A Pavia, un Pissarro da vedere. E annusare

Castello Visconteo, Pavia – fino al 2 giugno 2014. Molta scenografia, ma le opere non sono penalizzate. È la mostra su Pissarro, “anima dell’Impressionismo”, ovvero antesignano e consigliere dei colleghi più giovani. Dai dipinti giovanili alle vedute parigine.

Pissarro. L'anima dell'Impressionismo - veduta della mostra presso il Castello Visconteo, Pavia 2014

Com’era stato per quella su Monet, anche la mostra su Camille Pissarro (Charlotte Amalie, 1830 – Parigi, 1903) al Castello Visconteo di Pavia ricorre massicciamente alla scenografia. Video con attori che impersonano l’artista, sfondi marini in movimento, odori diffusi nelle sale a sottolineare le atmosfere dei dipinti: il tutto ispirato al libro di Irving stone, Vortici di gloria. Il romanzo degli impressionisti.
Operazioni di tal genere sono sempre un po’ sospette, perché di solito sopperiscono alle mancanze nella selezione delle opere esposte. In questo caso, va detto che i ventinove lavori in mostra compongono un nucleo d’interesse, per quanto ridotto e privo di capolavori assoluti (ma le due vedute parigine che chiudono il percorso, ad esempio, valgono da sole la visita). E i dipinti non sono schiacciati da ciò che li circonda, ma possono essere ben fruiti.

Pissarro. L'anima dell'Impressionismo - veduta della mostra presso il Castello Visconteo, Pavia 2014
Pissarro. L’anima dell’Impressionismo – veduta della mostra presso il Castello Visconteo, Pavia 2014

Bello il passaggio attraverso le varie fasi della pittura di Pissarro. Si parte dai lavori giovanili (un intenso autoritratto del 1852-54, paesaggi di inizio Anni Sessanta messi a confronto con due paesaggi di Corot). Si passa per il periodo della formazione dello stile maturo e poi per le prove pienamente appartenenti all’Impressionismo (di cui Pissarro fu tra i protagonisti più anziani, un punto di riferimento anche per la sua volontà di condivisione con gli altri artisti: da qui il titolo della mostra). Fino a giungere alla fase parigina, con le vedute urbane che stupiscono ancora oggi per modernità.
Punte massime della mostra, oltre appunto ai quadri parigini, il Dulwich college del 1971, straordinario nelle sue invenzioni per gestire e dar risalto alle gradazioni di colore e alla luce, e Le verger à Eragny (1896), trionfo di Impressionismo nella sua forma più suggestiva. Ed è curioso confrontare la poetica dell’artista con quella del figlio Lucien, di cui sono esposti tre dipinti, chiaramente derivativi rispetto al padre ma non privi di fascino (degli otto figli di Pissarro, cinque diventarono pittori).

Pissarro. L'anima dell'Impressionismo - veduta della mostra presso il Castello Visconteo, Pavia 2014
Pissarro. L’anima dell’Impressionismo – veduta della mostra presso il Castello Visconteo, Pavia 2014

Nella sala dedicata ai confronti, ecco van Gogh (Portrait d’un vieil homme, 1882, carboncino e gesso su carta), che in gioventù si giovò dei consigli di Pissarro, e Gauguin (la piccola ma preziosa Tête de jeune paysan, 1888), che vi collaborò per cinque anni.
Non mancano le opere di valore, dunque. È pur vero che all’uscita il loro posto nella memoria è fortemente conteso dalla massiccia scenografia, ma opere come quelle citate si fanno strada agevolmente.

Stefano Castelli

Pavia // fino al 2 giugno 2014
Pissarro. L’anima dell’Impressionismo
SCUDERIE DEL CASTELLO VISCONTEO
Piazza Castello
0382 309879
[email protected]
www.scuderiepavia.com

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.