

    • Michele Mariano

      Si Massimo Minini …. il tempo. Il tempo è fondamentale per attribuire un valore a una esperienza.
      Mi permetto di indicare un link http://www.collageproject.eu lo faccio non per soddisfare il mio bisogno di presenza….. in questa mia ricerca nessuno può aiutarmi.
      L’opera/oggetto deve necessariamente essere contemporanea (intesa come simultaneità) all’autore?

      Mi

  • Michele Mariano

    Sono felice che il contributo di Maggiani sia servito al dibattito.
    Continuo a seguire con molto interesse tutti gli interventi e in ognuno trovo riflessioni e pensieri nei quali mi ci rivedo.
    Non essendo un maestro di parole non intervengo spesso. Sono, invece, come il pupazzo del ventriloquo che ripete “verità” altrui. In perenne agguato (come dice Deleuze) per un incontro, da cui ha origine l’esperienza, traducibile in una possibile narrazione-romanzo.
    Essere nell’Amletizzazione dell’Eroe…… (un bel po’ di post fa).

    Mi

  • LorenzoMarras

    Mariano avverto comunque che la felicita’ per il contributo del Maggiani , lo abbia momentaneamente distolto dalla posizione di distanza Amletica dalla condizione di conservazione umana.
    Si deve forse dedurre che il Maggiani rappresenti per Lei quello che per Amleto rappresentava il cranio di Jorich, buffone di corte del padre?
    Sa , quando lo vide, uscire fuori dalla fossa lo accarezzo’ e si ricordo’ felicemente di Lui quando era ancora in vita ..

  • ignazio mortellaro

    un famoso dialogo buddista:
    -Maestro, qual’è la natura ultima della realtà?
    -Domandalo a quel palo.
    -Non ho capito.
    -Neppure io.

    e se l’arte non avesse ne prezzo ne valore? il discorso del signor Minini sulla localizzazione dell’arte attraverso la descrizione del suo complementare non è altro che un parallelo con la teologia negativa di Eckhart e Cusano che sancì il fallimento di razionalizzazione della fede perseguito dalla scolastica.

  • Giampaolo Abbondio

    Ma se l’opera valesse qualcosa, vi pare che me ne priverei in cambio di un pugno di euro?

    • Cristiana Curti

      Abbondio, facciamo così, allora. Poiché per lei l’opera d’arte che ha valore non si vende (perché non ha prezzo) e quindi le opere che lei vende non hanno valore, se lei mi vende davvero per un pugno di euro (monete, non carta) quella bella teoria di Neri (Giardini) che aveva ad Artefiera (di cui scrissi, mannaggia), l’assolvo per questa straordinaria sciocchezza che eccede le boutades. Così, guardi, l’agevolo: le alleggerisco anche il magazzino.

      • Giampaolo Abbondio

        Se convince anche Marco Neri se l’è meritata!

  • @ Massimo Minini @Giampaolo Abbondio io, molti post or sono, ho posto una domanda che non ha ancora avuto risposta, la riassumo qui:
    “vedi uno o più lavori di un artista di cui non sai nulla; che cosa, eventualmente, ti fa dire
    – questo artista voglio seguirlo, mi piacerebbe “rappresentarlo” – ?
    Domanda che ovviamente rivolgo anche a tutti gli altri commentatori con la premessa ipotetica “se tu fossi un gallerista”

  • massimo minini

    mi sembra che ci stiamo stancando…cala la pressione,
    Il mio ultimo post sul TEMPO mi sembrava potesse dare qualche spunto.
    Comunque la domanda di LG vedi un lavoro di un artista di cui non sai nuilla…
    Bè di solito non succede così.
    Ovviamente ogni giorno chiamano torme di artisti per far vedere il lavoro. nelle fiere è un assalto. da quando mi sono sporto sul baratro della fotografia : un massacro.
    Tieni conto che, anche se sembriamo dei marziani, siamo invece esseri umani anche noi (galleristi) abbiamo due braccia e dieci dita soltanto. A volte un cervello eccetera.
    Io ho rapporti con trenta artisti, e si lamentano tutti, quotidianamente, perchè non mi occupo abbastanza di loro trenta.
    Quindi, come dire, la galleria è una tavola imbandita, ci sono trenta posti a sedere. come si fa a far posto ad un altro? Mica facile.
    Deve proprio essere fulminante, bravo, sorprendente.
    Ma la scelta oggi si fa in base a tanti criteri
    =il lavoro, certo
    =Con chi esponi.
    =quali mostre hai fatto, anche poche, ma buone
    = chi ti segue, quale critico, cosa dice. Ecco il ruolo della critica
    =Sei duro o molliccio? determinato? Ci credi?
    =parli almeno inglese?
    =hai paura di volare?
    =Sai cosa succede nel mondo? Nel nostro Mondo dell’arte?
    = hai fatto l’Accademia ? (domanda trabocchetto, io preferisco quelli che non l’hanno fatta….)

    Come si fa a scegliere uno sconosciuto in un mare di emergenti?
    Non è mai stato facile.

    A volte il caso, gli incontri, il naso.
    Per scegliere ci vuole naso, orecchie, occhi.
    Otorinolaringoiatria dell’arte.

    Una volta -era il 1974 -ho incontrato Francesco Clemente, Eravamo a Colonia lui aveva 21 anni (nato nel ’52) io trenta. Era lì che girava all’inaugurazione di una importante mostra. Lui non era invitato. mai sentito nominare. Parliamo un po’, gli chiedo chi è, cosa fa, spiegazione intellligente ma incomprensibile, come il suo lavoro d’allora. faceva misteriose fotografie incomprensibili. Ne parlo a Colonia, tutti dicono bene di luii anche se nessuno ha ancora capito cosa sta facendo.
    Diciamo che comunque emanava, da Francesco, un àura positiva.
    Insomma, dopo tre giorni gli propongo di fare una mostra da me. Affare fatto. Dopo sei mesi, mostra ( fine 74) praticamente la sua prima. Vedono la mostra Toselli e Sperone che faranno subito dopo mostre con lui (Maggio e Settembre 1975) Lucio Amelio che (come dice Aldo Busi) lo teneva a bagnomaria, viste le tre mostre la fa anche lui.
    Così è cominciata la valanga di Clemente Francesco.
    naturalmente la valanga come sapete si è ingrossata e Clemente è fuggito negli USA e l’ho perso….
    Ecco così può succedere, ma è un caso su un milione. Mi è successo ancora con Cattelan, altro grande. Sua mostra nel 97 poi salito all’Olimpo e buonanotte.
    Adesso per ammettere un nuovo artista mi pongo più domande. quelle scritte all’inizio. Non faccio più scelte avventate.
    MM

    e speriamo di aver rilanciato il dibattito ll traguardo dei 200 non è impossibile….

    • Giampaolo Abbondio

      Caro Massimo, mi permetto di usare la tua esauriente spiegazione, per me è lo stesso, solo che non sono bravo come a te a spiegarlo (e non solo a spiegarlo…)…

  • LorenzoMarras

    Scusi Minimi , l’avverto che non sono un artista perche’ primo non sono capace (sono convintissimo che fare lo scienziato sia piu’ facile) e secondo pe r dirle cosi’ che non ho interesse per cio di seguito esposto:
    Ma perche’ non li manda una buona volta a quel paese, tutti e trenta. Guardi non riesco proprio a concepire uno, chiamato Artista, CHE SI conservi in inutili lamenti…. e voglio piu’ denaro e voglio piu’ visibilita’ … e voglio il contatto con gente che conta di piu’… e voglio entrare nei libri di storia … e tanti e tanti altri voglio.

    Se qualcuno le propone di far parte del suo spazio, una parola secca… vai a quel paese. Chi chiede per me e gia’ per questo non ha quei mezzi (in Sardegna naramusu… sa balentia …per fare alcunche’.
    Santa pazienza, anche Voi galleristi iniziate a metterVi in marcia come pellegrini … e cercate la materia in luoghi ..diversi dal ghetto dove tutti si conoscono e sanno tutto di tutti.
    Mi scuso della rozzezza delle affermazioni ma sono sincere.
    la saluto.

    • SAVINO MARSEGLIA

      L’ARTISTA NELL’OVILE DELL’ARTE CONTEMPORANEA

      Buongiorno caro Lorenzo, avverto l’utilità di aggiungere alle tue sagge parole che ne condivido in pieno, anzi di dire qualcosa circa gli artisti in cerca di visibilità, successo, mondanità ecc.. Trovo veramente triste questi artisti “pellegrini” in cerca di vitto e alloggio nell’odierno sistema dell’arte.

      A mio parere, un libero artista non cerca le gallerie, i musei, i salotti, il successo o quanto altro.., ma la vita e la libertà per affermare il suo pensiero creativo. Voglio dire quel comportamento etico che sta sempre davanti alla sua opera…che poi, non è altro che il nobile sentimento di libertà che pulsa e scorre nelle sue arterie.. Per questa sua natura di artista libero, non è incline ad accettare compromessi vari per essere accettato a tutti i costi nell’ (OVILE DELL’ARTE).

      La sua arte, la critica e l’autorevolezza è l’arma più valida per tenere testa a chiunque ne faccia parte e lo voglia ostacolare nel suo percorso. Non sono rari, nella storia, i casi in cui un arista (fuori dal gregge) attraverso il suo linguaggio ha fatto più paura di un esercito.

      Bisogna anche ammetere il fatto che un artista libero, possiede sempre un effettivo e concreto potere: la forza e l’energia del linguaggio…, di chi vede più lontano, più profondo e più giusto di un gregge di pecore nell’ (OVILE DELL’ARTE).

      Intendo un artista che non ha paura di essere ostacolato, emarginato da questo o da quell’altro sistema dell’arte, e che nessuno potrà mai fermarlo, perchè è convinto della forza del suo linguaggio e pensiero.

      Solo gli sprovveduti possono sottovalutare il suo VALORE. Gli artisti che sono compromessi in questo (OVILE DELL’ARTE) non sanno di essere sostanzialmente “marionette” convenzionali, innocue e succube del gregge che ne detta regole e abitudini.

      L’artista libero ha tutte le ragioni di affermare: la mia creatività è la guida della mia libertà; e sopra di me, sostanzialmente, c’è soltanto il mistero e l’infinito..

      un caro saluto
      Savino

      • Cristiana Curti

        Caro Savino, è da tempo che vorrei farti una domanda a causa dei tuoi generosi interventi contro il sistema dell’arte. Poiché tu consideri oggi questo sistema infrequentabile, e così giudichi anche l’artista che ne fa parte, ti chiedo con sincera curiosità: l’arte deve essere “etica” ab origine? Giudichi un’opera d’arte anche in virtù di ciò che conosci delle qualità di un artista? Solo gli artisti “puri” e non contaminati dalla frequentazione di collezioni, musei, gallerie e fiere producono arte “buona” o un’opera d’arte può essere apprezzata a prescindere dalle qualità morali dell’artista?
        Non è una domanda capziosa, apre a molte discussioni, non ultima quella che qui stiamo affrontando ognuno con il proprio metro.
        Grazie, un cordiale saluto. Cristiana

        • SAVINO MARSEGLIA

          GLI ARTISTI NEL CORPO MALATO DELL’ARTE CONTEMPORANEA !!!

          Cara Cristiana, dimmi la verità: se ti guardi intorno hai anche tu talvolta la sensazione che questo sistema dell’arte sia una sorta di bolgia infernale di cianfrusaglie di prodotti “artistici” diffusi, spesso usati male.

          Tu che sei un’esperta puoi dare una conferma di questo modo cialtrone, così greve, elitario, consumistico di intendere e diffondere l’arte che si presenta sempre più incapace di una sana diffusione e comunicazione alla maggioranza delle persone.

          Questo sistema “infrequentabile” come tu affermi, è in altre parole una sorta di casati finanziari – di potentati della cultura che si interconettano in centri culturali di potere e di controllo del mercato finanziario e della comunicazione dell’arte. Una rete di relazioni che vive in questo “corpo malato” (sistema) estraneo alle sorti di una comunità che non si riconosce nei suoi valori.

          In queto sistema malato dell’arte, si gonfiano artisti senza le necessarie qualità e artisti, forse di spessore e di valore. Al TEMPO l’ardua sentenza! Un “corpo malato” in cui si stringono alleanze, strategie.., si promuovono artisti validi o meno validi a tavolino e con questi si costruiscono imperi finanziari.

          Una gigantesca babele di interessi vari che spesso si manifesta in astute truffe organizzate ai danni di ignari multimiliardari che comprano prodotti discutibili sul piano della valenza estetica. Da quando c’è l’arte contemporanea il mercato non ha conosciuto ancora una vera crisi strutturale.

          E’ risaputo che tante cinfrusaglie fatte passare come opere d’arte di alta qualità, non colpiscono che poche persone interessate a farci una speculazione che poi farà anche la fortuna del cosiddetto “artista” unto dal RE MIDA.

          Valore di opere che nessuno ha veramente il coraggio di smontarle storicamente, sistematicamente e semanticamente da cima a fondo. Molti notabili critici che vivono e prosperano in questo “corpo malato” non hanno il coraggio dire le cose come veramente stanno (per non passare da retrogadi) e quindi ci sarà sempre qualcuno disposto a ricomprarle ad un prezzo, probabilmente superiore.

          Se guardiamo ai linguaggi del passato, la funzione dell’arte è stata sempre la manifestazione di valori, ideali, visioni del mondo in cui una determinata società si è in qualche modo riconosciuta. Di fatto quale valore etico, estetico, religioso, politico, sociale hanno significato il nostro Rinascimento che nel rinnovamento dell’arte, della scienza, attraverso la riscoperta delle potenzialità del singolo uomo, rinnovò un nuovo ideale di vita dove la cultura aveva stabilito un rapporto di collaborazione, di simbiosi tra la natura, l’uomo, la società, l’utopia e la politica.

          Quest’etica degli ideali si trova anche in tutti i movimenti creativi sino alle avanguardie del Novecento e anche in tutte le correnti artistiche che hanno permeato la nostra cultura che poi sono diventati inequivocabilmente celebrativi del luogo geografico e del periodo che li ha prodotti. Oggi questi prodotti dell’arte contemporanea non hanno nessuna incisività sulla società, perché ridotti a scampoli di merci da imbalsamare e vendere al miglior offerente.

          Questa è la caratteristica principale di questo corpo malato che riduce l’attività creativa a merci a mezzo di segni. A questo punto, non si tratta di rifiutare o meno questo sistema di essere artisti puri e non puri all’origine, delinquenti o onesti.

          La figura dell’artista libero esula da queste definizioni moralistiche, perchè per sua natura l’artista è un trasformatore di se stesso e della realtà che lo circonda. Una mente ribelle che si pone, al di sopra delle parti in causa; poco incline a rinunciare alle idee e alla libertà.., se non la sua propria presa di coscienza che dovrà sempre mettere in atto in quel processo di rottura che lo vede di nuovo protagonista della storia in funzione di liberazione.
          Cordialità

      • Angelov

        Mi piace molto questo intervento, espresso con parole e concetti poco criptici o da addetti ai lavori. Il concetto di Tempo, introdotto nella discussione, aggiunge poi un tassello mancante al dibattito. Una cosa che mi spiace di percepire, è questa dipendenza quasi inconscia al”criticare in modo politicamente corretto”, che serpeggia ovunque. Io, personalmente mi sono messo il cuore in pace, perché so che di ogni generazione di artisti, che sono centinaia di migliaia, l’Elemento Tempo ne lascerà intatte circa un paio di dozzine. Mark Chagall diceva di aver sentito per la prima volta la parola Artista, quando era già avanti negli anni, e dopo aver riempito migliaia di tele. Un concetto basilare del Buddismo, così come viene praticato nell’Estremo Oriente, consiste nella Protezione della Mente: il tuo intervento, caro Savino me lo ha rievocato.

        • SAVINO MARSEGLIA (artista)

          Caro Angelov, condivido le tue parole. E’ vero: ogni persona non possiede altro che la propria mente che va assolutamente protetta. Molti credono che le nostre menti siano qualcosa di fortuito, mentre in realtà tutto ciò che in essa racchiude si adatta perfettamente a ciascuno di noi.
          buona notte
          savino

  • Grazie Minini per la risposta, spiritosa, intelligente ed interessante come sempre e grazie anche ad Abbondio, che si e’ “associato” ad essa. In realtà il senso della mia domanda era un po’ diverso, sono certo che lo avevi colto perfettamente ma mi rendo conto che, a questo punto della discussione, tornare sul concetto di “valore” e sui suoi fondamenti sarebbe stato, forse, fare un passo indietro.
    Il tema del TEMPO: certo il tempo (il suo trascorrere) da’ valore, lo toglie, a volte lo restituisce. Dato il mio concetto di valore credo anche che il tempo (= i tempi) sia uno degli elementi determinanti di esso.
    In realtà ero convinto che sarebbe stato Luca Rossi a raccogliere l’invito sul tema visto che, in genere, come legge la parola “tempo” si affretta a ricordare che, sul suo blog (il va san dire) l’intervista “seminale” a Cattelan contiene una “importante” riflessione sul tempo.
    Per comodità di tutti eccola :
    “LR: Pensi che siamo alla fine dell’arte comunemente intesa, come opera da appendere o esporre?
    MC: Un mercato abituato a comportarsi solo in un determinato modo, non può prendersi il lusso di un tempo di riflessione. La vera ricchezza è la possibilità di gestire il proprio tempo: avere denaro ma non avere tempo non serve a nulla. In questo sistema l’opera d’arte diventa come denaro che non ha tempo di essere speso, non serve; perde il suo centro di interesse.”
    A parte la “perfetta consequenzialità ” tra domanda e risposta (?) e l’oscuro significato della proposizione “Un mercato abituato a comportarsi solo in un determinato modo” per il resto un “M. De Lapalisse” salottiero. Del resto, purtroppo, tutta l’intervista e’ decisamente “fiacca” e vagamente “alla Ionesco”… peccato, una bell’occasione mancata dal nostro super-blogger!
    Ma torniamo al TEMPO e ad una tua frase : “Per questo bisognerebbe stare calmi. dare tempo al tempo come avrebbe detto Alighiero”.
    Io mi permetto d’interpretare il “dar tempo al tempo” di Alighiero con smettere di preoccuparsi ossessivamente dello scorrere del tempo e concentrarsi in quell’unico istante di esso in cui ci e’ dato di agire ed influire ; l’istante presente. Un saggio antico diceva: “compi ogni tua singola azione come se fosse l’ultima che ti e’ dato di compiere in questa vita” …molto difficile da fare ma provarci e’ estremamente utile e benefico.
    Per chiudere questo passaggio vorrei porre una domanda con una premessa:
    Premessa: e’ opinione comune che con lo sviluppo della tecnologia, la globalizzazione, la semplificazione e velocità delle comunicazioni, l’avvento e sviluppo della rete, il tempo scorra ancor più rapidamente. Andy Warhol profetizzava i “15 minuti di celebrità” a cui, in futuro, ciascuno poteva sperare, i social-network hanno avverato tale profezia polverizzandola e riducendo i 15 minuti a 15 secondi. Blogs, social-network e la rete in generale vengono sempre più spesso usati da artisti che li utilizzano non più come “mezzi di diffusione e pubblicità” ma come veri e propri “media” per il loro operare.
    La domanda: che tipo d’influenza avrà (o già ha) tutto ciò sulle relazioni tra il Tempo, l’Arte ed i suoi Valori?

  • @Abbondio: infatti il valore non sta nell’opera ma nella “modalità” da cui discende l’opera, e la modalità è GRATUITA. L’opera è solo un buon testimone costoso.

    http://vimeo.com/37080184

    Guardate l’ultima fatica del duo cattelan-gioni, sembra una mostra come tante…tutti ne parlano, poteva succedere qualisiasi cosa…io credo che le opere che si intravedano siano fatte di luogo e relazioni:

    http://whlr.blogspot.com/2011/11/retrospettiva-aprile-2012.html

    Credo che Minini dovrebbe ospitare retrospettiva.

  • @Abbondio: infatti il valore non sta nell’opera ma nella “modalità” da cui discende l’opera, e la modalità è GRATUITA. L’opera è solo un buon testimone costoso.

    vimeo.com/37080184

    Guardate l’ultima fatica del duo cattelan-gioni, sembra una mostra come tante…tutti ne parlano, poteva succedere qualisiasi cosa…io credo che le opere che si intravedano siano fatte di luogo e relazioni:

    http://whlr.blogspot.com/2011/11/retrospettiva-aprile-2012.html

    Credo che Minini dovrebbe ospitare retrospettiva.

    • SAVINO MARSEGLIA

      luca, quante volte ripeti il ritornello delle fatiche di cattelan-gioni? Cosa sono “Le Fatiche di Ercole”? Sai gli eroi greci erano di tutt’altro spessore…dubito che questi due eroi dell’arte abbiano gli addominali così scolpiti..

      • penso di non aver mai scritto prima di oggi del duo gioni-cattelan….Savino (curatore e artista indipendente) vedi quello che hai negli occhi; mai parlato di eroi. Tu li vedi eroi perchè nella tua testa loro sono “arrivati eroi” e tu no….attento a non cadere trappola di te stesso.

        • SAVINO MARSEGLIA (artista)

          spiacente, sig, luca, l’unico desiderio che ho è quello di andare al palude a contemplare le anitre selvatiche. Divertente no ! Dei tuoi eroi coperti di inutili onori, non faccio modello da imitare. Sono un uomo arguto di origine contadina che mantiene la parola data, quando affermo una cosa, è quella. Sono abbastanza navigato e tagliato ed è per questo che ho sempre evitato di finire nella trappola di me stesso.

          So bene che cos’è la trappola di me stesso, e giustamente la temo, perché la creatività, l’immaginazione e lo spirito critico dimora dentro di me, con lucidità di argomentazione critica.., come un vulcano trasformatore. Piuttosto pensa per te: la tua critica che fai al sistema dell’arte, fa ridere le anatre nel palude. Questa tuo stato di impotenza rivela una situazione paradossale doppia, dove ogni tuo progetto e argomentazione si rivela sempre una vera trappola di te stesso. Sei spiazzato! Bisogna avere più rispetto di quelli che la pensano diversamente da te!

    • No Luca, in realtà non sembra affatto una mostra come le altre. Al massimo può richiamare uno o due precedenti, per altro totalmente reinterpretati (come e’ del resto nello stile di Cattelan . Che tutti ne parlino non desta alcuno stupore, avrebbe destato stupore il contrario. Anche della mostra di Daniel Hierst o di quella di Cindy Shermann “tutti ne parlano” … te ne stupisci? Ci sarebbe da stupirsi se “tutti parlassero”, che so, della mostra di Frigo che tu stigmatizzi in altro post, ma che tutti parlino dell’ultima mostra di Hirst, Sherman o Cattelan (che per giunta ha dichiarato che questa sara’ l’ultima in assoluto) non mi pare possa destar stupore.
      Piuttosto spiegami questa tua affermazione : “io credo che le opere che si intravedano siano fatte di luogo e relazioni” (a parte il fatto che sia utile ad introdurre la tua richiesta a Minini di esporre la tua “retrospettiva”).
      Intanto perché “le opere che si intravendono? Il lay out di All e’ tale che percorrendo tutta la “buccia d’arancia” sia possibile vedere chiaramente ogni singola opera, non “intravederla” e soffermarsi a guardare la complessiva “installazione” solo dal basso o osservarla in una foto mi pare non sia propriamente un “visitare la mostra” e certamente non e’ la modalità di visione che Cattelan ha “preordinato” per la sua installazione.
      Poi : “le opere [..].siano fatte di luogo e relazioni” e quindi, secondo te le singole opere esposte (non la complessiva installazione, che e’ logico sia cosi’) convogliano una diversa comunicazione un diverso senso (o valore, qui poco importa il termine) rispetto agli originali (visto che spesso si tratta di copie) o alle medesime opere quando esse erano esposte la’ ove furono esposte in precedenza ?
      Potresti elaborare, anche brevemente? (e non mi rimandare al tuo blog o mi costringi a porti anche la la medesima domanda con il risultato che la tua risposta, se cortesemente me la darai, la leggeremmo solo in cinque)

  • massimo minini

    a Gerini correggo :” ça va sans dire” non ” il va sans dire”
    gerini chiede che tipo di influenza avrà “tutto ciò” sul tempo arte valori.
    Bè non lo so.. Non faccio l’indovino. In ogni caso sono pronto, come un portiere che si prepara a parare un rigore. non sai se andra di qua o di là. Stai sulle ginocchia, pronto a tuffarti a destra o amanca, secondo come butta. Un gallerista deve essere neutro rispetto all’arte futura. Non può nè indirizzarla nè prevederla. Deve cercare di acchiapparla e favorirla e mostrarla, anche se contraddice quanto lui ha sostenuto fino ad allora.
    Naturalmente questa è la teoria, un buon proposito. Normalmente siamo portati a fare il contrario. Per cui quando un artista ti presenta il suo lavoro e non ti piace dici NO GRAZIE. ma se ammettiamo il principio di contraddizione dovremmo dunque solo accogliere chi ci contesta?
    Il fatto è che non si riesce a stare a galla troppo a lungo. Uno può fare un saltro triplo, volare su due o tre generazioni. poi basta.
    Anche un collezionista ‘classico’ diciamo Fontana,manzoni,castellani, spesso è passato all’arte Povera, poi la Transavanguarda ha contraddetto, poi i freddi inespressionisti e post concettuali, poi la generazione video, poi il ritorno alla pittura. Insomma, la pazienza ha un limite, ed anche lo snobismo di contraddirsi chiede una tregua….

    a savino Marseglia ( un libero artista non cerca le gallerie….)palle. scusa. sarebbe come dire che un libero calciatore non cerca una squadra. Poi arriva la Juventus e il libero pedatore cambia parere in quattro e quattr’otto
    eccetera.
    Adesso devo mettermi a vendere qualcosa sennò chi paga gli stipendi?
    MM

    a luca rossi che dice: ” credo che Minini dovrebbe fare una retrospettiva” diomando.
    ùquale retrospettiva. Di Cattelan? io la farei molto volentieri. se puoi mettere una buona parola… ci siamo lasciati u n po’ male. Ma, giuro, lui mi piace sempre.
    Se invece auspica una retrospettiva su di me, tra poco la galleria compie 40 anni, sarebbe ora di farla.

    • a Minini, le due espressioni, in Francese, esistono entrambe, sono entrambe sintatticamente e grammaticalmente corrette ed hanno (quasi assolutamente) lo stesso significato, anche se, per il “piacevole” gioco di assonanze (sa… sa…) viene più spesso usata quella da te citata. Ho preferito l’altra perché la tastiera che uso non mi consente (salvo alchimie fastidiose) la riproduzione della c con cediglia ;-) :-) … piuttosto ho dimenticato la “s” finale in “sens”, :-( me ne scuso (soprattutto con la mia povera insegnate di Francese che da lassù sara’ rabbrividita .. mi par di sentirla “Geeriiiniiii ! Geeriiniiii! … Pardonnez-moi Madame le Professeur… posso invocare a scusante la fretta o l’eta’ avanzata ?) Comunque grazie per la risposta, sempre simpatica e con “materia su cui riflettere” anche se un “pelino” svicolona … capisco, pero’, che, nella posizione di gallerista (e che gallerista!!), rispondere alla domanda semplicemente con quel che si “pensa” possa essere sconveniente e poco professionale ;-)
      … quanto a “retrospettiva” cui faceva riferimento Luca Rossi e’ la sua “opera” prossima ventura … Che fa il nesci, Eccellenza? (direbbe il Giusti) … ma come non segue il suo mitico blog?? ;-)

    • Si compiono scelte relative, ma si fanno continuamente delle scelte. Quindi eviterei di perdermi nel relativismo totale:” tutto può andare..”. Non è vero, tutti compiono scelte a partire da come ci si veste fino a scegliere gli artisti per la propria galleria. Evitiamo facili ipocrisie. Il valore non sta nell’opera ma nell’atteggiamento, nel processo, nella modalità da cui discende l’opera; mentre l’opera ha un prezzo (Prezzo galleria= CV fatto da luoghi e relazioni, costi, valore assoluto, argom. critica 1, argom. critica 2).
      Se domani rubo la Gioconda, troverei sicuramente un acquirente per un Prezzo X. Mentre la Gioconda ha un valore storico e feticistico; a mio parere la Gioconda ha un valore basso. Di cosa si tratta? Di un ritratto di una donna. Quindi? Vederlo cosa porta alla mia vita? Nulla. Piuttosto consiglio di leggere un buon libro su Leonardo. A mio parere la Gioconda con i baffi di Duchamp ha un valore più alto della Gioconda originale. Cosa ne pensate?

      • LorenzoMarras

        Luca ma secondo te, bisogna volere piu’ bene a Babbo o a Mamma?
        oh ti do 15 minuti per pensarci , facciamo 25 vah e crepi l’avarizia.

        • Argomentando potrei rispondere A o B. Quindi??? Cosa vuoi dimostrare?

          Io credo che l’arte sia giudicabile come qualsiasi altra cosa, e che in italia dovremo abbandonare questo romanticismo stucchevole che si lega alla paorla arte. E’ chiaro che come per l’economica, il diritto, la fisica ecc ecc bisogna applicarsi, volerlo; l’arte da anche la libertà di essere fattibile e fruibile da chiunque questo non vuol dire che “tutto può andare”. LorenzoMarras scritto tutto attacatto, finiamola con questa retorica romantica. Tu ti firmi tutto attaccato, Savino Marseglia mette sempre fra parentesi “curatore indipendente” o “artista indipendente”, scrivete papiri retorici…da questi dettagli si capisce molto, esattamente come una persona sa se vuole più bene alla mamma o al papà.

          • LorenzoMarras

            e c è bisogno di perdere la pazienza? ti ho fatto apposta una domanda “”cretina” per porre in evidenza la tua domanda “cretina” .
            Ecco cosa volevo mostrare non di-mostrare.
            cosa c è poi di male nel romanticismo, questa proprio non riesco a comprenderlo. Dobbiamo essere tutti fintamente contemporanei come te ?
            hai forse ricevuto in appalto l’incombenza di stare piu’ avanti dei prossimi?
            Chettimporta come mi scrivo io? tu , Luca, hai il pessimo vizio di inseguire le pisciatine e non osservare il fiume di cazzate che fuoriesce da te come l’ultima sulla questione VALORE dove tu, certo, volevi volteggiare con il tuo giardinetto Ikea…. ecco guardate… sono io che ho coniato “ikea” , tra dieci anni…. dopo che si è scritto a sbafo di anni 80 e 90, ci sara’ la mia “ikea”
            e l ho inventata io, mica Cattel-Angioni.
            Maddai Luca , cerca di essere piu’ leggero e fai un pochino piu’ la differenziata.
            OLtre il giardino ma va vah.

      • piero

        che stai fuori…

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      L’ARTE CONTEMPORANEA: UN PALLONE GONFIATO !!!

      egregio minini, fare il gallerista è un mestiere dignitoso come qualsiasi altro, cosi’ come fare l’artista che se ne frega di esporre in un museo ammuffito o vendere “oggetti” in galleria. Le strade per la sopravvivenza dell’artista sono tante.

      Non è poi così necessario allestire una mostra in un negozio-galleria per vendere a tutti i costi. Dov’è scritto che l’artista per sopravvivere ed essere riconosciuto deve esporre o essere stipendiato da una galleria?

      Sarebbe imprudente tuttavia generalizzare. Questo non è certo il solo modo in cui il gallerista può fare bene al pensiero e al messaggio dell’artista. Il pensiero dell’artista è sempre libero e deve essere assimilato come parte integrante di una condivisione di valori, di un’esperienza mentale originale che fa l’artista, e adoperata dalla collettività non meno naturalmente dal vendere e mercificare e tutto il resto.

      In fondo lo scopo dell’artista, una volta soddisfatto lo stomaco, non è quello di produrre una finzione convincente della sua creatività, e se lavora in proprio, senza galleristi e ci riesce a sopravvivere, perché esporre in un negozio-galleria, e perché chiamare questa sua scelta un fallimento?

      Dal momento che il mercato dell’arte si presenta come un “orco” , e può vendere di tutto, e può servire e soddisfare tutti i gusti, anche il capro espiratorio che è la cosiddetta “opera d’arte” che nello specifico si sacrifica come merce di scambio sull’altare del “Dio Denaro”.

      Una merce da vendere per tutte le nostre manchevolezze. Il fatto che il pensiero dell’artista sia diventato un elemento marginale e inoffensivo nella vita contemporanea, al cui centro del campo si trova solo un pallone gonfiato…

      Per fortuna non sono il solo a pensarla così, il grande Gide diceva in proposito: ci sono zone dell’arte contemporanea che si sono disumanizzate, da quando l’arte si è ridotta a puro métier. VITTIMA DI QUESTO SISTEMA MALATO DELL’ARTE!

      • Caro Savino, su una cosa sono certamente con te “Le strade per la sopravvivenza dell’artista sono tante.” e sono anche convito che, forse, questo messaggio andrebbe “passato” in modo più incisivo a chiunque decida (senta il bisogno, la vocazione, chiamiamola un po’ come ci pare) di esprimersi con l’arte.
        Assieme a questo messaggio andrebbe associato, con egual evidenza, quello che prima Minini ha passato : “stare calmi. dare tempo al tempo” . Ricordar costantemente loro che sono sempre stati pochissimi coloro che sono riusciti ad ottenere, non dico il “successo” ma almeno la comprensione del proprio lavoro in tempi abbastanza vicini a quelli in cui esso veniva prodotto e che, quindi, dall’esercizio dell’arte, e’ opportuno non attendersi sicurezze o soddisfazioni economiche, anche se non si può escludere che possano un giorno arrivare.

    • Angelov

      Scusi signor Minini, ma la sua risposta a Savino presuppone che la condizione per essere artista sia quella di esistere a livello Pubblico, attraverso le Gallerie ed i puntelli della Critica. Vorrei far notare che ultimamente si è parlato spesso di Finanza Creativa, ma per dileggio e non per pregio. Si riferiva a qualcosa d’altro, ma l’espressione tradisce un forte pregiudizio. E con questo mi sembra si sia toccato il fondo. La figura del Gallerista è legittimata dal fatto di essere un Delegato a compiere il lavoro per il supporto pratico di un Creativo. Ma se quel Creativo non ha bisogno di supporto esterno? Senza pane non si sopravvive, ma oggi forse senza neanche le Brioches? Ho sentito dei Curatori affermare che loro, in realtà erano in gradi di Creare un Artista dal Nulla. Una moneta double-face. La Cultura ha sempre fatto da Battistrada agli eventi sociali, pare che oggi invece sia relegata a Fanalino di Coda. Grazie per l’attenzione.

  • LorenzoMarras

    Caro Savino , lascia che prima di entrare nel vivo delle cose ti dia un sentito buona sera; si fa cosi’ tra galantuomi. Poi per venire a cio’ che ci interessa ti faccio sapere che NON posso NON essere d’accordo con te sulla questione Artista.
    Scrivere di Artista significa scrivere di Liberta’ . Ho la pretesa che sia Libero altrimenti non ho di fronte a me un artista , ma un emerito coglione.
    Detto questo , lo so lo so che il dott. Minini ha una lunga e collaudata esperienza sul campo e conosce i suoi polli ma se devo fargli un appunto non puo’ fare delle metafore calcistiche inesatte. Eh , perche’ , a quanto mi risulta gli atleti nel calcio non giocano da soli ma in squadra eppoi, eppoi, Non sono loro a chiedere di essere assunti ma sono le Societa’ che li cercano e li contattano. Forse magari nelle giovanili…nei ragazzi di 12 13 anni vanno qua e la a fare provini, ma va bene questo è un altra paio di maniche e sorvoliamo.
    Piuttosto Savino , bisogna chiedersi se c è qualche Artista al giorno d’oggi. questa è una domanda veramente impegnativa che ci si dovrebbe fare; epperche’ a me pare strano sfogliando qualsiasi rivista da quelle meno conosciute a quelle piu’ in auge… un esercito di gente cosi’ sterminato da fare invidia al numero del personale all’Ufficio del catasto.
    Tutti artisti ? mah . Certo ogni parrocchia dice un gran bene dei propri: questi si che sono bravi. gli altri .. e chi li conosce ?
    Per farla breve, Savino caro, ho il sospetto ma non ne sono sicuro che … faccio un nome a caso… chesso’ De Dominicis… ecco mi sembra strano che andasse in giro qua e la tra gallerie e quant’altro a chiedere di fare una mostra esibendo un curriculum, come dire ho lavorato d a pinco pallino , so fare questo e quell’altro e cosi via.
    Forse Luciano , che lo ha conosciuto, puo’ dissipare ogni nostro dubbio.
    Ciao Savi, stammi bene, e leggiti l’ultimo Artribune che c è Bonito OLiva che gioca al Lego con Storia, filosofia, economia …indovina a favore di chi?

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Caro Lorenzo, ci siamo capiti ! Come si fa a dimenticare un sincero e originale artista come De Dominicis! Uno dei pochi che non è finito nella tela del ragno di finzioni artistiche che ci offre questo sistema…, per poi fingere un piacere estetico frammentato fine a se stesso…

    • Mi dispiace Lorenzo ma io ho conosciuto Gino De Dominicis quando era già “De Dominicis” e non facevo certo parte del novero delle sue amicizie. Certo all’epoca ho sentito “battute” sui suoi rapporti con alcuni galleristi ma, come puoi ben immaginare, le battute si sprecavano un po’ su tutti e non sarebbe ne’ serio ne’ corretto che io le riportassi, anche se e’ passato tanto tempo.

    • …forse prima sarebbe il caso che chiarissi che cosa intendi con le “modalità da cui l’opera discende.”
      In conseguenza di quello che ho detto essere il mio concetto di “valore” di un opera ti posso rispondere, per non sembrar di voler evitare la tua domanda, che ritengo abbiano entrambe un “buon” valore anche se debbo confessare che sono entrambe opere che non amo molto e che, se dovessi scegliere per Leonardo e per Duchamp l’opera che io ritengo di maggior valore, non sceglierei ne’ l’una ne’ l’altra. Dal mio punto di vista c’e’ pero’ da aggiungere che, mentre Leonardo sembrava considerare il valore della Gioconda molto alto, visto che la tenne con se’ per tutta la vita, non mi pare proprio si possa affermare la stessa cosa per Duchamp e la “sua” Gioconda.

      • Davide W. Pairone

        sinceramente non mi importa un beneamato nulla, che senso ha chiedersi chi valga di più? Ha senso invece chiedersi quale modo di vedere il mondo esprimano le due opere, ciò che in effetti fa la critica sensata. E poi sperimentare su se stessi queste differenti modalità

        • ..sono totalmente d’accordo con te caro Davide. Tu dici “visione del mondo”, io dico “comunicazione d’ineffabile” … tu dici “sperimentare su se stessi queste differenti modalità” io dico “recepire la comunicazione” ma credo che le due posizioni non siano molto distanti.
          Detto questo, mi sembrava fosse scortese lasciare inevasa la richiesta di Luca … alla fin fine stiamo dialogando e, in un dialogo, ci stanno pure momenti di “relax” non ti pare?

        • Ottimo Davide, condivido. Riesci ad argomentare queste due diverse modalità di vedere il mondo? Grazie

          • Davide W. Pairone

            ci vorrebbero diversi saggi, la tradizione critica rispetto a questi due giganti è talmente ampia e stratificata che rischierei di banalizzare. Il punto però è che proprio questa attenzione inesausta e trasversale (queste due opere continuano ad interrogare specialisti e non) ha a che fare col concetto di valore

          • Lorenzo Marras

            Pairone sulla falsariga che ha tracciato , mi permetto aggiungere questo:
            penso che il Da Vinci , attraverso l’insolito sguardo del personaggio nominato Gioconda intendesse instaurare un dialogo a distanza con quei posteri che in un certo qual modo ne condividessero il “””genio””” . metto le virgolette perche’ questo aggettivo è sempre problematico nei perimetrarne i suoi confini (alcuni pensano ad una cosa altri diversamente).
            Duchamp raccoglie l’invito , aggiunge i baffi NON per irriverenza ma , al contrario, come dialogo verso una persona che benche’ fisicamente assente è quanto mai “”viva” e agente.
            E cosi come tutte le scritture che riguarda ogni concetto di “divino” , non sono mai statiche MAI…. c è in loro questa segreta forza nel gettare ponti verso coloro che le accolgono; un po come noi qui dentro quando ci scriviamo c è un sottile desiderio non solo di ascoltare l’altro ma di misurarci con noi stessi e vederci come mondo che cambia sempre.
            Ecco , quando noi si parla di VALORE, quello di cui ho timore è che questo fissi per sempre un dato di fatto su cui altri poi magari anziche’ domandarsi e superare si piegheranno.

    • Lorenzo Marras

      caro Luca, se ti ho scritto quelle cose non era sicuramente per ferirti ma appunto perche’ in fondo ho stima del tuo lavoro non potevo accettare , lascia dirmelo, la forma con cui avevi espresso il quesito.
      E giusto perche’ non sono uno che se la lega al dito mi sono anche deciso di assencodare il tuo desiderio a leggere un Marras finalmente diviso dal suo nome.
      Per tornare alla domanda che hai posto , non posso risponderti cosi’ come non ho potuto rispondere a Luciano ovvero per le stesse ragioni.
      Non concepisco un opera con un valore figurati una differenza di valore tra opere. Ma ti assicuro che non è una posizione presa cosi’ , su due piedi, giusto per arrocarsi in una codizione di facile o beata solitudine o come tu dici di facile romanticismo.
      Ti saluto e confido che capisca cio’ che ti ho scritto.
      ciao.

    • Angelov

      Questa è una domanda impossibile: ed infatti Duchamp per potersene liberare, lui per primo, non ha avuto altre alternative che emigrare negli Stati Uniti.

    • piero

      luca rossi ancora co sta gioconda… ma dici davvero? ma ci credi davvero che ha più valore quella di D?

  • Nel caso di Leonardo la modalità è una pittura fatta con grande cura e attenzione, nel caso di Duchamp la modalità è un intervento su una riproduzione del quadro. Il titolo in francese suona come “lei ha il culo caldo”.

    • per amor di precisione: .. in realtà non si tratta di un “titolo”: le cinque lettere stampatelle, puntate, che Duchamp ha disegnato in calce L.H.O.O.Q, se lette in Francese, danno “Elle a chaud au cul” che, letteralmente tradotto, e’: Lei ha caldo al culo (non ha il culo caldo) ma che e’ (meglio forse dire era) in “argot” una battuta a sfondo sessuale piuttosto spinta.
      Cio’ detto, a quanto tu descrivi come “modalità’, non credo (personalmente , s’intende) si possa riconoscere alcun particolare “valore” : milioni di pittori hanno dipinto con “grande cura ed attenzione” e milioni di persone sono intervenuti su “riproduzioni” di quadri sia con baffi e barbe che con frasi e battute piu’ o meno spinte, argute, dissacranti ecc. ecc. … no, il valore di queste due opere e’, per me, da ricercarsi altrove .

      • Bene Luciano, procedo come analisi differenziale senza voler imporre verità e nozioni. E dove pensi che sia il valore di queste due opere? Altrove dove? Grazie

        • Luca, non posso che tornarti a ripetere quanto ho già detto (e forse a quest’ora ha già ampiamente stancato chi ci legge e me ne scuso).
          Per entrambe e per ogni e qualsiasi opera, per me, il valore sta’ nella comunicazione d’ineffabilità che veicola, nella forza e nella comprensibilità che l’autore e’ riuscito a raggiungere in tale comunicazione.
          Ecco perché’, ti dicevo prima, che non amo molto nessuna delle due opere in questione.

          • …e, a proposito, io non amo imporre nulla a nessuno e odio le “nozioni” ed il nozionismo ma se, proprio tu che ti focalizzi molto sulle modalità e sui procedimenti ( e quindi sul paraergon) di un’opera dici che “ha titolo” quando l’autore non gliene ha dato nessuno, scambi parte dell’intervento sul ready-made per “un titolo”, riporti questa parte di intervento in maniera errata dimostrando, quindi, di non conoscerne il significato (una cosa e’ dire “lei ha il culo caldo”, ben altra cosa e’ una battutaccia a fondo sessuale) mi par corretto farti presente che i “parametri” che tu hai di quell’opera, elementi che tu, credo ritenga importanti, sono errati. Tutto qui, mi scuso se ti sono sembrato scortese e “saccente”

          • …scusa … parergon… non paraergon

  • Roberto

    Caro Luca ma non ti rendi conto che tutta sta tiritera di commenti è inutile. E’ il format dei commenti di coda che rende inefficace ogni dialettica di tesi, antitesi e sintesi, come la definisci tu.
    Un dibattito serio si fa altrove, per esempio a mezzo di articoli “botta&risposta” su argomenti specifici. Qui c’è troppa carne sul fuoco, e poi la brace adatta al pollo non va bene per la fiorentina…
    Lascia perdere e concentrati sul blog. E incalza i critici e curatori “che contano”. Minini è un gallerista vuoi che confessi le sue eventuali cantonate?! Per piacere torna in te.
    Roberto Ago

    • Cristiana Curti

      Sarà inutile per Lei e per lucarossi (ammesso che per lucarossi sia inutile), caro Roberto. A me e a quanto pare ad altri che ci perdono un po’ del proprio tempo sembra invece dibattito interessante. Qualche concetto non da poco, per una volta, è stato espresso. Tutti, anche i più grandi – che non sempre riescono a dare convincenti spiegazioni -, hanno sempre estremo timore di misurarsi con questo argomento (il valore dell’arte e dell’opera d’arte) ed è raro leggere discussioni così appassionate e con punti di vista così diversi e di diverse origini culturali e teoriche.
      E perché mai Minini dovrebbe “confessare le sue cantonate”? Chi glielo chiede?
      Vada a leggersi qualche notiziario di gossip se pensa sia meglio. Anche qui su Artribune ci sono notizie (e commentari) che potrebbero soddisfarla maggiormente.

    • SAVINO MARSEGLIA

      I SANTONI ESPERTI DELL’ARTE MANGIANO SEMPRE NELLE MENSE ESCLUSIVE DELL’ ARTE!!!

      Caro Roberto, fra i vari effetti che produce il “botta&risposta” – nell’odierno dibattimento sull’arte, solitamente, oltre all’esibzionismo da “bunga& bunga” di tanti esperti santoni – c’è anche lo spettacolo di convinzioni arbitrarie sull’idea che si ha oggi dell’arte contemporanea.

      Convinzioni che i santoni giustificano per imporre il proprio potere e i propri privilegi acquisiti all’interno di questo statuto arbitrario dell’arte. E’ risaputo che coloro che ne fanno parte a pieno titolo, spesso mangiano nelle varie mense eslusive dell’arte. Se noi diamo a questi cosiddetti santoni credibilità e potere ci sarà difficile poi liberarcene, chiunque sia, specialmente se si tratta di noti e blasonati santoni dell’arte.

      In queste loro convinzioni sono vulnerabili in molti modi: le loro convinzioni sull’arte possono essere sempre messe in discussione, come le loro ipotesi su cui si basano.

      Giacché, se non si comprende bene che cosa voglia significare la parola “ARTE”, non si può neppure comprendere bene che cosa voglia dire “VALORE” di un’opera d’arte. La conoscenza dell’arte è importante, ma dovrebbe essere un sapere accessibile, onesto, non dettato da interessi di parte, ma basato su un dialogo libero, aperto, accessibile e utilizzabile da parte di tutti.

      Oggi, invece, la “competenza” è tanto specialistica ed esoterica da essere utile soltanto agli abbonati alla mensa esclusiva dell’arte. Quindi è legittimo contestare questi santoni, se non altro servirebbe a rendere la conoscenza dell’arte contemporanea più aperta alla curiosità della gente comune.

      Questa è una delle più valide spiegazioni che possiamo dare all’insensatezza di tanti dibattiti e commenti inutili. Oggi l’arte contemporanea in sé e per sé offre ben poco. Anzi l’arte è più nemica che amica della vita e dei valori delle singole persone.
      saluti

    • @Roberto Ago, che sagge parole! Che bell’esempio di ciò che un intellettuale dovrebbe veramente essere! Via, via, dai luoghi dove tutti possono scrivere ciò che pensano, e che diavolo! Dove siamo capitati! Dillo a Rossi che cosi’ ci sta’ perdendo di credibilità e di prestigio. Perbacco! Le battaglie per allargare la cerchia del pubblico dell’arte per far si che raggiunga almeno il minimo sindacale si fanno nei blog (che vi leggete ed a cui partecipate in sette) e sulle riviste patinate e prestigiose che, forse, o prima o poi, vi pagano e che comunque vi danno ciò a cui più anelate la “visibilità” e dalle quali potete “incalzare i critici e curatori “che contano”. ” e, alla lunga, entrare da protagonisti nel “giro che conta”. Complimenti!
      Detto questo : solo a coloro che sono disabituati a leggere (forse perché troppo impegnati a scrivere e lanciare slogan) il commentario in calce ad un articolo pare “caotico” e “disordinato”. Un terrestre normale riesce tranquillamente a leggere chi a detto che cosa ed a chi, a seguire il filo delle diverse opinioni che si confrontano ed a trarne le proprie conclusioni … certo i commentatori sono spesso, come il sottoscritto, dei “quisque de populo”, che vergogna per un Luca Rossi ed un Roberto Ago lasciarsi coinvolgere e dialogare: accidenti ma la mamma non ve l’ha mai detto che non bisogna fermarsi a parlar con gli estranei!

  • Lorenzo Marras

    eh Luca, dopotutto Ago ha ragione da vendere. Chi te lo fa fare a discutere con noi che non siamo persone serie e , peggio, perdiamo solo tempo a scrivere qui. Invece nel Blog quanta bella gente , c è la Vettese, c è di Pietrantonio, c è Cavalucci con Morsiani, c è questo Tandini se ricordo bene ? eppoi la ciliegina sulla torta, MAURIZIO.
    oh mi sono dimenticato di Ago , si c è anche lui che poi scrive anche su Flash art e che come si dice da noi, non è buccia di jogga, ovvero è una realta’ autorevole che con il tempo ha offerto ai suoi collaboratori la concreta attuazione delle migliori ambizioni (con Gioni se non ricordo male sono tre i direttori di biennale che hanno avuto trascorsi con la predetta).
    Quello che mi lascia perplesso è il suggerimento di Ago direttamente su queste pagine; avra’ pensato : ci ha scritto Minini epperche’ io no, cosa sono da meno.
    Hai visto Luca a cosa servono gli amici ?

  • Credo che Ago abbia ampiamente ragione, infatti nei giorni scorsi ho cercato di ordinare il solo botta risposta fra me e Minini (non perchè Minini sia mio amico o un super uomo, ma perchè cercavo con lui dialogo da mesi come gallerista autorevole) su whitehouse:

    http://whlr.blogspot.com/2012/02/luca-rossi-works-cornice-4-foto.html

    Vista la carenza di luoghi di confronto, anche questo luogo caotico (se vissuto con commenti brevi e concisi) può avere una sua efficacia.

    Io credo che l’incapacità di confrontarsi con l’arte in italia dipenda da una certo romanticismo stucchevole che deriva dal nostro passato. Non è possibile una critica sprezzante e sincera…si parla di INEFFABILE, INMPALPABILE; IMPERCEBIBILE….quando invece TUTTI noi facciamo scelte ogni secondo, i galleristi fanno scelte ogni secondo, i curatori pure..

    ..non c’è il coraggio e la voglia della consapevolezza. E quindi si tende alla mediocrità, ma non nell’arte, quanto nella quotidianità di tutti i giorni (e si vede).

    • Lorenzo Marras

      Luca guarda giusto per venire incontro alle tue esigenze mi astengo dal fare commenti e se altri sono d’accordo, magari , per gentilezza fanno lo stesso.
      E cosi’ qui su Artribune puoi discorrere con il dott.Minini di tutte quelle questioni a cui tu dici di non avere mai ricevuto nessuna risposta.

      Ti assicuro, che qui, non scrivo piu’.

    • @Luca Rossi “Io credo che l’incapacità di confrontarsi con l’arte in italia dipenda da una certo romanticismo stucchevole che deriva dal nostro passato” e’ un’idea come un’altra, degna di considerazione e di approfondimento, che in larga parte condivido… basterebbe motivarla anziché limitarsi ad enunciarla (…ma costa fatica…e poi. via! qui siamo in un commentario caotico, che orrore! Le perle ai porci))
      “si parla di INEFFABILE, INMPALPABILE; IMPERCEBIBILE….quando invece TUTTI noi facciamo scelte ogni secondo, i galleristi fanno scelte ogni secondo, i curatori pure..” Non ho letto nessuno parlare di Impalpabile e di Impercettibile (avrei letto con interesse qualche cosa al riguardo) di “ineffabile” ho parlato solo io, ma sta attento significa “non esprimibile compiutamente a parole”… sapresti esprimere compiutamente a parole la 9a di Beethoven? La qualità lirica di un canto dantesco? Perché pensi di poter esprimere a parole un opera d’arte visiva?
      Tutti facciamo scelte ogni istante (te ne accorgi solo ora? bravo benvenuto sulla Terra!) e a molti di quelle che fanno i galleristi poco o nulla importa, a molti importa un po’ più di quelle che fanno i curatori (visto che allestiscono mostre pubbliche, spesso con i soldi pubblici), ma per poter giudicare delle une e delle altre occorre formarsi delle idee sul “valore” dell’arte e confrontarle, quando e dove e’ possibile con quelle altrui.

      • Io non voglio parlare di arte e di sistema dell’arte, l’arte è solo un espediente, un termometro, uno strumento per tutto il resto. Un laboratorio, una palestra.

        La scelta idiota del gallerista (che fa senza rendersi conto di recare una danno anche a se stesso) è la stessa scelta idiota del lanciare la bomba atomica, di mettersi un determinato paio di scarpe, di comportarsi in un determinato modo, di gestire la crisi economica in un dato modo…..ecc. ecc

        In italia l’arte è il campo romantico del “tutto può andare”, il luogo dove anche le menti meno brillanti hanno diritto di dire la loro… si tratta di direttive ministeriali che consigliano di indirizzare gli studenti meno brillanti (questo alle scuole medie) verso gli istituti d’arte e le accademie….pensa te. Quindi non si vuole e non si riesce ad argomentare davanti un’opera d’arte…perchè si ha come la sensazione di fare Peccato…forse bisogna diventare un po’ più cinici (come ricordo invitava a fare Gioni parlando di giovane arte italiana nel 2001 nel catalogo di Exit curata da Bonami alla Sandretto. A riprendere OGGi in mano quel catalogo si capiscono tante cose…chi è rimasto? Gioni e Bonami. Ed ecco come il ruolo di curatore-regista tenda a prevalere senza però diventare artista, e visto che gli artisti non ci sono, ecco il vuoto a cui assistiamo).

        Ma Ago ha ragione questo luogo ha dei limiti rimando al post “ordinato” di dialogo con minini:

        http://whlr.blogspot.com/2012/02/luca-rossi-works-cornice-4-foto.html

        • Si Luca, incomincio proprio a temere che tu ed Ago abbiate ragione, forse questo non e’ proprio il posto giusto per voi, peccato!!!

  • Roberto

    Cristiana, Lorenzo e appassionati vari al dibattito,
    non dubito del vostro impegno, né della bontà delle vostre analisi. La mia critica generica è rivolta unicamente ai commenti di coda a un articolo, un format che mal si presta a ogni approfondimento generando perlopiù confusione. Penso che Luca non debba esagerare in tal senso, tutto qui.
    Cordiali saluti,
    RA

    • SAVINO MARSEGLIA

      Queste raccomandazioni di Roberto si rivolgono a tutti i commentatori di Artribune che vogliono sottrarsi al ritornello noioso di luca e compagni, In questo ritornello si canta continuamente a squarcia gola per ripetere le stesse inutili parole….

  • Angelov

    Tutto questo clamore scaturito per un NO inaspettato ed imprevisto, pronunciato da qualcuno che avrebbe anche potuto non rispondere, glissare ed apparire più “politicamente corretto”. Grazie Massimo,

  • alex

    207 commenti e non ho capito una beata mazza
    vipart fair è stato un flop o no?

  • Redazione

    Diamo a Cesare quel che di Cesare è. I commenti son 241, con questo modestamente fan 242. E forse è proprio per questo che non si capisce una mazza fionda?

  • Non credo che 242 commenti corrispondano ad altrettanti diversi interlocutori; molti singoli hanno postato più di un solo commento. Facendo un po’ di conti, 242 diviso 12 giorni di “on line” dell’articolo, fanno una media di 20 commenti al giorno. Diviso poi per le 18 ore giornaliere (esclusa la notte), fanno…1 post ogni ora. Un’inezia. Ma ciò però non significa che non siano stati letti, magari da 24.200 persone!

    Fatemi capire, ma voi volete molto da pochi o poco da molti? E’ importante, credo.

    Avrei qualche suggerimento (serio e gratuito) per aumentarne il numero, e se desiderate, la qualità.

  • massimo minini

    bene penso che abbiamo finito. abbiamo stufato i lettori. troppe parole hanno creato confusione. Anche io non capisco bene e non voglio portare ulteriore acqua al mulino, anche se, rileggendole, mi pare di aver detto cose chiare e comprensibili, anche con qualche favoletta per alleggerire la tensione.
    Prezzo e valore sono sistemati. Almeno io ho capito la differenza, finalmente.
    Tutto chiaro, basta rileggere. Non scriverò ulteriormente.
    Mi è piaciuto farlo, guardare al mattino cosa dava l’artribune, un po’ come si va al pollaio per vedere se c’è l’uovo.
    Buona fortuna a tutti, sintetici, paroliberi, acuti, acidi, gentili commentatori.
    L’arte chissà dov’è, dove va, cosa vuole.
    Noi la inseguiamo cercando di capirla. Ma non è sempre possibile.
    Massimo Minini

    • Apprezzo la pacatezza e l’apertura di Minini, mi sembra il giusto atteggiamento. Io comprerei opere da Minini, trasmette grande affidabilità, e questo è fondamentale nel suo lavoro.

      Questa discussione mi ha fatto elaborare una teoria di come dovrebbero andare le cose, non sto a dilungarmi su i passaggi, eccola:

      Valore (in galleria)= valore assoluto+ argomentazione critica 1

      Prezzo (in galleria)= costi+CV(luoghi e relazioni)+valore assoluto+ argomentazione critica 1+ argomentazione critica 2.

      E invece le cose vanno così:

      Prezzo (in galleria)= costi+ CV (luoghi e relazioni)+ argomentazione rispetto CV.

      Valore (in galleria)= Prezzo (in galleria) + argomentazione privata

      Nell’argomentazione critica fioriscono anche altri valori, rispetto al rapporto dell’opera con il presente e rispetto alla tenuta dell’opera nel tempo. L’affresco antico di Brescia cambia di valore nei secoli perchè delle persone argomentano criticamente. Diversamente rimane solo pietra colorata.

    • SAVINO MARSEGLIA

      L’ARTE CONTEMPORANEA: UN REBUS DA RISOLVERE !!

      Gentile Minini, ogni volta che appare l’uovo nel pollaio vuol dire che c’è speranza di vita ! Così mi diceva tante volte mio nonno…E’ come se ci trovassimo di fronte ad un miracolo della natura: l’uovo incarna perfettamente e simbolicamente la vita.

      E’ il progenitore di tutti gli antichi enigmi, ma anche di nostri contemporanei – a cui è stato spesso dato l’espressione superficiale: “Cosa c’è di tanto misterioso nell’uovo? Una domanda che può apparire banale agli occhi di tanti, anche perchè oggi vogliamo mitigare o ridicolizzare la sua originaria “misteriosità” con la leggerezza del gioco.

      Ma io mi domando e dico: l’eco di questa remota origine dell’uovo, si può racchiudere anche nel motto eracliteo “le cose della natura amano nascondersi e che queste cose risuonano sempre come una melodia arcana”. Questa frase ci fa molto riflettere sul significato che racchiude la forma perfetta dell’uovo, in cui ci sono frammenti di pensieri, immagini e parole che dobbiamo decifrare come se ci trovassimo davanti ad un rebus.

      Ma anche l’arte contemporanea, (al di là del relativismo intellettualistico che gira a vuoto, come una giostra frastornane e incomprensibile e del suo reale valore) in fondo non è altro che un “rebus”. Una prassi creativa che si sforza di svelare cose della vita: sogni, dolori, gioie, ideali, ovvero, verità segrete da scoprire. Una necessità interiore dell’artista o di chiunque che non può far meno della sua stessa esistenza nel mondo.

      Cordialità

  • Egregio Minini,

    sono d’accordo con ciò che ha scritto lei, se il Forum non ha regole precise, e se tutti possono scrivere senza limiti…..non si capisce più niente di niente.

    Forse è più sincero YouPorn.

    Eugenio Santoro
    Bologna

  • Lorenzo Marras

    dott. Minini i piu’ sentiti e sinceri ringraziamenti per la sua gradita compagnia.
    Penso di interpretare il pensiero di alcuni , (alcuni frequentatori beh si di questo luogo che lei ha suggerito con una graziosa similitudine), che hanno fatto tesoro del suo divertente “pragma”. E’ vero, le parole sono sempre troppe , ma le sue , le custodiro’ religiosamente.
    Cordialmente.
    Marras

  • toni fusaro

    OK, la fiera è stata un flop. Immagino però che i costi di partecipazione fossero infinitamente più bassi di una fiera reale, o sbaglio?

    Scusate se torno all’argomento originario della discussione.

  • Ma volete sapere l’ultima? Quella che mi fa contraddire sul mio proposito silenzioso?
    La VIP ART FAIR non è stata pessima come pensavo fino a ieri. Durante la fiera nulla. Dopofiera niente. ma ieri è successo il miracolo. Stiamo trattando due delle opere esposte e, miracolo nel miracolo, anche un lavoro di Paolo Chiasera, che non era nemmeno in fiera, sembra sul punto di passare di mano.
    Luva Rossi sarà stupito, magari anche fdlice.
    Un finale che mi ricorda quelli di Goldoni recitati da Cesco Baseggio, quelli di Gilberto Govi in TV, i film di Jacques Tati.
    Questo fInale della discussione in cui, diventati tutti pacatamente buoni, abbassato il tono del dibattere, anche Rossi, Gerini, marras, Marseglia depositano le scimitarre.
    Ancora una volta mi rendono omaggio come ad un babbo ( spero non come ad un nonno) accogliendo l’apologo dell’uovo ed anzi, ricamandoci sopra.
    Un uovo pende nella conchiglia di Piero della Francesca a Brera, non dimentichiamolo. io ne ho trovato uno di alabastro, a Volterra, e l’ho appeso alla volta della cappella di famiglia nel cimitero di Pisogne, Lago d’Iseo ( paese del Romanino che dicevo). Se ne sta nel mezzo della volta a ricordare la nascita e Piero.
    Io lo vedrò da sotto in su tra un poco.
    All’entrata, incisa sul marmo una frase:
    “TUTTI I PASSI DELLA MIA VITA MI HANNO PORTATO QUI, ORA”
    Opera di Alberto Garutti, caro amico.

    • Cristiana Curti

      Che potrebbe essere frase papabile anche per l’epitaffio del suo amico artista (riferita alla sua arte, però). E – se riesco a non sembrare compiacente – anche uno dei miei preferiti in Italia. Se potesse agevolarmi anche lei avrei fatto il mio piccolo guadagno e forse potrei avvicinarmi a un Garutti come si deve (ma anche quella luce arrotolata e schiaffata al muro della Cariello…).
      Non tutti quelli che comprano arte sono collezionisti, Chi usa questa parola generalizzando non sa proprio cosa dice e così è portato a fraintendere tutto il resto,

    • Lorenzo Marras

      dott. Minini e lei è troppo buono ma ho il dovere di contraddirla. Tutti noi qui l abbiamo trattata con assoluto rispetto .
      Magari non proprio tutti, diciamo che Luca, secondo me (ma posso sbagliare )è quello che ha fatto di tutto per metterla in difficolta’ e poi visto che non c era trippa per gatti, ha nascosto la mano.
      Luca ammettilo, non c è niente di male ma su Chiasera ci sei andato giu’ pesante e non era bello dire quelle cose che non si vendeva neppure infilato in un evento Beercroft; come se facessi sapere a tutti che il verduraio che ho sotto casa compra pomodori finti dalla cina.
      Di nuovo dottore.

    • alex

      “TUTTI I PASSI DELLA MIA VITA MI HANNO PORTATO QUI, ORA”
      Opera di Alberto Garutti, caro amico.
      Quest’opera la vidi ad Artissima
      Quanto mi sarebbe piaciuto acquistarla
      Ancora ci penso

  • Se i collezionisti non sbagliassero continuamente il mercato dell’arte varrebbe la metà.Credo che sia compito del gallerista giocare in questo luogo scuro del “perchè lo compro?”. Con Paolino Chiasera avete scommesso dieci anni fà e ora dovete continuare a crederci…mica potete dire ai collezionisti “ci siamo sbagliati ..scusate”.

    Nel lavoro di Chiasera c’è grande confusione dagli esordi fino ad oggi…c’è la voglia di fare l’artista a tutti i costi; forse perchè annoiati e iscritti alla nonni genitori foundation. Quindi a forza di fare tentativi a discapito di altri, qualche opera sembra minimamente suggestiva. E allora va, dice il collezionista, costa poco, “mi piace”…la compro. La stessa modalità di scelta errata agisce in ogni aspetto del nostro quotidiano. Quindi non esulterei troppo per la vendita di un Chiasera.

    Però questa modalità di selezione e azione mi sembra veramente molto grave perchè disincentiva e deprime urgenze e percorsi più incisivi. Si gioca al ribasso, si persegue una mediocrità che non DEVE assolutamente mettere in discussione una mediocrità generale.

  • Ah, ma allora devo ancora due righe a luca rossi. Non volevo…
    Il punto centrale di tutto sto putiferio è il lavoro di chiasera? Pensavo ad altro. Però visto che duecentoventi interventi fa hai aperto ed ora chiudi il puntiglioso dibattito con chiasera,, la mia parola contro la tua. Chiasera è proprio bravo. Ha qualcosa da dire. Ce la farà. Parola. Gli daremo una mano a stare calmo. Lo vedo a berlino fra tre giorni, così guardo i nuovi lavori. Spesso gli dico dove non sono d’accordo. Altre volte sono fulminato dalla sua pittura.
    Troppa urgenza di dire? Forse, ma meglio che avere la testa vuota Ne parliamo tra un po’.
    Dare tempo al tempo.
    A&B + MM

    • Ripesco un mio commento del 2009 su Chiasera:

      Chiasera rappresenta la quinta essenza di quello che chiamo “turismo creativo”. E quindi un atteggiamento artistico che porta da un buona trovata a quell’altra senza la definizione e lo sviluppo di un’urgenza specifica di fondo. A partire dai tempi della prima personale presso la Galleria Massimo Minini nel 2001, ha sperimentato tutto e il contrario di tutto con l’ unica urgenza di seguire una sentire comune, vago ed indefinito.

      Vediamo lo sviluppo di una sorta di artigianato ruffiano, una sorta di ikea evoluta. Ma cosa c’entra con i giovani dittatori – progetto intorno al 2004-2005-, con la prima personale presso la Galleria Massimo Minini- più mininale-, con gli acquerelli di Van Gogh e la mostra al MACRO-dedicata ad alcuni grandi di alcuni campi scientifici e non oslo-? Non basta sostenere e citare importanti figure della storia, per poi sviluppare diverse soluzioni formali attraverso modalità diversificate.

      Questo relativismo mi pare paralizzante. Allora scegliamo il tema: la religione. Cerchiamo qualche personaggio storico che ha sviluppato una sua setta personale. Rendiamo il loro simbolo tridimensionale e in legno. Bruciamolo e con le ceneri facciamo il ritratto del volto di questo personaggio. E’ tutto troppo facile. In questo modo siamo fermi…prendiamo citazione da wikipedia e la formalizziamo alla maniera di Moussoscope….quindi? Che differenza c’è con i sassi esotici fotografati nei poste dell’ikea???

      Dal comunicato stampa: “ll fallimentare tentativo di Charles Babbage di costruire una macchina per il calcolo diventa l’incipit del processo immaginativo di Chiasera che fa dell’imperfezione, dell’errore, un momento fondamentale per lo sviliuppo del progetto di mostra. L’errore e’ parte costitutiva, generativa dell’opera, il processo creativo sembra nutrirsi continuamente delle sue stesse rovine. E’ l’imperfezione della macchina di Babbage, nel progetto dell’artista, a porre le basi della sua deriva poetica”

      Queste sono le medesime basi su cui si fonda il lavoro di 1000 altri artisti (es. trevisani). Durante gli anni 90 e non solo. Fallimento,imprecisione ed errore come stati positivi e generativi. Non ne possiamo più. Forse queste cose affascinano un collezionista milanese che arriva in galleria stressato e frastornato da una giornata di lavoro.

      “In ultimo la terza carta suggerisce il processo di analogia, lo sviluppo di un pensiero associativo che ha portato l’artista a modificare la destinazione d’uso della macchina di Babbage”

      Va bene, ma siamo sempre lì. Mi sembra che al momento ci sia un esercito di artisti similari. Ben inteso: ottimi artigiani del contemporaneo. Bravissimi nello sviluppare una retorica concettuale e formale dell’oggetto…come ha scritto Jerry Saltz su Flash Art:

      “Le creazioni magnifiche, cerebrali, e fondamentalmente prive di contenuto dei giovani leoni
      dell’arte istruita.”

      Ma nel 2009, dopo un secolo così ingombrante come il 900, risulta tutto stucchevole. Perchè parificabile ad un burocrazia della creatività…dove bisogna soprattutto essere buoni e silenti operai delle pubbliche relazioni..

      Quindi ritengo Chiasera una scommessa di Minini del 2000 e ora bisogna continuare a dire che funziona…perchè il ragazzo vive a Berlino..si può dedicare totalmente all’arte e sarebbe commercialmente stupido dire: abbiamo sbagliato. Tutto quà.

      Il punto è che si può fare un tipo di opere molto più piena di valore stando chiusi in un cassa a viterbo. Non rilevare e seguire questo è stupido e masochista.

  • Caro Minini, non ho deposto nessuna scimitarra perché, qui, non ne ho mai impugnata una e credo (e spero) che la pacatezza abbia sempre informato i miei post. Se c’e’ stata veemenza nei miei interventi c’e’ stata nel loro susseguirsi per provocare e sollecitare delle risposte e nel replicare puntualmente alle “non risposte” di qualcheduno.
    Gli interventi di Roberto Ago e gli ultimi di Luca Rossi mi hanno fatto, onestamente, cascar le braccia, di qui la decisione di non intervenire ulteriormente.
    Sono tornato solo per ringraziarti dei tuoi interventi e dirti, sinceramente, che spero davvero si ripetano e spesso, in futuro. Renderti omaggio si’, quindi, ma … attento, non come ad un padre (che sarebbe impossibile) ma come ad un fratello (e, temo tanto, “minore”) . Ciao e, spero, a presto su queste colonne.

  • MASSIMO MININI

    COME DICEVA LUDWIG W.
    “Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere”
    Prendo alla lettera.
    parlo per me, naturalmente.

    • Caro Massimo,

      così è un po’ facile:

      COME DICEVA LUDWIG W.
      “Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere”
      Prendo alla lettera.
      parlo per me, naturalmente.

      Il punto non è affossare Chiasera quanto argomentare criticamente, io non credo di avere la verità in tasca e non credo di saperla “parlare” correttamente.

      Posso rispondere: errare umano est perseverare è diabolico. E non so neanche di chi sia questa ennesima citazione.

      Io penso che “Paolino” (come lo chiama Lei anche in pubblico, ravvisando una certà morbosità che solo fra artisti e galleristi italiani esiste…pericolosamente, perchè questi rapporti morbosi annebbiano la vista) sia giovane è possa ancora trovare il centro della sua urgenza e formalizzare QUELLO.

  • Cercherei di stare su Paolo Chiasera. Oggi vedo che scrive lunghi saggi, e si focalizza fortemente sulla pittura:

    http://www.paolochiasera.org/paolochiasera.org/__files/The%20Horizon%20after%20commodity%20%281%29%20copia.pdf

    Una pittura che sembra acquerello appuntato, dove si stratificano riferimenti: opere di altri artisti, nomi oscuri, personaggi, riferimenti colti….

    Rimane una forma di pittura dove più riferimenti paralizzano e suggeriscono la narrazione. Sì è comuqnue fermi.

    Il punto è che a Chiasera (sostenuto soprattutto da Minini in questi dieci anni, non ricordo apparizioni importanti a livello internazionale…) in questi dieci anni ha avuto la possibilità e l’opprtunità di provare quasi tutto e il contrario di tutto.E’ stato fortunato.

    Se vogliamo – ma a nessuno interessa forse- possiamo trovare collegamenti con i suoi lavori di inizio 2000 e le pitture odierne….contorcendoci e facendo elucubrazioni carpiate…ma quanto costa un Paolo Chiasera? Perchè?Qualìè il centro dell’opera? A mio parere l’autorevolezza di Massimo Minini e la capacità artigianale di Chiasera nel redarre un buono standard “curioso”. Ma il collezzionista non compra questo….questo è il problema.

    Rircordo primi video su dimensioni parallele ottenute con effetti digitali, poi una serie di pitture e film su giovani dittatori (forse il punto più basso), poi pitture e video dedicate ai grandi di diversi campi scientifici, storici e filosofici (citazionismo a go go)….sembra una caccia all’immaginario più colto ed intrigante….poi formalizzato. Ritengo ogni opere che nasce così uno standard che poi assume una materia fatta di luogo (berlino, gallerie varie, gallerima minini ecc) e relazioni pubbliche (minini ecc ecc). Percepisco un pericoloso realtivismo del “tutto può andare”…una certa faciloneria. Il pericolo di precludere a molti, il pericolo di disincentivare percorsi divergenti, sostenendo percorsi standard ed omologati….

  • Cristiana Curti

    Io vorrei invece aggiungere due considerazioni che spero diano un senso a questa lunga maratona di commenti (ma davvero il numero conta qualcosa? Si vince un premio?), proprio perché così lunga molto indicativa di un panorama piuttosto esteso degli amatori dell’arte.
    Ma devo anche una risposta (o qualcosa che si avvicina a una risposta) a Savino, il cui accorato grido “etico” merita grande attenzione. A lui intanto dico che, per me, è pericolosissimo subordinare l’arte all’etica (che per noi occidentali nel III millennio si avvicina sempre più a un sotterraneo moralismo). Siamo da tempo in un’epoca per cui l’arte non possiede leggi o norme (né formali né stilistiche) in cui condurre la propria ricerca, una condizione che domina la produzione artistica del passato. Dalla seconda metà dell’Ottocento e assai più all’apertura del Novecento (ma oggi in assoluto), i codici usuali di lettura e soprattutto di “fabbricazione” sono stati abbandonati, è necessario comprendere che in arte la legge, oggi, è l’anomia. Altrimenti siamo destinati a non capire quale sia la “nostra” arte e a perdere uno degli aspetti più vivi e fecondi della nostra esistenza, rimpiangendo un passato che non si può replicare. Tuttavia concordo con il fatto che i critici – i migliori – abbiano volontariamente abdicato a farci da “traduttori” perché negarono il cambiamento e così facendo lasciarono il posto a molti che oggi usurpano quella preziosa mediazione. Sono i primi colpevoli, senza alcun dubbio. Da qui molti dei problemi dati dalla difficoltà di far conoscere l’arte contemporanea al grande pubblico (o semplicemente agli interessati, che non sono pochi). Oltre a inequivocabili problemi inerenti il “grande pubblico” e le sue capacità percettive.
    Ma passo finalmente al punto.

    1) Il concetto di valore dell’arte è ben presente a tutti noi (qui), anche a coloro che lo negano e ciò facendo lo esaltano (Abbondio), ma soprattutto a coloro che, avendolo chiaro, lo rimpiangono in una sua presunta originaria purezza (Savino, Lorenzo, Angelov, bagno di realtà e Mariano con sfumature molto diverse fra loro, però) e a coloro che riescono a “ricostruirlo oggettivamente” in ciò molto facilitati dal supporto culturale e dalla rete di informazioni che mettono in campo, come Vincenzo Merola, Davide Pairone e io (con molto minori qualità di altri). Poi ci sono quelli che osservano e che conoscono le regole del gioco di questi dialoghi (e di questi argomenti) e, malgrado siano consci di non voler prendere una posizione, danno una lettura obiettiva di alcuni fattori (“l’arbitro fischia troppo poco”, geniale!) che condizionano alla base le dinamiche del ragionamento; parlo di Max Mutarelli (se è il suo vero nome).
    Siamo tutti exempla, un campionario significativo (anche se non completo) degli amatori delle cose dell’arte che ne parlano spendendovi tempo, non formalizzandosi sul “dove” e sul “perché” (ma sul “come”, invece, dovrebbero, e questo fa parte della seconda considerazione).
    In questo campionario sono compresi – per una volta con un organico significativo – anche quelli che “abbracciano” il valore dell’arte perché è cosa per cui vivono e ne hanno, per così dire, timore, tanto da non voler arrivare a un punto fermo, a una considerazione che li soddisfi del tutto perché hanno il senso dell’incompiuto e della fragilità che una certezza porta sempre con sé. In questa categoria inserirei coloro per cui il “prodotto artistico” (l’opera d’arte) è fonte di vita e sostentamento, ossia in primis gli artisti (qui Ciriaca Erre e Roberto Ago; ma credo anche Mariano e forse Savino che non è effettivamente parte di alcun disegno) indi i galleristi che qui hanno contribuito ma non hanno dissipato le tenebre neanche con le dichiarazioni di principio (“non esiste il valore, c’è solo il prezzo”).
    E’ difficile per chiunque viva davvero d’arte riuscire a sopportare il peso del suo valore, un peso che costringe a subire sempre una sorta di condanna. Non è affatto una visione romantica. E’ l’ananke dei greci, è ciò a cui non ci si può sottrarre a patto di perdere la propria natura.
    Poi c’è l’outsider, Luciano, che attraversa tutte le categorie e ne rimane al di fuori, apparentemente non gravato da pesi. E’ artista, speculatore, curatore di mostre altrui e indifferente ai giochi di potere (almeno dei nostri italici) perché la dimensione originaria del viaggio, che rimane la sua cifra costitutiva, gli consente di osservare con un certo distacco le cose dell’arte e allo stesso tempo partecipare con lunghe e incalzanti incursioni. La sua felicità è di non avere alcun desiderio di far quadrare il cerchio e – unico fra gli altri noi exempla – davvero di far tesoro dei contributi altrui, tanto che – ne sono certa – è uno dei pochi (qui) che modifica il suo punto di vista.

    2) Noi exempla di questo teatrino tentiamo di esprimere le nostre opinioni attraverso un sistema segnico personalissimo, il nostro. Ciascuno attinge ai propri studi, esperienze, vicende lavorative, persone che lo istruirono o influenzarono. Ma pur con linguaggi “tecnici” diversi cerchiamo di esprimerci e farci comprendere. Eppure non sappiamo nulla l’uno dell’altro, né ci siamo predeterminatamente cercati, quindi non sappiamo se le nostre parole giungeranno secondo il senso che abbiamo loro conferito, poiché fra noi non è convenuta una piattaforma di codici comunicativi. Il gallerista parlerà per paradossi o metafore, l’artista tenterà di sottrarsi sviando l’attenzione su altri punti focali, lo studioso affermerà attraverso il linguaggio della ricerca, lo speculatore girerà intorno alla questione con un linguaggio il più possibile poco circostanziato e per allusioni. A differenza dei seminari o delle conversazioni dal vivo, non indulgiamo in alcun bon ton o formalità (il che non sempre è un bene).
    Non c’è alcuna possibilità (tranne che per pochi) che uno di noi si arricchisca attraverso il contributo dell’altro. Si parte con un’opinione e si termina con la medesima. No way.
    Ma è davvero così? E’ davvero così ineluttabile il corso di questa discussione? Davvero poteva non esserci e per noi sarebbe come prima dell’inizio, come alcuni qui vorrebbero?
    Non credo. Credo che chiunque abbia seguito questo botta e risposta abbia compreso che alcuni fra noi si eleggono in qualche maniera (involontariamente) portatori di “correnti di pensiero” e che in qualsiasi modo – visto che dialogano – cercano una conciliazione fra diversi vessilliferi. Conciliazione che, se è forse impossibile, indica però che in Italia si muove assai di più che un branco scomposto di “amanti generici dell’arte”. Che vogliamo partecipare attivamente e che – al punto storico cruciale in cui siamo – ogni piazza è buona, ogni posto è quello giusto.
    E’ importante però che il linguaggio sia comune. Se è comune il senso dell’arte e del valore dell’arte, perché lo è, ma siamo pronti ad accapigliarci sui particolari (il che è sano), dobbiamo sforzarci di trovare un idioma che ci permetta di interrompere il flusso di puri insulti, di interventi gratuiti, di irresponsabili “no”. Non è più il tempo di snobismi nei confronti degli altri linguaggi, bisogna cercare una chiave e parlare il più possibile secondo livelli condivisibili. Un linguaggio non è cattivo perché è “tecnico” (e per questo da alcuni rifiutato perché considerato come un baluardo di esclusività, un “idioma iniziatico” precluso ai più). Il mio linguaggio settoriale avrà 200 parole, il tuo nel mio ambito 50 (ma nel tuo settore sarò io ad essere deficitaria). Non si può aver paura delle parole, perché abbiamo il dovere di cambiare la nostra epoca e le parole specialistiche non possono essere barriere o alibi per non capirsi.
    Il “sistema di Minini” è un buon esempio di come si può parlare con vocabolario condivisibile, ma bisognerebbe poi approfondire e raffinare la pretesa.

    Se questo sito e altri che si occupano d’arte hanno un senso, bisogna fare in modo che ci si “limi” tutti sino a comprenderci il più possibile. Altrimenti non abbiamo speranza di uscire da queste righe e da queste pagine. Ma io credo davvero che siamo solo all’inizio. Noi tutti exempla.

    • Mi sembra una buona conclusione. Condivido. Ho seguito con grande interesse il dibattito e ringrazio tutti i partecipanti. In parte per discrezione, in parte costretto dalla tirannia del tempo, mi sono limitato a due o tre interventi. Ho però letto i vostri contributi con piacere, raccogliendo spunti e apprezzando il confronto tra i diversi punti di vista. Spero ci siano occasioni per approfondire, magari sforzandoci di “raffinare la pretesa”, come suggerisce Cristiana.

    • Grazie Cristiana, temo, in realtà, di non essere cosi’ “smart” come tu, con tanta gentilezza, mi hai descritto (vorrei ma…) .
      Una cosa posso peró confermarla : sí io cambio opinione, lo faccio, un pochino ogni giorno, lo faccio tutte le volte che trovo persone come te e gli altri che hanno partecipato con serietà e passione a questo dialogo. Ognuno mi “da” qualche cosa che prima non avevo e, certo … il viaggio continua!

    • Michele Mariano

      Cristiana, condivido.
      MI

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Cara Cristiana,
      Perché, secondo te, ciò che è bello non può essere anche ciò che è buono. Se le due cose non dialogano più il ruolo dell’artista diventa nulla. Un tempo l’arte produceva qualcosa che era utile alla società, predicava dei valori condivisi. Oggi l’artista non è più nessuno per la società ha perso quel ruolo di guida che fino a qualche decennio fa aveva. Perché l’opera d’arte non deve portare un valore aggiunto? Il fatto estetico fine a sé stesso non ha valore e ancora una volta rinchiude l’artista in se stesso. Nel mondo antico ciò che veniva rappresentato era prima ancora che essere espressione creativa dell’artista servizio per la comunità che si riconosceva in quei valori che per lei erano costitutivi. Questo vale per l’estetica dell’immagine, ma anche della parola. Se pensi che la libertà dell’artista possa essere limitata dal buono, ti sbagli, perché l’artista per creare deve riconoscersi prima ancora in qualcosa. Il dramma dell’arte contemporanea è che è talmente incentrata sulla sola figura dell’artista, che questi è diventata una sorta di figura astratta incapace di incidere su stesso e sul mondo. Un tempo si sapeva trovare la propria libertà anche all’interno di regole condivise. Anche nei regimi politici dittatoriali l’arte non ha mai perso il suo valore etico, anzi questo coraggio talora è stata pagato anche con il sangue. Quindi la libertà non è di per sé un valore assoluto e un qualcosa che deve essere anche preservato e l’arte può aiutare in questo senso se ha qualcosa da dire che va oltre il fatto estetico.

      • Cristiana Curti

        Caro Savino, qui dobbiamo intenderci. E per intenderci dobbiamo fare degli esempi.
        Circa gli antichi (greci e della grecità classica): vero che le modalità compositive delle opere d’arte (tutti i settori dell’arte) erano inserite in un disegno filosofico strettamente correlato a quello politico, ma erano canoni oltre i quali non era lecito andare (ad es. unità di luogo, tempo e azione per la drammaturgia), a patto di produrre “arte barbara”. Oggi (da tempo) quei canoni che permisero un’unità di fini e poetiche non sarebbero più possibili.
        Più vicino a noi (molto più vicino) e per l’arte italiana, vedo di primo acchito la figura di Verdi e la sua musica diventare emblema del nostro Risorgimento. Poi ancora (nell’ambito dei grandi esecutori) Toscanini che incarna l’Italia antifascista e la sua rinascita nel dopoguerra.
        Se si discute di estreme eccellenze.
        Sempre nel dopoguerra certa figurazione di matrice idealista (socialista) ebbe buon seguito con Guttuso e Migneco e diventò però un ostacolo (spesso durissimo e cieco) per ogni altra espressione visiva che volesse emergere a seguito – ad esempio – della grandissima lezione di Sironi, che – compromesso dai suoi trascorsi di contiguità con il regime – dovette attendere decenni prima di essere riconosciuto il genio assoluto che è. Per me, senz’altro superiore a Guttuso e alla sua scuola.
        In letteratura (l’arte più concettuale) è più semplice trovare esempi, ma nell’arte visiva, parlando del XX e XXI secolo, ho difficoltà a riconoscere grandi opere che siano grandi in virtù di una denuncia sociale ed etica, anche se sono sicura ve ne siano, approfondendo il discorso.
        Ma – comunque – secondo me è l’opera che “aiuta” la denuncia, non il contrario. Un’opera è grande di per sé e possiede un valore aggiunto se si fa riuscita portatrice di un sentimento etico collettivo, non il contrario.
        Ti prego di aiutarmi, allora, con altri esempi.

        • Cristiana Curti

          Aggiungo una nota a quanto detto sopra così da ritornare nel solco del discorso precedente, aiutata da Savino. Lo stesso Garutti, che ho avuto modo di ascoltare in alcuni interventi pubblici, è artista attentissimo al ruolo dell’arte nella società e nel tessuto sociale cittadino. Sia come insegnante che come autore assume come fondamentale il portato dell’arte in un contesto urbano e lavora (durante le sue numerose commesse pubbliche) cercando di essere in sintonia con i desideri dei cittadini che “subiranno” l’opera commissionata. Spesso racconta di come continua a insegnare anche ai suoi allievi la complessa sensibilità che bisogna ricostruire e instaurare durante questo passaggio di testimone. Le sue opere (che in altri siti espositivi sono cariche di elementi emozionali e percettivi) in ambito pubblico assumono il valore di catalizzatore del valore dell’arte in “contesto democratico” ben più di altri simulacri d’arte che tendono a giustificare maggiormente un determinato potere politico che un servizio (in questo caso squisitamente intellettuale) al cittadino. Trovo che la sua figura sia un eccellente esempio di “artista civile”, e che – anche in funzione del suo ruolo pubblico – egli sia un buon esempio per Savino.

          • SAVINO MARSEGLIA

            SAPER FARE ARTE !

            Cara Cristiana, condivido molto il tuo commento! Conosco molto bene il lavoro del bravo Alberto Garutti – che poi, io seguo da molto tempo. Anzi per tanti aspetti è simile al mio “modus vivendi ed operandi” di concepire e realizzare l’arte: una prassi creativa, basata sulla condivisione progettuale che nasce sempre in uno specifico contesto o tessuto urbano, ambientale, in cui l’opera si colloca in stretto dialogo con la comunità geografica, antropologica d’appertenenza.

            Questa prassi o metodo, per certi aspetti, scardina, il luogo comune dell’odierno artista “narciso” che vive ed opera in una sfera di cristallo all’interno ddell’odierno sistema dell’arte…, in regole precosituite, ristrette che poi, tutto sommato, sono dettate più da interessi di parrocchia, di mercato, che da un reale interesse di comprendere e interpretare il mondo complesso che lo circonda.

            Un Olimpo dell’Arte, in cui l’attività artistica è ridotta a “concetti” di ardua comprensione, ad astrazioni varie… in una prassi insomma difficilissima, riservata a pochissimi specializzati e addetti ai lavori, e che poco o niente ha a che vedere con la vita pratica della collettività.

            Una prassi creativa, quindi, che non può interessare la grande maggioranza del pubblico, e che perciò non può incidere che ben poco sul tessuto sociale, ma anche sullo stesso pensiero dell’artista e sul suo ipotetico impegno civile.

            E’ inutile nasconderlo – è questo è ciò che si pensa dell’odierno sistema dell’arte contemporanea; ed è per questo cara Cristiana che la maggior parte del pubblico l’arte contemporanea la ignora o addirittura la detesta. Anche se questo atteggiamento da parte dei più si può trovare qualche motivo di giustificazione, resta pur sempre il fatto che l’avversione o l’indiffernza verso il linguaggio visivo contemporaneo è secondo me, una mancanza molto seria e molto dannosa per la crescita culturale e civile.

            E quando un artista perde la sua libertà e sprofonda, acriticamente in questa palude dell’arte, è veramente difficile che riesca a uscirne in salvo, ovvero a riacquistare la sua autonomia creativa, di giudizio, l’impegno civile, la sua libertà di pensiero, la sua preziosa creatività.
            un caro saluto
            Savino

        • Cari Cristiana e Savino, sto seguendo con interesse questa preziosa “coda” al commentario più lungo di Artribune (dimostrazione piacevole del fatto che quando si “discutono” argomenti generali e fondamentali la gente si appassiona e segue, mentre quando ci si limita a criticare questo o quello – critico- artista – curatore – gallerista – o peggio a scaricare le proprie invidie e livori e’ “fuoco di paglia” : una gran fiammata e poi tutto finito). Dal vostro dialogo colgo una tua frase che io ritengo molto significativa :
          ” Un’opera è grande di per sé e possiede un valore aggiunto se si fa riuscita portatrice di un sentimento etico collettivo, non il contrario.”
          E vorrei traslarla dall’opera all’operatore e dire ” Un artista centra o non centra il proprio obbiettivo. Il suo operare ha un valore aggiunto se riesce a suscitare sentimenti etici collettivi e non il contrario” con il che’, fuori dal gioco di parafrasarti, intendo dire che non credo che “l’artista” debba necessariamente, coscientemente, perseguire il fine di “suscitare sentimenti etici collettivi” o la “denuncia sociale ed etica”, anzi penso che quando il perseguimento di questo fine diventa il motivo primo del suo operare il suo lavoro ne risente pesantemente (in freschezza, in libertà, in felicita’ ed originalità d’espressione, in profondità di comunicazione) e che sia questo un lusso che si possono permettere solo e neppur sempre, i “grandi” anzi i “grandissimi” (meglio se prendendosi delle frequenti “pause” da tale impegno).
          Io credo che, per tutti gli altri, per tutti noi, la via sia quella di comunicare ciò che “sentiamo” e che non sapremmo e potremmo comunicare se non con il linguaggio della nostra arte. Se siamo attenti a quanto ci circonda, compassionevoli (nel senso originario di “patire – ma anche gioire – assieme” , da noi quasi perso ma ancora profondamente in uso in oriente) e curiose (anche qui : non “pettegole” ma interessate all’altro, al “non a noi noto”) io credo che il nostro lavoro, non sempre ma spesso, riuscirà anche a “suscitare sentimenti etici collettivi” e, magari, ad esprimere una “denuncia sociale ed etica” anche più forte e certamente più comprensibile e sincera di quella che saremmo riusciti ad esprimere se avessimo agito ossessionati dall’idea di adempiere ad una tale “missione”

          • SAVINO MARSEGLIA

            Caro Luciano, mi consenti di dire, ancora una volta, che nel creare l’artista conferisce alla sua opera il più alto grado di autonomia e libertà, e lo fa spesso con un accanimento, una sicerità e un disinteresse che raramente viene condizionato da una “missione” da compiere per il bene della collettività.

            E’ questa sua libertà che lo rende speciale, risoluto, certo, non di rado coraggioso che lo sospinge, inesorabilmente, in sentimenti anche condivisibili
            che si adattano in base alla sensibilità di ciscuno di noi, dove la ricerca del vero e del bello, racchiude nell’opera il più alto scopo dell’artista: la libertà e la ricerca di valori condivisi.
            un caro saluto
            savino

          • …magari fosse cosi’ caro Savino! ma andando per gallerie e art-fiere, biennali, triennali ecc. ecc. trovo fin troppi lavori che sono stati “rovinati” dall’autore o sono “nati morti” proprio perché’ generati sotto l’ansia di “fare del sociale”, “esprimere un messaggio etico”, “affermare un credo politico” ,,, dimenticando che, per fare ciò, e’ ancora la parola il linguaggio più adatto e che l’azione val più di mille parole. E questo per non parlar dei molti in più che hanno avuto la stessa sorte perché “l’ansia” era solo simulata per andar incontro alle richieste (spesso platealmente espresse) del curatore o a quelle (quasi sempre solo presunte) di un pubblico favorevole.
            Per chiudere la risposta ti devo pero’ precisare che non sono del tutto d’accordo con te quando dici che “la ricerca del vero e del bello o la ricerca di valori condivisi” costituiscono (o devono costituire) il “più alto scopo dell’artista” : puoi tu darmi una definizione di “vero” e di “bello”? E i valori condivisi da chi? Dalla maggioranza dei tuoi simili (ma anche solo dei tuoi connazionali o corregionali o concittadini) in un certo momento ? Quello attuale, per esempio? Se ti guardi attorno quali sono i “valori” che vedi realmente condivisi? Sono questi quelli a cui ti riferisci??

  • Trixi

    Luca Rossi su Chiasera ha perfettamente
    ragione. E Minini lo sa.

  • Angelov

    La tentazione è grande…..
    vorrei tornare un’ultima volta sull’argomento del Dualismo: Valore – Prezzo, perché mi è venuta alla mente una cosa, rileggendo i commenti di questo imperdibile post. E cioè che per un’ artista il Valore è fondamentale, poiché lui si adopererà sempre affinché la sua Opera, tramite il proprio lavoro, che a volte è sforzo, ne venga impregnata, facendo uso di tutti i mezzi, le conoscenze, l’esperienza e le tecniche a sua disposizione. Il Prezzo è solo quella specie di Assicurazione che l’affidatario dell’Opera deve pagare all’artista, come risarcimento alla separazione dal suo artefice, e per ammortizzare, nella sensibilità dell’artista, un suo eventuale danneggiamento o perdita o distruzione dell’ Opera medesima. Questa è una percezione soggettiva dell’Argomento, ma cosa non lo è nella Realtà?

  • Celentano

    L’arte e’ come l’acqua di un ruscello che scorre. Chi tenta di fermarla per scopi personali e non collettivi commette un crimine nei confronti dell’umanità. Questo e’ il valore dell’ arte.

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  • salve,se ogni tanto vi interessa anche il parere di un pittore professionista, leggete questo testo dopo di che al massimo replicherò una sola volta, non amo vivere su intenet.Ho venduto quadri in tutti i circuiti artistici, ho collaborato con Gabriele di Matteo per Basilea 2009, ed ho venduto più di 1500 tele nel mondo tramite agenti artistici.Ad ott. 2011 la Dacia gallery di New York mi ha scelto nel suo concorso
    annuale tra 10 artisti nel mondo.In altri concorsi mi danno spesso il 2°
    class. dietro un dilettante del posto con 50 quadri all’attivo.Poi ho vinto il conc. di Cordignano TV nov. 2011.
    Ma sapete perchè io sono costretto a fare concorsini per pagarmi le spese ? >>>>perchè 100 anni fa:”i burocrati dell’arte hanno eliminato la bellezza e la magia dal ventaglio dei valori artistici.Così da decidere essi soltanto chi scende e chi sale,
    dagli altari delle loro cattedrali del business e della menzogna”.

    Finchè la pittura era la disciplina della bellezza e della magia, i 10 erano 10, e i 3 erano 3.Nessun Bonitoliva frangettato facva manifesti.Nessuno Sgarbi ciuffato poteva pretendere che le cosucce della biennale di Venezia fossero opere d ‘ingegno.
    Leggendo i commenti sopra ho visto che avete la capacità di osservare
    i paradigmi di un concetto,prima di farvi abbagliare dal messaggio immediato.
    Bene.Luca Rossi ha individuato il punto chiave, ossia la necessità di un reset radicale del circuito artistico.Non ho capito la sua idea di arte.Ossia, i tagli di Fontana,i quadratini di Mondrian la spazzatura di Arman,e tutti gli scarabocchi inutili da Schifano a Bigi, tutto questo non ho capito se lui vuole metterlo sotto i piedi danzandoci sopra per la festa della liberazione;oppure se vuole continuare a considerarli santuari dell’arte.
    La pittura della magia ammaliava fior di poeti musicisti e filosofi,o gente comune con una sensibilità poetica superiore.Laddove lo scarabocchio o il figurativo concettuale,ha istituito una telecamera a circuito chiuso chiuso nel deserto;
    Che non offre un beato nulla a chi è fuori.
    I cacciatori della magia si ritirano a casa ansiosi di gioire per la millesima volta di un angolo di Vermeer, di Morelli, dei paesaggisti americani.Ma chi di voi si ritira ansioso di gioire dei vostri bei teloni con sputo d’artista ? nessuno la vostra è solo mania di collezione.
    Il valore è nel concetto dite ? volete parlare di concetti con me che a 18 anni leggevo i discorsi di Frege ? (grande logico matematico) perchè percepivo nelle sue parole una vibrazione di autenticità ben al di sopra delle chiacchierate inutili e vangloriose dei filosofi post grecia.
    di quale concetto andate parlando ? nessun concetto è più alto della magia. Se gli amatori non iniziano a pretendere la bellezza dai galleristi,meritano tutti i
    pacchi che gli fanno.Per poi vantarsene al bar con altri galleristi sciagurati.-
    …Tantebellecose.

    • piero

      sono nuovo in questa discussione, ho letto tutto con curiosità in due sere, e mi è venuta voglia di scrivere quello che penso:
      oggi il valore dell’arte è nella ricerca. Come nella comunità scientifica ogni studioso continua il lavoro dei suoi predecessori, lo amplia, allarga gli orizzonti, stimola e pone nuovi obbiettivi, nuove domande, altri problemi da risolvere… così fanno gli artisti. Se mi permettete, non è vero quello che scrive Minini: “Il valore di un’opera d’arte non è mai per sempre”. Un’opera di molti anni fa ha il valore di reggere sulle “sue spalle” tutta l’arte posteriore. Questo valore non può esaurirsi. Come non possono esaurirsi i valori delle più superate teorie scientifiche della storia.
      Veniamo a un altro punto: cos’è un’opera d’arte.
      Tutto ciò che viene prodotto in maniera genuina, con lo scopo di arricchire, senza fini di lucro.

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  • Pans Peter happens

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