Per una critica del dissenso. Dantini risponde

Hanno aperto un prolifico dibattito le “Quattro tesi sulla critica d’arte” di Michele Dantini, che abbiamo pubblicato prima su Artribune Magazine e poi su questo sito. L’autore torna dunque sull’argomento, per rispondere ai commenti sul suo primo articolo e per avanzare nel dibattito. A voi continuare la discussione.

Richard Avedon, Andy Warhol, 1969
Richard Avedon, Andy Warhol, 1969

L’interesse destato dal mio intervento Quattro tesi sulla critica d’arte mi spingono a tornare sull’argomento, per chiarire e radicalizzare. Mi è stata rimproverata una certa refrattarietà a dare indicazioni più “concrete”. Potrei replicare in vari modi a questa obiezione, in primo luogo osservando che il tema specifico del mio articolo era la critica d’arte, per meglio dire le politiche di interpretazione e di scrittura; non la segnalazione di questo o quell’artista. Ma avrebbe poco senso. Il punto è che mi pare giunto il momento di invocare una sospensione dell’assenso in generale a ciò che si dice “mondo dell’arte”. Con ciò voglio dire: occorre riconsiderare i termini dell’accordo che ha sino a oggi congiunto arte e critica in un unico destino.
La tradizione modernista ci ha lasciato in eredità consuetudini di “complicità” tra le due, storicamente giustificate dalla resistenza sociale e culturale incontrata dagli artisti più innovativi. Il critico, per lo più il critico-scrittore, era loro “complice”: perché simpatizzava con le loro ragioni espressive, perché condivideva (o magari proiettava) il desiderio di una società più libera e uguale, perché univa ai propri magri guadagni quelli provenienti dalla mediazione di poche opere. Non ha importanza: sta di fatto che la forza intrinseca delle scelte di “complicità” scaturiva non tanto né solo dall’indubbia importanza di opere, artisti e movimenti per cui ci si batteva, ma dalla posizione politicamente minoritaria di artisti, critici e scrittori. Nel corso del Sette e dell’Ottocento, e ancora in parte del Novecento, un’aristocrazia artiste ha sfidato le aristocrazie della nascita o della ricchezza in nome di una maggiore pienezza di esperienza e di quella che Stendhal chiamava “promessa di felicità”.

Giulio Paolini e Germano Celant - Galleria Toselli, Milano 1973
Giulio Paolini e Germano Celant – Galleria Toselli, Milano 1973

Da alcuni decenni non è più così, se non in modi residuali. A partire dalla fine degli Anni Settanta – se volessimo periodizzare rozzamente, potremmo dire dalla fine degli Anni Settanta, o addirittura dalla svolta commerciale di Warhol, successiva all’attentato di cui lui stesso è vittima nel 1968 – l’arte contemporanea ha gradualmente rinunciato a portare le insegne della differenza liberale o democratica. Ha cercato di integrarsi nel mondo del business e ha invocato, o quantomeno ha corrisposto senza esitazione, alla cooptazione commerciale, assecondando l’espansione economico-finanziaria di gallerie monstre e musei-azienda. Nel far ciò ha conquistato mercati ed è sopravvissuta brillantemente alla crisi dello stato sociale trovando nuovi facoltosi collezionisti nelle nazioni ex-emergenti. Ha tuttavia perduto slancio, perché si venuta distaccando proprio da quelle minoranze radicali che ne avevano storicamente accompagnato l’evoluzione. Nell’ultimo decennio un’ideologia dell’integrazione conformista e non di rado odiosa è sembrata prendere il posto, in artisti che godevano peraltro già di un’ampia notorietà internazionale, di una qualsiasi etica dell’immaginazione.
Forse era inevitabile che questo accadesse, forse no. I processi storici non sono peraltro omogenei né irreversibili, e accolgono al loro interno sottoprocessi contrastanti. Dunque non sappiamo cosa accadrà. È tuttavia possibile che una determinata tradizione, un determinato credito culturale, sia stato dilapidato; e che biennali, mostre e musei di arte contemporanea si riveleranno anche nel prossimo futuro le istituzioni deterrenti e inutilmente dispendiose che in parte sono già. È anche possibile che la Grande Creatività prenderà in futuro strade diverse da quelle dell’“arte contemporanea”, applicate e meno elitarie. Certo non verrà meno.
Istruire una critica del dissenso, fornirle argomenti, istanze e formulazioni persuasive mi sembra oggi più importante che non esercitare ancora, in modo epigonico, il ruolo “complice” di critici-agenti. Credo che dovremmo immaginare pratiche, poetiche e politiche della “militanza” in modo innovativo, ampliare la platea dei destinatari e individuare compiti non corporativi ma civili. Tutto questo presuppone una drastica correzione delle priorità e una qualche forma di collisione con la routine pubblicistica e curatoriale. Non riusciremo a porci domande sufficientemente oneste o davvero risolutive se non facendo un balzo laterale, sottraendoci al chiassoso pettegolezzo del giorno-dopo-giorno.

Achille Bonito Oliva su Frigidaire
Achille Bonito Oliva su Frigidaire

Per critica del dissenso non intendo una “critica del no”, povera e inadeguata quanto l’acritico fiancheggiamento che mi propongo di contestare. Intendo invece un’attitudine riflessiva e interrogante, aperta e indipendente, pronta a stabilire connessioni tra diversi ambiti di attività, l’uno non meno decisivo dell’altro; ad ammettere le responsabilità di ciò che chiamiamo “arte” e a riconoscerne (a queste condizioni!) la formidabile importanza per la vita di tutti e di ciascuno.

Michele Dantini

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Michele Dantini
Storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, Michele Dantini insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali. Laureatosi e perfezionatosi (Ph.D.) in storia della filosofia e storia dell'arte presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; Eberhard Karls Universität, Tubinga; The Courtauld Institute, Londra; Ludwig-Maximilians-Universität München, collabora con i principali musei di arte contemporanea italiani ed è responsabile del Master MAED al Castello di Rivoli. Scrive di arte contemporanea, politiche culturali e dell’innovazione, tecnologia, Rete e digitale. Tra le pubblicazioni recenti Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012); Humanities e innovazione sociale (Milano 2012); Apple cosmica. Come le narrazioni fantascientifiche modellano il design e il marketing della Mela (Milano 2012); Horses and other herbivores (Bezalel Academy of Art and Design, Jerusalem 2010). Coautore dei manifesti TQ “università e ricerca” e “patrimonio storico-artistico e ambientale”, è interessato ai temi della diversità culturale e del cosmopolitismo postcoloniale. Il suo Diario Namibiano (e/o, Milano 2003), inchiesta sulle trasformazioni delle abilità tradizionali in Africa australe all’ingresso nel mercato globale condotta in collaborazione con la National Gallery di Windhoek, è stato finalista del premio Paola Biocca|Società Italo Calvino nel 2002. Suoi reportage e fieldworks sono stati presentati alla Fondazione Merz, Torino; CCCS Strozzina, Firenze; Centro di arte contemporanea Luigi Pecci, Prato; Centre de la Photographie, Ginevra; MAO, Torino. Collabora a L’Huffington, Alfabeta2, Doppiozero, ROARS, Il giornale dell’arte, il manifesto.
  • Le immagini false della critica d’arte con tutti i suoi difetti e pregi , così si fa storia di anti arte .

    • Michele Dantini

      Non mi è chiaro, caro Roberto, se è il mio breve articolo che ti ha deluso, la “critica” in accezione cosmica o addirittura il mondo intero, certo crudelmente distante dalle tue e nostre aspettative. Così sono purtroppo costretto a rinunciare a risponderti.

      • Whitehouse Blog

        @micheledantini:disqus: Non credi sia necessario stimolare un senso critico che possa argomentare luci e ombre, fare le differenze tra le cose. Non è questa la cosa più necessaria oggi in Italia? E che l’arte possa essere una palestra e un laboratorio per questo? E perchè non rispondi a un commento che propone concretamente nuovi protocolli di messa in cammino?

        • Michele Dantini

          @Luca: ho parlato di strike e tu chiedi segnalazioni. Non credi che la tua guerrilla trarrebbe autorevolezza e forza dallo smettere di attendere o reclamare l’attenzione che non arriva? dall’interrogarti sul perché questa attenzione non arrivi; e dal considerare la questione in termini meno personalistici? Mi dispiace dirtelo, perché ti trovo per più versi simpatico, ma la petulanza autopromozionale o l’egocentrismo non funzionano. Peraltro sono indiscutibilmente mainstream, malgrado la tua convinzione di spiccare. Funzionano le opere, se funzionano; e la capacitá di prendere parte collaborativamente (in modi riflessivi, altruistici, non condizionati da interessi personali immediatamente riconoscibili) a discussioni di grande respiro; magari modificndo inventivamente le politiche autoriali. Sai cosa sarebbe davvero rivoluzionario? La generositá, l’eleganza, l’abnegazione, la cura. hai da lavorare, mi pare. Credimi: non è così importante essere accreditato come “artista”.

          • Whitehouse Blog

            @micheledantini:disqus: parli di teoria io tento vie pratiche dal 2009. Questo è il punto. Dico “tento”. E credo che la risposta possa venire solo da una collaborazione tra dentro e fuori-accademia.

            Io indico la luna e tu/voi guardate il dito, perchè riuscite solo a pensare all’artista che si vuole affermare. Cosa assurda rispetto la scena italiana e non solo. Purtroppo anche tu vedi quello che hai negli occhi. E questo atteggiamento condanna l’Italia e l’arte italiana. Si pensa sempre che si sia dietro fame di denaro e successo….quindi si sceglie sempre la mediocrità. Pensaci.

            Generosità? Da sei anni scrivo e lavoro gratuitamente (ma voi vedete solo pino boresta che urla “voglio partecipare”).

            Eleganza? Mai scritto una parolaccia, in un contesto cieco e offensivo.

            Abnegazione? Commenti, articoli su Flash Art, Exibart, Artribune, Skype call, Facebook, più di 25 progetti…non so a cosa ti riferisci francamente.

            Cura? Mi sembra di aver risposto.

            Io temo che faccia paura l’ardire di passare dalla teoria alla pratica. Spero di sbagliarmi.

            Luca Rossi

          • Michele Dantini

            “modificando inventivamente prioritá e politiche autoriali”. Perché la botanica no e l”arte contemporanea” sì? I maestri di strada o i vegani no e l'”artista contemporaneo” sì? L’amministratore lungimirante e coscienzioso o il cardiochirurgo no e Luca Rossi sì? ;)

          • Caro Michele, mentre ti scrivo appare in alto a destra questa proposta “Inventa tu il logo del MAXXI”, cioè il segno di identità di un Museo. Ormai TUTTI fanno TUTTO. Le pratiche che ti segnalavo -per fama di successo (ahahaha)- sono proprio tentativi di creare ponti tra l’opera e tutto il resto. Ma l’idea in sè, come la critica contano poco, non è cosa ma è COME si fanno le cose.

            Quindi mi sembra chiaro che l’arte sia solo una palestra-laboratorio per TUTTO IL RESTO. Organizzaimo un incontro pubblico dove confrontarci e argomentare, così la gente capisce che anche l’anonimato è solo negli occhi di chi guarda (ovviamente se non hai paura di farmi diventare così una star internazionale) :-D

          • non avevo letto la seconda parte del messaggio, non compariva. Bello “stakanovismo autopromozionale”. Ma non lo posso accettare. pensa al “selfie”: autore, spettatore e contenuto coincidono. Anche la tua potrebbe essere una tecnica raffinata di autopromozione, anzi lo è. In ogni caso i consigli che mi hai dato già li applico. Io ti invito a non guardare il dito ma guardare la luna. Ma evidentemente non ti interessa. Grazie, molto carino il messaggio. A presto

          • Whitehouse Blog

            Utile al confronto, ottobre 2009:

    • Michele Dantini

      Non mi è chiaro, caro Roberto, se è il mio breve articolo che ti ha deluso, la “critica” in accezione cosmica o addirittura il mondo intero, certo crudelmente distante dalle tue e nostre aspettative. Così sono purtroppo costretto a rinunciare a risponderti.

      • Ma naturalmente mi hai risposto , ma chi può dire che un critico d’arte sa fare bene il suo lavoro se punta di più far vendere opere d’arte contemporanea . Se non ci fossero bisognerebbe inventarli .

  • Walter Bortolossi

    Caro Dantini d’accordo quasi su tutto salvo forse l’uso di un termine come quello di “compiti civici”, per me non tanto ovvi, a meno che non ci accontentiamo del minimo comun denominatore :)

    Ma quello che intanto mi interessa é che mi sembra importante é che mi pare tu ti metta dalla parte della riscrittura della storia artistica piú o meno recente, storia che invece dai piú, attualmente, é piuttosto registrata e riprodotta in modo acritico, agiografico e passivo.

    • giorgio

      sì, oltrettutto su una testata come artibune che il mercato e tutto il sistema dell’arte non osteggia affatto. apprezzo molto dantini ma spero che apra spazi virtuali un po’ più radicali.

      • Marco Enrico Giacomelli

        Come non mi stancherò mai di ripetere: siamo una testata giornalistica. Dunque, faremmo pessimamente il nostro lavoro se “osteggiassimo” il sistema dell’arte. Così come se lo idolatrassimo.

        • giorgio

          a parte il fatto che spesso compaiono qui articoli di parte – anche politica – e quindi del tutto acritico l’artribune non mi sembra affatto.
          in ogni caso, ho espresso appunto il parere che dantini debba dare visibilità al suo pensiero in un contesto più schierato, da un’altra parte però.

          • Marco Enrico Giacomelli

            Il giornalismo è l’opposto dell’acriticità! E la critica è tale, per definizione, se si schiera. Il punto non è quindi provare (e immancabilmente fallire nel tentativo) a essere imparziali, ma non avere posizioni ottusamente schierate. Esempio: il sindaco x fa una cosa che riteniamo buona per la propria città? Lo sosteniamo su quello specifico punto. Ne fa una all’opposto, dieci giorni dopo? Lo critichiamo. Esponendo i fatti e commentandoli. Che è poi quel che si trova intorno a pagina 3 di qualsiasi manuale di giornalismo.
            PS: Dantini credo sia grande abbastanza per decidere dove desidera scrivere.

          • Michele Dantini

            @Giorgio. Per chi scrive esiste il dovere di rivolgersi a un pubblico ampio. Tutte le testate pluralistiche, rispettose della diversità di punti di vista e attente alle buone pratiche argomentative fanno al caso. Non credi?

          • giorgio

            @michele – sono d’accordo, il tuo pensiero lo considero valido e credo debba arrivare a più persone possibili. auspicavo ad una piattaforma di critica, magari e ovviamente non solo tua, che possa dare voce a dibattiti al di fuori di una testata come artribune (di cui ho già detto più o meno cosa penso, nel bene e nel male). un progetto difficile e forse di nicchia ma che sarebbe un ottimo punto di partenza per una discussione ampia e approfondita.

          • christian caliandro

            e quindi se è “di nicchia” come fa a rivolgersi a un pubblico ampio?

          • giorgio

            forse non riesco a spiegarmi, nei commenti non è semplice e non è mia attitudine. secondo me caliandro o dantini possono e devono scrivere per diffondere le loro idee dovunque, figuriamoci. auspico solo che esista uno spazio dedicato solo a queste tematiche, che non siano magazine che si occupano di tutto, dove un articolo viene notato ma non è parte di un progetto critico più serrato. in rete non sarebbe impossibile, è finita l’epoca dei costi abissali della carta stampata, e anche progetti culturalmente poco “ampi” vivono. inoltre, sono aperti a tutti gli interessati del settore culturale, anche altrove come la rete permette. se poi non interessa a nessuno, pazienza. a me uno spazio così piacerebbe e lo troverei di forte utilità culturale, più di un mag generalista.

          • christian caliandro

            Trovo sempre più interessante il fatto che Artribune sia percepito come ‘generalista’ (termine forse più indicato per i quotidiani e i settimanali, dato che questa rivista si occupa online e offline di ‘arte e cultura contemporanea’…), e soprattutto il fastidio provato da alcuni – non c’è niente di personale, giorgio: l’ho notato spesso in questi anni – per la compresenza di un approccio informativo-giornalistico e di uno più critico-teorico. secondo me invece (al netto ovviamente di tutti i difetti e le pecche, che però sono caratteristici di tutte le opere umane, perfettibili per definizione) questo è proprio il suo punto di forza: tanto più in un panorama terribilmente asfittico e solipsistico come il mondo dell’arte (riviste comprese) degli ultimi 15-20 anni.

          • giorgio

            nessun fastidio, anch’io penso che sia un punto di forza visto che aumenta i contatti generali. appunto. anche io sto commentando qui, no? è certo uno spazio in più, e molto seguito. non è questo il problema. 1. non amo la virata di giudizi troppo politicizzati che negli ultimi anni si fanno sentire. per carità, liberissimi di farlo ma ne ho sentiti molti di commenti che non apprezzano. altri lo faranno, buon per la redazione. 2. lo spazio critico-teorico è riservato ad alcuni articoli e va bene, mi piacerebbe una piattaforma più specialistica, tutto qui. spero di non essere scambiato per un nemico di artibune o simili, perché non è il mio caso né m’interessa.

        • angelaeco

          bravi continuate così

    • Michele Dantini

      caro Walter, per “compiti civili” intendo qualcosa di preciso, che non ho qui avuto modo di specificare. Diciamo che le buone pratiche argomentative, la capacità di esprimere il dissenso in forme razionali e la partecipazione al mondo condiviso sono parte del “compito civile” della critica culturale. Si tratta a mio avviso, come ben vedi, di compiti educativi, o per meglio dire politici (in senso ampio). Un caro saluto!

      • Walter Bortolossi

        Ne riparliamo

  • angelov

    “ad ammettere le responsabilità di ciò che chiamiamo “arte” etc

    Il suo approccio critico
    è decisamente coraggioso
    e merita per questo
    il mio sostegno morale,
    per quanto piccolo ed astratto
    possa esso sembrare.

  • angelov

    “ad ammettere le responsabilità di ciò che chiamiamo “arte” etc

    Il suo approccio critico
    è decisamente coraggioso
    e merita per questo
    il mio sostegno morale,
    per quanto piccolo ed astratto
    possa esso sembrare.

  • L’arte contemporanea si è integrata (troppo) nel mondo del business, del mercato e inevitabilmente è venuta meno a quella funzione che ha contraddistinto da sempre l’arte rispetto agli altri ambiti sociali anche se ovviamente con forme e modalità diverse rispettivamente alle varie epoche, non che debba rinunciare al mercato che è inevitabile per la sua sussistenza, ma il punto fondamentale è che non deve abdicare al mercato. Forse negli ultimi decenni una svolta non di poco conto in direzione di questo stato di cose è imputabile oltre che all’artista anche all’atteggiamento non proprio libero e indipendente del critico d’arte, oggi curatore, rispetto a quei soggetti interessati; musei, galleria, collezionisti ecc.. spostando il baricentro dell’attenzione più verso le ragioni e le motivazioni di quest’ultimi che verso quello che dovrebbe essere il suo ruolo di complice, divulgatore, veicolatore primo del “messaggio in toto” dell’artista.

  • LUCA ROSSI

    Caro Michele Dantini, sottoscrivo il tuo articolo. Da fuori l’accademia, dal 2009 insieme a pochi collaboratori sto facendo esattamente quello che tu descrivi. Partendo anche dalla scomoda argomentazione delle opere, cosa che tu ritieni secondaria (forse POLITICAMENTE SCORRETTA ehm) ma che invece è fondamentale per ristabilire un ponte tra opera d’arte e persone normali non addette ai lavori. Per questo mio atteggiamento sono/siamo ostracizzati da molti e spesso anche da Artribune:

    – dal 2010 ho proposto il Corso Pratico di Arte Contemporanea: un corso informale che avviene nei pub la sera e parte dalla storia dell’arte per arrivare alla vita di ogni giorno. Questo anche con esercizi inediti e piccoli compiti a casa e sul luogo di lavoro.

    – dal 2013 parte Duchamp Chef. Un’altra occasione, forse più borghese, per divulgare e formare questi ponti tra opera e pubblico.

    – nel 2014 ho ideato una serie di opere “pret a porter” che partendo dai materiali del “fai da te” giocano con l’arte moderna. Ogni opera contiene più riferimenti all’arte moderna (Argan diceva che l’arte contemporanea finisce nel 1974), fino a diventare qualcosa di “nuovo” e che con prezzi accessibili può entrare nelle case di tutte le persone (la cosa che non è riuscita a Warhol). Per me le opere sono “testimoni silenziosi di valore”, ma bisogna sapere come argomentare questo valore, in relazione alla quotidianità.

    Queste tre iniziative unite al mio lavoro (linguaggio + critica) tentano di formare e stimolare un pubblico interessato e stimolato, e quindi un ‘opinione pubblica. In secondo luogo vorrebbero stimolare una critica d’arte che oggi in Italia non esiste perchè NON paga (in tutti i sensi). Critica e pubblico potrebbero dare slancio agli artisti (oggi in Italia totalmente inariditi), interessare il settore pubblico, la politica ed anche quello privato (semmai in modo migliore che adesso). Ovviamente ci vogliono anni.

    Per tanto un lavoro di critica generale e accademica non serve a nulla, rimane sempre su torri d’avorio. E il primo problema non è avere idee come quelle che ho esposto, ma trovare PERSONE CAPACI e FORMATE per poterle realizzare adeguatamente.

    Come sempre la mia proposta è quella di collaborare uscendo dalle logiche politiche e della fama-successo. Penso che con il mio lavoro quotidiano e gratuito, da sei anni, io abbia dimostrato che non sono queste le cose che mi interessano.

  • Pingback: Per una critica del dissenso | Humanities()

  • Trovo estremamente incoraggiante riscontrare come siano sempre più diffuse in chi si occupa seriamente di arte contemporanea (in controtendenza rispetto a quanto accadeva nel recente passato) l’attitudine riflessiva, la consapevolezza teorica e l’impegno civile. Dantini sintetizza in questo articolo una serie di questioni ormai (per fortuna) ampiamente condivise. Prendere coscienza è un passo importante. Mi sembra che la difficoltà più grande sia oggi quella di mettere in comune le esperienze, uscendo dalle prospettive individualistiche che la logica di mercato ha incoraggiato. Dantini ha usato le sue parole più belle in un commento rivolto a Luca Rossi:
    “Sai cosa sarebbe davvero rivoluzionario? La generosità, l’eleganza, l’abnegazione, la cura.”
    L’impegno di tutti, parallelamente al lavoro teorico, dovrebbe essere rivolto alla creazione di piattaforme di confronto aperte e non autoreferenziali. Nonché a ri-sperimentare forme dello stare (concretamente) insieme che vadano oltre il dialogo virtuale sui blog e sui social (dalla riunione di redazione al talk in uno spazio di aggregazione). Ogni iniziativa in tal senso andrebbe sostenuta con entusiasmo. Proprio ieri, solo per fare un esempio, ho ricevuto il nuovo numero di “nodes”, una pubblicazione a carattere scientifico che parte dalle arti visive per mettere in rete diversi ambiti disciplinari. Dionigi Mattia Gagliardi, l’anima del progetto, sta facendo un ottimo lavoro: consiglio a tutti la lettura.

    • Infatti Luca Rossi è solo una lepre posticcia da inseguire, una vittima sacrificale. Ma evidentemente una o due lauree non bastano per capirlo.

      • Watch the sun until it becomes square.
        Yoko Ono, “Sun Piece” (1962).

        • Appena si paventano pratiche e protocolli per passare dalle parole ai fatti, gli accademici ultra secolarizzati si irrigidiscono. Loro per fare e agire hanno bisogno del concorso pubblico. Lo pretendono. Questa è la solita cultura assistenzialista che aspetta cambiamenti dall’alto che non arrivano mai.

          • Accademici ultra secolarizzati? Ma con chi stai parlando?

          • Il cellulare ha corretto (sono fuori casa, sto guardando un fiore come mi ha suggerito Michele Dantini :): accademici ultra scolarizzati..

          • Ora capisco almeno cosa volevi dire. Tuttavia non mi è chiaro in che modo (magari in senso figurato o traslato?) io potrei essere definito un accademico. O forse non ti riferivi a me? In ogni caso non credo sia necessario un titolo per appassionarsi allo studio o alla lettura di una rivista scientifica. Saresti tu a dimostrarti rigido e pieno di pregiudizi se accusassi chi ama il sapere e insegue la conoscenza di non essere in grado di passare dalle parole ai fatti. Non esistono buone pratiche senza una solida base teorica.

          • Io condivido la visione di Michele Dantini. Dico semplicemente che bisogna passare dalla critica del dissenso (cosa ormai assodata, anche a livello più pop con Grillo, per esempio) a pratiche di messa in cammino. Dantini è un Luca Rossi più bravo e preparato, ma oggi serve la sfrontatezza della pratica, anche a costo di fallire. Nessuno vuole vendere la verità.

            Vedi, Dantini o Caliandro rispondono ai commenti che si rispondono da soli, e i miei li driblano. Giacomelli sta alla finestra.

    • angelaeco

      condivido basta con tutti questi piagnoni dell’arte, se c’è il brutto dimentichiamolo e esaltiamo il bello

  • Tendo da qualche tempo ad usare poco le parole. Cerco di usarle come mezzo e non come fine (se uno conosce il mio blog capisce cosa intendo). Anche qui intendo procederò con lo stesso intento.
    Quando leggo un articolo di md o di caliandro ho la sensazione di trovarmi davanti ad una bella donna (l’arte, la creatività,…) che tutti (gli articolisti e alcuni di quelli che rispondono ai commenti) cercano di corteggiare con parole attente, precise, dotte, senza rendersi conto che lei è passionale, le parole non le importano a meno che non preannuncino un azione amorosa, intensamente fisica. Semplicemente lei vuole fare l’amore, non parlarne.
    I nostri descrivono sempre una situazione “as is” da migliorare, da far progredire verso un “to be”, ma del percorso di come si arrivi lì nessuna traccia. Nessun esempio.
    Ok la critica del dissenso, ma facciamola. Ok le quattro tesi ma applichiamole. Aspetto esempi.

    Ammetto di non conoscere tutte le attività dei nostri due, ma per quello che leggo qui e da qualche altra parte, di “concreto” (scusa md se continuo ad usare questa parola) non vedo nulla. Si può criticare finche si vuole l’atteggiamento martellante e ripetitivo di Luca Rossi (anche a me urta), ma bisogna dargli atto che agisce e questo lo apprezzo; ho avuto modo di discutere spesso con lui del suo lavoro, a mio avviso troppo didascalico ma con aspetti interessanti a cui mi sento allineato.

    Quindi “che fare?” Penso che la prima cosa da fare, come ho detto più volte, sia di provare a definire cosa sia arte oggi. Io ci sto provando nel mio blog dove periodicamente fornisco esempi concreti. Ma ho provato anche a scrivere un pezzo mandato ad AT (semplicemente per allargare la platea di confronto) ma non ho ricevuto feedback. Insieme a questo scritto avevo anche proposto ad AT di collaborare nella realizzazione di una app innovativa sull’arte (una specie di bloggame) ma anche su questo nulla.
    E così procedo solitario sul mio percorso dove con la donna dell’inizio riesco ad avere parecchi momenti piacevolmente sensuali. In attesa di un bell’orgasmo.

  • Rimango perplesso su questi pensieri, mi pare che oggi ci sia già una infinita azione riflessiva, mentre mi pare limitata la consapevolezza dei grandi cambiamenti socio-culturali che la nuova “era multinformativa del web” sta portando, spostando.

    L’idea stessa dell’arte sta per trasformarsi in qualcosa che si unirà a tutta una serie di media che modificheranno la percezione e il modo di vivere, slegandosi da una sua referenzialità storica.

    Link di nodes per tutti gli interessati http://nodesmagazine.com/about-2/

    • Monica Gio

      condivido, Hans Ulrich Obrist ha prodotto centinai di pagine di rilfessioni e pensieri, per non dire delle Marathon, che potrebbero far scaturire altre migliaia di riflessioni, forse è l’ora di passare all’azione e trasformare il mondo

      • Ma sai com’è … approfondire vuol dire lavorare, riflettere e confrontare …

        • paolocarniti

          meno parole e più opere (soprattutto d’arte!)

          è arte visiva o arte letteraria?

          • condivido troppo spesso il testo giustifica l’opera (anche se di opera c’è ben poco)

          • Tutti vedono i problemi, tutti sono critici. Spesso i protocolli della critica e della “nuova strada innovativa e creativa del futuro” sono semplicemente modalità opportunistiche per accarezzare il proprio ego. Servono protocolli di messa in cammino, tutti sanno criticare in modalità più o meno colte; troppo facile. Servono modelli del fare. In Italia quando qualcuno ci prova viene subito ricacciato, solitamente accusato di volersi affermare, quando tutte le cose tentano di affermarsi (anche un fiore che nasce in primavera lo fa). Poi ci sono quelli che aspettano il Concorsone Pubblico per fare. Sergio Romano scriveva qualche anno fa che l’italiano preferisce il successo di uno straniero piuttosto che quello di un connazionale. Abbiamo paura di essere mediocri, e quindi quando sospettiamo che qualcuno esca da quest’area di mediocrità, dobbiamo ricacciarlo indietro, perché questo ci rassicura. Se tutti sono mediocri, anche la mia presunta mediocrità è al sicuro.

          • modelli?

            cos’è una catena di montaggio?

            ma in quanti siete a scrivere in questo profilo, ci sono delle discordanze di posizione, o forse sei una moltitudine?