La videoarte (e il cinema) invadono lo Schaulager. Colpa di Steve McQueen

Fino al 1° settembre, ma con una accelerazione durante Art Basel, Steve McQueen è in mostra allo Schaulager nei sobborghi di Basilea. Per una antologica che sfiora la retrospettiva. Da non perdere, mettendo in agenda mezza giornata di full immersion.

Steve McQueen, Charlotte, 2004 - still da film - Emanuel Hoffmann Foundation - courtesy the artist

Checché ne dica Jean Clair ne La crisi dei musei, lo Schaulager è una fondazione aperta al pubblico. Certo, non sempre e non in tutte le sue parti, ma d’altro canto si tratta di una fondazione privata, e pure la pubblica Biblioteca Nazionale di Parigi ha aree dedicate esclusivamente ai ricercatori.
Quel che è altrettanto certo è l’impatto straniante nel quale ci si scontra visitando la grande antologica di Steve McQueen (Londra, 1969; vive a Londra e Amsterdam) che vi è allestita in questi mesi. Per chi conosce l’edificio progettato da Herzog & de Meuron, ecco, avrà delle soprese. Perché tutto il pianterreno è stato ripensato per creare una sequenza ragionata di camere per la visione, declinate nelle forme più varie. E così avviene per il piano sottostante e per l’auditorium: si va dalla visione in piedi di film proiettati su televisori di modeste dimensioni a set da vero e proprio cinema, passando per tutti i gradi intermedi della posizione spettatoriale. Insomma, un saggio curatoriale sulla fruizione della videoarte e del cinema.

Steve McQueen, Static, 2009 - still da video - Emanuel Hoffmann Foundation - courtesy the artist
Steve McQueen, Static, 2009 – still da video – Emanuel Hoffmann Foundation – courtesy the artist

A fare da pivot per tutto ciò sono i filmati, tanti, realizzati dall’artista britannico. Uniche immagini statiche – e pure in questi casi bisognerebbe parlarne più approfonditamente – sono le slide di Current (1999) e di Once upon a time (2002), la slide singola di 7th Nov. (2001), il lightbox di Mees, after evening dip, new year’s day, 2002 (2005) e le 56 fotografie di Barrage (1998). Per tacere del dolorosissimo Queen and Country (2007-2009), 160 facsimili di fogli filatelici conservati in un oak cabinet, ognuno dei quali ritrae ripetutamente il volto di un soldato britannico caduto in Iraq. C’è poi il dittico fotografico More (2001) e la sequenza di documenti dell’FBI scansionati e proiettati (End credits, 2012). Così si sarebbe già fatta una mostra assai ampia di McQueen. E invece si tratta “solo” di intermezzi, entr’acte che costellano la galassia dei video e dei film.
Si diceva: una retrospettiva, quasi. Perché, al di là del carattere completo dell’immancabile volume che accompagna la mostra, quelle proiettate sono gran parte delle opere da lui prodotte. A cominciare – si badi bene: non è l’ordine col quale è allestita la mostra – da Bear del 1993, coreografico e alleniano (nel senso di Woody: si veda la camera che ruota intorno ai commensali in Misterioso omicidio a Manhattan) confronto/scontro fra “orsi” ai dissacranti Five easy pieces che citano esplicitamente l’omonima pellicola di Bob Rafelson, per passare al poeticamente engagé Just above my head (1996) e alla spaventevole citazione di Buster Keaton in Deadpan (1997). E siamo appena al 1997, cioè due anni prima che McQueen si aggiudicasse il Turner Prize.

Steve McQueen, Exodus, 1992/97 - still da video - courtesy the artist & Marian Goodman Gallery, New York-Paris & Thomas Dane Gallery, London
Steve McQueen, Exodus, 1992/97 – still da video – courtesy the artist & Marian Goodman Gallery, New York-Paris & Thomas Dane Gallery, London

Nei due anni che lo separano da quel traguardo intermedio, ancora opere memorabili, e dopo altre ancora. Qualcuna meno riuscita (Giardini, col quale rappresenta la Gran Bretagna alla Biennale del 2009) ma in gran parte di altissimo profilo. Due esempi su tutti: Western Deep (2002) e Hunger (2008), rispettivamente dedicate alle condizioni di vita nella miniera d’oro di Tau Tona in Sudafrica e nella Maze Prison di Belfast, dove morì Bobby Sands.
E per chi fosse in questi giorni a Basilea per la fiera, orari prolungati per vedere la mostra, oltre a una serata (su invito) che apre le porte allo Schaulager fino alla mezzanotte di giovedì 13 giugno.

Marco Enrico Giacomelli

Münchenstein // fino al 1° settembre 2013
Steve McQueen
SCHAULAGER
Ruchfeldstrasse 19
+41 (0)61 3353232
www.schaulager.org

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • Angelov

    La Video Arte basterebbe che si desse delle regole, sopratutto per quanto riguarda la durata delle riprese, che potrebbe meritarsi un posto legittimo tra le Arti Maggiori.

    Così come è ora, con filmati che durano un’eternità, che sommata a quella di altri video artisti, come capita nelle grandi mostre collettive, Fiere o Biennali, queste opere servono solo a chi le ha prodotte, perché richiederebbero allo spettatore, che le volesse “vedere” tutte, più tempo di quello consentito dalla validità del biglietto di entrata, che dura solo un giorno;(mi riferisco alle Collettive).

    Né carne né pesce: non si tratta di cinema, e neppure di arte in senso stretto, perché rifiuta le regole, e quindi una struttura che le legittimi.

  • parole al vento5

    Ok che va meditato dal curatore o dal critico il tipo di video-arte (che termine orribile) che si mostra nelle colletive (scegliendo opere più consone e non secondo la logica del video a tutti i costi). Ma affermare che una tecnica artistica si debba dare delle regole mi sembra un controsenso. Le mostre di video specialmente le personali, come in questo caso, devono seguire ragionamenti approfonditi per quanto riguarda durata e criteri installativi. Poi c’è anche un discorso legato alla qualità intrinseca. Ti assicuro che anche un lavoro di due ore può essere appassionante e tenerti incollato allo schermo. Se invece è un lavoro concettuale che utilizza l’immagine in movimento come media (24 hours psycho per esempio) non va necessariamente visto tutto perchè 5 minuti o 3 ore sono esattamente la stessa esperienza.

  • andrea bruciati

    da un punto di vista museografico rasenta la perfezione