La cecità dell’enigma secondo Mauro Vignando

Fra le gallerie di via Ventura a Milano, De March propone una personale elegante. Mauro Vignando installa rese progettuali nette e supporti programmatici difformi. Per dare luogo, fino al 5 novembre, a una visione d’insieme che supera l’intento criptico cercato.

Mauro Vignando - 15 : 09 : 11 - veduta della mostra presso la Galleria Alessandro de March, Milano 2011

Via Ventura, come ogni anno, in occasione di Start si anima. Le scelte dei galleristi ricadono quasi sempre su artisti stranieri e proposte espositive alla ricerca dell’estro dal taglio sperimentale. Negli spazi lunari di Alessandro De March, Mauro Vignando (Pordenone, 1969; vive a Milano) spezza la routine e propone, invece, consistenza pura. L’artista, sotto l’inconoscibile titolo 15:09:11, lavora su segmenti geometrici che parcellizzano la materia (cristallo specchiato, pietra, metallo, sovrapposizioni fotografiche e supporti video) riducendola a spazio senza uscita, via oscura di una domanda dalla risposta infinita. Al primo piano, una fotografia trapezoidale, un’installazione profilare, due video mono-geometrici e due specchi neri dai tagli ricorsivi invitano a restare nello spazio e a scoprire il secondo livello della galleria. Un chiaro invito a smettere di vedere, per cominciare a osservare.

Ginevra Bria

Milano // fino al 5 novembre 2011
Mauro Vignando
15 : 09 : 11
www.alessandrodemarch.com


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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
  • Questo nichilismo elegante e rigoroso mi lascia molto perplesso. L’ennesimo stereotipo dell’arte contemporanea. Vignando sviluppa coerentemente una vena nichilista ed elegante veramente troppo facile. Perchè non vivere questo nichilismo in modo più autentico e mettere maggiormente in discussione il proprio ruolo e l’idea di opera? Sembra che ci si voglia essere a tutti i costi.

    Gli informi (opere a terra) gianni caravaggio, la foto tagliata non precisamente un vezzo, la saracinesca chiusa nichilismo troppo gratuito e facile, gli standar a ricomporre uno standard ennesimo loop nichilista. Perchè un saracinesca dorata? Perchè dorata? Cosa significa? Mi hanno rispoto che non è una saracinesca….e quindi? Anche fosse una schermo dorato? Dove vogliamo andare?

    Anche con tutta la perizia di Latronico nel comunicato, il giochino chiuso e ruffiano rispetto l’enigma-indovinello mi sembra ormai anacronistico (nel comunicato stampa viene sviluppato una sorta di testo prosa sul significato di enigma ed indovinello). Mi sembra ci sia bisogno di scelte più chiare, sincere ed autentiche. Questo non per un fatto etico-morale ma per riuscire a risolvere più efficacemente il presente rispetto la storia.

    Luca Rossi
    http://whitehouse.splinder.com/

  • Davide, Milano

    Concordo con Luca Rossi, questo finto nichilismo tradisce solo il volerci sempre essere. Come scritto da Rossi in altro blog potevano mettere solo il primo lavoro, lo standard fatto da standard. Rispetto uno sguardo piu’ sincero rimando a plays sul blog di Rossi.

    @Luca rossi: ma forse non si tratta di nichilismo, c’è un riferimento ad un qualcosa, ad una certa sensibilità,, ad una certa temperatura. Che ne dici?

    • hm

      davide milano è lucarossi . giusto per la cronaca .

      • hm

        visto che questo post pullula di fake mi sembrava giusto ricordarlo . è brutto parlare da soli .

  • cassiusclay

    concordo pienamente con le analisi che mi hanno preceduto. E ribadisco: quando si tornerà a parlare con un linguaggio contemporaneo di temi contemporanei? Sosteneva Benedetto Croce che la “Storia è sempre Storia Contemporanea” perché tutto ciò che è successo è causa di quello che succede, e perché tutte le cose che succedono trovano una giustificazione – senza se e senza ma- nel proprio tempo, e non in altri. Quando varrà finalmente questa regola anche per l’arte?

  • @Davide: hai in parte ragione. Non si tratta di un nichilismo assoluto, ma relativo ad un certo manierismo ammiccante e ruffiano (mi viene in mente la recente mostra di Giovanni Oberti a Viafarini, uguale).

    Dirò di più, si fa riferimento, anche in questo caso , ad un immaginario. Oggetti e mobilio che spesso viene usato per arredare le case dei ricchi (o di chi vuole sembrare ricco), ed ecco che parliamo di IKEA EVOLUTA. Perchè non ci sono scarti linguistici, non c’è un lavoro rispetto ai codici. C’è una rispettabile forma di artigianato raffinato. Perchè pagare le opere fatte di standard 4500,00 Euro l’uno e non 1000 o 2000, 300 Euro???? Questo è il punto che imbarazza tutto un sistema mercantile periferico come l’italia. Le mie sono cose indicibili :) ma le dico

    Se l’artista propone uno standard usando standard, perchè questa operazione loop-nichilista non la può fare chiunque? Non si tratterebbe sempre di standard? Perchè quello fatto da Vignando costa 5000 Euro e quello fatto da Davide di Milano solo il costo dei materiali??? Fino a quando l’arte contemporanea non supererà queste impostazioni da “caso parmalat”, starà sempre al palo e dipendente dai mercati finanziari……

    Non esiste una critica d’arte che possa fornire nuovi riferimenti per scovare valore e qualità. Rimane solo il mercato, MA QUESTO FA PRIMA DI TUTTO IL MALE DEL MERCATO STESSO. Questo è il paradosso che i galleristi d’arte dovrebbero iniziare a capire. Se no tanto vale aprire rivendite di design raffinato e di modernariato (come ebbe a dire giustamente Emilio Mazzoli su Flash Art).

    L’italia non esporta i propri artisti anche per questo masochismo malcelato dietro colteria e snobbismo. Non c’è coraggio, non c’è la consapevolezza che ogni luogo è internazionale per definizione e che l’america può essere quà, e che la vera sfida e fare sì che a londra o new york vogliano venire quà. OVUNQUE VOI SIATE.

    LUCA ROSSI
    http://whitehouse.splinder.com/

  • Cristiana Curti

    Chi stabilirebbe quindi cosa è contemporaneo e cosa no? Anche la pittura, secondo questi principi dovrebbe quindi cedere il passo definitivamente (benché sia già morta e risorta almeno quaranta volte negli ultimi vent’anni, come se una tecnica possa esprimere un senso) all’arte da carica da 2000 (e oltre)?
    Io, invece, in queste opere noto perizia compositiva e ricerca del materiale appropriato, qualità costruttiva e una cifra “classica” che non mi dispiace e che riconosco come equilibrata e italiana. C’è un poco di freddezza formale e un certo schematismo scolastico, ma il fatto che “ancora” oggi ci siano artisti che preferiscono far lavorare la materia e lo facciano con una buona capacità e esperienza secondo una cifra che ci fa riconoscibili nel magma quasi sempre indistinto del panorama contemporaneo mi colpisce e soddisfa.
    Poi bisognerebbe vedere da vicino le opere, comunque (e questo vale anche per me), prima di emettere giudizi definitivi. La critica da postazione web è (sempre) fallace, bisogna che lo si sappia. E bisognerebbe vedere le opere soprattutto per capire se questa apparente freddezza è sostanziale o è solo un effetto da immagine riportata.
    Invece di rincorrere questioni che oggi sembrano obsolete (che funzione ha l’arte nel 2011 e amenità del genere), io preferisco individuare una serie di filoni di nostra impronta che comunichino una rete di relazioni chiare e proiettate verso il futuro. E’ un fatto che riguarda la personale inclinazione.
    Infine: non ho capito che s’intende per “nichilismo” (qui e altrove in arte visiva) e “questo volerci sempre essere”. Davvero ho bisogno di traduzione, grazie.

  • Luca Rossi

    Nel 2011 non e’ possibile valutare accademicamente (come fai tu cristiana) delle opere solo perché dentro una stanza che e’ stata chiamata “galleria d’arte”. Quindi le cifre che vedi sono da manuale e staccate dalla mia vita; non mi interessano.
    Valutiamo tutto dalla nostra posizione, decidiamo anche chi votare avendo visto i candidati solo in TV e su internet. Quindi Cristiana ti invito ad aprire gli occhi sull’arte e sulla realtà, e di abbandonare quell’accademismo pedante che hai studiato in accademie stile 800.

    Nichilismo significa non credere in niente, non avere riferimenti; prendo formati standard e propongo uno standard: tautologia, non ti di appigli. Proporre opere nichiliste e’ una contraddizione, perché farlo vuol dire affermare positivamente qualcosa. Quindi sembra un giochino solo per giustificare la mostra.

    Lr

  • Cristiana Curti

    A me pare che sovvertire un ordine “accademico stile 800” (grazie per la sarcastica considerazione, comunque non è appunto che io disprezzi, anzi) significhi aver prima compreso cosa questo sia. Tuttavia, quello che tu fai (o provi a fare) è pura e vecchia critica d’arte, critica d’arte d’antan, solo che mostri a tutti non saperlo. Invece di utilizzare i documenti cartacei, le foto di archivio, i dati sensibili e la visione diretta, utilizzi il web e ti pare di essere più à la page e aver compreso il corso del tempo (non che tu abbia tutti i torti, per carità).
    Tu hai un’idea di sistema dell’arte e vale per quanto vale la tua idea, io ne ho un’altra. E non vedo perché dovrebbe la mia idea valere meno della tua. Dipende dalla perizia e dalla qualità del ragionamento e da come viene giustificata la propria idea se questa vale. E soprattutto dipende da quanto la propria idea combacia con il senso della contemporaneità che non è dato dai mezzi tecnici, né da come sappiamo gestirli, ma dalle capacità umane che riescono a costruire un nuovo sistema di pensiero.
    Grazie al cielo l’arte è ancora cosa da vedere e toccare e da giudicare solo dopo aver visto (molto) e esperito. E’ per questo che almeno io sospendo il giudizio su questo artista sin tanto che vedrò le opere qui presentate. Mentre tu ti accontenti di un video, una sedia, un tavolo e non hai il minimo dubbio intorno a ciò che stai dicendo. Qui, come altrove, ogni volta che sentenzi contro (in genere) un artista presentato. E’ per questo che ho deciso di provare anch’io a “criticare” come tu fai sulla base del nulla: per vedere l’effetto che fa. E l’effetto non c’è, è privo di consistenza logica e teorica fintanto che non si vedono le opere. Tanto che non ho nessun gusto, mi pare di fare quattro chiacchiere al bar e parlare (per me) di uomini. Opinione, non scienza. Semplice questione di gusto, non critica.
    Nel 2011 l’arte è ancora da vedere e toccare, mentre le tue formule idiomatiche (ikea e compagnia bella) semplicemente sostituiscono un lessico tecnico con uno finto colloquiale. Ma che sempre “tecnicistico” rimane, tant’è che pretende assumere valore significante.
    Un ultimo appunto: sembra evidente che di nichilismo sai un po’ poco o ne sai quel tanto che basta per citarlo; inoltre la formula matematica – + – = + qui non può essere, perché, se mai, in arte, è la ridondanza del messaggio che dimostra il concetto. L’accumulazione è tema formale che va riconsiderato (non a caso, negli ultimi dieci anni sembra essere lo stilema preponderante in arte in Europa come in Oriente, a Nord come a Sud) e che, secondo me, rappresenta in modo pregnante il nostro tempo.
    Tuttavia, mi pare e solo allo sguardo da “lontano”, io qui non vedo affatto una ridondanza di concetti, quanto piuttosto il contrario. Questo aspetto anche a me sembra un po’ scolastico e – di conseguenza – mi astengo dal giudicare oltre.

  • Luca Rossi

    Io sono conapevole che commenti troppo lunghi non servono e non vengono letti, quindi penso che la definizione di nichilismo ognuno dovrebbe cercarla da solo, semmai su wikipiedia.

    Per il resto io sono per un arte che sia una sorta di palestra per prototipi ed esercizi utili FUORI da questa palestra. Ssattamente come chi va in palestra a fare pesi non ci va per usare muscoli e tonicità dentro la palestra, ma FUORI.

    Tu invece sei per un tipo di arte protetta su torri d’avorio dove chiunque possa vedere quello che vuole. Sbagliato. Esistono criteri oggettivi (con piccoli margini) per definire valore e qualità. Ma queste caratteristiche non sono per tutti, cara Cristiana.

    luca rossi

    • Cristiana Curti

      Caro Luca, ho proprio idea che l’unico sport che pratichi tu è vedere ciò che ti pare (magari su wikipedia). Il tuo modo è ESATTAMENTE quello di chi costruisce torri (d’avorio.. ma quanto è in voga questa faccenda, ultimamente…), per te è solo un’altra torretta, temo. Le caratteristiche teoriche sono le consuete, nessuno se ne può liberare. Dipende solo da come i mezzi vengono usati.
      Poveri artisti, se tu sei il paradigma di chi deve cambiare le sorti del sistema dell’arte. Resta il fatto che tu giudichi opere senza vederle. Buon per te. Ti lascio al tuo bar sport (altro che palestra).
      Commento breve, credo apprezzerai.

  • Grazie, ma per il commento breve :)

    Questa non è il tuo o il suo blog privato, si fanno commenti; non c’è lo spazio per altro. E non sarebbe corretto altro. Tu invece continui a inserire cose extra e parlare di me (bar sport, io cambiare il sistema, ecc.). NON E’ QUESTA LA SEDE. Ti invito a commentare sul mio blog. Quì limitiamoci alla mostra di Vignando che io ho visto.

    Però mi sembra buffo che milioni di persone nel mondo prendano decisioni, anche più importanti di questi commenti, avendo una visione della realtà solo filtrata dai mass media, dalla TV e dai giornali (immagini, testi, video). Però con una mostra d’arte non è possibile, come se l’arte non facesse parte della realtà; ostinandoci ancora in questa visione narcisa e romantica dell’arte che ci tiene fuori dalla scena internazionale. Non a caso l’artista italiano più importante oggi sulla scena internazionale è Maurizio Cattelan, maestro di un raffinato o casuale cinisimo.

    • Cristiana Curti

      Io non so a chi ti riferisci quando affermi (chi parla? chi siete? ci sono nuovamente le vocine?) “come se l’arte non facesse parte della realtà”. Per me arte è realtà.
      Inoltre non capisco perché tu dovresti dettare le regole del gioco. Sei per caso il padrone del vapore? Sei l’arbitro della pallamano? Sei l’Ettore Andenna della nuova tv dei ragazzi?
      Io inserire cose extra? Ma se tu hai preso questo sito come dependance personale del tuo tanto che linki ogni sacra e santa parabola da là e spari ogni tre per tre la medesima litania (e dire che pensavo di essermi affrancata dalle messe e dalle liturgie). Evidentemente hai necessità di colonizzare (di esercitare la professione del missionario) come tutti i tuoi colleghi.
      Ho letto alcune “cose” dai tuoi scritti, ma ho enorme difficoltà a interloquire con chi non so chi sia (uno/trino?), sono ancora in soggezione di fronte alla superiorità numerica…
      Quando saprò con chi parlo, dialogherò.

      • la depandance la fate voi con interventi chilometrici e che parlano di me invece che dell’articolo sopra. Io non sto a questa dinamica, se volete parlare con me mi scrivete su whitehouse. Grazie

        • No Luca, non funziona cosí. Tu fai un “commento” che ha il tono e la pretesa di essere una “critica” (in senso tecnico) ad un lavoro e poi pretenderesti che, chi intende controbattere le tue affermazioni, lo facesse scrivendoti sul tuo blog dove, tra l’altro, sei arbitro unico ed assoluto di chi puó e non puó scrivere e dove, quindi, è legittimo supporre che non tutte le repliche troverebbero spazio. Per pretendere questo le tue critiche, le dovresti, allora, fare solo sul tuo blog! È evidente che chi replica ai tuoi commenti “critici” non possa non esaminare e discutere i tuoi “metodi” critici e quindi, in buona sostanza, “parlar di te”,

    • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

      luca, per te è diventato un chiodo fisso questa scena internazionale. Non ti sei mai chiesto che cos’è questa scena internazionale? Chi la manovra ? Secondo te è’una classe culturale superiore a tutto il resto o semplicemente una lobby economica finanziaria il cui compito è lodare e vendere a più non posso, solo alcuni artisti di loro gradimento tra cui il pupillo Cattelan.

      L’estetica per questi signori la intendono solo come una dottrina del lodare opere degli artisti di loro gradimento. E le altre opere d’arte? Non ce ne possono essere altre?

      • scena internazionale secondo me significa dialogo e confronto internazionale; tra operatori e pubblico di paesi diversi; il mercato c’è ma non tutto è dominato da esso.
        Se l’italia è 100 c’è qualità 2, se il sistema internazionale è 10.000 c’è qualità 200. E 200 sono tanti, mentre 2 sono pochi. Anche se il rapporto è il medesimo.

        lr

  • LorenzoMarras

    Luca caro, Nichilismo non si presta ad una definizione. Non è il NON credere a questo o quello che ti fara’ arrivare a comprendere il Movimento che contraddisgue la parola.
    Per comprenderLa devi partire dal concetto di “VALORE” cosi come lo stesso ci è stato tramandato dalla tradizione dell’Occidente.

    ad esempio valori come VERITA’ – GIUSTIZIA – BENE – DIO – BELLO – eccetera e nell’ambito di questi valori come ed in che modo ci si rapporta ad essi.

    Per abitudine ? per obbligo ? per vigliaccheria ? o peggio per consolarci
    insomma , comprenderai che nella vita tutto non è dato per sempre… dico meno male eh…. perche’ poi ci si mette anche questo pungolo della morte , maledetta morte , siamo irripetibili e ci facciamo cosi’ tante domande.

    Ed a proposito di valore, Heiddeger, il Prof. Martin Heiddeger spiega : valore …è tutto cio’ che svolge un ruolo fondamentale !
    quindi puoi comprendere quali effetti sulla nostra cultura hanno rappresentato detti valori……….

    oh luche’ chiudo qui eh altrimenti poi mi dai del nichilista e non me lo merito.

    ciao e salutami i piccoli rossi e la Vostra Bayreuth di inziati.

  • Per principio non esprimo (quasi) mai giudizi sulle opere altrui e non lo faro’ neppure questa volta ma, visto che i commenti  hanno preso un’altra piega per altro ne’ “estranea” ne’ “fuori” dal tema dell’articolo, mi permetto alcune considerazioni.
    La prima relativa ai media : non e’ certo dal medium impiegato che si puo’ decidere se un’opera possa o meno esser definita contemporanea. Pittura, come scultura ed installazioni non sono morte e non moriranno mai, ad esse si sono semplicemente affiancati, e se ne affiancheranno certamente in futuro, nuovi media: la fotografia, diventata essa pure ormai “classica” ed essa pure ciclicamente minacciata di “morte imminente”, il cinema, il video, i media cibernetici, i nuovi sistemi di comunicazione, internet ed i suoi sviluppi. Ogni medium non solo richiede una sua tecnica ed una sua inflessione linguistica, potremmo dire “dialetto” del linguaggio arte, ma anche un suo metodo di fruizione e soprattutto di critica, e questo mi porta alla seconda osservazione.
    Ciascuno di noi ha il sacrosanto diritto di decidere di starsene seduto in poltrona e di godersi, solo da li’, tutte le opere d’arte che, stampa, televisione, video ed internet gli consentono di raggiungere e ovviamente, ha anche il diritto di esprimere, su di esse, i giudizi che crede. Rimane, pero’, il fatto che, salvo casi particolari che poi diro’, quella sua “fruizione” non e’ quella che, molte delle opere che lui vedra’, richiedono per loro stessa natura” e che, per profondo conoscitore d’arte ch’egli possa essere, i suoi giudizi sono privi delle caratteristiche richieste ad un vero “giudizio critico” o “critica d’arte” tout court. Dimenticarlo fa decisamente scadere l’autorevolezza (e credibilita’) del critico in questione. Ovviamente, per esprimere un giudizio critco, non basta la “fruizione corretta” dell’opera d’arte ma occorre anche preparazione scientifica, ricerca ed altro… ma questo, come ho spesso detto, non e’ il mio campo e lascio ad altri il compito di precisare e completare.
    Le opere prodotte con i metodi piu’ classici (disegno, pittura, scultura e spesso, anche se non sempre, fotografia) necessitano, per una effettiva fruizione, d’essere viste “dal vivo” e per le installazioni, oltre alla visione “dal vivo” e’ anche necessaria la visione “in situ” (quest’ultima condizione puo’ sembrare una “duplicazione” della prima ma non lo e’ anche se qui, per brevita’, mi trattengo dallo spiegare il perche’). Ddato che molte delle mostre che oggi vengono allestite e quella che l’articolo descrive mi pare rientrare pienamente in questa categoria, assumono le caratteristiche di site-specific installation, tale necessita’ si applica di conseguenza anche ad esse. Questo non dipende solo dal fatto che in qualsiasi altra maniera si perdono troppi particolari e caratteristiche dei lavori ma, per me, soprattutto dal fatto che, chi le ha pensati e realizzati, lo ha fatto avendo in mente esattamente quel tipo di fruizione e si e’, conseguentemente, espresso in funzione di esso.
    I nuovi media (cinema, video, internet ecc. ecc.) raramente necessitano di particolari “modalita’ di fruizione” (salvo che l’autore non le abbia espressamente previste) anche se c’e’ una bella differenza tra il vedere un film sul grande schermo o, per andare agli estremi, sul display di un cellulare
    E veniamo alle eccezioni: da qualche tempo alcuni artisti, ed io sono tra quelli, hanno adottato quale medium internet e le sue possibilita’ o la fotografia ed il video creati appositamente per essere visti su piccolo schermo o addirittura sul display di un cellulare. E’ chiaro che, in questo caso, qualunque sia il medium originale della o delle opere “esposte”, il discorso fatto sopra viene ribaltato e la corretta fruizione ed il corretto giudizio critico saranno appunto quelli che tengono conto di tale “destinazione” decisa dall’autore (per esempi di intere mostre “pensate per essere visitate (almeno anche) virtualmente” mi permetto di rinviare al mio sito http://www.lucianogerini.it/index.php/exhibitions e per esempi di video realizzati per la visione su cellulare, attraverso il medium del QR, ai miei http://www.lucianogerini.it/a http://www.lucianogerini.it/b http://www.lucianogerini.it/c http://www.lucianogerini.it/d )
    Un ultima breve serie di osservazioni dirette a Luca Rossi:
    non e’ vero che i commenti “lunghi” non vengano letti. Non vengono letti dai frettolosi e dai poco interessati, ma sono quelli piu’ letti da chi ha intenzione di approfondire un argomento e fanno da utile (a volte fondamentale) complemento agli articoli tenuti volutamente brevi, forse proprio per stimolare il commento-approfondimento.
    il commento “breve”, spesso, e’ anche privo di reale contenuto, perche’ privo di elaborazione, e si riduce ad una forma verbosa di “mi piace” “non mi piace”, tipo di “giudizio” hai sempre stigmatizzato, quando non si risolve nella battuta o nello sberleffo, spesso apprezzabili, o nella volgarita’, l’offesa e l’invettiva, sempre pleonastici e superflui.
    fare critica, come pensi di fare tu, preconfezionando concetti (Ikea evoluta – volonta’ di esserci a tutti i costi – gestione della distanza ecc.) da utilizzare come i mattoncini del Lego, sara’ funzionale ad una “critica” che si propone di essere “digeribile” e letta” anche dai rettolosi e dai superficiali ma, temo, si risolva solo in un ulteriore operazione di “svendita”.
    Tu hai sempre affermato che quello a cui aspiri e’ “essere uno spettatore” (ma hai poi accettato e sottolineato piu’ volte d’essere stato definito “artista piu’ interessante del momento”) ora, come “spettatore” hai ovviamente diritto ad esprimere un giudizio ma dovresti anche chiarire che e’ appunto il giudizio di uno “spettatore” (e spesso di uno spettatore che ha visto in maniera non “corretta” secondo quanto detto sopra) e non porti sul piano della critica … la confusione dei ruoli e’ inopportuna e pericolosamente fuorviante.
    Ultimo e chiudo “ milioni di persone nel mondo prendano decisioni, anche più importanti di questi commenti, avendo una visione della realtà solo filtrata dai mass media, dalla TV e dai giornali (immagini, testi, video) “ .. e tu non ritieni che proprio questo mancanza di approfondimento, prima della scelta sia uno dei piu’ grandi problemi del nostro tempo? E’ proprio il caso di “esportarlo” ed applicarlo ad ogni campo dell’umano pensare ed agire?

    • …errata corrige :
      . Dato che molte delle mostre …
      …site-specifici-installations.
      Un’ultima breve serie…
      …tipo di “giudizio” che hai sempre stigmatizzato, ..
      …”letta” anche dai frettolosi…
      …in un’ulteriore operazione di “svendita”.
      …proprio questa mancanza di approfondimento..

      Chiedo scusa.

  • M

    Concordo con il primo commento. Ho visitato la galleria e il senso di freddezza, direi io di inconsistenza, è ben presente anche dal vivo.

    Tutte le opere sono davvero troppo facili, la ricerca dei materiali non è così raffinata, come si è detto in qualche commento, e l’immagine estetica è priva di qualsivoglia novità o spinta verso un concetto che non sembri del tutto banale.

    Il comunicato stampa risulta davvero una forzatura da mercante.

  • LorenzoMarras

    M , Le vorrei fare notare che comunque nel primo commento si fa un vistoso abuso del termine nichilismo , declinato in una veste decisamente fuori luogo.
    Infatti il commentatore-critico lo sceglie con il fine di stroncare l’opera che giustamente Lei ritiene facile, non raffinata, senza spinta eccettera eccettera.
    Occorre sempre precisare .

    • M

      In effetti la definizione “nichilista” non la trovo del tutto adatta.

  • Sabrina Leoni

    Salve a tutti. Questa è la prima volta che, dopo aver letto per diversi mesi articoli e commenti su questo sito internet, decido di scrivere. Il mio interesse per l’arte (contemporanea) è piuttosto recente, non ho fatto studi in merito, né in altri modi potrei dire di conoscerla; pertanto mi avvicino a questo mondo in “punta di piedi” (come si suol dire), cercando di capire di cosa si tratta, di come rapportarmi a essa e del perché farlo.
    Devo ammettere che, nonostante legga spesso Artribune, riviste di settore che acquisto in edicola e, per quanto mi è possibile, visiti gallerie e musei; nonostante ciò sono, per diverse ragioni, molto confusa; quel che leggo spesso non lo capisco, e di ciò che vedo fatico a comprendere le ragioni, fatico a rispondere alle domande che ogni volta mi pongo quando mi reco a una mostra: perché sono qui?, che cosa mi posso aspettare dalla relazione con l’arte?, come devo relazionarmi a queste opere per trarne “godimento”?, e che tipo di godimento?. Il più delle volte, all’uscita di un museo o di una galleria, mi rendo conto di trovarmi esattamente nella medesima condizione spirituale e intelllettuale di quando sono entrata: non ho tratto alcun arricchimento da ciò che ho visto. Il punto è che non riesco davvero a capire come rapportarmi a ciò che vedo per rendere utile la mia relazione con le opere; e ciò che leggo in merito (parlo delle recensioni della critica) mi rende l’impresa, se possibile, ancora più ardua.

    Ora, mi pare di notare che molti di voi (commentatori) siano piuttosto avvezzi a questo mondo e siano in grado di trovare ciò a cui io anelo ma che non riesco ancora a trovare: quel arricchimento (di qualsiasi natura esso sia) che compensi del tempo e del denaro speso per l’arte. Per questo vi sarei grata se, poteste aiutarmi qui su questo sito e da ora in avanti, a fugare dubbi e perplessità che mi attanagliano.

    Dopo questa lunga premessa, provo a entrare nel merito di questa mostra di Mauro Vignando.

    Parto dall’articolo di Ginevra Bria. Ci sono molte cose che non capisco e sarei grato a voi e alla stessa Ginevra se mi aiutaste a decifrarle:
    1) “Mauro Vignando installa rese progettuali nette e supporti programmatici difformi”. Che cosa si intende per “rese progettuali nette” e “supporti programmatici difformi”?
    2) Cosa si intende per “segmenti geometrici che parcellizzano la materia”?, e in che senso la materia può essere ridotta a “spazio senza uscita, via oscura di una domanda dalla risposta infinita”?
    3) Si dice che tutte le opere sono “Un chiaro invito a smettere di vedere, per cominciare a osservare”, in che senso?

    Tra i commentatori mi colpisce sempre Cristiana Curti, per la preparazione e la pacatezza che mi sembrano contraddisinguere i suoi commenti. Per quanto riguarda questa mostra ella scrive:
    “Io, invece, in queste opere noto perizia compositiva e ricerca del materiale appropriato, qualità costruttiva e una cifra “classica” che non mi dispiace e che riconosco come equilibrata e italiana. C’è un poco di freddezza formale e un certo schematismo scolastico, ma il fatto che “ancora” oggi ci siano artisti che preferiscono far lavorare la materia e lo facciano con una buona capacità e esperienza secondo una cifra che ci fa riconoscibili nel magma quasi sempre indistinto del panorama contemporaneo mi colpisce e soddisfa”.
    Mi rivolgo pertanto a lei (e a chiunque saprebbe rispondermi):
    1) In che modo è possibile rilevare “perizia compositiva”?, cioè a dire, quali “strumenti di misurazione” di perizia composivita dovrei adottare se volessi anche io recepirla in una qualsiasi opera che potrebbe presentare tale perizia?
    2) Si parla di “ricerca del materiale appropriato”; immagino che per “appropriato” si intenda “giusto”, ma quando e in relazione a cosa un materiale può dirsi “giusto” o “appropriato”?, nella fattispecie perché i materiali utilizzati sarebbero “appropriati”?
    Da ultimo, chiedo a Lei, Cristiana, la visita di questa mostra è stata per Lei un arricchimento?, se sì, in quali termini? Io vedo dei parallelepipedi esposti e non capisco quale tipo di godimento, dall’osservazione di tali parallelepipedi, dovrei trarre: estetico (nel senso di “aah che bei parallelepipedi, starei ore ad ammirarli!”)?, concettuale? (qua, mi pare, raramente si affrontano seriamente, cercando di portare alla luce, i contenuti concettuali delle opere), che contenuto concettuale ha, se lo ha, questa mostra?

    Tutte queste mi perplessità valgono per queste opere così come per tante altre. Ritengo che siano perplessità che non sono solo mie ma ampiamente condivise da molti di coloro che faticano a rapportarsi alll’arte, e a quella contemporanea in particolare.

    Un saluto e un grazie a tutti coloro che mi aiuteranno a COMPRENDERE PER QUALI RAGIONI dovrei continuare a interessarmi al mondo dell’arte.

    • Cristiana Curti

      Cara Sabrina, con un poco di fretta (magari rimandando a un’esposizione approfondita più avanti) rispondo per ciò che mi riguarda e che ha voluto sottolineare più che giustamente.
      Detto fra noi, anch’io penso – come lei – che spesso l’arte contemporanea sia “operazione intellettuale” più che “attività necessaria” e che quindi sia diffcile comprenderne sempre le funzioni e trarne sempre godimento e conoscenza.
      Deve però osservare molto bene le opere e non aver timore della prima impressione, lasciarla decantare. Non farsi condizionare da altri, mantenere il punto e la prospettiva che si è fatta in prima battuta. Ciò che vede è ciò che è. Ciò che riuscirà a ottenere da un’opera (o da un’artista) è ciò che collima con il suo gusto e con la sua cultura. In realtà questo è l’insegnamento per poter godere dell’arte di tutti i tempi. Senza forzare, potrà in breve avere più dimestichezza e abituarsi ai linguaggi così diversi della contemporaneità. E dopo questa bella lezioncina (non mi creda così pedante, è il sistema che anch’io utilizzo, se non capisco non giudico, ed è difficile capire sempre, perché oggi più che mai un’opera viene inserita all’interno dell’evoluzione creativa dell’artista, per cui – ad esempio – è complesso comprendere una performance se prima non si conoscono le precedenti di quel performer, la sua poetica, ecc.), passiamo al resto con una premessa necessaria: forse le sarà sfuggita l’ammissione del fatto che io, la mostra di Mauro Vignando, non l’ho mai visitata. Nel mio “finto” giudizio mi limitavo a osservare le immagini riportate da Artribune, contestando, nel contempo, che si possa giudicare un’opera senza vederla personalmente e ciò anche con i limiti ben indicati da Luciano, ovvero, laddove sia l’opera a richiedere una visione supportata da video (perché l’immagine fotografica/filmica richiede di essere proiettata/registrata/edita in video) o addirittura eseguita espressamente per il web o per il display di un cellulare non si potrà procedere se non giudicando attraverso l’utilizzo del piccolo monitor.
      Quindi non posso darle un giudizio sulla mostra di Vignando, giudizio che infatti abbandonai.
      Il termine “composizione” riprende le qualità costruttive basate sulla relazione interna esistente fra materiali scelti e dimensioni spaziali imposta dall’artista, fra “sistemazione” complessa dei materiali e dei concetti all’interno di uno spazio “artistico” dato che sia una tela, un ambiente, un supporto sonoro, ecc. E’ una sorta di rapporto architettonico di base che definisce con la sua maggiore o minore limpidezza/semplicità/qualità estetica/organizzazione la bontà “compositiva” di un’opera. Se osserva un qualsiasi quadro di Piero della Francesca o una scultura del Giambologna (anche se diversissimi, naturalmente) capirà ciò di cui parlo. Ma anche una “cinghia” impolverata di Scarpitta. Le teorie dei colori, dello spazio, della costruzione valgono ancora oggi, non possono mai essere dimenticate, anche se il materiale non è più bronzo ma luce o gesto.
      La costruzione delle opere e installazioni di Vignando, da quel poco che vedevo in queste immagini, mi sembra equilibrata e ben composta all’interno dello spazio espositvo. E così dicasi anche per il cosiddetto “materiale appropriato” che io intendo come tale perché per me decisamente ricalcante alcune prove di artisti italiani degli anni ’60 e ’70 che hanno fatto scuola (parlo di Arte Povera e della Scuola di Piazza del Popolo in particolare). E’ per questo che parlo di una “cifra italiana” per Vignando (ma senza vedere, non posso ulteriormente sottoscrivere). La mia è una “deformazione” dovuta allo studio: dove trovo un’eco del passato sono convinta ci possa essere anche la “sostanza” di quella cultura, ma non sempre è così e per essere più sicuri di ciò che si dice (o di ciò che si immagina) si DEVE vedere personalmente. L’ “appropriatezza” è in relazione ad alcune citazioni “storiche” probabilmente volute (le finestre di Tano Festa, in Vignando più auliche e quindi, per ipotesi, evolute in stadio più alto della matrice simbolica originaria; le pietre di Giovanni Anselmo, qui ulteriormente agravitazionali e altro ancora). Ma è tutto inutile: io non vidi e non posso dire che ciò che dico sia vero neanche per me. Noto solo la superficie relata dell’opera non la sua essenza.
      Un commentatore che dice di aver visitato la mostra afferma che non c’è alcun’eleganza nella serie di parallelepipedi o nel video inserito nella struttura cubica, e non c’è modo di non credere a chi davvero vide, sempre che le interessi l’opinione altrui e in che misura l’opinione altrui la possa convincere.
      In effetti, l’unica cosa che conta è la propria opinione che spesso è più “sana” in persone che affermano (come lei fa) di non sapere ma che hanno il pregio di insistere per capire. Rara qualità che si trova in pochissimi fra coloro che giudicano l’arte per professione.
      Insista senza perdere questa lucidità.
      La ringrazio molto per la sua cortesia.

      • Sabrina Leoni

        Gentile Cristiana, grazie mille per la Sua pronta e diffusa (al contrario di alcuni, credo che la brevità non sia quasi mai un bene, quanto piuttosto la causa prima di incomprensione) risposta.

        Dunque, cerco di entrare nel merito.

        Lei ritiene che nell’esposizione delle opere di Vignando all’interno del contesto vi sia un equilibrio rilevante; se ho ben capito questo “equilibrio” è paragonabile a ciò che Gombrich, nella sua “Storia dell’arte”, definisce come un “essere a posto” – penso che Lei possegga una copia della Soria di Gombrich, pertanto mi perdonerò se non sto qui a riportare il passaggio, se vuole può trovarlo a metà circa della breve introduzione. Ora, al di là del fatto che, come scrisse Wittgenstein, in qualunque insieme di elementi dato è sempre possibile individuare una “forma d’ordine”, nella fattispecie mi domando: prendiamo la foto 12di12 (cioè l’ultima) – quella in cui abbiamo una serie di elementi (i parallelepipedi, appunto) in una certa relazione spaziale tra loro -; Lei ritiene che sia davvero così apprezzabile, al punto da impiegare il proprio tempo (il tempo di chiunque), rilevare gli spazi che occupano i parallelepipedi e quelli che tra loro intercorrono?, e anche una volta rilevati, non trova che mille altre possibile formazioni si potrebbero apprezzare allo stesso modo?, qual è dunque la difficoltà nell’organizzare gli elementi in modo tale che qualcuno possa ritenerli “a posto” (direbbe Gombrich)?, io ritengo che persino un bimbo di 5 anni riuscirebbe a comporre i mattoncini lego in un modo che sia io sia Lei definiremmo di un equilibrio rilevante. Detto ciò, comunque, se questi elementi venissero accostati in un qualunque contesto (compresa la stanza di mio nipote di 5 anni) non artistico, ritiene davvero che qualcuno (io e Lei comporesi) perderemmo tempo a rilevarne l’ordine compositivo? Io ritengo che no, e lo ritengo per il semplice motivo che non scorgo nessuna possibilità di arricchimento – intellettuale, spirituale o che dir si voglia – nel “ammirare” i rapporti spaziali che intercorrono tra 4 o 5 oggetti qualunque. Se per Lei non è così, davvero, mi dica che tipo di arricchimento ritiene potrebbe derivarle dall’esperire, magari dal vivo, la compisizione di 4 parallelepipedi che altro non siano (significhino, stiano per…) 4 parallelepipedi.

        Per quanto riguarda il “materiale appropriato” che Lei riconduce a certa Arte Povera, mi domando, anche in questo caso che tipo di godimento si possa provare nell’atto del ri-conoscere (conoscere nuovamente), se non quello fine a se stesso per il quale, umanamente, ci autocompiaciamo di essere all’altezza di ciò che stiamo vedendo; come a dire: “ah che fortuna!, grazie a questi parallelepipedi posso autocompiacermi di poter sfoggiare (magari anche in solitudine) le mie conoscenze di storia dell’arte!”. Va tutto bene, sia chiaro, ma quanto si può andare avanti a baloccarsi in questo modo prima di sentire l’esigenza di qualche stimolo, qualche esperienza che ci arricchisca realmente?
        Il mio timore, insomma, è che l’arte – ne parlo in generale, ora – abbia perso, se mai lo ha avuto, utilità, non è più utile né da un punto di vista intellettuale, né spirituale, né in alcun altro modo; non stimola riflessioni se non di natura metalinguistica e autoreferenziale, né emoziona in alcun modo. Che sia un “prodotto” di cui chi realizza fa fruizione, una realtà che vive un circolo vizioso chiuso in se stesso fatto di addettiailavori che non s’avvedono del fatto che qualunque soddisfazione il pubblico volesse trarre dalle opere d’arte potrebbe maggiormente farlo rivolgendo la propria attenzione altrove.

        Questo è solo un timore, ovviamente, e sono qui per cercare di sfatarlo, trovare qualcuno che mi aiuti a farlo. Mi perdoni Cristiana di ciò che Le ho scritto, spero di non averLa offesa, penso che le ragioni (Sue) che mi ha espresso, in fondo, siano quelle di molti altri; ma che rivelino una sorta di ipnosi data dal fatto di non riuscire a porsi al di fuori di questo mondo, di vedere le cose un po’ dall’esterno per rendersi conto della loro scarsa utilità.

        Un saluto

        • Cristiana Curti

          Gentile Sabrina, ho davvero preso un abbaglio o è lei che gioca a fare la finta inesperta? Temevo qualcosa del genere. Lei ha già le domande e le risposte. E forse è giusto che sia così. Peccato, pensavo di essere io a imparare da lei.
          Io non posso far altro che aggiungere che, poiché non ho visto la mostra non posso affermare nulla. Né che vi sia equilibrio né che non vi sia. Né che vi sia un rapporto fra i materiali, il pensiero dell’artista e lo spazio (questo è il rapporto interno ed architettonico di cui parlo, non credo a una banale relazione tecnicistica fra oggetti e spazio come mi pare lei invece voglia vedere, anche citando Gombrich e addirittura Wittgenstein, molto amato ultimamente su questo palco…) né che non vi sia.
          Io vedo enorme utilità nel discutere d’arte. Non sono né un docente né un critico, solo un’appassionata. Lei, invece, mi pare, al contrario di me, sia infinitamente più skill. Ma sta chiedendosi (sbagliando, secondo me) quale sia la funzione dell’arte perdendo di vista l’opera o l’artista o anche il contesto storico in cui l’artista vive e opera.
          Se lei ritiene che osservare un’opera d’arte, visitare un museo, assistere a una performance sia un mezzo per arrivare a/ottenere qualcos’altro, temo abbia intrapreso una strada che è stata abbandonata dopo che i Maestri Campionesi svolsero alla perfezione il proprio ruolo.
          Mi perdonerà, quindi, se purtroppo io – che non ho visto la mostra di Vignando quindi NON ne posso parlare, così come lei, d’altronde, non dovrebbe se non la vide – non posso ulteriormente aiutarla. Ho la netta sensazione che abbia già trovato il suo guru, del resto, mentre io rimango volentieri nel mio stato ipnotico. E spero anch’io non prenda le mie parole per offese.
          Un saluto cordiale, sperando che qualcuno migliore di me possa soddisfare le sue legittime perplessità.

  • LorenzoMarras

    Complimenti Signorina Leoni , debbo riconoscere (stando a quanto da Lei dichiarato) che per quanto breve sia stato il tirocinio didattico intorno all’oggetto “arte contemporanea” i passi da gigante compiuti , sono stati quanto mai rilevanti (mi sento quasi a disagio perche’ anche io sono , diciamo un neofita del campo).
    Debbo comunque’ rilevare che le sue osservazioni riguardanti l’atteggiamento verso i manufatti in forma di parallelepipedo , pecchino tuttavia di sottile “provocazione” laddove Lei fa ricorso a forme interrogative circa i supposti godimenti che possano scaturire dalla visione di oggetti che tutto sommato trovano origine in un mero “calcolo”. Bisognerebbe , semmai, porre la domanda al suo autore e non infilare di soppiatto lo spettatore seppure nel modo garbato che il suo commento esprime.

    Le porgo distinti saluti.

  • Sabrina Leoni

    Gentili Cristiana e Lorenzo, io non sono né finta inesperta né provocatoria. I miei dubbi ritengo siano legittimi, oltre che circostanziati, e riflettano quelli di una percentuale decisamente alta di coloro ai quali è stato dato di relazionarsi all’arte (contemporanea).
    Sarebbe pertanto utile, credo, rispondervi nel merito se non si vuol confermare l’impressione – che, appunto, è un’impressione, non una conclusione come si afferma – che il mondo dell’arte (coloro che vi fanno parte in modo assiduo) sia autoreferenziale.
    Che relazionarsi all’arte sia un modo per ottenere qualcosa / arrivare a qualcosa mi sembre ovvio, come lo è, del resto, ogni cosa che facciamo: in vista di un fine, di una qualche utilità, sia essa pratica, o intellettuale, o spirituale ecc.. Se per qualcuno non è così, quel qualcuno dimostrerebbe semplicemente di relazionarsi all’arte solo perché fa tanto “cool”.

    Se io mi relaziono a qualcosa, qualunque cosa, lo faccio o per ciò che la cosa è, o per ciò che essa rappresenta, i significati che veicola ecc. Nella fattispecie non è emerso alcun contenuto concettuale – cosa che, mi pare, accade spesso quando si discute di arte, su questo sito come altrove. Dunque, resta il “per ciò che è”; e qui, come nel caso di altre opere, quel che è è ciò che possiamo trovare ovunque, senza bisogno, appunto, di rivolgerci al mondo dell’arte.

    Il mio discorso, ripeto, assume le opere di Vignando solo come esempio (e nemmeno paradigmatico); esso fa dunque riferimento al mondo dell’arte contemporanea in modo più generale.
    Ribadisco il fatto che sarei ben felice se qualcuno riuscisse a farmi comprendere in quali modi poter trarre reale godimento dall’arte contemporanea e, magari, quali opere e quali artisti possano davvero permettere un’esperienza arricchente sotto un qualsiasi punto di vista.

    Un saluto

  • Sabrina Leoni

    Voglio aggiungere un dialogo avuto con un’amica durante un viaggio all’estero un paio di anni fa. (Qualche tempo prima di partire avevo letto qualcosa su Duchamp, sapendo che dove mi sarei recata avrei potuto visitare un museo contenente alcuni suoi ready-made)

    IO: Carla, che ne dici di andare, domani, al museo? Ci sono esposti diversi ready-made di Duchamp! Sai, Duchamp, quello che per molti è il padre dell’arte contemporanea!
    LEI: ma chi, quello dell’orinatoio/fontana?, quello dello scolabottiglie/riccio?
    IO: si, esatto!
    LEI: mah, io non ho mai capito la fama di questo Duchamp… voglio dire, uno scolabottiglie come quello sta pure nella cantina di mio cognato, se voglio ammirarlo (cosa che, del resto, non mi è mai passata per la testa) vado in cantina, perché dovrei perdere un pomeriggio per vederlo esposto in un museo?
    IO: emm… beh…. sì è vero… ma….. quel che conta è la portata rivoluzionaria dell’operazione duchampiana! Lui ci ha spiegato che tutto può essere arte grazie allo spostamento del punto di vista… così ho letto, mi pare…
    LEI: e cioè?
    IO: beh, prendi l’orinatoio, appunto, lui ha chiamato l’opera “fontana”, perché mutando il punto di vista muta il nostro modo di relazionarci alla cosa e la sua identità stessa; così è per lo scolabottiglie, che lui ha chiamato “scolabottiglie o riccio”, in fondo è vero, a seconda del punto di vista esso può apparire come scolabottiglie o come riccio…
    LEI: ma scusa, questo mutamento dell’identità del reale in relazione al mutamento del punto di vista non è la stessa cosa che fa tuo figlio piccolo quando gioca con la spazzola chiamandola “il riccetto”?, che ha inventato Duchamp? Perché nel caso di Duchamp, quella cosa diventa arte e nel caso di tuo figlio no? Che tipo di valore artistico acquista – se lo acquista – nel momento in cui lui la espone in un museo? A me pare nessuno… tu che dici?
    IO: …..

    Ecco, ci crediate o meno, queste perplessità sono mie, di Carla e di un sacco di altre persone… Sarei grata, pertanto, se qualcuno riuscisse a rispondere a tali perplessità, a spiegare per quale ragione quel giorno avremmo dovuto recarci al museo a vedere le opere di Duchamp.
    Cosa che, alla fine, non abbiamo fatto :)

    • …e hai fatto benissimo, per due buoni motivi: il primo e’ che, comunque, quelli non erano certamente”originali” (per i ready-mades, salvo uno o due, e’ praticamente impossibile trovarsi di fronte ad un originale) e l’altra, moto piu’ importante, e’ che Duchamp, come (quasi) tutta l’arte concettuale non necessita (in genere) di una “visione dell’opera” (salvo che per un appagamento anche del senso estetico … ma da Duchamp stigmatizzato con la sua battaglia all’ “arte retinica”) ma, quasi sempre, la sua “descrizione” (o persino “enunciazione”) e’ sufficente dato che, appunto, l’opera risiede nel concetto (non credo che tu andresti a vedere in un museo il concetto di “democrazia” o di “repubblica”)
      Per quanto riguarda la risposta alla tua amica Carla, mi permetto di darti la mia: Anche se quello che fa tuo figlio e’ piu’ o meno conseguenza dello stesso “concetto” di Duchamp (cambiando la collocazione, la funzione, o “definendo” diversamente un oggetto, ne muto lo status e pongo un problema di identificazione e, da li’ avanti e avanti ma il discorso si farebbe molto lungo e, credo proprio che, comuinque tu, questo discorso lo conosca benissimo) ma le due diffrenze fondamentali (e fondanti) sono che mentre tuo figlio lo fa per se’ e annette al farlo solo la funzione di gioco e di “costruzione di fantasia” personale o del suo “prossimo”, Duchamp e unl’artista in generale) lo fa’ con la precisa intenzione di produrre “arte” e con la volonta’ di “comunicare” qualche cosa, attraverso tale sua produzione ad una “comunita’ generica non pre-identificata”… in parole grosse all’Umanita’)

      • Sabrina Leoni

        Grazie della risposta Luciano.
        Mi fa piacere rilevare che è in accordo con me nel sostenere che anche nel bambino piccolo vi sia quella capacità di creazione che porta, in questo caso, a mutare l’identità di ciò a cui ci si relaziona. Lei dice (mi par di capire) che, tuttavia, nel caso del bambino la spazzola diventa semplicemente riccio, nel caso di Duchamp (per una diversa consapevolezza) lo scolabottiglie diventa non solo riccio ma anche arte, perché per tramite di tale mutamento si compirà una “comunicazione” (o almeno è ciò che si dovrebbe compiere).
        Il punto, dunque, è: nella fattispecie dello scolabottiglie (piuttosto che di fountain o di altri ready-made) qual è il contenuto (concettuale) che esso, nel diventare arte, comunicherebbe? Perché se è vero che, come dice, l’opera risiede nel concetto – ovvero, l’artisticità di una qualunque cosa che venga proposta come arte (concettuale) risiede nei suoi contenuti specifici – allora quali sono questi contenuti che rendono arte ogni specifica opera di Duchamp? Quali sono questi consapevoli contenuti che sarebbero assenti nel “gioco” di mio figlio?

        Un saluto

        • Mi sembrava di avertelo gia’ detto ma elaboro maggiormente. Io sono convinto (non sono il solo ma non e’ neppure un’idea universale e neppure prevalente) che la caratteristica di “arte” un oggetto la ottenga dalla volonta’ di chi la crea. In buona sostanza (come diceva appunto Duchamp a me interessa l’arteista e non l’arte). C’e’ quindi un soggetto che decide (per professione o meno, in via continuativa o meno) di “esprimersi” con un “linguaggio” cui diamo per convenzione il nome di “arte”> Quello che tale soggetto fa. con l’intenzione di porre in essere un tal tipo di comunicazione e’ “arte” (ovviamente poi stara’ allo spettatore ed al critico a giudicare la bonta’ o meno di quell’opera d’arte). Sono assolutamente certo che tuo figlio abbia, in una qualche misura, le facolta’ ed anche la capacita’ di operare nello stesso modo e seguendo un “percorso mentale” simile a quello di un artista (ti diro’ di piu’ io credo che dovremmo prestare molta piu’ attenzione all’operare, soprattutto ludico, dei bimbi..). Il fatto e’ che tuo figlio non ha deciso di “essere arteista” e di “esprimersi col linguaggio dell’arte” e che quello che fa non lo fa per comunicare (almeno non per comunicare ad una collettivita’ indifferenziata). Nulla vieta che chi guardi ad un suo disegno e segua un suo gioco non vi possa ravvisare una comunicazione artistica, ci troveremmo di fronte ad una sorta di “arte involontaria” (pensa ad esempio a tanta arte tribale che ee, in origine, solo artiginato tribale, spesso per scopi di culto, d’uso famigliare o di “performance” sociali ma che viane “assunto” da noi come arte).
          Quali sono i contenuti? Possono essere diversissimi ma sempre si compendiano in una “comunicazione” di tipo non verbale (anche quando l’opera si estrinsechi in parole scritte su un muro come nel caso di Lorenz Weiner) che tende a sucitare nello spettatore una sensazione, un sentimento, una riflessione ecc. ecc. e che per fare cio” usa un linguaggio particolare (qui, in genere, parliamo di linguaggio visivo) fatto di assonanze, paragoni, paradossi, sostituzioni, accostamenti, ecc. ecc. e lo fa seguendo dei suoi proprio (dell’autore) principi di estetica.

          • mi scuso, ci sono molti errori, che per fortuna non impediscono la comprensione, e manca un pezzo, dopo “Quali sono i contenuti? Possono essere diversissimi” manca: “quasi sempre attinenti alle domande che sono consulente in filosofia, sociologia, psicologia e non solo” poi continua con “ma, sempre si compendiano…”

          • Sabrina Leoni

            Gentile Luciano, perdonami (ti do del tu :) ) ma invece continui a non rispondermi.
            Tu scrivi che per mezzo dell’opera d’arte si cerca di compiere un atto di comunicazione. Duchamp avrebbe compreso che un’opera d’arte può essere tale, e dunque comunicare qualcosa, anche senza essere un manufatto: in sostanza, anche un oggetto trovato, allorché si muti il tipo di relazione che si intesse con esso – non più di tipo pratico/funzionale ma, appunto, concettuale/comunicativo – può essere fruito come arte. Così lui prese uno scolabottiglie, una porta, la custodia di una macchina da scrivere e li collocò in un museo in modo tale da ppoter mostrare che anche tali oggetti trovati sarebbero potuti essere arte mutando il punto di vista su essi.
            Ora, il punto è, però, che ciascuno di questi oggetti non mi pare riesca a veicolare alcun tipo di comunicazione, alcun tipo di concetto, se non di una banalità disarmante come le simbologie falliche per i bracci dello scolabottiglie e così via… Allora io mi chiedo, e chiedo a te a ad altri, perché rivolgere così tanta attenzione a queste “opere d’arte” se il massimo arricchimento (chiamiamolo arricchimento!) che da esse possiamo trarre è prendere atto che contengano una simbologia fallica? Se l’arte deve essere comunicazione; se, come dici, per Duchamp cpme per quasi tutta l’arte concettuale l’opera d’arte risiede nel concetto, e se lo scolabottiglie è un’opera d’arte, qual è il concetto su cui risiede lo scolabottiglie? e su quale concetto risiede la custodia della macchian da scrivere? e su quale la porta?
            L’atto del trovare un oggetto qualunque, da parte dell’artista, è ciò che porta questo oggetto qualunque a divenire opera d’arte. Ma tale opera d’arte dovrà avere un qualche contenuto! Altrimenti è del tutto inutile! Altrimenti non è arte.

            Un saluto

  • Ho seguito con molto interesse questo scambio anche se con, lo confesso, un pizzico di scetticismo sulla reale affermata tua “incompetenza”. Dato che per principio ritengo, fino a prova contraria, che il mio prossimo sia in buonafede, parto dall’assunzione che tu, Sabrina, sia esattamente chi dici di essere: una persona che si accosta per la prima volta all’arte contemporanea e che cerca di progredire nella sua fruizione.
    Parto da questa tua frase “Se io mi relaziono a qualcosa, qualunque cosa, lo faccio o per ciò che la cosa è, o per ciò che essa rappresenta, i significati che veicola ecc” escludiamo subito la seconda e la terza ragione, perche, se cosi’ fose veramente, tu non ti saresti mai relazionata, in vita tua, con un fiore, un animale selvatico, un paesaggio, un’alba o un tramonto, una giornata di pioggia o di sole settembrino ecc. e neppure con un uomo (o una donna) perhce’ l’amore non rappresenta e non veicola alcun particolare “significato”.
    Rimane la prima ragione ” cio’ che la cosa e’ ” .Premesso che e’ mia convinzione che nessuno sappia’ davvero che cosa ” E’ ” un’altra cosa (e in verita’ neppure quella “cosa” che egli stesso e’), ma sia solo in grado di percepire uno o piu’ aspetti della cosa, li associ alle sensazioni che prova nella istantaneita’ o nello sviluppo della sua relazione con la cosa stessa, e questa associazione di “esperienza” e “sensazione” entrata a far parte del suo patrimonio culturale costituisce cio’ che esso chiamera’ “realta’” di quella particolare cosa (e questo e’ cio’ che io definisco ” paradosso della realta’ “) Accantoniamo pero’ questa mia convinzione, almeno per ora, e partiamo da questa tua prima “ragione”. Bene, nell’arte, ti consiglio di attenerti ad essa, almeno come punto di partenza: se tu ti relazioni ad una pietra perche’ e’ una pietra, ad un albero perche’ e’ un albero, sei ad un buon punto: relazionati ad un dipinto, una foto, un’installazione, un video perche’ sono tali e parti semplicemte da li’. Non credo tu mi dirai che quando guardi una pietra o un albero, un’alba o un tramonto, una persona che passa o le nuvole… ti fai tutte le domande che hai posto a Cristiana … io credo, anzi sono certo, che invece tu (almeno quando sei “spontanea” e non cerchi di assumere il “controllo scientifico” di te stessa) provi, nel vederli, dei sentimenti (piacere, simpatia, antipatia, senzazione di benessere o di malessere ecc. ecc. ) e non ti stai a chiedere quanto e’ lunga o larga la pietra, se e’ posta in armonia o meno con quella accanto, come non ti chiedi che cosa e’, scientificamente, un tramonto, che significato veicoli … se diventerai un’osservatrice (cosi’ come, ad esempio, se ti apassionerai alla fotografia) col tempo, poi, incomincerai ad accorgerti che una certa relazione spaziale fra oggetti, una certa “composizione”, simmetria o assimmetria, una certa “qualita’ della luce” ecc. ecc. , producono “effetti” e suscitano “sensazioni” particolari ed incomincerai ad esercitare la “critica dell’osservazone” (o della fotografia nell’esempio citato). Ma se a te preme solo “godere” dell’arte (in genere, sia chiaro, non solo dell’arte contemporanea) il punto di partenza e’ semplicemente quelo di porti di fronte ad essa senza pensiero alcuno ed ascoltarti… il silenzioso “giudizio” che si forma spontaneamente in te e’ l’unico valido (non in assoluto, ma per il tuo “assoluto” di quel momento). I testi critici e qui ti capisco e in parte ti do’ ragione, sono spesso pieni di espressioni di difficile comprensione quando non “volutamente oscure” (anche se, in generale tanato “migliore” e’ un critico e tanto piu’ comprensibile la sua prosa) . Ma tu hai una buona cultura e ti faccio notare che leggere Gombrich o Wittgenstain non e’ esattamente come leggere “la vispa teresa” ma che tu, come tutti, non hai inziato col leggere Gombrich o Wittgenstain ma appunto “la vispa teresa” … i testi critici di difficile comprensione (ammesso che tu , poi, ne senta davvero necessita’) verranno col tempo.

    • Sabrina Leoni

      cito: “se tu ti relazioni ad una pietra perche’ e’ una pietra, ad un albero perche’ e’ un albero, sei ad un buon punto: relazionati ad un dipinto, una foto, un’installazione, un video perche’ sono tali e parti semplicemte da li’. Non credo tu mi dirai che quando guardi una pietra o un albero, un’alba o un tramonto, una persona che passa o le nuvole… ti fai tutte le domande che hai posto a Cristiana … io credo, anzi sono certo, che invece tu (almeno quando sei “spontanea” e non cerchi di assumere il “controllo scientifico” di te stessa) provi, nel vederli, dei sentimenti (piacere, simpatia, antipatia, senzazione di benessere o di malessere ecc. ecc. ) e non ti stai a chiedere quanto e’ lunga o larga la pietra, se e’ posta in armonia o meno con quella accanto, come non ti chiedi che cosa e’, scientificamente, un tramonto, che significato veicoli”.

      Luciano ciò che dici è ciò che penso. Proprio per questo mi domando, e lo domando a Lei e a chi come Lei sarà così gentile nel porsi in dialogo: se il mio modo di relazionarmi a una pietra (e ridaje con i parallelepipedi :) ) è, che mi trovi in un museo o in una cava di marmo, il medesimo, per quale ragione io dovrei rivolgere la mia attenzione, il mio tempo, il mio denaro al museo anziché alla cava di marmo? Se un ready-made può arricchirmi (perché questo è ciò che cerco; ri-conoscere ciò che già so, già è in me, non mi sembra un’attività così stimolante), emozionarmi o trasmettermi qualche nuovo concetto, ciò può avvenire tanto in una galleria quanto nella cantina del cognato della mia amica; sbaglio?

      Mi sono soffermata molto sui ready-made, ma su molta arte contemporanea ho dubbi diversi; in particolar modo la trovo sempre più spesso introversa, autoreferenziale, come se essa non fosse più (sempre che lo sia mai stata) adeguata (forse perché altre realtà l’hanno sopravanzata) a “parlare” di altro da sé: un sistema autopoietico.
      Quando leggo dell’opera vincitrice all’ultima Biennale di Venezia, The Clock, noto che gli unici contenuti dell’opera sono autoreferenziali, cioè a dire che l’opera d’arte riesce unicamente a parlare di sé in quanto arte, è un discorso artistico sull’arte; questo accade per moltissime opere, compresa quella di cui sopra, di cui alcuni parlano riuscendo unicamente a pensarla come “arte per l’arte”, per questo ho parlato di autocompiacimento e di ipnosi collettiva degli addettiailavori.
      Mi pare che, se provassimo a pensare un mondo in cui non esistesse il concetto stesso di arte, se tutto ciò che ora noi chiamiamo arte continuasse ad esistere (senza, dunque, poter essere concepito come arte) esso non avrebbe per noi alcuna utilità e dunque alcuna attrazione, giacché non conterrebbe alcuna riflessione sul mondo che stiamo vivendo, nulla in grado di arricchirci.

      Un saluto

  • Signorina Leoni non vorrei pensasse che da parte del sottoscritto sia stata posta in dubbio la sua buona fede giacché l’appunto era indirizzato solamente al suo domandare,invero per niente orfano di adeguata conoscenza.
    personalmente il conoscere non rientra in un orizzonte di aspettative perché considero le esperienze dirette una forma di contemporaneità più accessibile rispetto magari a quelle giudicate nobili per ufficialità storica.

    • Sabrina Leoni

      Signorino Marras aver letto tanto non significa avere compreso. I miei commenti denoteranno forse un certo interesse, consumato in diverse letture (come, del resto, se si vuol leggere bene, nel mio primo commento io stessa ho affermato); ciò non implica tuttavia che io ora sappia come rapportarmi all’arte per trarne un godimento maggiore o diverso da ciò che posso trarre nel rapportarmi, come giustamente dice Luciano Gerini, all’albero che sta sotto casa mia piuttosto che allo scolabottiglie nella mia cantina, ecc.

      Ad ogni modo il mio interesse non è di natura polemica. A me piacerebbe realmente cogliere ciò che, almeno apparentemente, muove molte persone a dedicare buona parte del proprio tempo (come del resto ora sto facendo io, anche se in modo ancora scarsamente fruttuoso) all’arte contemporanea. Perché se il loro relazionarvisi porta realmente a un godimento e a un arricchimento, e non è semplicemente uno status symbol da sfoggiare in società, allora a quel godimento e a quel arricchimento vorrei accedere anche io.

      Un saluto

      • Sabrina Leoni

        errata corrige: “il mio intervento non è di natura polemica”

        • LorenzoMarras

          Non mi faccia arrossire Signorina Leoni. In fondo in fondo , benche’ non lo sia piu’ da un pezzo, fa sempre piacere sentirselo dire perche’ cosa ci vuole fare, siamo tutti chi piu’ chi meno degli inguaribili narcisi, sopratutto quando affidiamo tutto noi stessi alla scrittura.
          Comunque Vorrei puntualizzare il fatto che la via ad una conoscenza non si offre solo in virtu’ di una lettura, seppure attenta nonche’ illuminata da uno spirito critico. Glielo dico perche’ e non vorrei apparire come inguaribile romantico (sa noi sardi a volte riusciamo anche ad esserlo) ma le prove a cui la vita ogni giorno assegna il suo peso svolgono un ruolo a cui , con dovuta prudenza linguistica, non è strano e distante il “gradito” dono della Conoscenza e qui da noi, c era tutta una moltitudine di Aedi in lingua sarda che trasmettevano con grazia questo a tutta la comunita’.

          Dunque, Signorina, Non è sufficente relazionarsi ad alcunche’ basandoci solo su una lettura, seppure gratificante e istruttiva, ma ….ma occorre essere gia’ pieni ..si insomma gioiosi di quella grazia che gia’ riceviamo dalla nascita e che ci fa stupire quando nelle belle giornate di sole , il cielo non è bello in quanto azzurro ma è bello in quanto ESISTE.
          Per quelle che vengono , dette, “opere d’arte” le cose non cambiano.

          La saluto caramente e le auguro buona giornata.

      • Cara Sabrina, se veramente lo vuoi ed io non ho ragione di dubitarli, devi per prima cosa mutare quello che è, a mio parere, un atteggiamenti che certamente poi te lo impedisce: ti cito “r trarne un godimento maggiore o diverso da ciò che posso trarre nel rapportarmi, come giustamente dice Luciano Gerini, all’albero che sta sotto casa mia piuttosto che allo scolabottiglie nella mia cantina, ecc.”, ecco vedi, quel “maggiore o diverso” denota una “sottovalutazione” del quotidiano. Vuoi veramente godere dell’arte, in particolare di quella contemporanea? Incomincia a guardare con occhi diversi quell’akbero e quello scolabottiglie. Sgombra la mente da tutti gli schemi e le costruzioni teoriche e cerca di “vederli”, lasciti cogliere e sorprendere dalla loro unicità, dalla storia loro vitalià, per l’albero, matericità, forma, disegno per entrambi, dal loro presenza nel loro ambiente, dalle relazioni che si stabiliscono naturalmente tra l’uno e l’altro, lascia che la tua sensibilità ti racconti “una” o “tante” loro storie. Fai questi, tutte le volte che hai un po’ di tempo, per tutto ció che ti circonda (ivi comprese le persone naturalmente). Lascia che frasi e pezzi di conversazione colti al volo o letti di sfuggita, su un libro com su un cartellone pubblicitario, risuonino liberamente nella tua mente, giocaci associandole ad altre o mutando il loro significato originario. Se lo farai e se ti preoccuperai meno di “capire, catalogare e spiegare” vedrai che presto, molto presto, incomincerai anche a trarre godimento dall’arte.

  • Sabrina, ti rispondo a patto che, poi, tu smetta di darmi del lei ;-).
    Innanzi tutto: non ho mai detto che il tuo modo di relazionarti con una pietra sarà lo stesso che tu la trovi in una cava di marmo o in un museo, né che ti relazionerai allo scolabottiglie nello stesso modo tanto che tu lo trovi nella cantina di tuo cognato quanto che tu lo trovi appeso sbilenco alla parete di una galleria. Non l’ho mai detto perché penso esattamente il contrario e cioè che il tuo relazionarti con questi oggetti sarà affatto diverso ed in effetti anche proprio di questa differenza si giova l’artista nel realizzare il suo lavoro.
    Perché dovresti spendere attenzione, tempo e danaro in musei e gallerie? E chi ha detto che “devi” farlo? Sei tu che ti poni il problema. Sono moltissim, purtroppo,i quelli che non si pongono il problema e campano lo stesso felici e contenti anche se, io credo, si stiano perdendo molto!
    Entri, poi, in un campo nel quale non intendo seguirti: io faccio arte, non critico arte.
    Posso solo dirti che c’è arte autoreferenziale e ce n’è altra che non lo è e ce ne è di ottima, di buona, di mediocre e di pessima…
    In ultimo, pensare ad un mondo in cui non esista l’arte è come provare ad immaginare un mondo bidimensionale (matematicamente e geometricamente possibile) ma impossibile nel nostro universo. Non per nulla arte e religione sono probabilmente le più antiche attività culturali dell’umanità e forse sono quelle che stanno alla base della differenziazione dell’uomo dagli altri animali.

    • ..scusa Sabrina, questo a sopra era la mia replica al tuo post che inizia con “cito…

    • Sabrina Leoni

      cito: “Perché dovresti spendere attenzione, tempo e danaro in musei e gallerie? E chi ha detto che “devi” farlo?”.

      Beh, Luciano, certo non è necessario farlo, ma se l’interesse che molti paiono mettere nell’arte è sinceramente rivolto a certi contenuti che essa veicola e che spesso io fatico a trovare, vorrei capire come riuscirvi per poterne godere anche io. Tutto qua.

    • Sabrina Leoni

      cito: “In ultimo, pensare ad un mondo in cui non esista l’arte è come provare ad immaginare un mondo bidimensionale (matematicamente e geometricamente possibile) ma impossibile nel nostro universo. Non per nulla arte e religione sono probabilmente le più antiche attività culturali dell’umanità e forse sono quelle che stanno alla base della differenziazione dell’uomo dagli altri animali”.

      Nota bene, Luciano, nel precedente commento non ho scritto di immaginare un mondo senza arte (che senso avrebbe in relazione a ciò che penso di aver colto e cerco di spiegare?), ma un mondo in cui non esista il concetto di arte – almeno per come lo intendiamo noi oggi. I geroglifici nelle caverne vengono realizzati senza che esistesse un concetto di arte, e hanno una funzione ben diversa da quella che ha per noi oggi l’arte. Per molti anni l’arte non solo non è stata autoreferenziale, ma ha avuto ragioni d’esistenza ben precise, un motivo d’essere, un utilità (altro che la storia che l’arte non serva a niente!). In tutto questo tempo una scultura era una scultura, un dipinto era un dipinto, e né all’uno né all’altro sarebbe stato necessario riferire un ulteriore concetto quale quello di “arte”, perché con o senza tale concetto, l’utilità di un dipinto o di una scultura non sarebbe venuta a cadere. Al contrario, essendo – mi pare – oggi l’arte sempre più un discorso sull’arte, se togliamo a un dipinto o a una scultura il concetto di “arte” noteremo come essa risulti del tutto inutile, priva di alcun contenuto, perché di altro non “parla” se non di se in quanto arte, appunto.

      • Sabrina Leoni

        aggiungo…
        nel momento in cui, diventando “arte”, uno scolabottiglie non viene più utilizzato come, perde la sua funzione di scolabottiglie, a cosa serve?, quale è la sua nuova utilità?, in virtù di quale fine io mi ci dovrei relazionare?

        • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

          IL CESSO ROVESCIATO DELL’ARTE

          Gentile, Sabrina, di oggetti e di idee inutili, purtroppo il nostro mondo ne è pieno fino al collo. Se vuole comprendere il misterioso significato che si cela nello scolabottiglie di M. Duchamp…, Le consiglio di seguire un saggio proverbio cinese: “se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco” Prenda queste ultime parole e cortesemente le metta in pratica.

          Lei mi dirà come? Semplice! Appena ha un pò di tempo libero, vada a cercare oggetti abbandonati vicino al cassonetto rifiuti, per esempio: bottiglie, fiori di plastica o altri oggetti di uso comune.

          Dopo averli accuratamente puliti, (mi raccomando senza modificarli) – prova ad appenderli nel soggiorno di casa sua. Si accorgerà subito che il suo soggiorno si è caricato di nuovi significati. Avrà capito anche che lo spostamento di questi oggetti da un luogo ad un’altro hanno caricato la sua fervida immaginazione.

          Tornando a Duchamp lo scolabotiglie non era solo un atto di provocazione, ma rappresentava una sorta di riutilizzazione di significati di grande importanza linguistica.

          Voleva anche significare che le persone, attraverso l’azione, il pensare e l’agire si può cambiare la nostra vita e la percezione della realtà. Chiaramente agendo oltre le convenzioni correnti.

          Per finire, Le dirò anche questo: quando mi trovo sull’autostrada e vado a fare il naturale bisognino (pipì), mi viene sempre in mente il cesso rovesciato ( “Fontaine” ) di Marcel Duchamp.

          con simpatia
          Savino

          • Sabrina Leoni

            cito: “Dopo averli accuratamente puliti, (mi raccomando senza modificarli) – prova ad appenderli nel soggiorno di casa sua. Si accorgerà subito che il suo soggiorno si è caricato di nuovi significati”.

            Grazie del Suo intervento Savino. Tuttavia ribadisco che, anche in questo caso, non ho ricevuto risposta. Io sto chiedendo quali siano questi significati di cui anche Lei parla. Nella fattispecie, quali sono i significati che lo scolabottiglie o l’orinatoio hanno acquisito nel momento in cui sono stati collocati nel museo?
            Mi dica quali sono per Lei, se per Lei ve ne sono, oppure, se ha letto qualche saggio critico, mi dica magari quali sono per la critica… Io, purtroppo, non riesco a trovarvene nessuno.
            Ovviamente parlo non solo per ciò che concerne i ready-made di Duchamp, o i parallelepipedi di Vignano, ma per larga parte dell’arte di oggi.
            Le mie perplessità restano.

            Un saluto

  • hm

    ma sabrina leoni è ancora luciano gerini con il 6esto nome fake? omg pietà . per fortuna almeno non sei andato al museo a vedere duchamp .

  • Cara Sabrina, per fortuna Savino ti ha giá data una splendida risposta cui plaudo e che sottoscrivo.
    Detto questo replico alla tua raffica di repliche dicendoti:
    1 – alle tue domande io ho risposto puntualmente e diffusamente (fors’anche troppo)
    2 – se le mie risposte non ti soddisfano me ne dispiace ma, molto onestamente, non ne ho altre
    3 – se t’interessa ancora, dopo la perfetta risposta di Savino, approfondire significati, ragioni, concetti, e portata dei ready mades, deil’opera complessiva di Duchamp e di quanto da essa è poi scaturito, fermati ad una libreria specializzata e fatti consigliare un paio di buoni testi di storia dell’arte, vedrai che vi troverai tutto quel che cerchi.
    A me, peró, non pare affatto che tu sia in cerca di consigli sul come poter “fruire” dell’arte contemporanea ma che tu voglia semplicemente affermare l’ennesima teoria (tua? mutuata da qualche tua lettura?) sulla “morte dell’arte”. Se non è così ti rinvio ai punti 1- 2 – 3 – che precedono, se è così enunciala chiaramente, vedrai che vi sarà chi è disposto a discuterne

    • Sabrina Leoni

      Gentile Luciano, ribadisco che no, non hai risposto. Non è questione di quanto mi soddisfi ciò che hai scritto, la questione è che alla domanda di quali siano i contenuti delle specifiche opere di Duchamp non hai risposto. Hai scritto molte cose interessanti ma questo non significa rispondere.
      Dopodiché nessuno ti obbliga a farlo, e nemmeno io ti ho costretto a intervenire (se non ti andava di farlo potevi certo evitare); ma dire di aver risposto quando così non è, è poco corretto. Perdonami.

      Un saluto

    • antonio

      uh sono tutt’orecchi…quale sarebbe quindi il significato dell’opera complessiva di duchamp…sono proprio curioso…e poi perché i testi devono andare a leggerli gli altri? quali sono le tue fonti? Quale sarebbe la teoria? Dada apre? Non contesta ma apre? E che apre? E dove l’hai letto?

  • antonio

    Non ci capisco più niente…so solo che ogni volta che mi avvicino ad opere d’arte contemporanea ultimamente (un ultimamente che dura ormai da qualche anno) mi vengono in mente le parole di Carmelo Bene quando si riferiva alla musica del Novecento, che non ricordo letteralmente ma che più o meno erano “cosa rimarrà tra qualche secolo di tutto questo rispetto alla grande musica dei secoli precedenti?”…é allucinante quanto era vero, anche se all’epoca non ci credevo per quanto ero preso da questo finto mondo

  • Sabrina Leoni

    Antonio, come ho scritto alcuni commenti fa io mi sono da poco (qualche anno) avvicinata al mondo dell’arte contemporanea, ritenendo e sperando di trovare qualcosa di davvero stimolante ed intellettualmente e spiritualmente arricchente.
    Ora comincio seriamente a dubitare che tali stimoli e arricchimenti arriveranno. Lei scrive “é allucinante quanto era vero, anche se all’epoca non ci credevo per quanto ero preso da questo finto mondo”, e io credo che il Suo discorso possa valere per molti; ho il timore che ci si trovi di fronte a una forma di allucinazione collettiva, una fede che ottunde e impedisce di vedere che dietro questa divinità che è l’Arte (parlo ovviamente dell’arte per così dire “visiva”, quella che troviamo nei “musei d’arte”, non dell’arte tout-court: cinema, letteratura ecc.) non c’è quasi mai nulla. Solo che, per chi ha donato tutta la propria vita a questa divinità, ammettere ciò è difficile, quasi impossibile, e io questo lo capisco.
    Ovviamente spero di sbagliare – anche se, per intanto, le mancanza di risposte richieste mi fa temere che le cose stiano esattamente come temo – e spero di sbagliare perché sarei assolutamente felice di trovare anche in questo mondo una reale fonte di stimoli.

    Un saluto

    • antonio

      ti prego dammi del tu, ho 29 anni…
      ti posso solo dire che la mattina insegno storia dell’arte al Liceo, e ora stiamo parlando di Caravaggio, Michelangelo, Brunelleschi e credimi, non vorrei sembrare conservatore o reazionario perché assolutamente non lo sono, ma uscire dalla classe, dopo aver visto gli occhi dei ragazzi commossi davanti alla Pietà proiettata su un muro, e vedere sti cubi buttati lì a terra…ti giuro che non ci sono parole…ripeto che sono specializzato in storia dell’arte contemporanea

      • antonio

        l’ho sottolineato nel senso che ne ero innamorato e ci credevo molto, non perché vorrei sembrare uno competente o cose del genere :P

      • Sabrina Leoni

        D’accordo vada per il “tu” :)
        Sì, beh, anche io non capisco quale forma di soddisfacimento si possa trarre da certa arte se non quella autocompiaciuta mediante la quale si ha la possibilità di sfoggiare la propria erudizione storico-artistica. La soddisfazione che io cerco è quella che dovrebbe derivarmi dai contenuti di un’opera, da contenuti che sono per me nuovi e per questo mi arricchiscono, mi permettono di conoscere e non solo di ri-conoscere… perché a forza di ri-conoscere soltanto si finisce per annoiarsi; almeno questo è ciò che vale per me.
        Nei lavori di Vignando non sgorgo alcun contenuto, così come nei ready-made Duchampiani i quali, mi si dice, sarebbero messeindiscussione dell’arte; ma mettere in discussione l’arte mostrandone la vacuità per tramite di opere vacue mi sempre non solo troppo facile ma anche del tutto stupido, e non capisco cosa si possa trovare di interessante nel perdere tempo intorno a “cose” vacue e inutili.

        Un saluto

  • M

    @Sabrina Leoni
    A me il significato dell’opera di Duchamp appare abbastanza chiaro e semplice ma non per questo debole. La sua operazione è una riflessione su cosa sia arte o meno, è una messa in discussione dell’arte dal suo interno.

    Autoreferenziale rispetto all’arte stessa? Certo.

    Non mi sembra questa una gran scoperta e, nel suo caso, neanche un demerito. E’ doveroso mettersi in crisi di tanto in tanto.
    Dunque il conoscere le sue opere mi informa su una riflessione sull’idea stessa di arte, chiamalo poco!
    E’ come leggere un saggio condensato in un oggetto,un immagine. Se poi lei, Sabrina, preferisce i romanzi ai saggi è un suo gusto personale legittimo e anche condivisibile. Non per questo però si può bollare come inutile tutta una produzione più intellettuale e meno emotiva (non che lei l’abbia fatto).
    Dunque la Fontana (per dirne una) non mi dà emozioni, non mi commuove, non mi dà bellezza; mi informa di una riflessione originale (era il 1917 come di sicuro sa) e, a mio dire, sensata.

    Il fatto che oggi le sue considerazioni siano sedimentate e anche superate è un’altra questione.
    Il fatto che oggi ancora e ancora si riproponga la stessa modalità di operazione mi fa giudicare noiosa, a dir poco, un’opera.
    E’ il caso della mostra dell’articolo sopra, che come ho già detto, trovo inconsistente. Non mi ha informato di una ulteriore riflessione sull’arte, non mi ha dato particolari sensazioni, non mi ha mostrato nuovi concetti.
    Sono d’accordo con lei sull’eccesso di autoreferenzialità dell’arte oggi.

    Se mi permette avrei una curiosità: in questo periodo di interesse per il contemporaneo non ha trovato nessun opera o nessun artista che le sia piaciuto?

    • Sabrina Leoni

      Gentile M, grazie per il suo intervento che reputo equilibrato.

      Dunque, Lei mi scrive che l’operazione di Duchamp è una metariflessione, ossia un riflessione sull’arte mediante l’arte. Potrebbe spiegarmi più diffusamente in cosa consiste e come si compia esattamente questa riflessione?
      Perché, come già ho scritto in precedenza, quello che ho capito di Duchamp è che egli avrebbe (uso il condizionale) compreso che un’opera d’arte può essere tale, e dunque comunicare qualcosa, anche senza essere un manufatto: in sostanza, anche un oggetto trovato, allorché si muti il tipo di relazione che si intesse con esso – non più di tipo pratico/funzionale ma, appunto, concettuale/comunicativo – può essere fruito come arte. Così lui prese uno scolabottiglie, una porta, la custodia di una macchina da scrivere e li collocò in un museo in modo tale da ppoter mostrare che anche tali oggetti trovati sarebbero potuti essere arte mutando il punto di vista su essi. Ora, il punto è, però, che ciascuno di questi oggetti non mi pare riesca a veicolare alcun tipo di comunicazione, alcun tipo di concetto, se non di una banalità disarmante come le simbologie falliche per i bracci dello scolabottiglie e così via… Allora io mi chiedo, e chiedo a Lei a ad altri, perché rivolgere così tanta attenzione a queste “opere d’arte” se il massimo arricchimento (chiamiamolo arricchimento!) che da esse possiamo trarre è prendere atto che contengano una simbologia fallica? Se l’arte deve essere comunicazione; se per Duchamp come per quasi tutta l’arte concettuale l’opera d’arte risiede nel concetto, e se lo scolabottiglie è un’opera d’arte, qual è il concetto su cui risiede lo scolabottiglie? e su quale concetto risiede la custodia della macchina da scrivere? e su quale la porta? L’atto del trovare un oggetto qualunque, da parte dell’artista, è ciò che porta questo oggetto qualunque a divenire opera d’arte. Ma tale opera d’arte dovrà avere un qualche contenuto! Altrimenti per cosa essa è arte e in cosa si distinguerebbe da ciò che arte non è?

      Questo è quel che ho capito leggendo di Duchamp… magari sbaglio, mi dica Lei se è così…
      Fattostà che ho cominciato a pensare che forse Duchamp ha solo voluto prendersi gioco di noi, divertirsi a vedere come la gente sia disposta a “venerare” come Arte anche idoli (i suoi ready-made) completamente vuoti, a venerarli senza sapere in che modo farlo, senza avere la minima idea di come rapportarsi ad essi, e questo perché non c’è in essi nulla per cui rapportarvisi…
      Forse le cose stanno così, e lui se la sta ridendo di lassù :)

      Un saluto

      • antonio

        Duchamp è lo sberleffo. Punto. Lui se ne sta facendo di risate…

      • Signorina Sabrina non Vi è alcun dubbio che nei suoi scritti la padronanza degli strumenti del testo sia pressoché totale. E non solo, lei tiene il boccino del gioco saldamente nelle sue mani.
        Ho la vaga impressione che lei sotto gli innocenti abiti di una maestrina improvvidata stia in realtà ponendo in atto le stesse ambiguità linguistiche del Duchamp.
        Siccome si tocca con mano che non è quella iniziata che si rappresenta , gli è sicuramente a scienza l’immagine di in Duchamp stampata in in biglietto da gioco on cui con la testa insaponata si suggerisce un mercurio messagero degli dei.
        Le caratteristiche di questo scaltro dio lei naturalmente le conosce bene.
        La saluto.

        • Sabrina Leoni

          Ricambio il saluto, Lorenzo

      • M

        Mi pare a questo punto che la questione sia non cosa vuole comunicare Duchamp, ma cosa lei vorrebbe che le comunicasse un’opera d’arte.

        Dunque lei cosa pretende da un’opera d’arte?

        Cerca simbologie, in operazioni dove il simbolo e qualsiasi contenuto tradizionale è bandito e volutamente ridicolizzato. Mi permetta, ma chi se ne frega del simbolo fallico dello scolabottiglie!
        Cerca forse capacità del fare? Ormai da tempo si è assunto che l’importanza dell’arte risiede nell’idea e nel concetto, a volte anche sfacciatamente autoreferenziale. Lei continua a non vedere un concetto o una riflessione dietro l’abbandono della tela o della scultura a favore di un’operazione facile quanto spiazzante.
        Lei ha una posizione ben precisa, già assunta: non giudica arte il ready made, probabilmente l’arte concettuale tutta e anche la minimal.
        Legittimo.
        Parla addirittura di venerazione dell’opera, un concetto molto Romantico.

        Quello che mi pare di notare dai suoi commenti, che trovo errato, è il credere che l’arte contemporanea sia solo ready made o parallelepipedi sul pavimento.
        Ripeto che anche a me, proposte simili oggi, nella maggioranza dei casi, lasciano insoddisfatto.

        Non mi ha risposto, non le piace proprio nessun artsita nel panorama odierno?

        • Davide W. Pairone

          a parte che, come giustamente fanno notare sopra, l’arte contemporanea comprende una pluralità di linguaggi e quindi bocciarla in toto non ha molto senso, il gesto duchampiano non è un sovvertimento completamente inedito nella storia dell’arte. Penso al celebre quadro girato di Gijsbrechts (1670) o addirittura all’autoritratto di Durer. Oppure guardiamo il “contenuto” de Las Meninas di Velazquez: sinceramente se non fosse, come ha mostrato Foucault, un esempio di autoriflessione dell’arte mi interesserebbe ben poco sapere che quella è la famiglia reale con il codazzo di servi, paggi e nani. L’arte per me è tale quando esiste un quid che trascende il contenuto. Certo, il ready made è freddo e analitico ma siamo sicuri che la riflessione sulla funzione dell’arte non sia un “contenuto”? E siamo sicuri che tale contenuto sia solo “autoreferenziale”? Smontare i codici estetici può, deve, comportare una ridefinizione dei codici epistemologici, etici, esistenziali. Il contenuto che la Leoni cerca è condannato ad oscillare fra rappresentazione, simbolo e lirismo, il contenuto che ci offre Duchamp si trova su di un altro livello e riguarda non il modo di vedere ma di interpretare e pensare il mondo

          • hm

            – Il contenuto che la Leoni cerca è condannato ad oscillare fra rappresentazione, simbolo e lirismo, il contenuto che ci offre Duchamp si trova su di un altro livello e riguarda non il modo di vedere ma di interpretare e pensare il mondo –

            che paroloni, addirittura pensare il mondo, guarda che è già molto se riguarda il modo di interpretare l’arte eh? inoltre è anche un modo piuttosto elementare di rapportarsi alla realtà, si capisce già dai vocaboli che molti oggetti possono essere multisignificato non occorre basarsi su un volgarissimo cesso per capirlo, curioso che ad ammirare i cessi poi siano gli stessi che fingono di disprezzare le robe tamarre . buy pairone
            ps
            il contenuto che cerca LA GERINI è senza dubbio quello che nella storia e nell’immaginario collettivo durerà di più .

          • Sabrina Leoni

            Grazie del Suo intervento Davide.
            Lei dice: “Certo, il ready made è freddo e analitico ma siamo sicuri che la riflessione sulla funzione dell’arte non sia un “contenuto”?”.
            Mi potrebbe anche spiegare quale “contenuto” che si riferisca alla funzione dell’arte veicola lo scolabottiglie di Duchamp? In altre parole: qual è questa funzione dell’arte secondo Duchamp che egli, per mezzo di uno scolabottiglie esposto, esprimerebbe? Sa, è proprio ciò che mi interessa, capire a che scopo, per quale uso io dovrei relazionarmi all’arte.
            Il mio prendere Duchamp come esempio serve a semplificare la questione. Ciò non toglie che io sappia che l’arte contemporanea non si risolve nei ready-made di Duchamp; e, come potrà leggere nei miei commenti precedenti, ho citato altre opere… Vuole che faccia un elenco di tutto ciò che ho visto all’ultima Biennale e che mi lascia perplessa? Perplessa proprio nel senso della funzione a cui l’arte dovrebbe assolvere. Ho citato Mirza, ho citato Marclay, posso citare il padiglione inglese, quello svizzero e molto altro…

            Un saluto

        • Sabrina Leoni

          Gentile M, le quesioni sono diverse, compresa quella del cosa aveva voluto comunicare Duchamp, come no… Ho scritto più volte quello che credo di aver inteso dell’operazione duchampiana secondo gli intendi di Duchamp, se sbaglio chiedo a voi di correggermi, tutto qua. Se qualcuno sa e vuole farlo ben venga, gliene sarei grato.

          Anche ciò che desidero ricavare dalla mia relazione con l’arte l’ho scritto abbondantemente, perché me lo chiede? Il Suo “chi se ne frega del simbolo fallico” è da me condiviso, e anche questo l’ho scritto. Il punto è che, oltre a ciò, io non trovo nulla di interessante, stimolante, arricchente, qualcosa che muova a una riflessione nelle suddette opere di Duchamp; e sono qui a chiedere a voi se sono io a non essere capace di cogliere tutto ciò o se davvero tutto ciò è assente. Dunque non cerco la “manualità”, no.
          Lei mi scrive: “Lei continua a non vedere un concetto o una riflessione dietro l’abbandono della tela o della scultura a favore di un’operazione facile quanto spiazzante”. E’ esattamente così. Non vedo alcun concetto dietro lo scolabottiglie di Duchamp, né alcuno dietro la custodia da macchina da scrivere, né dietro la porta del suo studio esposta in Biennale. Se Lei lo vede perché non farmi il favore di mostrarlo anche a me in modo chiaro e diffuso?
          Non capisco perché non mi si risponda, si dice che sono io a non vedere ma nessuno di coloro che lo dice mi mostra ciò che io non vedo. Mi perdoni ma credo che sia legittimo, a questo punto, che io arrivi a ritenere che il mio timore di vacuità sia fondato.

          cito: “Lei ha una posizione ben precisa, già assunta: non giudica arte il ready made, probabilmente l’arte concettuale tutta e anche la minimal”.
          La mia posizione deriva da ciò che esperisco, come credo sia per chiunque, ciò non toglie che le mie conclusioni derivate da tali esperienze siano disponibili per la messa in discussione qualora comprendessi dove sono errate. Finché ciò non avviene, tuttavia, mi pare evidente che esse resteranno quelle che sono.

          cito: “Quello che mi pare di notare dai suoi commenti, che trovo errato, è il credere che l’arte contemporanea sia solo ready made o parallelepipedi sul pavimento”.
          No, non ritengo che l’arte contemporanea sia solo ready-made o parallelepipedi. Ho fatto l’esempio dell’opera vincitrice all’ultima Biennale, che non è né ready-made né parallelepipedi, ma anche in questo caso non scorgo (né altresì ho letto da parte della critica) alcun contenuto. Stessa cosa si potrebbe dire per l’opera vincitrice del premio come, diciamo così, “giovane promessa”, andato a Haroon Mirza; qualcuno potrebbe spiegarmi i contenuti di questa opera?

          Mi perdoni, infine, se non avevo risposta alla domanda che già aveva posto nel Suo penultimo commento, rispondo ora: no, al momento nessuna opera di arte contemporanea né nessun artista contemporaneo ha “lasciato il segno”, si noti bene: “lasciato”. Perché ciò che conta, per quanto mi riguarda, è che i segni restino; se dieci minuti dopo l’uscita da una mostra essi sono già “rimarginati” ritengo quell’esperienza molto poco soddisfacente.

          Un saluto

          • Davide W. Pairone

            da questa discussione mi sembra evidente che i segni di Duchamp a distanza di un secolo non siano affatto rimarginati

      • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

        LETTERA DI MARCEL DUCHAMP

        Gentile, ma non troppo Sabrina,
        auspico che questa mia lettera ti arrivi in tempo reale per rispondere ai tuoi ambigui commenti su Artribune. Anche qui, nell’oltre tomba dell’arte, la posta elettronica non funziona tanto bene.

        A noi anime vaganti, del resto ci è permesso solo di relazionarci con i morti; ma se veniamo chiamati in causa dai vivi ci è consentito comunicare. Non se la prenda se questa mia lettera sarà l’ultima. Già in vita me ne stavo in silenzio a meditare sul significato dell”arte…, dal momento in cui avevo sostituito l’opera d’arte con me stesso. Se ho rotto questo mio ostinato silenzio è stato proprio per correggere una tua illazione. Intendiamoci!

        Non che io sia permaloso, ma anche quaggiù nell’oltre tomba il pregiudizio e la morale abbonda. Devi sapere che qui, come in vita, la reputazione della persona, non è mai morta: c’è una gerarchia e dunque ci sono caste e privilegi che non sto qui ad elencarti. La correzione che vorrei fare ai tuoi commenti è semplicemente questa: conoscevo benissimo l’estetica hegeliana sulla morte dell’arte.

        Ma non voglio discutere di Hegel! Mi scuserai ma le tue argomentazioni, sulla mia opera, sono impostate secondo i polverosi stereotipi culturali dell’ottocento. Mostri anche un pensiero “statico” nei confronti dell’arte contemporanea e della realtà che la circonda. Per abbreviare il discorso la mia ricerca vuole trasformare l’arte in un’ espressione intellettuale: in un pensiero dinamico, libero, che sia anche in in stretto rapporto con la mia vita – in modo da emanciparla.

        La mia ricerca comprende tutti i campi possibili del linguaggio. Tanto per dartene un’ idea : lo scolabottiglie, ed altri più comuni utensili domestici, (presi nell’accidentalità naturale dell’esistenza) possono assumere, all’interno del sistema dignità d’arte.

        Come anche la pittura, la scultura, il fumetto, il cinema, la filosofia, la scienza, la tecnologia, la scrittura; le scritte messe in movimento su i miei dischi rotanti, i giochi di parole, il mio stesso corpo, il mio respiro, il cibo, il sesso e tutto ciò che ci circonda e che viviamo.

        Tutto ciò, parte di un TUTTO ORGANICO. E’ per questi motivi che la mia opera non va assolutamente, interpretata come oggetto o opera singola, o come qualcosa di a sé stante. Lo scolabottiglie ha semplicemente un significato ludico, solo nel contesto del mio studio. Fuori dallo studio non è altro che un funzionale e banale scolabottiglie.

        Tutte le mie creazioni compreso lo scolabottiglie, la custodia della macchina da scrivere ecc., – (oggi custoditi all’interno di musei-cimiteri), si richiamano e si riflettono l’un l’altro, (come l’urlo di Tarzan che raduna tutti gli animali nella giungla).

        Fra l’altro, questi oggetti, (quando si parla di opere d’arte) alludono sempre e comunque ad una totale assenza di buono o di cattivo gusto. Io posso affermare che questo oggetto è un’opera d’arte. Non esiste ancora una definizione standart di opera d’arte? Io eseguo opere d’arte per dichiarazione! Per questo, i titoli che assegno agli oggetti, sono più importanti dell’oggetto stesso. Il significato sta proprio nelle frasi che attribuisco agli oggetti.

        Lo scopo è quello di attirare l’attenzione del fruitore verso campi verbali, che poi, non sono altro che l ‘espressioni del mio pensiero. In questo senso, faccio uso di rebus, anagrammi ed altri trabocchetti verbali. Giochi di parole che trascendono la mera funzione pratica dell’oggetto per rimandare l’attenzione del fruitore verso altri significati.

        Allora gentile Leoni, avrai capito che il significato dello scolabottiglie va ricercato nel gioco di parole. Se vuoi avere motivo di approfondimento sulla mia opera ti consiglio di leggere l’opera di Eraclito e di Hegel. C’è tutta la poetica dell’oggetto (trovato), del ready made. Per concludere, tutta l’estetica dello spaesamento… quella che tanti chiamano “metafisica negativa”. Ma mi sono dilungato troppo.

        Ti saluto caramente, con tutta la stima, nonostante le apparenze e la superficialità di tanta arte contemporanea.
        M. Duchamp

        Con tutta la stima, nonostante le apparenze.

  • Davide W. Pairone

    nell’immaginario collettivo non contano i residui ma le trasformazioni, cfr l’esempio di Velazquez

  • Davide W. Pairone

    ecco, la funzione dell’arte non è (solo) quella di esprimere un contenuto (una percezione, uno stato d’animo). Un’opera d’arte che non esprime una visione del mondo per me non è tale. Qual è la visione del mondo che Duchamp sottintende? Posso immaginare che ridefinendo lo statuto dell’oggetto artistico Duchamp abbia mostrato la possibilità di ridefinire ogni tipo di codice che regola l’esistenza umana. Non è un caso che per vent’anni si sia dedicato all’invenzione di nuove regole per il gioco degli scacchi. Ha mostrato come ogni tipo di organizzazione, ogni regola, ogni relazione fra elementi, ogni linguaggio non sia “naturale” ma convenzionale. Questa riflessione non è un contenuto immediato ma condiziona ogni altro contenuto. La sua opera (o meglio prassi) ha mostrato come ogni estetica sia, anche o soprattutto, un’epistemologia

    • Sabrina Leoni

      Grazie ancora Davide. Se ciò che mi dice è ciò che ha voluto realmente fare Duchamp, ripeto che anche osservando ciò che fa mio nipote di 5 anni quando chiama “il riccetto” una spazzola si può riflettere sulle infinite possibilità di ridefinire i codici. Del resto, non mi dirà che ci sia stato bisogno di Duchamp per capire/svelare questo fatto? Lo ha capito, svelandolo, persino mio nipote di 5 anni…
      Il linguaggio non è naturale ma convenzionale? Diamine che genio questo Duchamp! (magari avrà letto l’introduzione di un qualunque manuale di linguistica generale? … non esageriamo via, magari semplicemente gli è stato insegnato alle scuole medie, come a chiunque altro…)

      Scusi l’ironia :)

      Un saluto

      • Sabrina Leoni

        Davide mi perdoni se L’ho presa un po’ in giro… Il fatto è che leggendo i Suo interventi su questo sito mi sono formata l’idea che Lei sia persona intelligente. Se davvero quello che dice è ciò che ritiene abbia fatto Duchamp, suvvia, non prendiamoci in giro (e non facciamoci prendere in giro), è la scoperta dell’acqua calda semplicemente applicata a un mondo che evidentemente ignorava (e forse continua a ignorare) che l’acqua calda era stata scoperta un bel po’ di anni prima, ma un bel po’!
        Continuo a sperare che le cose non siano così semplici… che ci sia altro, perché se Duchamp è il padre dell’arte contemporanea, e tutta la sua riflessione si risolve in ciò che ho letto sinora, allora c’è poco da sperare da questa benedetta arte contemporanea.

        Mi perdoni nuovamente.

        Un saluto

        • Davide W. Pairone

          non insulti la sua intelligenza, sa benissimo che non esiste una scuola media in cui si insegni a sovvertire ogni codice dell’esistenza umana, magari intitolata a Nietzsche, al marchese de Sade o al conte di Lautreamont. Ma nemmeno licei, accademie o università direi.

          In ogni caso se con “scoprire l’acqua calda” intende dire che Duchamp è stato figlio del suo tempo le rispondo di sì. Un tempo che stava assimilando Picasso e proprio Nietzsche (e De Saussure, Freud…), che (ri)scopriva col suddetto conte che l’arte può essere “bella come lo sviluppo di una malattia polmonare”; ma nessuno prima di Duchamp ha con tanta decisione e chiarezza scardinato il concetto di bellezza (e quando smascheri il “bello” smascheri anche il “bene”, cfr. sempre Nietzsche).

          Comunque se ha sete di psicologismi, messaggi e contenuti non ha che l’imbarazzo della scelta. Il mondo è pieno di artigiani che si disinteressano di linguistica ed estetica e le potranno di certo decorare la casa e l’anima bella senza importunare la sua intelligenza con domande scomode. Se non vede cosa c’è di “sublime” (uso un lessico adeguato al tono delle sue domande) in, che so, Acconci o Beuys, ce ne faremo una ragione

      • antonio

        Ecco é esattamente questo il fatto…se Duchamp avesse voluto semplicemente compiere una ridefinizione linguistica del concetto di arte sarebbe veramente la scoperta dell’acqua calda…E poi se davvero come ho letto la scoperta sarebbe stata che l’arte è puro concetto…beh…sarebbe una cosa noiosissima quest’arte!

  • Sabrina Leoni

    Gentile Savino, grazie dell’intervento. Tralasciando il fatto (e tralasciandolo perché Lei stesso vi fa riferimento in modo approssimativo senza spiegare perché e per come…) che io sarei gentilemanontroppo e i miei interventi sarebbero ambigui (ah, i miei? andiamo bene! :) ); tralasciando ciò, sig. Savinduchamp, la Sua lettera non aggiunge né toglie nulla alla mia idea che relazionarmi alla Sua arte non aggiunge né toglie alcunché alla mia esistenza. Ne a quella di chiunque, ovviamente. Perché, temo, le mancanze non sono mie, ma Sue; e chi, alle Sue mancanze si relaziona lo fa per autocompiacimento intellettulistico.
    Non sto a riportare e ad analizzare ogni singola parte della Sua lettera, giacché, appunto, nulla aggiunge a tutto ciò che già è stato detto e già ho analizzato in precedenza nell’ambito di questo commentario. In fondo la mia non è una schermaglia in cui mostrare l’ipotetica superiorità e veridicità della mia impressione su una certa arte, io sono qua per capire se tale mie impressione è sbagliata.
    La Sua è un’operazione che “vuole trasformare l’arte in un’ espressione intellettuale: in un pensiero dinamico, libero”?, bene, mi dica in concreto che tipo di espressione intellettuale diventerebbe l’arte mediante la Sua operazione e, nuovamente, per quale ragione IO dovrei impiegare il mio tempo intorno a tale operazione. (è un IO generico, ovviamente, se Lei conosce bene il sig. Savino Marseglia, potrebbe gentilamente chiedere a lui di spiegarmi perché egli impiega il proprio tempo e cosa ricava da tale impiego intorno alla Sua operazione?).
    E, per favore, cerchi di essere più chiaro, di semplificare il linguaggio perché io sono un po’ tonta e certi alambiccamenti e arrampicamenti linguistici non mi aiutano affatto a capire. Mi immagini come una ragazzina delle scuole medie e provi a sforzarsi di spiegarmi Duchamp mediante un linguaggio che anche io potrei capire.

    Un saluto

    • hm

      sì dai sabrina gerini abbiamo capito che sei un po’ tonta . ma non ti preoccupare vedrai che si sistemerà tutto .

  • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

    RISPOSTA DI MARCEL DUCHAMP A SABRINA E SAVINO

    Cara Sabrina,
    accetto e rispondo volentieri alle tue domande a condizione che queste mie semplici parole ti siano d’aiuto per capire il tempo che impiega Savino in questa operazione che tu chiami ” intellettuale”.

    Da giovane, non ero di quelli che stavano bene in mezzo alla gente. Tant’è vero che me ne stavo per conto mio, a dipingere moltissimo, lontano da gallerie, musei e senza contatti con i chierici travestiti da critici d’arte. Come dire, non ero un uomo di mondo, ero felicemente solo.

    Ma non dovete credere che io sia un uomo solitario: al contrario, ero molto inserito nella mia famiglia e notevolmente a contatto con il gruppo di artisti dadaisti, ma anche con il piacere scintillante e vivo che mi donavano le mie donne. Mi lusingava il fatto che, questi artisti, amassero le mie idee e la mia arte.

    Le mie prime pitture giovanili erano i miei fratelli che giocavano a scacchi. Allora la mia arte era ancora retinica, intendo la pittura ad olio o da cavalletto. Molti pittori, della mia epoca, dipingevano paesaggi e nature morte.
    Mi piaceva molto Cezanne, gli artisti cubisti, espressionisti e gli scrittori e poeti anarchici..

    Questi artisti mi incuriosivano perché si interessavano non più al problema di come si dipinge la realtà, ma come essa si realizza nella mente. Che è una cosa completamente diversa. In realtà, a quel tempo i pittori lavoravano quasi esclusivamente per commissione, come i muratori. Allora si presentavano negli studi d’artista, signori e signore eleganti con carrozza, che commissionavano ritratti, ma anche preti che chiedevano dipinti di santi e madonne, da appendere dietro l’altare.

    A fine Ottocento, le richieste, soprattutto di ritratti di signore borghesi e aristocratiche, diminuirono in modo notevole, per via dell’invenzione della macchina fotografica, e fu anche per questo motivo che i miei interessi si focalizzarono, in modo esplicito, allo studio del linguaggio dell’arte: alla sua funzione e al ruolo che riveste l’artista nella società.

    Fu in questo periodo che gli artisti cominciarono ad essere considerate persone “diversi” dai muratori. Infatti, non dovendo più rispondere di pitture che andassero incontro alla ritrattistica borghese, finirono col interessarsi in modo critico nelle cose della società. La società odiava questi artisti, solo perché proponevano modi di “vedere” che, in qualche modo, erano diversi dei precedenti; ma anche per la feroce critica che esercitavano nei confronti della società e dei suoi valori.

    Chiaramente, tutto ciò che è nuovo fa paura e spaventa sempre la gente più conservatrice, le mette in uno stato d’ansia, perché viene meno il loro senso di sicurezza. Per quanto riguarda la mia adesione al movimento Dada, posso dire che esso esprimeva in modo abbastanza radicale una condizione naturale dell’intellettuale e dell’artista, anzi dell’artisticità, nella società tardo-capitalistica di quegli anni e anche di quelli che voi state attualmente vivendo.

    Secondo il mio compagno d’inferno,Tristan Tzara: DADA (non sente niente, non è niente di niente), Si capisce che è una provocazione intellettuale, da intendere come un messaggio di impotenza, di ambiguità e di assenza dalla storia che allude al nocciolo della vera questione. Le mie e le provocazioni dei dadaisti, avevano un senso lucido di rifiuto di un’arte ammuffita, attraverso comportamenti che ne mettevano a nudo le contraddizioni.

    Per prima cosa io e i dadaisti, rifiutavamo proprio l’arte come sublimazione di valori deteriorati, marci: Per noi l’arte era ed è sempre solo la vita e le azioni. Ecco perché alla famosa Gioconda di Leonardo (simbolo di questa vostra cultura contemplativa) ci ho aggiunto due vistosi baffi all’insù. Ecco perché ho esposto un cesso che chiamai Fontaine. Il movimento DADA ha introdotto un elemento nella problematica del ruolo dell’arte e dell’artista nella società, che non ne uscirà più e che sarà sempre attuale.

    Ciò per ricordarti a te, a Savino e a tutti – che ogni volta che discutete di certe questioni legate alla mia “misteriosa” opera, dovete fruirla con tutti i sensi, anche per coglierne i rapporti formali. Mi raccomando non inseguite inutilmente la (casualità) dello spostamento degli oggetti, potrebbe essere molto pericoloso per la vostra incolumità fisica e mentale. Per le altre domande non intendo qui parlare né intendo impegnarmi verso il pubblico con promesse di spiegazioni che non sono sicuro di mantenere.

    Mi limiterò a dire che sono stanco di impegnare il mio tempo che mi resta per andare a cena, in queste discussioni domenicali. Mi scuso, qui all’Inferno ci sono regole e orari da rispettare… come in una caserma militare..

    Vi saluto insieme a me gli amici dadaisti di quaggiù.

  • antonio

    Cito dal signor Duchamp di cui sopra: “Questi artisti mi incuriosivano perché si interessavano non più al problema di come si dipinge la realtà, ma come essa si realizza nella mente.”

    come se tutta l’arte prima di Cezanne si occupasse semplicemente di come si dipinge la realtà..da Lascaux, alle Piramidi, a Ravenna, a Michelangelo, non mi sembra che lo si sia fatto e mi sento di dire con certezza che liquidare così millenni di storia dell’arte sia semplicemente riduttivo

    • SAVINO MARSEGLIA

      Già, caro Antonio è proprio così: Duchamp e Dada fanno tabula rasa della storia dell’arte. Dada, non solo rifiuta l’arte ma anche il concetto di eternità, la sua valenza concettuale e la sua compiutezza. L’arte dadaista non esiste se non nella sua creazione e distruzione. Dada, rifiuta lo stesso statuto privilegiato di artista.

      Rifiuta tutte le istituzioni e ‘insinua dappertutto come dice T. Tzara: ” con l’insistenza dell’aria in tutti gli spazi che la ragione non è riuscita a colmare di parole e di convenzioni” . Dada non è affatto moderno, è piuttosto una pratica dell’indifferenza, una disciplina Zen. Da non confondere come passività mentale; al contrario, è una frenetica attività a tutte le ricerche, le occasioni e le avventure che si presentano.

      • antonio (nonsonounfake)

        Su questo siamo proprio d’accordo…da un altro punto di vista non riesco a capire come fa una cosa del genere a creare i miliardi di artisti che ci sono oggi…cioé questa poetica della negatività mi sembra che abbia dato invece molti frutti

        • SAVINO MARSEGLIA (artista)

          caro antonio, dopo Marcel Duchamp, tutti possono essere artisti e tutto è arte…ma questo non ha niente a che fare con la poetica della negatività. L’arte di Duchamp non solo attinge alla linguistica, ma ha come scopo la messa in discussione dell’arte e della società che la produce…

          • whitehouse

            savino marseglia curatore indipendente non dire stupidate: Duchamp c’ha detto che una cosa in un posto ha senso, e la stessa cosa in un altro posto non ha senso. Tutto è arte è solo una bella semplificazione per scolaresche distratte. per favore

  • Sabrina Leoni

    Ringrazio tutti coloro che hanno interloquito con me.
    Sono “entrata” qua per cercare di confermare o infirmare, mediante il vostro aiuto, alcune idee che ho maturato sull’arte contemporanea in generale. In un senso o nell’altro tutti voi mi siete stati d’aiuto.
    Spero che l’arte contemporanea sia molto più di quella vacuità (così è, al momento, per la mia sensibilità) che si è andata configurando nel dialogo. Duchamp (il padre dell’arte contemporanea?) ha fatto una grandiosa rivoluzione, ha tolto alle “cose” il loro uso pratico, le ha private di un’eventuale dimensione estetica, svuotate di ogni contenuto concettuale: le ha rese inutili, sia per ciò che una cosa può essere, sia per ciò che può rappresentare. Poi ha chiamato queste cose “arte”. Savino Marseglia mi insegna che “DADA non sente niente, non è niente di niente”. Eh già; sarà pure una provocazione, ma una provocazione che è stata accolta come un esempio da imitare e idolatrare e che ha generato (dal Padre al figlio): gli “ohm sweet ohm” di Mirza, i “cucù-settete” di Marclay, “il parco dei divertimenti” del padiglione inglese ecc.ecc. Dei vuoti, appunto, dei nientediniente che, come i buchi, esistono per assenza giacché contornati di tanti bei paroloni critici e criptici.
    Sperando che le cose non stiano affatto così, e che un giorno qualcuno sappia mostrarmi che il mondo dell’arte sa essere anche “un pieno”, torno a cose più interessanti, e lascio, a chi li apprezza i parallelepipedi di Vignando…
    Io preferisco i mattoni di casa mia, almeno loro a qualcosa servono :)

    Un saluto a tutti gli eventuali “assonnati” e un augurio a – per usare le parole di uno che, forse, una rivoluzione l’ha compiuta davvero – “svegliarsi dal [eventuale] sonno dogmatico”. Un saluto particolare ad Antonio che, come dice, da quel sonno si è già svegliato :)

    • antonio

      Sisi…sveglio da quando sono stato “costretto” per lavoro a “ri-studiare” Masaccio :D

  • Davide W. Pairone

    e meno male che l’arte contemporanea è un feticcio fideistico, qui ci sono anche i “risvegliati” di Masaccio

    • antonio

      se avessi letto le cose che ho scritto più sopra avresti capito che non sono un improvvisato dell’arte contemporanea, tantomeno un pentito…amo tantissime cose da bacon a kounellis alla body a tantissime altre cose…semplicemente certe cazzate filosofeggianti sul linguaggio non mi interessano dette da un artista…mi vado a leggere saussure, foucault o derrida se voglio saperne di più

      • Davide W. Pairone

        ma sì, facevo un po’ di ironia dato che la Leoni parla con troppa leggerezza di sonni dogmatici e risvegli.

        D’altra parte la sua prospettiva, Antonio, è di gran lunga diversa se “ama” almeno in parte l’arte più recente a differenza di chi direi dogmaticamente rifiuta di approfondire e si dichiara in ascolto solo a parole.

        Per quanto mi riguarda non ho pregiudiziali rispetto agli eventuali chiasmi fra filosofia e arte. Trovo Kosuth, ad esempio, didascalico e pedante e in questo caso sì, preferisco leggermi un saggio di linguistica. Ma sinceramente non riesco a trovare un equivalente letterario o filosofico di Duchamp

        • antonio

          diciamo che io Duchamp non lo leggo in modo così “serioso” :D

        • Caro Davide, “chi direi dogmaticamente rifiuta di approfondire e si dichiara in ascolto solo a parole” : dicono che non esista peggior sordo di chi non vuol sentire ma in realtà ve n’è uno peggiore ed è chi, finge di chiedere ed ascoltare, solo per proporre e tornare a proporre meccanicamente a propria “veritá”. Necessità di autoconvinzione? Necessitá di illudersi di aver “dialogato” con chi la pensa diversamente e confermato le proprie tesi attraverso il dialogo? E chi lo sa? Ma per tornare al nocciolo dell’argomento (almeno nella piega che ha poi preso il commentario) vorrei aggiungere, non per te che lo sai benissimo, che sino a che non si comprende che l’arte (tutta: poesia, letteratura, musica, arti visive ecc) veicola (anche/prevalentemente/solo) una comunicazione che non è esprimibile o analizzabile a parole (quella che in oriente viene definita “comunicazione da mente a mente” o da spirito a spirito e che spesso nel linguaggio di tutti i giorni finiamo per designare come “quel quid…”) si fa solo della critica o analisi di tecniche, media, in buona sostanza degli strumenti e della grammatica dell’arte non della sua comunicazione, della sua essenza. Aggiungo e chiudo, la critica, anche quella di alto livello, è sicuramente uno strumento per la conoscenza dell’arte ma non sarà mai un sostituto al suo godimento alla sua fruizione e chi fa arte non la fa (o quanto meno non dovrebbe farla) per il critico ma per il fruitore.

        • massimiliano

          aah sì sì Kosuth! In sostanza cos’è che ci fa notare Kosuth? Brevemente lui dice che l’arte è sempre anche un discorso sull’arte, cioè è legittimata (e chi se ne frega della dimostrazione di Russel dell’assurdità degli enunciati autoreferenziali) a parlarsi addosso.
          sentite sentite che qua c’è da ridere…
          in pratica cosa succede nell’arte contemporanea? che tipo tu vuoi dimostrare che l’arte contemporanea è, in generale, banale? bene, prima ti autoproclami artista, poi fai un’opera d’arte contemporanea (ciò che presenti come tale) banale. e così, secondo la follia insita nel mondo dell’arte contemporanea, tu non dimostri semplicemente di essere un pessimo artista, no, dimostreresti che l’arte contemporanea è pessima. un es. recente di questo fatto è stato il padiglione italia di quest’anno, com’è che l’ha chiamato Luca Rossi? “un ottimo negativo”, ciò un modo eccellente di dimostrare che l’arte contemporanea italiana è in larga misura pessima mediante un lavoro pessimo! robe da morir dal ridere!
          cioè, è come dire che un tizio si proclama chirurgo, attacca un piede al posto di una mano e, in tal modo, non dimostra semplicemente di non essere un chirurgo, dimostrerebbe che la chirurgia è una ciofeca; o che so, uno si proclama ingegnere, poi realizza il progetto di una casa e dimentica la porta e in tal modo dimostrerebbe che l’ingegneria è una minchiata! ridicolo! (tranne che in ambito artistico, ci mancherebbe, lì si bevon di tutto! :) )
          ma poi, se anche fosse vero e sensato ritenere che basti realizzare un’opera X ciofeca per mostrare che buona parte dell’arte contemporanea è una ciofeca, allora vorrebbe dire che anche le altre opere, in quanto ciofeche, dimosterebbero ciò da sé, e dunque non si sarebbe alcun bisogno dell’opera X :)

          • Davide W. Pairone

            ma infatti! Artisti, che vi sbattete a fare, a che serve testare i limiti dell’arte per espanderli (scemo anche Kant che l’ha fatto in filosofia). L’arte ha un suo preciso ambito che oscilla fra la mosca di Giotto e l’uovo di Piero, al massimo si possono tollerare un po’ di bizzarrie di Arcimboldo!

          • massimiliano

            ma parte il fatto che dal mio discorso non emerge alcuna espansione, qua i limiti si sottolineano e si confermano, quindi che stai addì pairò?!
            eppoi quella di kant è una filosofia del limite; ma nel che pone i limiti alle pretese di metafisici svolazzi della ragione del tempo che appunto si voleva espandare in territori che kant riteneva non praticabili, pertanto un’espansione kantiana- dove sta questa espansione?? – te la sei sognata pairò…

            lassa perdàr va là…

  • hm

    – dicono che non esista peggior sordo di chi non vuol sentire ma in realtà ve n’è uno peggiore ed è chi, finge di chiedere ed ascoltare, solo per proporre e tornare a proporre meccanicamente a propria “veritá”. –

    carino, gerini che parla di sabrina gerini cioè di sé stesso . salutaci anche antonio, il settimo fake che hai inaugurato su artribune per darti ragione da solo .

    • hm

      beh dai gerini almeno in fondo lo sai di essere il peggiore . è già qualcosa no?

    • antonio

      nono giuro non sono un fake..esisto…almeno spero

  • Cristiana Curti

    Io non penso che “leoni” sia “gerini”. Penso sia altro, che ha giocato per un po’ di giorni a fare il missionario in terra straniera.
    Però ammetterai, hm, che “vignando” è un bellissimo gerundio: “vignando a più non posso”, “vignando a piene mani”, “non posso scendere in cortile a giocare, sto vignando!”; fantastico ed evocativo.
    Mi sa che, alla fine, quando potrò andrò a vedere la sua mostra dopo una simile strapazzata. Se lo merita.

    • Grazie cara Cristiana ma io penso che nessuno, con un minimo di buon senso, possa pensare che io e Leoni si sia la stessa persona , visto che Leoni sostiene (piu che altro afferma) l’esatto contrario di ció che io ho sempre detto scritto e fatto. Debbo anche darti atto che tu sei stata la prima a sentire la “puzza di troll” ed a “sfilarti” io ci sono arrivato solo un commento dopo, chapeau!

    • hm

      fidati che gerini lo conosci poco se pensi così cara cristiana curti . è un fake allucinante e nei nomi fake ci si rotola come un porco nel fango . in fondo penso che lo faccia solo per sublimare le sue frequenti crisi d’identità, come autoterapia va benissimo e sono contento che lo aiuti a risolvere i suoi conflitti esistenziali contrastanti privi di buon senso . per la caduta dei miei maroni invece no non va bene, ed essendo luogo pubblico faccio fatica ad evitarlo . tra l’altro con me ha avuto la gran sfiga di tirare in ballo questioni personali con uno dei suoi nomi fake, e alla fine con un po’ di attenzione li ho sgamati tutti (una volta si è anche firmato luciano gerini e serenovariabile in due commenti identici postati in successione 1 minuto dopo l’altro) .

      • @hm che tu sia convinto che io dia SerenoVariabile, al limite, Sabrina Leoni, antonio e magari pure Lorenzo Marras, Savino Marseglia, Luca Rossi ed atri a me, te l’ho giá detto una volta e te lo ripeto per l’ultima volta, non importa proprio un bell’accidente, come non m’importa che tu ti ostini a commentare ogni mio post con queste tue ossessioni. Ti prego solo di evitare di essere offensivo perchè io non ti ho mai offeso e non ti ho mai paragonato ad un porco o ad altro animale.
        Quanto alla “caduta di maroni”, mi dispiace se leggendo i miei post ti “cadono” ma non so, purtroppo, che farci, come giustamente dici questo è uno spazio pubblico e tu dovrai sopportare i miei post cosí come io sopporto i tuoi.

        • hm

          no non ti allargare lorenzo marras e savino marseglia non sono fake . lucarossi sì infatti se non sbaglio lo hai sempre approvato visceralmente . se non ti importa evita di replicare che a me importa ancora meno . per quanto mi riguarda puoi paragonarmi all’animale che vuoi, ME NE FREGO . lo faccio solo per divertimento, ti blasto come se tu fossi un videogioco . ovviamente non sembri, lo sei .

          • Premesso che io replico quando, quanto e a chi mi pare, te compreso e che se leggessi sapresti che ho sempre detto che mi piacciono i “lavori” di Luca Rossi ma ho sempre criticato il suo modo di “far critica” e molte delle sue posizioni, torno a ripeterti, fa ció che ti pare ma non insultarmi perchè io non l’ho mai fatto e perchè farlo nascosto dietro una sigla anonima è pura vigliaccheria.

          • hm

            se ti senti offeso dal fatto che ti piace rotolarti nei nomi fake allo stesso modo in cui un maiale adora rotolarsi nel fango è un problema tuo . non mi interessa . per me la parola porco/maiale non è un’offesa e nemmeno rotolarsi nel fango quindi il tuo disappunto non mi tange minimamente .

          • hm

            inoltre se tu ti comporti da videogioco inserendo 3 nomi fake nei commenti dello stesso post io ti tratto da videogioco e ti blasto senza pietà . claro?

  • Quale rivoluzione duchampiana?

    “Duck-Rabbit illusion”, Joseph Jastrow, 1899

    “Fountain”, Marcel Duchamp, 1917

    18 anni dopo… lei è un po’ in ritardo, monsieur Duchamp! :)

    • Ma che c’entra la Duck-Rabbit illusion di Jastrow con Fountain di Duchamp? Non è certo sull’ambiguità dell’immagine o sulla possibiltá, cambiando il punto di vista o il
      particolare sul quale ci si concentra, di vedere “altro” che si basa il lavoro di Duchamp. L’orinatoio, sia pur capovolto è sempre, inconfondibilmente, un’orinatoio, anche se non puó piú servire alla sua destinazione d’origine!

      • antonio

        ehm orinatoio è maschile…non vuole l’apostrofo

        • ..hai perfettamente ragione, ti assicuro che non l’ignoravo, ma digitando di fretta sul cellulare a volte capita anche di fare errori da matita blu! Pardon!!

          • hm

            sisi continua a parlar da solo in modo patetico, ora che sei diventato la maestrina di te stesso sì che sei credibile .

          • …qui, l’unico che continua a parlar da solo sei tu

          • hm

            credi davvero che la gente che ti legge sia così demente? ci sottovaluti bello .

          • i dementi non mancano mai e si fanno anche notare

      • massimiliano

        “non puó piú servire alla sua destinazione d’origine!”.
        per cos’altro potrebbe servire dunque?

        • Ovviamente rovesciato viene ad avere lo scarico in alto e la parte rivolta verso di te ha l”ingrsso per il tubo dell’acqua e quindi se tu lo usassi in quella posizione finiresti per ricevere il tuo scarico direttamente sui tuoi pantaloni !!!

          • ..per antonio.. “ingresso” e non “ingrsso” ;-)

          • hm

            toh è arrivato la new entry fake massimiliano, il quarto nome fake di gerini SOLO IN QUESTO POST . non voglio immaginare la sua fakeness nel resto del mondo .

          • massimiliano

            aaah meno male che c’è stato qualcuno che ha pensato bene di creare qualcosa che se usato rovesciato emetterebbe un liquido sui pantaloni di colui che lo usa! come avranno fatto gli esseri umani a vivere prima di questa invenzione?! fortuna va che noi siamo nati dopo! :)

          • antonio

            ehm come faccio a dimostrare che non sono un fake? cioé sinceramente io di gerini conosco solo quella della tv…giuro…davvero non c’è un modo? se questa persona che ha dei dubbi mi dà la sua mail io le mando foto curriculum e non so cos’altro

          • hm

            no non c’è . ormai sei stato bollato a vita .

  • antonio34esimo

    In ogni opera d’arte può esservi una dimensione concettuale, ma deve, necessariamente esservene una artistica. Mi pare evidente.
    Qua si è discusso molto dell’arte di Duchamp, in particolar modo in riferimento ai suoi ready-made.
    Si è detto che essi conterrebbero una riflessione (filosofica, diciamo pure) sul linguaggio (principalmente). In cosa consista questa riflessione, tuttavia, non è stato spiegato. Ci si è accontentati di sostenere che tale riflessione mostrerebbe l’artificialità del linguaggio. In che modo l’esposizione in un contesto artistico di uno scolabottiglie mostrerebbe l’artificialità del linguaggio non è stato spiegato.
    Ora, assumendo (non si può fare altro che assumere, in mancanza di adeguata spiegazione) che Duchamp abbia realmente mostrato che il linguaggio è artificiale mediante i proprio ready-made, la sua riflessione non sarebbe certo una novità, nemmeno al tempo di Duchamp, né sarebbe di portata rilevante (diciamo pure che è di una banalità filosofica disarmante).
    Detto ciò, resta assolutamente inspiegato dove sia la dimensione artistica nella produzione duchampiana. Una riflessione filosofica, infatti, resta una riflessione filosofica mai sarà arte se essa non contiene anche una dimensione artistica. Il fatto che Duchamp abbia utilizzato un linguaggio non verbale per esprimere una certa riflessione non basta certo a rendere tale riflessione arte: si è fatto l’esempio della papera-coniglio; tale “immagine” è stata utilizzata anche da Wittegenstein nelle sue Ricerche Filosofiche, ma ciò non ha certo reso tali ricerche opera d’arte. D’altro canto, per allargare il focus da Duchamp ad altra arte concettuale, molto di ciò che viene definito “arte” è formalmente semplice linguaggio verbale, dunque un linguaggio formalmente verbale che esprime una riflessione; e cos’è questa se non filosofia? Anche in questi casi, dove starebbe la dimensione artistica?, e in cosa consisterebbe tale dimensione?

    Per citare uno che è stato citato, Kosuth, egli parlò di “arte dopo la filosofia”; a me pare invece che oggi ci troviamo in una condizione di filosofia senza arte e, peraltro, nella maggior parte dei casi, filosofia parecchio spicciola.

    • antonio (nonsonounfakedigerini)

      come non quotare tutto questo…
      se Duchamp fosse stato questo sarebbe di una banalità disarmante…io sono molto più legato alla lettura che di Dada dava Argan, ossia contestazione, sberleffo, del concetto stesso di avanguardia ci aggiungerei. Tantissima arte di oggi nasce, o meglio, si “autoautorizza” ad entrare in un museo partendo dall’equivoco (comodo per filosofi di bassa levatura e vacanzieri artisti incapaci) che Dada “apre”…io con quest’anno sono 16 anni che studio la storia dell’arte, e vi giuro che ancora non ho capito dada che caxxo apre… :)

      • Davide W. Pairone

        scusate, vi prego di non piegare le argomentazioni altrui in base alle vostre esigenze e convinzioni. Duchamp ha mostrato che OGNI codice, OGNI regola, OGNI linguaggio è relativo perché è relativo innanzitutto il concetto di arte (quindi di “bello”, quindi di “bene”…). Ma mi sto ripetendo, ho già dato nell’intervento del 16 ottobre alle 17:51 e leggendovi devo pensare che o mi avete ignorato o non avete voglia di schiodarvi dalle vostre convinzioni. D’altra parte è un peccato per voi perché confondete la “dimensione artistica” con la tecnica quando è evidente che idee e concetti possono essere “belli”. La poesia e la letteratura secondo voi non sono arte? Mah

        • antonio (nonsonounfake)

          perché non posso quotare qualcuno che ha usato delle parole che io non sarei in grado di usare? non mi é sembrato di “piegare le argomentazioni”, ho semplicemente detto che sono d’accordo…ecco per quanto riguarda Duchamp certo che avevo letto il tuo commento delle 17:51, ma semplicemente non sono d’accordo…non credo sia un reato

        • antonio34esimo

          Relativo non significa “vuoto”, Pairone.
          Spiega, dunque, e per cortesia come avrebbe idiosincraticamente riempito il concetto di “arte” Duchamp, e quali concetti di “arte” vengono storicamente riferiti ai veri scolabottiglie di Duchamp. E tu, che contenuto dai al concetto di “arte” quando lo riferisci alle opere di Duchamp?

          PS: Duchamp se ha spiegato questo, ha spiegato – repetita juvant? – qualcosa che non era nulla di nuovo nemmeno ai suoi tempi.

          Io non confondo la dimensione artistica con la tecnica, proprio per niente. Quella è, semmai, la dimensione artigianale.

          La dimensione artistica della poesia e della letteratura, VOLENDO, possono essere individuate nella loro liricità, nella ricerca estetica del poeta.
          Per questo la poesia può distinguersi dalla filosia, in quanto aggiunge – magari a scapito della profondità analitica – una dimensione estetica. Dimensione che, come detto, è assente nell’opera duchampiana… E allora, appunto, qual è questa dimensione artistica nei lavori di Duchamp?

          • antonio34esimo

            … errata corrige: “vari scolabottiglie”, non “veri”

          • antonio (nonsonounfake)

            tra l’altro poesia e letteratura hanno delle proprie specificità che non c’entrano né con la filosofia nè tantomeno con l’arte…non capisco proprio che cosa voglia dire la domanda sinceramente…a me in generale sembra che i fan di Duchamp e dei suoi cavatappi tendano troppo facilmente a dimenticare i circa 30000 anni di arte che ci sono prima o a liquidarli con termini quali “tecnica”…ma avete presente una piramide egizia? cioé di che stiamo parlando? prova a spiegarla e vedi se ci riesci

            ps…sia ben inteso tutto questo per me significa confronto e non assolutamente scontri o offese gratuite…la storia dell’arte é il mio lavoro, e mi interessa ogni parere, perché sembrerà banale ma mi arricchisce molto…solo che questa storia del linguaggio di Duchamo la sento ripetuta ogni volta che trovo i parallelepipedi nei musei, e non la capisco tanto

          • hm

            – ma avete presente una piramide egizia? cioé di che stiamo parlando? –

            di architettura fino a prova contraria .

          • antonio (nonsonounfake)

            mmm che intelligenza superiore

          • hm

            non ci vuole una grande intelligenza per capire che duchamp e le piramidi c’entrano come i cavoli a merenda . solo gerinifake poteva tirarle in ballo nel confronto con duchamp .

      • SAVINO MARSEGLIA(artista)

        DADA E’ COME GUSTARE UN BUON CAFFE’ !

        Caro Antonio, con la stessa confidenza con cui tu apri e chiudi la bocca per bere un ottimo caffè, così DADA apre e chiude la porta alla sua comprensione?
        Se vuoi aprire la porta DADA, prova a leggere i segni e le macchie nel caffè! Scoprirai segni e chiazze stimolanti che agiscono sulla tua memoria sulla vitalità, favorendo l’immaginazione, il buonumore e la riflessione sul contemporaneo.

        Non solo, noterai che le macchie di caffè che girano a “caso”, all’interno della tazzina, si confondono, si scontrano e alla fine tutto prende nuova forma. Una forma in cui ci si può isolare e meditare sui propri pensieri- per ritrovarsi- oppure dove si cerca il dialogo – per confrontarsi con altre idee, con nuove complicità, per dare vita a nuovi pensieri, immagini, a nuovi gusti comuni. DADA è proprio come il caffè: una bevanda della mente. E’ la vita nella sua impermanenza.

        Aprire la bocca per bere il caffè vuol dire assaporare lo spirito DADA; vuol dire raccontare una relazione, un’esperienza, un legame – che nasce, si rinsalda, si scioglie, muore – come avviene in un’amicizia, in una storia d’amore – magari seduti al tavolo, davanti ad una tazzina di caffè.

        In questa infinita veste – la bevanda, (come DADA) è il luogo del desiderio della vitalità, delle relazioni, dello scontro, dei gesti, dello spazio intellettuale della contraddizione – In questo “caso” il CAFF’E è il vero protagonista di questa BOCCA che si apre e si chiude nello stesso momento. Questo è DADA!!!
        Un pensiero permanente da gustare in tutte le occasioni che ti dona la vita.., ovviamente come un ottimo caffè bollente in un CAFFE’
        .

        • antonio34esimo

          Se DADA è gustare un buon caffé allora, appunto, tantovale esporre il caffé; oppure non esporlo affatto e, anziché nei luoghi d’arte, recarsi al bar.

          Per di più, il caffé esisteva ben prima di DADA.

          • hm

            no non è il caffè sono i fondi del caffè ottenuti dal degustare il caffè in un certo modo . un esempio random ma efficace . come al solito gerinifake hai evidenti lacune di comprensione lessicale e questo ti porta a borbottare da solo ed esplicarti in soliloqui coi tuoi fake per intere settimane, mesi se non anni .

          • SAVINO MARSEGLIA(artista)

            Caro Antonio, dal momento che ho capito che non hai capito…, ti consiglio di leggere un testo scritto da Tristan Tzara:

            “LA PRIMA AVVENTURA CELESTE DEL SIGNOR ANTIPIRINA E ” LA SECONDA AVVENTURA CELESTE DEL SIGNOR ANTIPIRINA.”

            SE NON RIUSCIRAI A COMPRENDERLO, ALLORA LEGGI IL TESTO DI FRANCIS PICABIA,

            “IL RITORNELLO, DI CHE ?

            SE NON TI BASTA VAI AL BAR A BERE UN OTTIMO CAFFE’ !!!

            BUONA LETTURA

        • antonio34esimo

          PS: il fatto, Savino, è che ti ti esprimi solo per metafore. Ma la metafora è una figura retorica che “sta per…”; e quando non si è in grado di esprimersi, come si suol dire, “fuor di metafora”, si alimenta il legittimo dubbio che dietro codeste metafore non ci sia nulla.

          • hm

            esprimersi per metafore è sinonimo di alto livello linguistico .

  • antonio34esimo

    …dimenticavo: anche Witt. ha usato il linguaggio (compreso quello non verbale) per riflettere sul linguaggio.

    • Davide W. Pairone

      si e nell’ultima proposizione del Tractatus fa arte

      • antonio34esimo

        Il silenzio coincide, in Witt. con l’ineffabilità, non è una questione del dirsi o meno A PAROLE.
        Ormai, invece, l’arte vuol far credere di “cogliere” e troppo spesso, non mostra nulla.

  • Davide W. Pairone

    visto che vi piace la filosofia direi che mi ricordate Carnap quando contestava ad Heidegger la mancanza di senso del celebre motto “Il Nulla nullifica” (o meglio nulleggia). Wittgenstein invece apprezzò la trasgressione linguistica aggiungendo che questo avventarsi disperato contro i limiti del linguaggio corrisponde all’etica

    • antonio34esimo

      “visto che vi piace la filosofia direi che mi ricordate Carnap quando contestava ad Heidegger la mancanza di senso del celebre motto “Il Nulla nullifica” (o meglio nulleggia)”

      Dunque stai dicendo che, così come l’aveva Carnap, abbiamo ragione noi ;)
      Pairone ma com’è che tu sei “perso” per ogni personaggio che è stato, appunto, personaggio? Ora pure Heidegger, un’altro buono! A quando Sartre?

      Ma riesci a rimorchiare, almeno, ostentando i tuoi pensatorimaledetti? :)

      • antonio34esimo

        PS: a proposito di pensatoridaostentare, trattasi di evoluzione 2.0 della toppa The Doors sullo zaino alle scuole medie? :)

        (questa avrei potuto rubarla a hm)

        ‘notte…

    • antonio34esimo

      PPS: Witt. non apprezzava alcuna trasgressione linguistica.
      Si augurava che la dimensione etica nell’uomo non venisse meno, certo, ma Il “dover essere” era per lui ineffabile; il “giusto” dell’etica a differenza di quello, diciamo così, empirico (questa è la strada giusta (per…)) è quel “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. Che, tra l’altro, tu stesso hai citato; quindi fai pace con i tuoi pensieri, Pairone, ti vedo un po’ in confusione…

      Senza offesa eh :)

      • Davide W. Pairone

        “Witt. non apprezzava alcuna trasgressione linguistica.” se lo dici tu…

        sul resto sorvolo perché è un aborto logico e sintattico da far rabbrividire

  • Davide W. Pairone

    ma quali pensatori maledetti? semmai decisivi e impossibili da ignorare, tanto che siete qui a parlarne anche voi, che vorreste sminuirne il valore o addirittura ritenerli insensati tout court . Ma poi discutere cosa? Duchamp e Heidegger ovvero l’arte e la filosofia del ‘900? ambiziosetti, direi…

    comunque l’insensatezza la vedo io nei vostri criteri, nella poesia e nella letteratura che trovano fondamento nella “liricità” (sic) e che non hanno nulla a che fare con l’arte (?) e che vanno rigorosamente distinte dalla filosofia. Ma perché? Perché prescrivere, ordinare, imporre un dover-essere a discipline che ormai nei fatti si trovano distinte solo nelle garzantine? Come pretendere di interpretare il ‘900 con le categorie del ‘700? E perché la piramide 3000 anni fa andava bene e oggi no?

    Poi bisogna decidersi, aveva ragione Carnap oppure Wittgenstein?

    Infine, cosa continuate a chiedere sul contenuto dell’arte di Duchamp? Egli segue solo il dettato di Nietzsche e fa della vita stessa il contenuto dell’arte, oggetto/soggetto di stile e di riflessione estetica.

    • antonio34esimo

      “Ma poi discutere cosa? Duchamp e Heidegger ovvero l’arte e la filosofia del ’900? ambiziosetti, direi…”
      Eh già, non si vorranno mettere-in-discussione le divinità!
      A proposito di dogmatismi… cvd…

      “comunque l’insensatezza la vedo io nei vostri criteri, nella poesia e nella letteratura che trovano fondamento nella “liricità” (sic).
      Se tu non fossi così preda di entusiasmi giovanili, noteresti che (è persino in maiuscolo, chissà come mai, eh?) ho scritto “VOLENDO”, in merito alla liricità come parametro artistico. Cioè a dire che, condivisibile o meno, una dimensione distinta da quella puramente concettuale è in taluni casi presente e su essa si può pur sempre fondare il concetto di arte. Se in Duchamp la dimensione estetica è assente (e se non lo è mi si dica qual è; e soprattutto perché – se nell’esporre ciò che si espone esso non muta formalmente – la fruizione di tale presunta dimensione estetica non si potrebbe compiere anche al di fuori del museo, dal vinaio per es.?) questa artisticità dove la mettiamo?

      “sul resto sorvolo perché è un aborto logico e sintattico da far rabbrividire”.
      A parte il fatto che anche quella logica è una sintassi (sintassi logica e grammaticale, ricordi?); a parte questo, Pairone, tu che hai il mito del filosofo continentale che di logica non ha mai masticato, risparmia i giudizi in merito, dai retta, e continua a studiare la filosofia sui baci perugina (leggasi – ma è solo l’ultima perla, tu ne doni a piene mani: “Nietzsche fa della vita stessa il contenuto dell’arte, oggetto/soggetto di stile e di riflessione estetica” … ma sì, e cosa vuoi star lì a perder tempo ad argomentare!)

      Comunque sia dato che alle domande non rispondi (e dunque non sei utile ad alcuna riflessione) – spacciando l’incapacità per impossibilità (ecco perché è inutile perder tempo ad argomentare!) – ti saluto, ho perso anche troppo tempo.
      Ti lascio in compagnia di Nietzsche, mancava solo lui per completare l’album; tieni presente, però, che con quello, ormai, non si rimorchia più nemmeno nel salone della parrucchiera :)

      • Davide W. Pairone

        senti tu hai studiato la filosofia sulle garzantine, fermo ancora alle distinzioni scolastiche fra analitici e continentali e convinto che Wittgenstein desse ragione a Carnap, va beh (evidentemente non sei a conoscenza delle Lecture on ethics e della relativa vicenda di vergognosa censura operata dal Circolo di Vienna)

        comunque ti faccio qualche esempio della tua logica stringente di fronte all’ermetismo dei maudits:

        – “VOLENDO si può assumere la liricità (ma non era lirismo?) come parametro dell’arte”. Certo, affidiamo alle lune di antonio 34esimo i criteri estetici, un fondamento davvero inoppugnabile…ma poi specifichi: “la dimensione artistica sta nella ricerca estetica” (chiarissimo)

        – sto ancora aspettando di capire qual è la dimensione artistica distinta da quella concettuale ma intanto “su essa si può pur sempre basare il CONCETTO di arte” (alé)

        – d’altra parte è evidente, l’arte è “ciò che è propriamente detto arte” (siamo dalle parti del barone di Munchausen…)

        – “se in Duchamp la dimensione estetica è assente questa artisticità dove la mettiamo?” (altro fulgido esempio di rigorosa analisi)

        – “in ogni opera d’arte deve esserci una dimensione artistica” (imprigionato nelle tautologie e nelle autoevidenze

        – “il legittimo dubbio che dietro alle metafore non ci sia nulla” (ma quando mai? perché?)

        – alla fine però fra le pieghe e gli affanni di un linguaggio ermetico e limpido come uno stivale incrostato di fango brilla la scintilla del dubbio, il dubbio su “ciò che ci viene venduto e istituzionalmente proposto come arte”. Dai, un altro piccolo sforzo e ce la fai

  • antonio (nonsonounfake)

    ehm perché parli al plurale? io non ho parlato mai di Heidegger…
    cmq io ai fanatici di Duchamp contesto questo crederlo in un certo senso una specie di genio che apre gli occhi a tutti e svela cose mai percepite prima, perché i 30000 anni di arte precedenti sono nient’altro che una riproduzione della realtà…ho fatto l’esempio della piramide per parlare di un’opera che ha una dimensione concettuale stupefacente, ma ha anche un lato estetico, dunque artistico…io non sto negando la simpatia di Mr. D., sto solo cercando di ridimensionarla, ma sono opinioni certo non leggi…
    se leggi bene non ho scritto che arte, filosofia, letteratura non c’entrano niente l’una con l’altra…ovvio che c’entrano…é la scoperta dell’acqua calda!…ho detto che hanno delle specificità, preferiamo chiamarle differenze? ok…differenze che le rendono uniche ed autonome, certo che possono contaminarsi, ma le specificità rimangono, altrimenti non sono.

    • Davide W. Pairone

      ho risposto in ordine sparso ad entrambi su vari punti, comunque tu hai detto “come non quotare tutto questo” in risposta a 34esimo che distingue nettamente “dimensione concettuale” da “dimensione artistica” e che afferma “molto di ciò che viene definito “arte” è formalmente semplice linguaggio verbale”. Ciliegina: “ancora non ho capito dada che caxxo apre…”

      per questo vi ho risposto che Duchamp e Dada “aprono” alla possibilità di considerare esteticamente non solo concetto e linguaggio verbale ma ogni aspetto della vita stessa. Se questo vi sembra poco, se nei 30000 anni precedenti sapete trovare altri esempi di simile consapevolezza siete autorizzati a ridurre D. (e N…) a “simpatia”.

      • antonio (nonsonounfake)

        scusami la domanda provocatoria, poi magari chiudiamo, anche perché l’articolo che stiamo commentando é su una mostra di un altro artista e secondo me siamo un pò fuori tema…davvero questo sdoganamento ti sembra un arricchimento? io ci vedo un interessante gesto “provocatorio”, e i baffi alla gioconda stanno lì a dimostrarlo, oppure anche lì significa “avete visto D. insegna a tutti che possiamo rovinare dei capolavori? che bello, che genio, possiamo farlo tutti”…sinceramente io non riesco a trovare una dimensione estetica nei parallelepipedi disposti a migliaia nei musei di oggi, non ci posso fare niente…il discorso “lui dimostra che tutto può entrare in un museo” non mi sta bene, come se un regista da domani filmasse con la telecamera sulla spalla al contrario (ed é stato fatto) e si dicesse tipo “apre all’impersonalità della ripresa cinematografica”…il novecento stesso è pieno di artisti che non rinunciano alla dimensione “estetica”, quindi “artistica” (e vedere oggetti nel quadro non è poi così difficile, basta pensare ai collage cubisti ad esempio), Picasso, Pollock, Ernst, giusto per rimanere a dei giganti assoluti…lo stesso Kiefer…mi sembra troppo riduttivo pensare che gli artisti precedenti, o suoi contemporanei, o futuri che non mettono cavaturaccioli nei musei non ci abbiano pensato…semplicemente non lo facevano perché non ci vedevano un valore “artistico” nel farlo…
        per finire…a me D. è sempre stato molto simpatico, non ci posso fare niente

        • Davide W. Pairone

          caro Antonio, e qui chiudo anch’io,gli stessi artisti che citi sono perfettamente consapevoli che le tue categorie di “artisticità” sono inadeguate a comprendere la loro stessa opera e peraltro in vita sono stati oggetto di simili accuse (sdoganamento, provocazione ecc). Ma come ho già detto non si può guardare al ‘900 con gli occhi del ‘700, in questi artisti non puoi distinguere ciò che ti pare accettabile (certo “lirismo”) sorvolando sul resto. Pollock, per dire, era più uno sciamano che un artista come lo intendi tu, il senso del suo lavoro non è retinico ma processuale e liturgico. Così come gran parte dell’opera di Picasso che non è certo “estetizzata” ma è analitica, o Ernst, che col lirismo non ha proprio nulla a che fare.

          Infine, continuo a non capire perché la piramide sì e i parallelepipedi no. Cos’è, discriminazione di forme geometriche?

          • antonio (nonsonounfake)

            Infatti io per “artisticità” o “dimensione estetica” non intendo “bellezza retinica dell’opera”, ma intendo che ad esempio in Pollock l’agire come dici tu sciamanico, processuale, liturgico, consiste appunto in un “fare”, e non in un “pensare”…il lavoro é cioè secondo me una discriminante fondamentale, il fare e non solo il concepire…ti posso assicurare che al di fuori di questo finto mondo dell’arte contemporanea non solo nessuno la capisce, ma nessuno ne conosce l’esistenza, perché è un linguaggio che si parla addosso.

            L’argomento cmq é molto più complesso e non é liquidabile qui…ho scritto questo non per avere l’ultima parola, ma per precisare la mia posizione che non vorrei fosse confusa con “l’arte vera é il quadro bello” che proprio non mi appartiene…le tante riserve sull’arte contemporanea che stanno emergendo da parte di tanti eminenti studiosi stanno lì a testimoniare che non sono logiche settecentesche.

            Ciao

      • antonio34esimo

        “per questo vi ho risposto che Duchamp e Dada “aprono” alla possibilità di considerare esteticamente non solo concetto e linguaggio verbale ma ogni aspetto della vita stessa”.

        Bene, allora che ce ne facciamo dell’arte propriamente detta, appunto? Perché io dovrei recarmi in un museo a vedere le opere di Duchamp o di Vignando o di chichessia? Perché spendere soldi per quella ci viene venduta come arte?
        Se posso considerare esteticamente la vita stessa – e, sia chiaro, non dico che non sia così; la questione che si poneva era proprio questa: A CHE SERVE L’ARTE? – allora mi basta vivere: alzarmi la mattina, fare colazione, andare al lavoro, ridere, discutere, dormire… I musei, le gallerie, le biennali, le professioni legate all’arte, gli artisti stessi ecc. non servirebbero a nulla.
        Se il tutto è arte perché perdere tempo e denaro intorno a ciò che – distinguendolo da altro, dunque come parzialità – ci viene istituzionalmente proposto come “arte”?

        • OVINAS

          GIA’ A CHE SERVE L’ARTE? SOLO A SE STESSI!

          I DADAISTI COME I FUTURISTI DISPREZZAVANO I MUSE- LI VOLEVANO DISTRUGGERE DALLA FACCIA DELLA TERRA.

          MI SPIEGATE COME SI FA A SEPPELLIRE IL PENSIERO IN UN LUOGO DI MORTE?

    • antonio34esimo

      Caro antonio (nonsonounfake) è esattamente come dici; è evidente che si possano dare rapporti tra arte e filosofia, che esse possono contaminarsi, ovviamente io non l’ho mai negato (ma, come vedi, qua si attribuiscono pensieri a chi quei pensieri non li ha mai avuti, va beh…). Dopodiché è altrettanto vero, come ancora dici, che ci sono differenze che rendono le due dimensioni autonome.

  • LorenzoMarras

    Antonio, lei ha una visione materialistica del concetto “Arte” ; la vede legata ad un saper fare e naturalmente a un oggetto ben delineato.
    Non meraviglia dunque la sua posizione “assoluta” circa cio’ che ne consegue che riguardi Duchamp o qualsiasi altro che usi un linguaggio non legato ad un “fare” .
    Le dico questo perche’ leggendo qua e la i suoi commenti non ho fatto a meno di apprendere che Lei si considera un Marxista e dunque mi sento autorizzato a constatare : ecco uno a cui interessa legarsi ad una idea e restarLe fedele anziche’ confrontarsi , badi senza commettere nessun tradimento verso cio’ in cui crede, con posizioni teoriche diverse dalla sua,
    perche’ la sua cifra prediletta è innegabilmente la CHIUSURA.

    L’ideologia gioca sempre brutti scherzi e su lei vedo che è andata giu’ pesante. Altrove le hanno rimproverato di avere un atteggiamento patibolare, si da squadrista con il braccio sollevato e per me è una definizione ancora incompleta perche’ in lei, piu’ che il dato teppistico, colgo quello terroristico dell’inquisitore .
    Avrebbe fatto sicuramente carriera nella NKVD di Berja per la sua spiccata attitudine alla fedelta’ a una idea ( c è molta estetica nella medesima, non si lasci fuorviare dalla sua immaterialita’).

    Oh niente di personale si intende, il bersaglio è L’ Ideologia di cui è afflitto e di cui con pazienza puo’ tranquillamente liberarsi .

    Saluti.

    • antonio (nonsonounfake)

      no comment…

  • Davide W. Pairone

    già il pensiero è un’attività, un fare, o siamo ancora all’alternativa fra vita attiva e vita contemplativa? Se i tanti eminenti studiosi non sanno andare oltre queste vetuste antinomie per me non sono tanto eminenti

  • Mi è difficile replicare a molte delle cose che ho letto nello sviluppo di questo commentario e quindi le riassumo qui, anche se esse sono soprattutto dirette ai due Antonio.
    Chi ha detto che non esista una dimensione estetica nelle opere di Duchamp? non basta affermarlo e, visto che uno di voi o entrambi siete degli studiosi di storia dell’arte dovreste sapere bene che esistono autorevoli opinioni contrarie.
    Non dovremmo dimenticare, poi, che Duchamp operava all’inizio del XX secolo e che, quello che era allora rivoluzione radicale, non può che apparirci ovvietà (vedi ad es. La teoria della relatività di Einstein)
    La comunicazione artistica è sempre comunicazione non verbale anche quando usa parole per estrinsecarsi e ciò perché, oggetto di tale comunicazione, è qualche cosa che sta nell’animo (o nella mente, a patto di assumere tale termine nel senso che ha nel pensiero orientale e non nell’accezione psico-biologica) dell’artista ed è, per sua natura, ineffabile, indicibile ed a-logico.
    Questo rappresenta uno dei punti deboli della critica che necessita, per essere svolta, costruzioni, concetti e forme verbali e logiche.
    Altro punto debole della critica (praticamente di tutta la critica “spicciola” o “dello spettatore” e, purtroppo, spesso anche di quella “scientifica”) è quella che io chiamo “miopia della critica”, l’incapacità, cioè, di mettere chiaramente a fuoco ciò che è strettamente contemporaneo (nel senso temporale del termine) o recente, se si preferisce.

    • antonio34esimo

      “Chi ha detto che non esista una dimensione estetica nelle opere di Duchamp?”

      “Duchamp, come (quasi) tutta l’arte concettuale non necessita (in genere) di una “visione dell’opera” (salvo che per un appagamento anche del senso estetico … ma da Duchamp stigmatizzato con la sua battaglia all’ “arte retinica”) ma, quasi sempre, la sua “descrizione” (o persino “enunciazione”) e’ sufficente dato che, appunto, l’opera risiede nel concetto (non credo che tu andresti a vedere in un museo il concetto di “democrazia” o di “repubblica”)”.
      Luciano G. Gerini – 14 ottobre ore 22:05

      Lo ha detto Luciano G. Gerini – cioè tu, o sbaglio? – riprendendo, peraltro, le convinzioni di Duchamp.
      D’altro canto, se dal 14 ottobre a oggi hai cambiato idea – cosa peraltro legittima – dimmi, dove starebbe la dimensione estetica nello scolabottiglie di Duchamp, ovviamenre una dimensione estetica che già non fosse presente prima dell’intervento di Duchamp, ossia quando ancora tale scolabottiglie si trovava in cantina. Perché se Duchamp non introduce nessuna dimensione estetica, ma essa è già presente, allora a che serve l’intervento di Duchamp? Mi godo la mia bella dimensione estetica dello scolabottiglie anche scendendo in cantina. Così come, si è detto, il concetto della mutabilità ontologica del reale e di artificialità e polisemia del linguaggio posso coglierlo anche osservando i bambini che giocano e, magari, vivificandoli cambiano l’identità degli oggetti che utilizzano.
      Allora è vero, come dice Pairone, che già la vita ci mostra tutto; non c’è affatto bisogno né di Duchamp, né dei suoi epigoni: basta togliersi il prosciutto dagli occhi e smettere di offrire incensi alle divinità.

      • Davide W. Pairone

        ma scusa riprendi un pezzo di Gerini per corroborare la tua affermazione infondata (in Duchamp non c’è una dimensione estetica) e in tutta la citazione non si trova nulla del genere? Ma che vuol dire? Gerini dice che non è necessaria l’opera ma basta la descrizione (il concetto) e tu ne desumi cosa? Dire che non c’è un’opera da offrire allo sguardo non significa che non ci sia un’estetica da offrire alla mente.

      • SAVINO MARSEGLIA(artista)

        SAVINO, INTERROGA T. TZARA SULL’ESTETICA DI DUCHAMP E IL SIGNFICATO DELLO SCOLABOTTIGLIE!!

        Cari antonio e luciano, quindi voi non credete alla dimensione estetica nelle opere di Duchamp? Antonio, mi sembra di capire che tu neghi questo giudizio estetico, (tradizionalmente inteso) come piacere della mente.. oppure nell’eccezione del termine di un’ estetica, intesa in senso classico di studio del bello (bellezza, grazia, armonia), o giudizio estetico, romanticamente inteso, come piacere senza interesse, cioè una visione delle cose del mondo-concepito esso stesso come opera d’arte?

        Allora, dov’è questa dimensione estetica nello statuto delle opere di Duchamp? Diciamo opere: ( di parole, gesti, comportamenti, azioni, oggetti trovati, trasformati, separati, assistiti, articolati, disarticolati, collocati, relazionati, eliminati ecc.) Capisco che siamo passati a un livello superiore di commenti. Quanto livello? Il gioco del dubbio si fa sempre più difficle!

        Quasi quasi, mi ci vorrebbe una buona tazzina di caffè per sciogliere questi vostri maledetti dubbi!. Abbiate un pò di pazienza! Vi rispondo presto, mentre bevo e soffio nella tazza del caffè: vedo le mie pupille che si dilatano, scompiano e poi, miracolosamente rispuntano sempre più nere, via via che i miei spessi occhiali si disappannano…- è evidente che voi mi state chiedendo di rispondere subito e seriamente al vostro fottuto dubbo che vi assilla.

        Attenzione, ascoltate, ho visto nel turbinio del liquido caffèraceo la bocca di T. Tzara che si apre e si chiude nello stesso momento. Silenzio! Mi sta parlando! Mi sta dicendo: ” caro savino, su tutta l’estetica antica e contemporanea c’è un gran lavoro distruttivo, negativo da compiere… spazzare, pulire tutto. Ho domandato: ma la tesi estetica di Hegel e di altri filosofi?

        Mi ha risposto in modo duro: ” non c’è niente del passato del presente e del futuro che mi interessa…tutto ciò che esiste oggi merita di perire – diciamo che non credo ad un linguaggio comune, ad un’estetica intesa come feticizzazione dell’attività creatrice: – essere artista significa tutto e niente.. è come te che stai gustando, in questo momento il caffè – la vita è molto più interessante dell’arte, che non ha questo valore celeste e universale che voi vi compiacete di d’attrbuirle”. Ho chiesto, non bisogna fare più opere neanche per i posteri? Ma quali posteri -nessuna opera dadaista hai mai pensato ai posteri, ma neanche fare da modello per altri artisti”.

        Ho chiesto: ma l’opera del tuo amico Marcel Duchamp è dettata da considerazioni di ordine estetico, come pure la scelta degli oggetti d’arte già fattii? Risposta: Ma quale estetica…, quella di parrucchieri e parrucconi, curatori o come diavolo voi li chiamati:l’attività creativa di Duchamp s’identifica completamente e assolutamente con la sua specifica esistenza in vita. Non c’è nessuna distinzione nel modo di vivere con la sua attivià creativa… che comprede ogni attimo della sua vita. Non c’è separazione; anzi occupa tutta la sua vita: relazioni umane, lavorative, affettive e contatti animati/inanimate con tutte le cose con cui egli instaura un rapporto relazionale.

        Purtroppo, voi continuate a chiaccherare, inutilmente e romanticamente su un estetica che dovrebbe propugnare bellezza, piaceri ed estendere messaggi, significati, valori alla vita. La vita già per se è un’infinita estenzione estetica. L’estetica che intendiate voi è’ una terribile puttanata”!

        Duchamp come me, voleva distruggere non solo l’estetica, ma anche l’arte, perchè, la vita necessita di una coscienza creativa autentica. Per questo la scelta degli oggetti era fondata solo su una reazione d’indiffernza visiva, accompagnata al tempo stesso da un’assenza totale di buono o cattivo gusto. E’ come dire: un’anestesia totale da tutte le cose apparentemente animate e inanimate che fanno parte della vita e con le quali ci rapportiamo.

        Per Duchamp non esiste l’arte bella e brutta: L”arte la può esercitare chiunque…, ma attenzione sempre con intelligenza e autenticità” Domanda. ma il significato dello scolabottiglie? Risposta: il significato dello scolabottiglie è strettamente legato (come ti ho detto prima) alla sua relazione mentale che instaurava con la sua mente. Mi spiego meglio. Duchamp acquistò questo scolabbottiglie al Bazar de Hotel de Ville, poco prima che scoppiasse la prima guerra mondiale. Mi disse che aveva ricevuto in regalo dell’ottimo vino d’annata. Poi mi disse che questo oggetto lo intrigava e non voleva modifcarlo in alcun modolo.

        Disse che gli piaceva tanto che lo scelse e lo firmò come opera d’arte. disse anche che voleva ironizzare sulle cosiddette opere d’arte esposte nelle mostre. Ma a parte questo, mi disse che in questo oggetto ci vedeva il contrasto tra la rigidità del ferro e la liquidità del vino.

        Non solo, mi disse che il nome EGOUTTOIR o scolabottiglie, è una parola derivata da E’GOTUER, neologismo composto da è più gouter, dove “è” (prefisso) indica l’allontanamento o la privazione di proprio gout e gout che ha il significato a discernere le bellezze e i difetti di un’opera considerata fatta ad arte. Poi la parola ègout (sempre in francese) vuol dire fogna, gora, il luogo dove scorre lentamente il liquido via via fino a seccare a contatto con il calore.

        All’imprroviso, senza rumore, senza saluti… è sparito come un fantasma nel fondo del mio caffé.
        cari saluti

        • bel post Savino ! Bello ed interessante ti ho gia detto e mi permetto di ri[peterti che da un po’ a questa parte trovo sempre piu’ punti di contaato tra quanto vai scrivendo e cio’ che io penso.
          Permettimi solo due minuscoli appunti : primo non ero io a sostenere l’assenza di valore estetico nelle opere di Duchamp (al cintrario), secondo, anche se la tua etimologia e’ decisamente piu’ affascinante, egouttoir viene semplicemente da goutte (goccia) preceduta dal “e” che, come correttamente dici, implica allontanamento, privazione e la desinenza in “oir” che designa uno stumento con cui o un luogo nel quale

    • ..correggo un errore del mio post che precede : “presbiopia della critica” (non “miopia della critica”)

  • Non ho affatto cambiato idea. sei tu che non tieni in debita considerazione il (quasi), (in genere) e (salvo per un appagamento anche del senso estetico…) . Detto questo, il fatto che in genere basti l’enunciazione del concetto non nega in alcun modi che la concretizzazione di quel concetto in un opera sia priva di valore estetico, tutt’altro. D’altro canto, per parlare di Duchamp sai benissimo che curava in maniera maniacale ogni suo lavoro destinato ad essere esposto anche nel caso dei ready mades, quando vennero, lui in vita, esposti la loro disposizione non era affatto casuale. Dire che lo scolabottiglie (che non trovo in una cantina ma acquistó in un negozio in cui l’aveva per caso visto e ne era rimasto colpito) non puó acquistare un maggior valore estetico perchè nessun “intervento” è stato operato su di esso è come dire che una fotografia non puó avere maggiore o diverso valore estetico del soggetto ripreso!

  • E per finire… certamente “la vita ci mostra tutto” (a patto di saper vedere) ma altrettanto certo che per comunicare quel che senti quando “vedi” devi ricorrere ad un linguaggio di comunicazione diverso da quello verbale che risulta inadeguato e l’arte è uno di tali linguaggi

    • hm

      no . puoi anche ricorrere solo al linguaggio verbale .

  • Lucia’ ma ti rendi conto che questi sono governati da pura logica? Ajo ma da quando in qua la forma è valida in se? Io veramente non trovo parole, kazzo questi non si accorgerebbero di un oltre arte neppure se gli mettessero di fronte agli occhi in dipinto di fragonard . Savino è ricorso alla allegoria di in caffe e questi come il bastone lanciato al proprio cane si sono posti all’inseguimento del caffe’.
    È inutile che gli parli di estetica , non hai compreso che hanno bisogno di un osso con cui sentirsi in compagnia?

    • Caro Lorenzo, temo proprio tu abbia ragione, ti auguro un buon pomeriggio.

      • LorenzoMarras

        Luciano caro , paradossalmente ti rispondo che mi vorrei sbagliare perche’ considero gli errori un dono. A parte gli scherzi Luciano, vorrei significarti che secondo me il tema “contemporaneita’” non è svolto nei modi appropriati e risente aime’ di una miserabile concezione Hegeliana che purtroppo ha fatto breccia in troppi studiosi e che trova nell’idea di storia o per meglio dire di sviluppo storico attraverso contrapposizioni di segno opposto la sintesi di inediti risultati. E nel cammino si buttano troppi bambini con l’acqua sporca in nome appunto di questa idea dove il presente è migliore del passato e che guarda caso a questo presente è riconducibile appunto cio’ che è contemporaneo. Che dire, un ordine puramente cronologico.

        Invece c è una straordinaria contemporanieta’ , se si ha grazia e pazienza di cogliere lo spirito di quei tempi, anche ad esempio nelle case di Pompei , c è contemporaneita’ in Giotto, che spalanca nuovi modi di vedere la luce e movimento che ne deriva nelle sue composizioni (osserviamo la deposizione del Cristo e tutti i soggetti che lo attorniamo….. non è forse un modo di uscire dalla staticita’ dello stile greco-bizantino ? c è contemporaneita’ in Caravaggio…. chi è ad esempio quella Maria defunta in una posizione che suggerisce una scandalosa maternita’ ? è un personaggio dell’Aristocrazia locale ? no… è una donna del popolo…addirittura una prostituta suicida.
        c e’ contemporaneita’ in Velasquez nonostante gli attributi di pittore di corte frettolosamente dati da una certa critica non proprio attenta……e che dire di Gericault , la zattera dei naufraghi ? all’orizzonte si percepisce una imbarcazione a vapore , il fumo ne è un indizio… L’incontro con la Modernita’ reso contemporaneo…. da un artista, che avverte nuove epoche…. insomma qualunque mezzo usato colui che è vero protagonista in qualunque ambito, incluso quello delle arti visive E’ UN INATTUALE….perche’ non solo inaugura ma APRE a nuove sensibilita’ (ecco Antonio , la vera portata di APERTURA non una parola in se…. ma una originaria capacita’ dell’uomo di creare nuovi orizzonti di senso…in TUTTI i momenti, e non un occasione come tu hai preso di fare dello spirito a buon mercato).
        Ciao Luciano, buona serata anche per te.

        • antonio (nonsonounfake)

          questo post oscilla tra l’incomprensibile e il banale…incomprensibile e sicuramente per una mia colpa ma non ho capito il senso di ciò che volevi dire…banale per le tue “intuizioni” sugli artisti citati…Giotto che “volge la lingua dell’arte dal greco al latino”…ma dai? ma come ti é venuta in mente una cosa del genere? sai nessuno ci aveva mai pensato! e Caravaggio che inserisce nelle sue opere sacre straccioni e puttane? ma che acuta osservazione! Di Gericault non ho capito sinceramente quale sarebbe la modernità? la nave in un quadro? Ah bene…che profondità…non il fatto di cronaca attualissimo e scottante? non il modo di dipingere che sapientemente unisce il linearismo michelangiolesco col luminismo caravaggesco? non il verde cadaverico dei corpi stipati uno sull’altro con toccanti lacerti di realismo nelle pezze attorcigliate ai piedi e nei peli del pube e in classe ci stiamo due ore su quest’opera potrei parlarne per due giorni…no…la nave…ecco tanta arte contemporanea…davanti hanno un capolavoro loro vedono la nave…
          scusate ma proprio non ci sto ad essere offeso da persone per lo più ignoranti come capre..il mio modo di argomentare é stato sempre aperto al confronto, ma qui in molti vi parlate addosso…se uno non é d’accordo gli dite che é rigido sulle proprie posizioni…certo, ho una formazione e di queste cose ne parlo tutti i giorni, non é con un forum, in 2 giorni che cambio idea, ma almeno mi arricchisco…é stato tirato in ballo pure il fatto che in un post nel quale si parlava delle logiche contrattuali del lavoro io ho detto di essere marxista…certo, lo rivendico, e gli eventi di questi anni stanno lì a dimostrare che non é completamente sbagliato, anzi, (e filosofi stanno scrivendo 10 testi all’anno sull’attualità e limpidezza del pensiero di marx) ma qui che c’entra? tu cosa sei? sei per lo sfruttamento o per la retribuzione? sei capitalista, liberale, marxista? lo so già che risponderesti “io non sono niente, non mi identifico in un’ideologia” non per questo io ti darei del qualunquista disimpegnato e farei discendere da questo ogni concetto che esprimi…vi rendete conto che l’arte contemporanea non la caga nessuno? purtroppo! aggiungo io…ve lo siete mai chiesti il perché?

          • Davide W. Pairone

            “vi rendete conto che l’arte contemporanea non la caga nessuno?”

            al di là dell’evidente assurdità di questa frase (non è vera, e pure se fosse un mero criterio quantitativo non basterebbe a determinarne l’importanza) credo che Lorenzo volesse proprio ridicolizzare quanti di voi distinguono artificiosamente fra arte e non arte, fra modernità e classicità senza fondare minimamente il discorso.

            Ma come ho già detto, la piramide 3000 anni fa sì e oggi no? Gli stracci e i peli pubici sono toccanti solo se dipinti mentre come oggetti trovati sono non-arte? I bambini rivitalizzano il mondo e gli oggetti risignificandoli ma se lo fa Duchamp non va bene? Togliete sti paraocchi che non se ne può più

          • antonio (nonsonounfake)

            io sono per la modernità…i parallelepipedi in un museo li trovo reazionari, tremendamente reazionari…per me Bacon é un artista più grande di Fragonard…la piramide era un esempio per dire che non é vero che l’arte del passato non é mai stata retinica, o meglio non é mai stata meramente imitatrice della realtà…vi rendete conto che Lucian Freud é perlopiù considerato reazionario mentre moderno viene considerato che ne so…Cattelan!
            assurda la frase che l’arte contemporanea non la caga nessuno? stiamo scherzando spero…

          • antonio (nonsonounfake)

            scusate volevo dire

            -la piramide era un esempio per dire che l’arte del passato non é mai stata retinica, o meglio non é mai stata meramente imitatrice della realtà-

          • LorenzoMarras

            non hai ancora compreso ? quei nomi che ti ho fatto erano quelli di uomini INATTUALI ovvero che avevano intuito la parte non visibile del proprio tempo e che in virtu’ di questa intuizione , proprio perche’ l’uomo ha questo dono, avevano aperto, in quanto UOMINI, nuove possibilita’ di senso.
            In tutte le epoche è L’uomo che ha questa POTENZA di aprire a nuove possibilita’ di senso e di inedite forme di percezione.
            Se tu fossi piu’ accorto, ma alla luce di quanto sopra nutro seri dubbi perche’ sei interessato a difendere la tua posizione (lo dimostri quando ti intestardisci nel chiedere e tu chi sei? un capitalista…un liberale …un marxista ? ) anziche’ riflettere eparti a testa bassa contro un avversario (L’arte contemporanea) che ti sei creato per assecondare i tuoi piccoli piacerini di esteta disinformato.

            L’ARTE CONTEMPORANEA come tu la intendi o meglio la fai furbescamente INTENDERE NON ESISTE… N O N E S I S T E E COSI COME LA ARGOMENTI E’ UNA SUBLIME CAZZATA.

            esiste, PIUTTOSTO, un modo contemporaneo di cogliere le cose che stanno intorno a noi cosi come lo fu per Giotto, Caravaggio Gericault e BLA BLA BLA BLA per finire al nostro oggetto della questione Duchamp.
            UOMINI INATTUALI

            chi sono io ? IL TUO ALTRO da TE … cosa vuoi che ti risponda ? Betty Curtis ?

          • antonio (nonsonounfake)

            ah…ecco un’altra scoperta dell’acqua calda…i grandi artisti sono uomini del proprio tempo, e con la propria opera aprono nuovi universi di senso…
            tra l’altro ancora non ho capito che c’entra la nave di Gericault…
            ma questo blog é la fiera della banalità!

            io ho detto “e tu chi sei”? semplicemente perché tu hai inserito in questo post che non c’entra niente il fatto che io in un altro post sul lavoro e i modi di gestirlo avevo affermato di essere marxista e quindi di non condividere le logiche attuali di sfruttamento del lavoro…come se io a seconda del tuo credo (che é più economico che strettamente politico) dovessi condannare a priori ogni cosa che scrivi…

            e poi ancora con sta storia del nemico “arte contemporanea”…già l’ho detto sopra che ho una specializzazione in “storia dell’arte contemporanea” e in ogni post non faccio che elencare artisti del 900 come esempio di grande arte…io non capisco i parallelepipedi. Punto. non capisco tutta quella linea che discende da Duchamp, perché secondo me é troppo comodo interpretarlo in quel modo, ma mi piace Marina Abramovic per dire.

    • SAVINO MARSEGLIA(artista)

      Caro Lorenzo, grazie! Hai capito molto bene: altro che bastone lanciato al cane! Il bastone va trasferito direttamente dallo mano alla bocca di questi cani parlanti…
      con stima
      Savino

      • LorenzoMarras

        Savino caro , ti rispondo in sardo e poi te lo traduco

        Noisi ischimu faeddare da matessi hommine pruite semus zente de campagna ki no timas croccare a fora ki connosche cummente sia domo sua.

        noi sappiamo capirci da uomini perche’ siamo gente semplice , che non teme il fuori che considera come fosse casa sua

        Savi, papale papale . da uomini , .in pace con se stessi perche’ in pace con il mondo
        ciao un abbraccio.

  • Caro Lorenzo, condivisione pie aments quanto dici. Personalmente credo Che quando si parla di progresso e di sviluppo non bisognerebbe mai avere in mente una linea retta tracciata su di un piano ma di una spirale che si sviluppa nello spazio elevandosi in modo non uniforme verso l’alto. Se pensassimo cosí ci sarebbe molto piú facile renderci conto che siamo, a volte, piú “vicini” a fenomeni del passato remoto fa di quanto non lo siamo a fenomeni di un passato prossimo. Volevo dire a Savino che ho molto apprezzato i suoi interventi in questo commentario e che ho trovato in essi molti punti di contatto e di condivisione, molti piú di quanti non ne avessi trovati in passato. Ringrazio entrambi perchè leggere i vostri interventi mi ha dato molto da pensare e da “discutere” con me stesso.

    • hm

      – mi ha dato molto da pensare e da “discutere” con me stesso. –

      sisi era già chiaro che ami parlare da solo coi tuoi fake, vai tranquillo .

      • antonio (nonsonounfake)

        hm sei molto simpatico/a davvero perché questo gerini deve averti fatto per forza qualcosa…passi il tempo a rincorrere i suoi fake?

  • LorenzoMarras

    ha scritto giusto Pairone , le distinzioni di classico e di avanguardia, per me non hanno nessun valore…. io penso che fosse chiaro da tempo.
    Cio’ che apprezzo nell’uomo è la sua capacita’ di riuscire ad abitare il proprio tempo …in tutti i tempi. Non mi interessano in se , le epoche …mi interessa sapere come quegli uomini siano riusciti a venire fuori dai problemi che la loro epoca poneva loro… cosi come nutro una tremenda curiosita’ di sapere come NOI UOMINI DI questo presente riusciremo a venirne fuori da questa epoca, dominata da una tecnica che è pressoche dominante all’infuori ovviamente delle singolarita’ .
    Qualcuno è piu’ interessato a scrivere di Arte medioevale, rinascimentale, classica ecc ecc ecc …… insomma fabbricarsi il suo delicato sistemino di conoscenze e attraverso questo , avere la pretesa di illuminare ogni periodo.

  • LorenzoMarras

    e fatti un bagno con l’acqua calda che ti do che ne hai bisogno.
    oh a te proprio , il nostro Luchetto ti fa un baffo in fatto scorie. Rilassati che qui nessuno vince nessuno perde e se Vuoi un luogo non banale , dal momento che questo posto non è confacente al tuo ruolo di esperto in “Arte contemporanea” , liberissimo di togliere il disturbo perche’ nessuno sentira’ la tua mancanza.

    • antonio (nonsonounfake)

      ma chi si é definito esperto? ho sottolineato la mia specializzazione come già fatto precedentemente perché mi si continuava a dire che questa era il mio obiettivo nemico..cosa che evidentemente non é..non mi ritengo certo un esperto, anzi mi ritengo molto inesperto, soprattutto riguardo a voi che, per quello che ho capito ne fate parte, o comunque ne siete dentro più di me…
      e poi quando dici “nessuno sentirà la tua mancanza” perché parli a nome di tutti? vedi che sei tu che ti autoghettizzi? che ne sai che qualcuno non sentirà la mia mancanza? dovresti dire “io non sentirò la tua mancanza”…questo é accettabile…é vero che Lacan diceva “io é un altro”, ma così mi sembra un pò eccessivo da parte tua…
      e poi cosa ho detto di male? se non hai argomenti colloquiali, che io ho sempre cercato, non é colpa mia…non ci posso fare niente se a me sembra una banalità dire che ogni artista “é stato un uomo del proprio tempo”…c’é in tutti i libri di scuola media, però potrebbe essere giusto sottolinearlo..
      così mi hai attaccato sul marxismo, ma di nuovo senza argomenti, se non una interminabile serie di banalità e luoghi comuni…tiri fuori l’argomento in un post che non c’entra niente, e poi cominci a dire che marxismo é uguale a mancanza di democrazia praticamente…bene…vallo a dire a Courbet, a Picasso, a Bunuel, solo per restare ai geni…se 2 più 2 é uguale 4 allora anche loro in quanto marxisti dovrebbero essere stati tutte le cose che mi hai detto sopra…

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