L’Identità Italiana? Non se la passa benissimo. Risultati mediocri per l’asta milanese di Sotheby’s

Un vero e proprio excursus nella storia dell’arte italiana. Si parte dal Futurismo, che però raggiunge risultati molto al di sotto delle aspettative, tra cui un invenduto da 300mila euro di Giacomo Balla, lotto scelto per la copertina, di grande bellezza ma sovrastimato. Si passa poi ai fratelli della Metafisica, con tre lotti di Savinio […]

Un vero e proprio excursus nella storia dell’arte italiana. Si parte dal Futurismo, che però raggiunge risultati molto al di sotto delle aspettative, tra cui un invenduto da 300mila euro di Giacomo Balla, lotto scelto per la copertina, di grande bellezza ma sovrastimato. Si passa poi ai fratelli della Metafisica, con tre lotti di Savinio che non raggiungono le stime minime, e un invenduto di De Chirico.
Inizio molto lento per Identità Italiana in asta a Milano da Sotheby’s ieri sera, che ha poi portato a una percentuale di venduto pari al 74%, bassa se confrontata con la prima parte officiata a Londra un mese e mezzo fa, che aveva segnato oltre l’84% con un totale record di 12.2 milioni di euro. In catalogo molte nature morte, che hanno permesso di approfondire le diverse sensibilità degli artisti dagli anni Venti ai Quaranta, da quella bellissima di Sironi del 1922, che raggiunge i €68mila, a quella di De Pisis del 1926, venduta a €22mila, passando per l’opera di Casorati del 1927 che tocca la stima minima di €70mila, fino a quella di Antonietta Raphael Mafai del 1928, battuta alla stima minima di €18mila.
Si passa poi a 4 opere di Arturo Martini, il cui Presepio in maiolica è oggetto di dura contesa in sala, battuto infine a 17mila (stima 8-12mila). Cinque i lotti di Mario Sironi, di cui tre non trovano un compratore. Evocazione Ritmica, l’opera più bella dell’artista presente in catalogo, riesce a scatenare la contesa in sala, arrivando a 82mila (stima massima 70mila). Di Renato Birolli è premiata la produzione più tipica, con una tela del 1955 aggiudicata a €60mila, mentre la bellissima tela di Licini del 1945 raggiunge i 160mila.
Si passa poi alla Transavanguardia, con le opere di Chia, Cucchi e Paladino che deludono le aspettative. Domenico Gnoli supera invece la sua stima massima, raggiungendo €92mila per l’opera del 1960 The Empty Closet. Giuliano Vangi l’unico a raddoppiare la propria stima, aggiudicato a 120mila per Uomo in Piedi, una scultura in legno del 1963. Oggi pomeriggio alle 15 la seconda parte della vendita di arte moderna e contemporanea.

– Martina Gambillara

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Martina Gambillara
Martina Gambillara (Padova, 1984), laureata in Economia e Gestione dell'Arte, si è interessata fin dai primi anni dell'università al rapporto tra arte e mercato, culminato nella tesi Specialistica in cui ha indagato il fenomeno della speculazione nel mercato dell'arte cinese dell'ultimo decennio. Per passione personale si è costantemente dedicata all'osservazione dei risultati d'asta soprattutto del segmento di Arte Contemporanea, estrapolandone i trend e la correlazione con i mercati finanziari. In seguito il suo interesse si è spostato verso i mercati emergenti, da quello cinese scelto per la sua tesi, a quello sud-asiatico e mediorientale. Ha lavorato per gallerie, case d'asta e dal 2011 fa parte dello staff editoriale di Artribune.
  • Cristiana Curti

    Non è un caso se il mercato dell’arte italiana del ‘900 ha più successo a Londra. CI sarà bene un perché, no? Ora poi che arriveranno altre tassazioni sul patrimonio mobiliare (oltre che immobiliare), possiamo del tutto dichiarare defunto il passaggio di mano ufficiale, mentre ferverà quello sottotraccia (che già faceva faville, peraltro).
    Un’altra ventina d’anni senza un progetto fiscale di sgravi e incentivi per chi acquista e investe in arte e la nostra cultura può dirsi definitivamente sepolta. Altro che pubblico da costruire. Non ci saranno neanche più gli artisti da far circolare.
    Nelle nostre aste rimarranno solo stranieri e qualche sparuto dell’800.

  • Cara Cristiana quale antico e doloroso problema sollevi! Il grande Einaudi spiegava e dimostrava che l’incrememto della tassazione aveva spesso effetti collaterali negativi tali da annullare il beneficio all’Erario che con essa si perseguiva. Ma i tempi son, purtroppo, ben diversi e non c’è molto da sperare. Pure il Governo attuale. ammesso che riesca a tenere sino al 2013 e riesca nel primo anno a far fronte al “grosso” dei problemi, è proprio l’unico Governo che, per essere “tecnico” e quindi relativamente svincolato da ideologie, promesse fatte ed aspettative dell’elettorato, potrebbe prendere l’iniziativa di considerate una nuova (ma basterebbe copiarla da altri paesi in cui esiste e funziona soddisfacentemente) normativa fiscale per il mercato dell’arte. Lanciamo un appello e vediamo se, tra i tanti avvocati e giuristi “collezionisti” non ce ne sia magari qualch’uno cosi volenteroso da tracciare una proposta di legge da sottoporre all’attenzione del Primo Ministro – Ministro dell’Economia ?
    Quanto all’Inghilterra, oggi, è il piú “agevole”, sicuro, poco costoso e meno sospetto “paradiso fiscale” per società (non per le persone fisiche ma… con una bella società offshore si puó operare tranquillamente “per interposta persona”) .

  • filippo

    i risulttai dell’asta rispecchiano fedelmente quello che oggi il mercato chiede in termini di opere e di artisti: il secondo novecento rispetto al primo. Fontana , Burri, Morandi, Castellani, Marini, Santomaso…un caso a parte de Chirico (inspiegabile a mio avviso il risultato delle “muse” così come l’invenduto dell’opera degli anni 20…). In un momento di crisi economica mondiale terribile dove si ipotizza l’incapacità degli stati di restituire i soldi presi in prestito ai cittadini il solo fatto che delle opere d’arte vadano vendute è positivo, e molto…soprattutto se le considerate come forma d’investimento alternativo e\o complementare… soprattutto se considerate che con cifre comprese tra i 200.000 e i 300.000€ si possono comperare dei bi7tri locali in zone semi periferiche e metterli a reddito. per quanto concerne tutta una serie di artisti del primo novecento quali De Pisis, Sironi (stupenda la natura morta…di bellezza inferiore solamente a quella della collezione Giovanardi in deposito al Mart di Rovereto), Donghi, Gino Rossi, Casorati e Campigli oggigiorno non incontrano più il gusto del mercato sono inesorabilmente tagliati fuori; bisognerà attendere che passino almeno 10 anni perchè questi autori vengano considerati alla stergua di “antichi” e che quindi possano trovare estimatori in questo settore dell’arte.

    Capitolo fiscale….un solo esempio su tutti…la possibilità della notifica…detto tutto…il nostro è uno stato che non ti permette di fare il tuo mestiere e per di più ti tassa..se vendo un Fontana all’estero pago l’iva e le tasse sull’utile…ma se lo stato me lo notifica dove me lo attacco? chi me lo compera? lo sttao che non ha la benzina per le volanti delle forze dell’ordine?!

    • Cristiana Curti

      Sottoscrivo ogni singola parola di filippo.

  • Cristiana Curti

    E purtroppo è così, caro Luciano.
    A forza di stringere i denti e i cervelli intorno ad argomenti che sono invece costitutivi della circolazione dell’arte, molti cosiddetti “intellettuali” in cattiva fede, a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, hanno proceduto a rendere sempre più punitivo il mercato dell’arte e così la sua circolazione e diffusione. Il “vade retro” parte dall’Ente Pubblico, che rifiuta spesso – addirittura dichiarandolo – il contatto con il collezionismo. Con il risultato che la disaffezione si sente da molteplici coste. E il mercato, lungi dall’essere scoraggiato, è solo diventato sotterraneo. Al punto che comprare in Italia in aste pubbliche è questione diversa da ciò che era solo 30 anni fa. Il volto del “privato” è sempre meno visibile e sempre più “mascherato”.
    Se tratti il collezionista come colui che “deruba il cittadino” – mentre lo Stato, dal canto suo, si guarda bene comunque dal fare la sua parte e dall’investire in acquisizioni, prestiti, restauri dell’arte più recente (del XX-XXI secolo intendo) -, il collezionista si sentirà intimidito (se non in pericolo) a lungo andare.
    Una sana politica di apertura dei confini nazionali e scioglimento dei vincoli di tutela, oltre che di incentivi per chi promuove l’arte e la cultura (teatro, musica, letteratura, ecc.) farebbe davvero miracoli. Coloro che vorrebbero investire in (nel senso di aiutare la) cultura sono molti più di quanto si pensa e spesso di onorabilissime velleità. Non si può sempre solo nominare Tod’s e Colosseo e pontificare su un esempio limite che non fa assolutamente testo in una realtà parcellizzata e complessa (e ricca di intelletti e di occasioni) come l’Italia.
    Ma sono provvedimenti impopolari, dopo anni di proterva caccia al ladro (che tuttora continua).
    Oggi, opinione comune è che il collezionista è uno sporco riccone che travia l’arte comprandola. L’arte, a propria volta, si sporca se entra in casa di qualcuno che la compra, se non addirittura già dal momento in cui è esposta in galleria.
    E questo è quello che leggo anche qui nei commenti su Artribune, alla faccia di un liberismo che è più a parole che nei fatti. Alla faccia di una maturità più presunta che sostanziale anche da parte dei cosiddetti “addetti ai lavori” che cercano sempre di svicolare l’argomento (spinosissimo, tale per cui è davvero rischioso prendere posizione), come se una produzione artistica qualsivoglia dovesse autonomamente librarsi nell’aere dei consessi civili, pura e libera da qualsiasi vincolo terreno. E non vale a nulla ogni tanto ripetere che anche nel Rinascimento erano le botteghe, le commesse, e via dicendo.
    Siamo (gli italiani) gli unici al mondo a parlare d’arte con sostenuto birignao mentre affossiamo volontariamente la nostra produzione più recente, quella che potrebbe più facilmente circolare, quella che potrebbe essere più facilmente conosciuta nel mondo. E mentre il nasino si arriccia, il sottobosco (con tutte le conseguenze che derivano dal sottobosco: nero, falsi come se piovessero, cancellazione della “storia” e delle acquisizioni successive alla prima delle opere, ecc.) fiorisce, deprimendo però valori e “sistema cultura Italia”.

    La qualità culturale dell’offerta accompagnata da una circolazione evidente e non sotterranea riporterebbe i privati (non solo i collezionisti), il pubblico a considerare con ottica diversa la cultura. La cultura come una cosa viva, non come un bene sporco da vendere e acquistare, o un’idea eterea autogenerata che attraversa i popoli come se non fossero i popoli che la muovono, la desiderano e la diffondono evolvendola costantemente anche attraverso lo scambio.

    Continuerò a non capire questo delirante quanto colpevole comportamento suicida.

    • Cara Cristiana, l’eccissivo carico fiscale induce all’evasione, rendendola piu’ “produttiva”. L’eccesso di “burocrazia”, (spesso dettata solo da totale ignoranza delle situazioni reali cui le “regole” vanno ad applicarsi) incoraggia la “scorciatoia”. Il diffondersi e diventar “correnti”, in un certo settore come quello del mercato dell’arte, di “evasione” ed uso di “scorciatoie” richiama (come e’ oggettivamente avvenuto nei momenti della grande “bolla”) capitali che necessitano di “rifarsi una verginita’” e quindi che provengono da attivita’ non lecite… chissa’ forse un giorno un nostro Governo avra’ il coraggio ed il buon senso di rendersene conto.
      Diverso discorso, se mi permetti, e’ quello dell’atteggiamento dell’artista verso il mercato. E’ chiaro che l’artista se vuol vivere del proprio lavoro deve vendere e rapportarsi con il mercato, e’ altrettanto chiaro che se questa ovvia necessita’ e questa pratica, di per se’ naturale, prende il sopravvento … probabilmente il nostro artist”, dedichera’ sempre meno tempo alla sua ricerca e sempre piu’ tempo ad essa e diventera’ uno dei tanti “artivendoli” che sovrabbondano sul mercato. Per questo motivo personalmente penso che, se appena un artista puo’, e’ bene che gestisca i suoi rapporti con “il mercato” con molta cautela e parsimonia. Ciao, buona serata!

      • Cristiana Curti

        Concordo certamente, caro Luciano. Ogni eccesso porta al cancellamento del sé.
        Ma qui non parlavo del rapporto dell’artista con il mercato (che deve essere lasciato, come è giusto che sia, anche se può non piacere, al singolo), quanto della percezione comune (della communis opinio) dei più nei confronti dell’assetto arte/mercato.
        E, di più, della considerazione del tutto negativa che l’Ente Pubblico ha nei confronti del mercato come di un dissipatore pernicioso di potere culturale (che – non a caso – per lo Stato andrebbe accentrato, mentre – questo sì – dovrebbe essere equamente ripartito ed equamente considerato).
        Questo detto da una strenua assertrice dell’importanza fondamentale di una forte politica culturale pubblica. Anche più di quella privata, cui la prima dovrebbe essere guida.

        • Cara Cristiana, io credo che del “mercato” in generale non si possa dir altro che quello che Winston Churchill diceva del sistema democratico-parlamentare : è il peggior sistema ad eccezione di tutti quelli che si son sperimentati sino ad oggi.

  • Fabio

    Sono un PICCOLO collezionista e libero professionista. Le mie competenze in materia fiscale sono pari allo zero. Per cui, quanto sto per dire spero possa esser letto come cartina di tornasole delle parole del normale cittadino.
    La mia teoria è molto semplice.
    Quest’anno, come la stragrande maggiornaza degli italiani ho sentito la crisi (-50% rispetto al 2010 e -75% rispetto al 2009). Ho tre figli e moglie: tutti a carico. L’anno scorso ho venduto una piccola opera tramite casa d’asta a Berlino e son riuscito ad arrotondare qualcosina per coprire qualche falla (8.500 euro! Che credevate!). Quest’anno ho svincolato in anticipo la mia assicurazione vita per coprire quelle di quest’anno (13.500 euro!)… e la finisco qui: solo per dire che l’italiano ha finito i soldi. Ma lo Stato NON l’ha ancora capito, tant’è che aumenterà le tasse e l’iva.
    La lotta all’evasione e al “nero” non è mai stata affrontata con logica e pragmatismo ma solo con delle decisioni prese a caso e a vanvera, senza mai capire che SIAMO TUTTI COLLEGATI: cade uno e arotazione cadono tutti glia altri! Smettiamola di pensare semplicemente che l’acqua vada tirata al proprio mulino, l’acqua va tirata verso la società comune. Ergo?
    Il nero non emerge con i controlli, facciamo in modo che esca e basta, anzi che entri in banca senza dazi ma che non esca se non con verificabile tracciabilità: il risultato è che i contanti non saranno sotto il materasso o nella cassaforte di casa (beati loro che l’hanno!).
    Il sistema Italia in cosa è forte? MODA, CULTURA, TURISMO, DESIGN, CIBO tutte attività che interessano lo “svago” e non l’ufficio o la fabbrica (telefonia, auto, internet… altre nazioni lo fanno molto meglio di noi!). E noi cosa facciamo? COLPIAMO e colpevolizziamo e DISINCENTIVIAMO qualsiasi spesa in queste aree. Ho un amico che vende ha un negozio di arredamento: non vende più nulla, ne in nero ne in fattura, un divano di design italiano (non IKEA!!!) costa più di 2500 euro e quindi dovrebbe segnalare l’acquirente (onesti compresi!) che però a sua volta per non farsi angosciare da terroristici controlli della Finanza preferisce non acquistare… la ricaduta mi pare ovvia: Negoziante cade, Produttori cadono, introiti delle tasse scendono (a meno che non le aumentino!), i licenziati aumentano (finalemnte qualcosa aumenta!) e i consumatori scompaiono.
    Smettiamola di cercare l’untore: facciamo in modo che metta la sua liquidità in circolazione depositandola in banca, mettiamo tutto in detraibilità (anche le caramelle!) e diamo pene non certe ma CERTISSIME a chi rende soldi in futuro in nero e il nero davvero metterà in moto l’Italia senza auto lesionismi e amputazioni dei settori vitali di cui dicevo prima. Affitti una casa in nero? Ti sequestro la casa per 20anni e riscuoto, io Stato, l’affitto! Non paghi l’affitto? Lo Stato lo paga per te ma allo stesso tempo ci pensa lui a recuperare la tua insolvenza con spietata saggezza. Bella invenzione? NO, ho riassunto quello che la Svezia fà da decenni: a volte basta copiare!
    E basta con l’eccessiva Burocrazia: poche regole ma certe e con pene altrettanto certe!
    Ma siamo italiani e nessuno è davvero disposto a crederci!
    Ciao
    Fabio

  • filippo

    il problema, secondo il mio punto di vista, è nella testa delle persone….avete mai avuto a che fare con personale delle sopraintendenze? Molto spesso si ha a che fare con personalità che non sfigurerebbero come comparse nei film di fantozzi…notificano ” a random” seguendo solamente il proprio gusto e non calcolando tutte le variabili….ditemi voi se il quadro di de Chirico andato in asta ieri sera da Christie’s del 27, 130 x 100 cm, un autentico CAPOLAVORO sia andato venduto SOLAMENTE a 400.000 €…così si ammazza il mercato e la concorrenza tra le opere; concorrenza che si basa ESCLUSIVAMENTE sulla qualità intrinseca delle opere…sono strasicuro che se presentato adeguatamente ad un collezionismo internazionale avrebbe, come minimo, fatto una cifra di tre volte superiore…
    purtroppo in Italia (e non voglio fare inutili discorsi politici, dannosi e senza senso..) la cultura (e l’arte quindi..) è sempre stata appannaggio di una certa sinistra fortemente critica nei confronti del mercato/capitalismo. pensate al patrimonio artistico nazionale..potrebbe essere un incredibile volano per l’economia…quante opere sono esposte nei musei e quante letteralmente marciscono nei depositi?! perchè non si organizzano delle mostre itineranti ospitate nelle sedi degli istituti italiani di cultura sparsi in giro per il mondo e poi organizzare una bella asta, magari in una qualche capitale del nuovo mondo ricco e affamato di status symbol?!
    per quanto riguarda il capitolo artisti/mercato…secondo me è molto semplice…quelli che dicono che a loro il mercato non interessa è perchè semplicemente non hanno ancora riscontrato successo e apprezzamento da parte del pubblico…non penso che a loro faccia schifo guidare una macchina normale o avere una casa di loro proprietà, non avere l’assillo di come pagare le spese o di non riuscire a fare una settimana di vacanza all’anno…così come i cosiddetti “critici e curatori indipendenti”…so che mi attirerò le critiche ma purtroppo è l’amara verità….

  • filippo

    rispondo a fabio

    purtroppo la crisi ha distrutto e sottolineo distrutto le due fasce di prezzo basso (0- 10.000) e medio (11.000-50.000) solamente la fascia alta regge ma a patto che la qualità sia elevata e il rapporto tra questa ed il prezzo sia più che congruo… chi ne ha fatto le spese siamo noi purtroppo, tutti…lo stato purtroppo avrebbe tutto l’interesse a fare come dici te ma poi chi controlla? mettiti nei panni di un carabiniere o finanziere..per 1200€ rischieresti la vita andando a fare controlli atappeto, SERI E CAPILLARI nelle zone dove si sa che c’è la grossa evasione? purtroppo la risposta è no…

  • LorenzoMarras

    La tracciabilita’ dei movimenti finanziari è uno dei diversi strumenti di accertamento che si possono utilizzare ma sicuramente non è quello determinante e , come fa osservare il Signor Fabio, colpirebbe anche Contribuenti oggettivamente incapaci di evadere perche’ coinvolti da crisi di mercato e soggetti indiretti , di adempimenti come lo spesometro; per citare un altro strumento ideato per gli stessi fini.
    Invece una cosa che si potrebbe fare , ma occorre una volonta’ politica aliena per poterla attuare, è quello di rivedere completamente la legislazione riguardante la normativa della domiciliazione di soggetti giuridici , proprietari di NOSTRE aziende (di un certo peso) in paesi FISCALMENTE a costo zero.
    Mi riferisco a quei paesi , noti a tutti come paradiso, in cui l’imposizione diretta ovvero quella che colpisce i redditi nella loro produzione, praticamente NULLA.
    Ora poniamo che io sia un importatore di Blu Jeans , chesso’ una marca a caso…(non faccio nomi perche’ se no qualcuno si offende) e vado ad acquistarli in Vietnam. pago ogni capo a euro 6,00 (dico sei) ma qui, qui in Italia posso rivenderli, poniamo fino a 100,00 . ecco che , a parte le solite spese generali, il valore aggiunto (senza nessun intervento) dovrebbe grosso modo ammontare a , facciamo 80,00 vah. capite che se ne vendo in un anno ventimila di essi, teoricamente ho un valore aggiunto complessivo di ben 1.600.00,00 dove ci dovrei pagare Irap e Ires insomma un terzo allo Stato ovverossia circa 533.333,00.
    Allora che si fa ?
    si fa cosi’, quei jeans non li compro direttamente ma per me li compra la mia societa’ con sede , chesso’ a San Juan nelle antille (nome inventato )
    poi, questa societa’ rivende gli stessi Jeans che aveva in carico a 6,00 poniamo a euro 30,00 (tanto a san Juan nessuno ti chiede niente).
    e a chi li rivende per trenta ? ad un altra mia societa’ che ha sede nelle Cayman , e ci aggiunge altri 20,00 … e arriviamo cosi’ a 50,00 (anche nelle cayman nessuno ti chiede niente).
    Fino a che … arrivano a 70,00 a un altra mia mia societa’ residente in Francia ..paese della comunita’… dove da li… mi vengono a costare 75,00.
    e qui in Francia qualcosa sono disposto a pagare, ma il grosso è gia’ nel sacco al sicuro.

    ecco che allora quel valore aggiunto che in partenza avevo stabilito per 80,00 si riduce a …. 5,00 …diconsi cinque per ogni capo.. moltiplicato per il numero dei capi il valore aggiunto tassabile si rimpicciolisce a 100.000 euro
    da euro 1600.000 che eravamo partiti, e Irap ed ires da 533.333 vanno a 33.333. bella somma 500000 in tasche che non sono quelle dello stato.
    Ecco perche’ molti nel nostro paese hanno capitali depositati fuori ,perche’ parte sono fatti con questa sistema .
    Ecco perche’ poi fanno le sanatorie chiamate scudo fiscale…. dove a differenza di altri paesi dove ti chiedono il 20% .. qui nella Italia di Berlusconi solo un misero 3,00 .

    PER CUI…. è vero tracciabilita’ ma quella VERA… fatta a questi movimenti dove… si DISCONOSCONO I COSTI in questi passaggi FITTIZI perche’ fatti a me stesso , con lo schermo delle mie societa’, e questo se ci fosse la VOLONTA’ POLITICA con l’approntamento di adeguti mezzi investigativi si PUO’ FARE.
    L’evasione fiscale è UNO dei reati piu’ ODIOSI del pianeta.

  • Cristiana Curti

    La disanima di fabio è terribilmente reale. Nei minimi e persino intimi particolari. Da tempo si va dicendo che l’italiano non ha più soldi, ma sembrava (alla politica) una fola. E ora siamo così: condannati a essere le tessere del domino che cadono una sull’altra, trascinando tutto con sé.

    Il patrimonio di uno Stato è ANCHE costituito dalle sue ricchezze culturali che sono SEMPRE monetizzabili. Questo è necessario ad esempio ad un Museo per stipulare una polizza assicurativa non solo per “quantificare grettamente il proprio portafoglio”. Eppure filippo ha ragione anche in merito a un altro punto.

    Io ho visto con i miei occhi musei milanesi e veneziani (per non parlare di altri in Penisola) i cui magazzini traboccavano di opere accastate e lasciate in molti casi a deperire non solo per mancanza cronica di fondi, ma anche per pura ignoranza dei Direttori responsabili che non conoscevano il valore (artistico) vero delle opere in carico; o peggio destinati a essere depredati da chi passa “per caso”. Non è così raro come si pensa – a me è successo di registrare molti buchi persino da un giorno all’altro quando dovetti eseguire una sorta di inventario dei magazzini di un piccolo museo di arti decorative del centro Italia, un museo che pochi conoscono, anche se il nome è famosissimo, ma che all’estero sbaverebbero per avere e mantenere con tutti gli onori e qui è negletto (negletto a dir poco).

    Che senso ha tutto questo?

    E che senso ha quando i burocrati delle soprintendenze si incaponiscono a punire con notifica un quadrino dell’800 perché gli ricorda un’immagine nel libro studiato durante la specializzazione (ammesso che esista, la specializzazione, per carità) cosicché quel quadro non lo comprerà più nessuno danneggiando soprattutto il privato che magari è incappato nella notifica per averlo prestato ad una mostra pubblica?

    A parte la questione strettamente economica, il collezionista non compra più perchè sa che non potrà rivendere (orivendere molto difficilmente) per arricchire la propria collezione o per legittima propria necessità e non presta più opere per paura dei vincoli assassini (che comportano infiniti oneri e la limitazione entro i confini nazionali della circolazione dell’opera, oltre all’annullamento di fatto del suo valore economico) che potrebbero piombare del tutto inaspettati.

    Perché tante energie per questioni che non solo non contano ma che sono anche del tutto contrarie alla libera circolazione dei beni e delle idee (perché l’opera d’arte è non solo un bene ma anche l’idea di libertà d’espressione che esprime) ALMENO all’interno dei confini EU (se non di quelli del mondo)?
    Perché la mentalità è ancora e sempre quella del “la proprietà privata è un furto” e, quindi, la proprietà privata va sempre punita in qualsiasi modo si esplichi.

    Invece penso che una buona politica di incentivazione all’acquisto di opere d’arte da parte dei privati anche per conto di un Museo perché no (lo Stato non può più – non ha mai potuto – comprare se non poche cose molto sbandierate*) sia utile a tutti: allo Stato, al privato, ma soprattutto all’arte italiana (o straniera acquistata in Italia, che non a caso – non essendo soggetta ai nostri vincoli di circolazione – oggi da noi è più oggetto di scambio della nostra).

    E poi, è vero. Non ci sono più soldi: invece di procedere con tassazioni ulteriori che impediranno non solo ai cittadini di comprare arte, ma anche di ristrutturare il tetto dei condominio, bisogna davvero effettuare una politica di sgravi per tutti: la prima macchina, le bicilette, le spese di casa e via dicendo.

    Ma cosa vedremo nei nostri musei se un’intera generazione di collezionisti che possono acquistare sino a una fascia media è saltata? I Manzoni e i Fontana prima di costare milioni di euro avevano prezzi accessibili per coloro che vedevano lungo al tempo. Come faremo senza i lungimiranti che oggi non possono o non vogliono più acquistare arte? In genere i collezionisti non miliardari sono i migliori per qualità di ricerca, cultura e passione.

    Da chi sono mai stati fatti i depositi museali d’Italia se non dal collezionista privato?
    E non parlo dei Colonna, degli Odescalchi, degli Altemps o dei Caetani…

    Nel “nefasto” Museo del Novecento di Milano cosa mai vedremmo se non ci fossero stati i Boschi Di Stefano, gli Jucker e gli altri grandi milanesi della prima metà del Novecento?

    Cosa potremo vedere mai invece nei nostri Musei del XXI secolo?
    Basti considerare il MAXXI e il suo deposito che ancora stenta a prendere il volo.
    Con cosa riempiremo il futuribile museo di arte contemporanea di Milano? Meglio neanche costruirlo se deve rimanere un contenitore vuoto, appannaggio di (voragine per) ulteriori inutili stipendiati…

    * Se poi penso al famoso contestatissimo (perché avvenuto senza prima un doveroso controllo scientifico) acquisto da parte dello Stato del presunto crocefisso di Michelangelo giovane, di cui Bondi si fece tanto vanto e di cui ora nessuno dice più nulla per terrore di essere coinvolto: chi è che deve risarcire lo Stato se il crocefisso risultasse un falso o anche solo non attribuito a Michelangelo? Eppure per quello (e per il giro che implicava) si sono ben trovati i fondi senza pensarci su troppo.

  • LorenzoMarras

    Cristiana , per quella faccenda di Michelangelo, gli estremi sarebbero quelli del danno erariale ma il problema è : chi si prende la responsabilita’ di dichiarare quel crocifisso un falso in un ATTO UFFICIALE ?

    • Cristiana Curti

      Basterebbe che esistesse una legge che VIETA l’acquisizione da parte dello Stato di opere d’arte che non avessero un pedigree (= storia e documentazione) inattaccabile. Date le rarisime acquisizioni, non vedo perché questa semplice regola non dovrebbe avere senso.
      Nel caso contrario (qualche rinvenimento fortuito è pur possibile) le prove di bontà dovrebbero essere superiori di gran lunga (80 su 20?) a quelle di falsità (o diversa attribuzione). Io però, in questo caso, soprassiederei comunque.
      Meglio perdere un’opera buona che acquistarne una a caro prezzo e falsa o erroneamente attribuita. Un milione di euro e fortunatamente lì si fermarono, perché doveva costarne ben 3,2 – ma allora vuol dire che il prezzo o l’opera non erano congrui… ma allora qualcuno ha pure sbagliato… ma allora QUEL QUALCUNO CHE SBAGLIO’ deve essere interdetto a formulare pareri intorno alle acquisizioni dello Stato, ecc, ecc, e invece sono ancora tutti lì, o premiati altrove o ben protetti….Bondi ci può far perdere un milione di euro con gran fanfare e sotto i riflettori e non deve neppure chiedere scusa, ma se noi – per tornare a fabio – non riusciamo a pagare l’acconto IRPEF di novembre per intero, siamo braccati con more che neanche l’usura potrebbe concepire.

      Nell’Italia delle nipoti di Mubarak in giro di notte per le centrali di polizia milanesi, figuriamoci se qualcuno ammetterà mai di avere sbagliato qualcosa (teste di Modigliani “black-decker made” insegni). Alcune responsabilità molto precise e senza necessità di un coinvolgimento di scienziati e accademici (basterebbe evidenziare l’incauto acquisto se la frode non fosse dimostrabile) dovrebbero essere fatte emergere, e si potrebbe. Ma a chi importa?

  • filippo

    si potrebbe copiare il modello inglese….l’opera viene notificata temporaneamente, massimo 12 mesi. Se entro quella data non si trovano i fondi l’opera torna DEFINITIVAMENTE libera sul mercato..lo stato potrebbe vendere opere per reperire i fondi per acquistare l’opera e così si farebbe girare l’indotto..opere nuove sul mercato, soldi che girano, imposte pagate. iIl signor marras parla delle cosiddette frodi carosello, ultimamente tornate in voga, secondo me non si possono applicare al mondo dell’arte…semplicemente perchè non si tratta di beni seriali ma di opere la cui unicità e peculiarità ne determina il prezzo…

    • Cristiana Curti

      Concordo ancora. Un’opera d’arte (un artista) non può costituire un “comparto” di investimenti, perché ogni opera è un “comparto” a sé (quindi antieconomico).
      Il sistema anglosassone (non a caso dalle nostre istituzioni malvisto in quanto “fruitore” e non “produttore” d’arte secondo il vecchio schema mentale, come se produrre arte sia solo riferito alle vestigia del passato e non all’impulso dato al presente in ogni sua forma) è di riferimento per ogni società avanzata. Ma non per noi.

      Fra l’altro, e questo detto per inciso, il coinvolgimento di una comunità civile per il reperimento di fondi finalizzati all’acquisto di un’opera importante sarebbe da solo un eccellente strumento di consapevolezza del valore dell’arte (valore NON economico) e di appartenenza a un consesso culturale prima che localistico.

      Ma il danno procederà sino a quando lo stupido particolarismo delle piccole nicchie italiane di potere da nulla non verrà messo a tacere da una nuova e più forte normativa comunitaria che metterà definitivamente al bando il nostro sistema di “gestione” dell’opera d’arte. Laddove la sovranità di uno Stato è un detrimento e un nocumento per la collettività (intesa come una comunità più ampia di quella dei modesti confini nazionali).

  • filippo

    A parigi l’anno passato si è teneuta una sorta di raccolta fondi a favore del Louvre per raccogliere la somma necessaria all’acquisto del dipinto del Cranach..ve la immaginate in Italia una “telethon” per l’arte condotta da Frizzi e Carlucci? potrebbe essere un’idea per raccogliere fondi destinati al restauroi e al’acquisto di opere d’arte. Purtroppo fare le vergini in un postribolo, data la situazione economica attuale, è un lusso che non possiamo concederci…

  • Fabio

    Forse, vista l’aria che tira. le opere che abbiamo in Italia (nei Musei!) meglio tenerli nascosti prima che i creditori esteri ce li possano confiscare! :-D
    Oppure diamogli un valore spropositato così da saldare il debito tramite confisca… Così continiamo ad essere italiani! :-D