Biennale di Venezia 2015. L’opinione di Gian Maria Tosatti

La Biennale di Venezia, diretta quest’anno da Okwui Enwezor, ha appena aperto al pubblico. Ve l’abbiamo raccontata in diretta durante le giornate di preview, sul sito, su Facebook, su Twitter, su Instagram, su Periscope… Ora diamo spazio alle riflessioni a mente più fredda. Con una serie di interventi corali, com’è nel nostro Dna.

Okwui Enwezor (foto Andreas Gebert)
Okwui Enwezor (foto Andreas Gebert)

LA GUERRA DEGLI STATEMENT: GIONI ED ENWEZOR
Due anni fa, mentre il mondo mostrava le lacerazioni più forti dovute alla crisi del capitalismo e prima che il maquillage di Wall Street riuscisse a farci dimenticare di trovarci ancora sul bilico di un baratro che si allarga, Massimiliano Gioni sceglieva di esporci una specie di tesi di laurea sul tema dell’enciclopedismo. Una scelta politica precisa che giustificava coloro che – sempre “politicamente” – sceglievano di non volerla visitare. Niente contro il curatore, contro la sua carriera o le sue idee, ma è pur giusto che all’esposizione di una tesi o di uno statement si risponda in modo dialettico e non sempre e solo subendo. Così la pensavo allora e così l’ho pensata anche più recentemente, quando, di contro, mi sono trovato a condividere ideologicamente lo statement di Okwui Enwezor presentato in conferenza stampa per questa 56. Mostra Internazionale d’Arte. Poi ho preso un treno per poter approfondire i contenuti esposti attraverso l’esperienza visiva in Laguna.

Bice Curiger
Bice Curiger

L’ASSENZA DI DIDASCALIE E LO SNOBISMO
Col senno di poi, potrei dire che forse avrei trovato meno deludente la mostra di Gioni, anche sul piano politico. È vero, infatti, che non esiste niente di più autoreferenziale, antipopolare e snob di una grande mostra priva di apparato didattico e di spiegazione delle opere (che invece il direttore del New Museum aveva scrupolosamente compilato). Il curatore attuale sceglie di comunicare al pubblico solo nome dell’autore, titolo dell’opera e anno di realizzazione. Scelta che funziona al massimo per una manciata di lavori che, essendo vere e proprie “opere”, hanno una forza propria, ma che risulta deleteria per la quasi totalità del resto che, sempre per volontà di Enwezor, appartiene al dilagante e noiosissimo universo della cosiddetta “documentazione”. Ma, appunto, una documentazione non spiegata né introdotta, è, ça va sans dire, un ammasso di carte mute, e, passata l’inaugurazione –  in cui gli addetti ai lavori stessi hanno avuto una notevole difficoltà di orientamento –, con l’arrivo dei visitatori comuni, l’effetto Alberto Sordi sembra inevitabile. Ma d’altra parte non può esserci niente di più coerente con un mondo dell’arte che da decenni è convinto di bastare a se stesso e che si sottrae, invece di darsi, offrirsi in soccorso, al popolo (la scelta di questa parola, in luogo di “pubblico”, non è casuale). Una voluta vasectomia comunicativa, quella di Enwezor, che fa il paio con la Biennale di Bice Curiger, se non fosse che, almeno sulla carta, la nativa Svizzera di quest’ultima e la Nigeria che figura, quasi ostentatamente, nel passaporto personale e professionale dell’attuale curatore non siano (o per lo meno non dovrebbero essere) sulla stessa latitudine. Ma così non pare in questa biennale gentrificata dove Basilea e Lagos finiscono disinvoltamente per assomigliarsi. Tanto valeva allora che le letture del Capitale fossero in swiss german, perché mi pare che capire o far capire non fosse una priorità.

Theaster Gates - Raising Goliath 2012 - courtesy Whitecube
Theaster Gates – Raising Goliath 2012 – courtesy Whitecube

LE CAMPANE MUTE
Ecco dunque il primo, evidente, prodotto inverso dello statement di Okwui. Ci si intrappola da solo e a quel punto dà il via alle opere stesse di rivoltarglisi contro fino a completare quel rovesciamento evidente delle intenzioni che si palesa fin dal titolo che non torna. “Tutti i futuri del mondo” è la frase chiave che dovrebbe disciplinare la lettura di questa Biennale, rivolta, sulla carta alle possibili prospettive. Entrando, già dall’Arsenale, invece il ricorrere di elementi smaccatamente legati alla ritualità funeraria sembra proporre una narrativa opposta all’idea di futuro. Campane ovunque, ma campane mute, staccate, deposte, talvolta esse stesse maceria in mezzo a macerie, oggetti in vetrina che paiono urne simili a quelle delle sepolture antiche e poi veri e propri riti funebri nelle opere forse più belle della mostra, come il video di Steve McQueen Ashes o la videoinstallazione di Theaster Gates, Gone are the days of shelter and martyr. Le opere brutte o trascurabili non saprei dire se esprimessero altre prospettive, ma per inefficacia propria, esaltata poi dall’approccio turistico indotto da una curatela che nega l’approfondimento, non sono neppure arrivate a essere appunto da raccogliere in un eventuale ragionamento critico. E così si prosegue con le campane, dalla The Bell di Hiwa K, fusa con metallo di armi, a quelle che Christian Boltansky dissemina su un campo che sembra appunto una trappola giapponese per anime trapassate e che, non a caso, si intitola Animitas.
Immagini di una crisi irreparabile e passata sono anche quelle dell’opera forse più forte di questa biennale, fortunatamente dell’unico nome giovane in grado di incidere, Meriç Algün Ringborg, un interno borghese composto fino alla glaciazione della morte, un piatto rotto a terra, apogeo di una crisi irrisolta e un planisfero cancellato, sommerso forse, dall’acqua. Una annunciazione che precede la grande morgue dedicata a Baselitz, che somiglia a una fossa comune dell’umanità.

Fabio Mauri, Accademia di Francia, Villa Medici
Fabio Mauri, Accademia di Francia, Villa Medici

LA MORTE AI GIARDINI
Non si cambia musica ai Giardini, dove la banalità di Murillo e delle sue bandiere nere (già viste a firma di altri vari ed eventuali in una mezza dozzina di biennali precedenti), serve a introdurre la grande sala dedicata a Fabio Mauri in cui campeggia in dodecafonia la parola FINE / THE END. Un inizio niente male per il secondo capitolo di All the world’s futures. Che vede il suo picco nelle fotografie cancellate di Adrian Piper con la scritta “Everything will be taken away“, capolavoro che con un gesto ci ricorda appunto come tutto ciò che conosciamo, che chiamiamo “casa”, sia già stato superato dalla Storia, spazzato via come le terre emerse nel mappamondo di Ringborg, e che le nostre vite attuali sono niente più che il sogno comatoso e reazionario di una generazione falciata almeno dall’anno della morte del suo profeta, Pier Paolo Pasolini.
E, infatti, parlare di vitalità in una mostra che suona le uniche note udibili per bocca di artisti ultra-sessantenni se non sepolti, con una sola eccezione, è puro controsenso. Qui finisce la Biennale che non ho già dimenticato mentre sono sul treno del ritorno, e che sarebbe stata perfino una bella e tragica Biennale se si fosse davvero limitata a questo pugno (nello stomaco) di opere. La morale sarebbe stata ed è: tutti i futuri del mondo sono finiti, e da un pezzo, se la parola “fine” l’ha scritta un artista morto di vecchiaia sei anni fa. Enwezor sarebbe stato così messo schiena a terra dalla sua stessa mostra, ma in un orizzonte di duello da tragedia greca.
E, invece, le centinaia di opere in più (appese anche nei corridoietti di servizio) senza le quali sembra proprio che questa Biennale non si potesse fare, la riportano dalla dimensione di un rito catartico realmente popolare (quello appunto del teatro nell’età di Pericle) a quella della solita partita di polo, un gioco di cui, a parte il Principe William d’Inghilterra e un manipolo di suoi amici reali (anche africani, perché il continente nero non è fatto di soli poveri), la quasi totalità del mondo ignora le regole. Ma a chi importa? D’altra parte il polo non è mica roba per sudditi…

Gian Maria Tosatti

www.labiennale.org

  • Whitehouse Blog

    Condivido finalmente questa lettura di Gian Maria Tosatti. E non capisco fino in fondo la ricaduta di alcune sue opere d’arte che spesso si allineano al corteo funerario e potrebbero stare benissimo in questa Biennale, come in quella di Gioni. Perchè il sistema chiede oggi opere come reperti archeologici e funerari. E’ la moda? Il problema è proprio questo: da anni gli artisti sono costretti ad una “professionalizzazione forzata” in attesa della chiamata del curatore o del premio. Questo taglia le gambe. Tosatti ha preso un treno? Tosatti ha tempo di prendere quel treno? Che lavoro fa Tosatti? Vende opere a prezzi ultra-gonfiati come tutti? Ma soprattutto vale la pena spostarsi per visitare questa Biennale? O non sarebbe più interessante fermare tutti, autori e spettatori; e rispetto a questa cultura del parco dei divertimenti (Biennale ed Expo) non ritrovare una cultura DOMESTICA ben più importante; e fare una biennale adesso e dove ci troviamo? (vedi blog whitehouse)
    L’unica rivoluzione OGGI può partire SOLAMENTE adesso e dove ci troviamo. Quindi lavoriamo lì.

    Chiedo a Gian Maria e alla Redazione di Artribune di collaborare e di confrontarci. Sono sicuro che, in fondo, oltre a dispetti stupidi, vogliamo le stesse cose.

    Io rimango impietrito e immobile e mi rifiuto di muovermi, davanti a questa situazione. La mia “biennale” la trovate su whitehouse.

    • Fra questa e quella di Gioni ci sono alcune differenze, che mi obbligano a dire che quella di Gioni era più “onesta” (e soprattutto curata molto meglio), comunque una biennale vale sicuramente un treno perchè un’occasione di varietà così non la trovi in nessun altro posto, è una cosa mastodontica e complessa, ma per chi ama l’arte non può prescinderne, già solo la mostra del Correr da sola è una buona motivazione!

  • Michele Dantini

    Wow. Diffido della nozione di “popolo”. Il popolo non esiste, quantomeno nella nozione cristologica o rousseauviano-gramsciana in cui Tosatti lo intende. Per il resto, al netto del cul-de-sac populista, trovo il pezzo eccellente.

  • Sicuramente l’aspetto informativo dei cartelli delle precedente biennale era molto più esaustivo e didattico, cosa che in questa mostra sarebbe stato molto utile.

    • angelaeco

      c’è il catalogo?

  • Bastiano

    Non condivido, le opere d’arte sono come le barzellette, se le devi spiegare vuol dire che valgono poco. Pure quelle più radicali. Ha fatto bene il curatore nigeriano.

    • Marco Enrico Giacomelli

      Bastiano, per ridere di una barzelletta hai bisogno di moltissimi strumenti: comprendere la lingua in cui te la raccontano, il contesto socio-culturale ecc. ecc. Vale la stessa cosa per le opere d’arte. Se dai per scontato che tutti maneggino perfettamente gli strumenti per comprenderle, stai facendo lo snob. Che non è passibile di pena di morte: basta esserne consapevoli. Ma non si spacci questa biennale per democratica e magari pure anticapitalista, perché è l’esatto opposto (PS: definire nigeriano Enwezor è come definire italiano Tambellini)

  • haemet

    haemet

  • haemet

    Per un pretone travestito da artista come Tosatti è naturale leggere questa biennale in chiave cimiteriale: pieno dell’arroganza di catto-comunista e della banalità della propria ignoranza, non gli è concesso di comprendere un lavoro sofisticato e complesso. La biennale di Okwui appartiene infatti a una cultura tribale e di radice africana che parla al cuore dell’umanità: se infatti in occidente la posizione intellettuale e speculativa deve sempre essere manifesta (e politica), in molte altre culture è lo sguardo sul mondo a farla da padrone, un respiro culturale che include la sospensione di un giudizio netto a favore della libertà di giudizio. Chiaramente nella ridotta visione di matrice cattolica del buon Gian Maria, è impossibile anche solo immaginare un tale spazio interiore: le categorie del pensiero, le regole del dissertare, la protasi e l’apodosi…tutto è ridotto, ristretto, costretto e incolore.
    Suggerisco al buon Gian Maria di approfondire la propria conoscenza sull’antropologia culturale, l’etnografia e le nuove correnti sociologiche francesi…magari potrebbe partire da “tristi tropici” e poi approfondire…buona lettura Gian Maria

  • Gli artisti del giorno d’oggi.

  • lgg

    Non ho ancora potuto vedere la biennale e probabilmente non mi riuscirà di farlo ancora per qualche mese. È forse anche per questo che cerco e leggo con più avidità ed attenzione che non per il passato, tutte le recensioni e le relazioni/reazioni che mi riesce di trovare o di farmi fare, almeno tutte quelle di persone che stimo.

    Questa di Gian Maria ha, tra l’altro, oltre al pregio della profondità e dell’argomentazione interessante e ben condotta, anche quello, per altro consueto ai suoi scritti, della prosa gradevole e d’alto livello.

    Se dovessi però, a questo punto, riassumere con la concisione di un tweet il succo delle, oramai numerose recensioni, relazioni, opinioni, reazioni che ho letto o raccolto, non troverei di meglio che prendere in prestito dalla compianta Sandra Mondaini un :

    ” uffa! che barba, che noia! che noia, che barba! #BiennalediVenezia2015 ”

    Il guaio peggiore è che questa Biennale è stata preceduta da due edizioni che, sotto il profilo dell’interesse suscitato e degli stimoli forniti non avevano raggiunto neppure la sufficienza, anche se la Biennale di Gioni è stata un po’ meglio di quella della Curiger.

    A questo punto una cosa veramente mi chiedo : ma non era evidente e chiaro, anche al più superficiale degli “addetti ai lavori”, che la nomina di Enwezor non avrebbe potuto portare ad altro risultato che questo : un terribile sbadiglio, appena represso per buona educazione?

    È appunto a questa domanda che mi piacerebbe davvero che Tosatti per primo ed i commentatori più “esperti”, gli “addetti ai lavori” ed i “soliti noti” tentassero di dare una risposta.

    Se si fosse voluta una “svolta” un “salto” o meglio ancora un “soprassalto” era chiaro che occorreva rivolgersi ad altri che non fosse Enwezor (e magari poi sarà anche interessante chiedersi: a chi? – certo non a lui) e se è cosí, perché, allora si è voluto e si è deliberatamente scelto che lo sbadiglio iniziato nel 2011 e diminuito ma, purtroppo, non interrotto nel 2013, trovasse la sua apoteosi a “scassa-ganasce” nel 2015 ?

  • Oggi bisogna essere radicali, rigorosamente coerenti e molto chiari, semplici nel motivare la propria linea, (così onoriamo anche la recente morte di Chris Burden). Perciò mi piace:
    – che Whitehouse evidenzi come Tosatti critichi la Biennale ma con il suo modo di operare nel mondo dell’arte non fa altro che contribuire al rafforzamento del solito “carrozzone”;
    – che Tosatti abbia deciso di non andare a vedere la precedente biennale semplicemente perchè non condivideva a priori l’approccio Gioni;
    – che Dantini sottolinei l’importanza di parlare agli umili;
    – che Tonelli identifichi Enzewor come “politicamente corretto” ma fondamentalmente allineato al sistema;
    – che Haemet mostri una visione alternativa della mostra secondo una sensibilità africana;
    – che doattime rilevi l’importanza dell’informazione extra opera.

    Ma la radicalità è la chiarezza non si devono fermare alle parole e quindi vorrei che:
    – Whitehouse non provi sempre e in qualsiasi modo ad entrare in un sistema che non sopporta;
    – Tosatti non faccia più l’artista di sistema;
    – che Dantini parli sempre pensando agli umili, evitando dotti riferimenti (fini a se stessi) sulla distinzione tra “pubblico” e “popolo”;
    – che Tonelli provi a non essere più solo un giornalista dell’arte come si definisce, provando invece a trasformare AT in una rivista non allineata (non solo a parole ma con fatti);
    – che Haemet mi precisi meglio con degli esempi concreti cosa sia questa sensibilità africana (cosa vuol dire per esempio che “lo sguardo sul mondo la fa da padrone”?);
    – che doattime prepari dei post it informativi e li attacchi a fianco di ogni opera alla biennale.

    Io intanto me ne sto a casa mia o lì vicino… è da molto tempo che non frequento musei/gallerie/fiere e non penso di andare alla biennale per forza, se ci passo forse entrerò come potrei entrare in un qualunque bar o negozio; nel nome di una sana serendipità. Ma senza la sicurezza di trovare qualcosa di artistico che invece trovo spesso nella vita di tutti i giorni e provo a condividere sui miei blog.

    • dai un saltino fallo, non te ne pentirai, basta fare le scelte più giuste! d.o)

      beh io ho già fatto questo
      http://biennalediveneziaarte.blogspot.it/

      che ora corredo con le foto forse può aiutarti nella scelta

      grazie per il consiglio

      d.o)

      • Vedremo… Grazie