La prima volta nell’ottobre del 1971, a Venezia. Fabio Mauri (1926-2009) mette in scena “Ebrea”, una performance radicale sul tema della discriminazione razziale e sulla memoria dei campi di concentramento. L’occasione è una personale curata da Furio Colombo e Renato Barilli alla Galleria Barozzi. Una serie di oggetti qualunque, prelevati dal quotidiano e disseminati nello spazio, rivelano la loro natura oscena grazie al dettaglio delle piccole targhe incise: sono utensili, complementi d’arredo, saponette, sci, finiture per cavalli, realizzati con denti, pelle, capelli, ossa di ebrei. Materia prima umanissima, per il piano derelitto dell’esercito del male.
E in questo catalogo di souvenir dell’orrore, straniati nello spazio espositivo, entra in scena lei. Nuda. Senza parole da spendere, nella lenta cerimonia gestuale. Di fronte a una toletta consumata e sporca, uno specchio diviene spazio del rito: lei taglia ciocche di capelli e le incolla lì, dove il suo volto è riflesso. Ciocca dopo ciocca, una stella di David prende forma, la stessa che è impressa sul suo petto. Dal corpo al segno, e viceversa, in un’unica grammatica del dolore e dell’appartenenza, della memoria e dell’oltraggio.
La nudità è spazio di verità che racconta la ferocia e insieme la sostanza delle cose: la storia, il male, il bene, l’identità e l’alterità. Il luogo della discriminazione, tra la carne e lo spirito, come fatto umano.

Scriveva Mauri: “In Ebrea il razzismo ebraico (anti) sta per quello negro, come per ogni altra specie o sottospecie di razzismo. La cui legge, in ultimo, può riassumersi in: “discriminare l’uomo a motivo di un disvalore. O, ugualmente, di un valore”. In cui discriminare é il contrario di un giudizio. E’ la condanna per segni non individui, ma infinitamente traslati, però “obiettivi”, esterni e collettivi, operata sull’uomo”.
Lui, non ebreo né figlio di ebrei, si mise in quel corpo e in quella pelle, immaginando di assumerne il destino. “Mi sento ebreo ogni volta che posso e patisco ingiusta discriminazione, e patisco discriminazione”. Un’esplorazione, una cura, l’assunzione di una prospettiva deviata e di un lamento antico. E un pensiero lucido sul presente occidentale ed europeo, non ancora mondato dall’onta, incapace di metabolizzare, di rimarginare, di capire. Di guardarsi allo specchio.
In Ebrea l’operazione é fredda. E indelicatamente culturale. Ricompio con pazienza, con le mie mani, l’esperienza del turpe. Ne esploro le possibilità mentali. Estendendone l’atto, invento nuovi oggetti fatti di nuovi uomini. Intralcio di sfuggita la sicurezza laica del “design” contemporaneo così fiducioso nel “progresso“”.
A distanza di 44 anni dalla premiére veneziana, “Ebrea” torna in una nuova edizione, a New York, da Hauser & Wirth, dove è in corso fino al 2 maggio una retrospettiva sul grande artista italiano. Un lavoro delle origini, in cui già si respirava tutta la carica drammatica, politica, esistenziale, che la sua ricerca avrebbe coltivato negli anni a venire, tra storia, poesia e filosofia.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • angelov

    come per tutti i grandi artisti
    queste opere sembrano rivalutarsi
    con il trascorrere del tempo,
    ed essere testimonianze
    di una sensibilità futura