Fra bitcoin e blockchain, anche il settore della cultura risulta fortemente interessato da una rivoluzione finanziaria che prende le mosse dalla tecnologia. Protagonista di un focus sul nuovo numero di Artribune Magazine, l’argomento è affrontato qui da Stefano Monti.

La vera rivoluzione del bitcoin è una rivoluzione che supererà i bitcoin. Si chiama blockchain ed è un sistema di registri contabili che è alla base di questa cripto-valuta e che può trovare (molti già stanno lavorando in questo senso) applicazioni in numerosi altri settori dell’economia e della vita sociale. Se da un lato la finanza si è già interessata (ovviamente) a quella che si candida a essere una delle più importanti disruptive technology del nostro tempo, altri settori potrebbero esserne fortemente coinvolti.
Ovviamente, questa tecnologia è ancora soggetta a migliorie (in alcuni settori, ad esempio, può non essere utile né necessario poter disporre di una storia completa di tutte le transazioni), ma il suo meccanismo potrebbe fortemente influenzare il concetto stesso di “transazione economica”, grazie all’enorme portata di informazioni in essa contenuta.
Supponiamo ad esempio che la Pubblica Amministrazione e tutta la Finanza Pubblica adottassero un sistema di registrazione delle transazioni attraverso blockchain. Tutte le transazioni potrebbero essere completamente monitorate e questo creerebbe un importante disincentivo per l’adozione di comportamenti illegittimi.

L’adozione di un sistema identificativo unico e la blockchain potrebbero in questo senso rendere il pagamento dei diritti e il riconoscimento della paternità dell’opera molto più rapido e trasparente”.

Allo stesso modo, immaginiamo che tutti i pagamenti delle spese “turistiche” possano essere registrati attraverso blockchain: garantendo l’anonimato, ma rilasciando soltanto informazioni minime dell’utente o della transazione, si potrebbero tracciare le spese turistiche in un Paese, permettendo dunque la valutazione del comparto nell’economia nazionale e globale e superando i limiti delle “rilevazioni campionarie” che, ad oggi, sono alla base della stima delle spese turistiche internazionali.
Continuando in questo senso, altrettanto interessanti sarebbero le implicazioni per i consumi culturali e, in particolar modo, le importazioni e le esportazioni culturali, così come il pagamento dei diritti autoriali (SIAE) o la quotazione delle opere d’arte “smaterializzate”.
Dal punto di vista economico, infatti, ci sono due caratteristiche che rendono lento e inefficiente il mercato delle opere digitalizzate: senza contare il già noto consumo “gratuito”, queste opere presentano alti costi di transazione e difficoltà nella determinazione della domanda e dell’offerta.
Senza entrare troppo in dettagli tecnici, si può facilmente dire che allo stato attuale il pagamento dei diritti d’autore, oltre a presentare un costo diretto, ha anche un costo “aggiuntivo” rappresentato da una certa farraginosità dell’iter di pagamento.

Paul Seidler, Paul Kolling & Max Hampshire, Terra0, 2016
Paul Seidler, Paul Kolling & Max Hampshire, Terra0, 2016

COMPRENDERE GLI ASPETTI TECNICI

Ciò comporta che una data quota di transazioni potenziali non avvengano poi nella realtà (si pensi alla riproduzione musicale in alcune feste private e/o affini o alla riproduzione di opere d’arte sui tanti blog per le quali non viene riconosciuta nemmeno la paternità). L’adozione di un sistema identificativo unico e la blockchain potrebbero in questo senso rendere il pagamento dei diritti e il riconoscimento della paternità dell’opera molto più rapido e trasparente prevedendo, tra gli altri, utilizzi che non abbiano necessariamente un costo ma che registrino in automatico una transazione a costo 0.
In questo modo, si avrebbe anche un’informazione (in tempo reale) sul numero di transazioni legate a una determinata opera permettendo, di fatto, un adattamento dei prezzi che si aggiusti automaticamente sulla base della domanda. In pratica, si potrebbero adattare alle opere digitali i meccanismi tipici dello scambio dei beni finanziari, andando a risolvere definitivamente una delle debolezze sistemiche nel mercato dei beni culturali.
Le applicazioni in questo senso possono essere davvero delle più disparate. Anzi. Il reale sviluppo della blockchain dipende soprattutto dalla quantità di applicazioni potenziali che riusciamo a immaginare.
Con la blockchain, a quanto pare, i “progettisti puri” hanno trovato il loro Sacro Graal. L’unico ostacolo è, ovviamente, che bisogna conoscerne gli aspetti tecnici. Ancora una volta, è tempo che la cultura si metta a studiare.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.