Agnetti, fra evocazione e logica

Partita dal Mart nel 2008, la “riscoperta” di Vincenzo Agnetti prosegue al Ciac di Foligno. Con una retrospettiva di alto profilo, che dà il giusto merito all’artista e al teorico. Mostra per nulla estiva, ma che – anche e soprattutto per questo – merita una visita. C’è tempo fino al 9 settembre.

Agnetti e l'opera Autotelefonata Telegrammi a Kassel

Ha costruito nei secoli la propria attitudine alla riflessione, all’analisi, alla “lentezza”, la terra di San Francesco, San Benedetto e Santa Chiara. Predilige indugiare sui valori certi e universali, piuttosto che rincorrere freneticamente gli sviluppi del pensiero, l’Umbria, terra lontana da grandi strade, ferrovie, aeroporti.
Per questo il Centro Italiano Arte Contemporanea di Foligno, bello spazio inaugurato nel 2009, centra la sua mostra più azzeccata – in una programmazione altalenante – con la retrospettiva dedicata a Vincenzo Agnetti (Milano, 1926-1981), titolo L’OperAzione concettuale. Pensatore prima che artista, autore di opere “di complessa concezione spazio-temporale, la cui necessità d’assoluto ha richiesto una disponibilità di vocazione avventurosa e un’attitudine epistemologica aperta, se non analoga alla sua, almeno sicuramente non divagatoria”, come scrive Bruno Corà, che cura la mostra assieme a Italo Tomassoni.
Contesto ideale, “non divagatorio”, per un personaggio la cui ricerca sui meccanismi del linguaggio e della comunicazione richiede appunto meditazione e metabolizzazione. E la mostra, che ha il pregio di contribuire a rivalutare un teorico e artista per troppo tempo in disparte, rivalutazione già iniziata dal Mart nel 2008, la documenta con grande esaustività, questa ricerca, con oltre cinquanta opere rappresentative di tutto l’arco creativo. Che del resto si limita a pochi anni, dal 1967 al 1981, anno della prematura scomparsa di Agnetti.

Vincenzo Agnetti - L'età media di A

Concettuale anomalo, agli esordi. Perché se i maggiori esponenti del movimento, da Kawara a Kosuth (con il quale non mancano legami stretti, come in Tutta la storia dell’arte è in questi tre lavori, del 1973) puntavano sulla centralità dell’idea, Agnetti – nota Tomassoni – “si preoccupa di rendere possibile un equilibrio tra supporto e superficie, lingua e parola”. Fin dalle prime opere, emerge la dualità di un linguaggio concepito tanto come mezzo quanto come fine, in oggetti che finiscono per privilegiare esclusivamente la comunicazione di un’elaborazione teorica sulla “fisicità” (o nei quali anche la fisicità diventa pensiero, come in Libro dimenticato a memoria, 1970, un grande libro aperto nel quale il vuoto sostituisce la parte del testo).
Ed emerge un’attitudine post-duchampiana a mettere in cortocircuito forma e contenuto, come nell’Autotelefonata del 1972. Il limite? Laddove si scrive la chiave, quand’anche di non-lettura, si confina l’evocazione alla sfera della logica.

Massimo Mattioli

Foligno // fino al 9 settembre 2012
Vincenzo Agnetti – L’OperAzione concettuale
a cura di Bruno Corà e Italo Tomassoni
CIAC
Via del Campanile 13
0742 357035
[email protected]
www.centroitalianoartecontemporanea.com

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Nel 2007 ha curato la costituzione, l’allestimento ed il catalogo del Museo Nino Cordio a Santa Ninfa (Tp). Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. Ha collaborato con diverse riviste specializzate, e nel 2008 ha co-fondato il periodico Grandimostre, del quale è stato coordinatore editoriale. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • Mario Colombo

    Scusa Massimo, con questa frase “Laddove si scrive la chiave, quand’anche di non-lettura, si confina l’evocazione alla sfera della logica.” intendi una certa aridità, un compiaciuto tecnicismo nella gestazione delle opere?
    Forse gli artisti concettuali avrebbero bisogno di essere confrontati tra loro. misurati, sovrapposti, sottoposti agli stessi ‘trattamenti’ logici che subisce la realtà attraverso di loro. Sono sicuro che un incontro anche fisico delle opere, ad esempio con quelle di Douglas Huebler, potrebbe proprio evitare quella malinconia della semplice “evocazione alla sfera della lofica”, dimostrando quanto siano vicine ricerche consapevoli o ignorate e quanto la ‘logica’ che si sforza di essere super partes si occupi in realtà sempre e solo degli stessi elementi.