Philip Seymour Hoffman. L’addio a una stella del cinema d’autore americano

Un volto indimenticabile, tanti film di successo e un consenso unanime di pubblico e di critica. Philip Seymour Hoffman si spegne tragicamente all’età di 46 anni. A lutto il mondo del cinema. Resteranno nella storia i suoi personaggi, interpretati con una intensità rara

Philip Seymour Hoffman

Si è spento questa domenica nel suo appartamento di New York, a Manhattan, dove si era trasferito un po’ di mesi fa, dopo la separazione dalla moglie Mimi O’Donnell, una costumista conosciuta nel 1999 durante le prove per uno spettacolo teatrale, da cui aveva avuto tre figli: Cooper Alexander, 10 anni; Tallulah, 7 anni; Willa, 5 anni.
Philip Seymour Hoffman, stella del cinema indipendente americano, amatissimo dal pubblico e dalla critica, aveva collezionato in oltre 25 anni anni di carriera una sfilza di premi, di nomination presigiose e di partecipazioni eccelenti, insieme ad attrori e registi di primo piano.
Intenso, appassionato, con un’altissima capacità di immedesimazione nel personaggio, perfetto per ruoli drammatici, oscuri, contorti, ma dotato di un raffinato senso dell’humour, Hoffman nascondeva sotto la stazza robusta e la forte personalità, una fragilità antica. I problemi di gioventù con la droga, domati grazie a un pecorso di disintossicazione, tornarono nel 2013. Fu lui stesso a parlarne pubblicamente, decidendo di ricoversarsi in un rehab per sconfiggere la dipendenza da eroina. Sembrava avercela fatta. Ma dalle dichairazioni della polizia di Nyc, arrivata in casa nel pomeriggio del 2 febbraio, pare che a stroncarlo sia stata proprio un’overdose. In casa sono state rinvenute diverse bustine di droga e una quantità di siringhe. Una, quella fatale, era ancora attacata la suo braccio.
A lutto il mondo del cinema, ma non solo. Milioni di fan ricordano le sue interpretazioni in film memorabili, a cui regalò la sua grande intelligenza scenica, il temperamento complesso e quel mix unico di lucidità interpretativa e di trasporto emotivo. A proprosito del suo rapporto con il cinema e il lavoro attoriale, in un’intervista su Believer, nel 2004, raccontava: “E’ quasi impossibile non essere influenzati da ogni cosa quando si lavora a un personaggio. So esattamente cosa accade, ma è difficile pensare ad un esempio specifico. Succede con la musica a volte. Non le parole della musica, ma la musica di per sé. Ricordo che una volta stavo lavorando a un ruolo, mi trovavo da Coliseum Books, una libreria che amo. Ero lì e stavano suonando Vivaldi, e ricordo di aver pensato ‘Ho bisogno di sentire questo. Ho bisogno di ascoltare questo la prossima volta che guardo la parte’. Questo è essere attori. Utilizzi tutto ciò che ti influenza per aiutarti a uscire da te stesso o a essere più creativo“. Un talento, capace di sintonie speciali col mondo, con la scrittura, con i segreti della narrazione, con i doppi fondi e le intricate pieghe di ogni storia capitatagli in sorte e interiorizzata, creandola daccapo, indossandone i tic, i tormenti, i dettagli ed i destini.

Nel 2006 gli viene consegnato l’Oscar per la parte di protagonista nel fim Capote, diretto da Bennet Miller. Nel suo discorso di ringraziamento, visibilmente emozionato, l’attore ebbe parole commosse anche per la madre, Marylin Hoffman O’Connor, magistrato e attivista per i diritti civili: “Ha tirato su quattro figli da sola, si merita delle congratulazioni per questo. Mi accompagnò alla mia prima partita e rimase con me a guardare la NCAA Final Four. Le sue passioni sono diventate le mie passioni: sii orgogliosa mamma, perché io sono orgoglioso di te. Siamo qui stasera ed è una bella cosa“.
Figlio della middle class newyorchese – la madre è ancor oggi giudice nella contea di Rochester – abbandonato dal padre a 9 anni, Philip studia teatro e si diploma alla Tisch di New York nel 1989, debuttando al cinema due anni dopo insieme a Amos Poe, in Triple Bogey on a Par Five Hole. L’incontro determinante per la sua carriera sarà però quello con Paul Thomas Anderson: nel 1986 è nel cast di Sidney, per poi prendere parte a tutti i film del regista (escluso Il petroliere), divenendo il suo attore simbolo.

Capote, girato nel 2005, è ispirato alla vita dello scrittore statunitense Truman Capote, e in particolare al percorso di ricerca intrapreso per scrivere il suo “A sangue freddo”. Grazie ai guadagni derivati della vendita dei diritti per il film sul libro “Colazione da Tiffany”, Capote si butta a capofitto in un’impresa tanto dura, quanto appassionante. Sei anni trascorsi tra inchieste e documenti, per partorire un complesso romanzo-documento, dedicato alla vicenda di un efferato assassinio: i Clutter, una famiglia di Holcomb (cittadina del Kansas), erano stati sterminati da due assassini, subito catturati e condannati a morte. Forte il contrasto tra l’ambiente frivolo e borghese della colta mondanità statunitense, e la realtà di un truce fatto di cronaca. Coi due detenuti Capote entra in contatto, stabilendo un rapporto intenso e ambiguo, fino a giungere alla confessione della verità.
Grazie al compimento della sua più ardimentosa ossessione creativa, Capote sarà consacrato nell’Olimpo dei grandi scrittori d’America, ma non riuscirà più a completare un libro. Travolto da dubbi esistenziali e conflitti interiori, troverà nell’apice del successo la tomba della sua folgorante carriera. Hoffman regala all’autore un volto indimenticabile, cimentandosi in una sintesi raffinata di umanità, cinismo, spregiudicatezza, sensibilità, follia, ironia, genialità e freddezza: ritratto incredibile di un dandy newyorchese, descritto dalle pose affettate, dalla stridula voce effemminata, dai tormenti irrisolti e dalla sete di emozioni, di carriera, di vita. Oscar meritatissimo, per un ruolo che resterà nella storia.

Affiancato da una meravigliosa Meryl Streep, nei panni della severa Sorella Aloysius, preside di una scuola cattolica  del Bronx, negli anni Sessanta, Hoffman interpreta ne Il dubbio (scritto e diretto da John Patrick Shanley) l’accomodante, simpatico Padre Flynn. Due caratteri diversi, che finiscono per scontrarsi,  rovesciandosi nel proprio contrario: combattente piena d’umanità la prima, ambiguo e piegato dal vizio l’altro. Almeno da quanto emergere nel corso del film: al centro un caso di pedofilia, che vede protagonista il prete – dichiaratosi innocente fino alla fine – con la donna impegnata in un tentativo appassionato di smascheramento. Il dubbio, però, governerà l’intera storia, non sciogliendosi nemmeno nel finale. Anche qui Hoffman incarna alla perfezione la personalità non lineare dell’uomo, giocando abilmente con una vicenda piena di doppi fondi e di mezze verità: i profili dei personaggi e la natura dei fatti resteranno sospesi dentro un’intricata matassa di emozioni trattenute, eventi opachi, silenzi, ipocrisie bigotte e improvvisi slanci.

The Master, scritto e diretto nel 2012 da Paul Thomas Anderson, ottenne grandi consensi alla 69ª Mostra del Cinema di Venezia, vincendo il Leone d’Argento per la regia, mentre i due protagonisti, Joaquim Phoenix e Philip Seymour Hoffman, si aggiudicavano la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.
Liberamente ispirato alla figura del fondatore di Scientology, il film narra la vicenda di due personaggi incontratisi per caso, nell’America del dopoguerra: Freddie (Phoenix), ragazzo sbandato, solitario e con problemi di nevrosi causati dalle esperienze in battaglia, e Lancaster Dodd (Hoffman), fondatore di un movimento spirituale chiamato “la Causa”, di cui è il capo carismatico. “Quello che è certo è che i due sono entrambi selvaggi“, dichiarò Hoffman in un’intervista. “Anche se provengono da ambienti diversi hanno una stessa tendenza: vogliono addomesticarsi a vicenda e liberare se stessi nell’altro“.

L’ultimo film completo di Hoffman è A Most Wanted Man, action thriller politico uscito nel 2013, con una produzione internazionale e un cast di livello: accanto a Hoffman nomi come Rachel McAdams, Willem Dafoe e Robin Wright. Terza creatura dell’olandese Anton Corijn, il film è l’adattamento dell’omonimo romanzo di John le Carré (in italiano “Yssa il buono”), storia del boxer Melik Oktay e di sua madre, residenti turchi-musulmani ad Amburgo, che incontrano per strada un misterioso personaggio di nome Issa: sotto le mentite spoglie di studente musulmano di medicina, si nasconde un terrorista ricercato, figlio del colonnello dell’Armata Rossa Grigori Karpov.

Hoffman, scelto per interpretare l’agente di spionaggio tedesco Günther Bachmann, aveva dichiarato: “Non è un film sulla Germania o l’America, non è un film su dei terroristi o delle fazioni, è un film su delle persone che si trovano in determinate circostanze e vengono per questo esposte in una maniera orribile. Non c’è luogo dove nascondersi, è come se le circostanze della vita prendessero questi personaggi e li esponessero alla luce. Penso sia una cosa molto interessante così come il mio personaggio. E’ riduttivo pensarlo come una spia tedesca, penso piuttosto a lui come a un uomo internazionale, parla molte lingue, ero affascinato dal suo accento. Per interpretarlo non ho potuto limitarmi ad essere una cosa sola, ma dovevo essere molte cose insieme. Di certo non potevo essere americano, né ho cercato di sembrare tedesco“.
A Most Wanted Man era stato presentato nei giorni scorsi al Sundance Film Festival 2014. L’ultima importante apparizione pubblica per un attore immenso, che aveva ancora molte storie da raccontare, intense, irrisolte, inquiete: magistralmente compiute nella forma cinematografica,  straordinariamente complesse nella linea psicologica ed esistenziale.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • luna d’argento

    Un eccellente articolo, che ci ha fatto conoscere più da vicino e meglio apprezzare un immenso attore e un uomo speciale, le sue mirabili interpretazioni, la sua grande sensibilità, il suo tormentato e profondo mondo interiore. Una grande perdita per tutti…

  • Francesca Guerrizio

    Bellissimo articolo. Meglio di quelli americani.