All the World’s Futures. Biennale di Venezia troppo politica per Enwezor?

L’abbiamo seguita in diretta, con un inedito reportage live. Ma la conferenza stampa di questa mattina, in compagnia del direttore della 56. Esposizione Internazionale d’Arte, Okwui Enwezor, e del Presidente Paolo Baratta, merita qualche riflessione

Okwui Enwezor, direttore della 56. Biennale d'Arte Visiva di Venezia
Okwui Enwezor, direttore della 56. Biennale d'Arte Visiva di Venezia

Mancano solo un paio di mesi all’inaugurazione della Biennale d’Arte di Venezia e stamane il direttore della 56esima edizione Okwui Enwezor, in dialogo con il Presidente Paolo Baratta, ha finalmente rivelato alla stampa mondiale i nomi e i contenuti specifici di una rassegna che si preannuncia controversa.
Mosso da uno sguardo orientato al domani, All the World’s Futures – questo il titolo di uno degli appuntamenti artistici più attesi dell’anno – affonda le radici in presupposti complessi e ben definiti, che non temono la commistione con la politica e la denuncia di una contemporaneità “incredibile”, dai risvolti tutt’altro che neutrali. In quest’ottica i tre filtri utilizzati da Enwezor, sulla scorta della lezione impartita alla Storia dall’Angelus Novus di Walter Benjamin, chiariscono, almeno sulla carta, le scelte perseguite dal direttore nigeriano. La vitalità, il disordine e il Capitale tengono le fila di un taglio curatoriale improntato a ragionare sullo “stato delle cose”, privilegiando opere inedite e studiate ad hoc per lo spazio dei Giardini, come l’intervento dei Raqs Media Collective o di Philippe Parreno, e assecondando un’azione distruttiva quale presupposto imprescindibile per la “ricostruzione” di un futuro armonico.

Philippe Parenno
Philippe Parenno

La cronologia della Storia, più o meno recente, non va però sottovalutata. E il cuore pulsante del Padiglione centrale ne sarà la prova. Lo spazio dell’Arena, immaginato per accogliere, tra le molteplici attività live, anche e soprattutto la lettura quasi giornaliera del marxiano Das Kapital, conferisce all’intera esposizione un accento fortemente politico, ribadito anche dalla presenza di artisti molto attivi sul piano della denuncia, da Tania Bruguera a Maja Bajevic fino a Marlene Dumas e John Akomfrah. Niente di nuovo per Okwui Enwezor che, già direttore di Documenta 11 nel 2002, aveva saputo conferire alle piattaforme ideate per la prestigiosa manifestazione un inequivocabile carattere socio-politico, tra storia e presente.

Fabio Mauri - Ideologia e Natura - 1973 - photo Elisabetta Catalano
Fabio Mauri – Ideologia e Natura – 1973 – photo Elisabetta Catalano

Eppure, la sua Biennale, non sembra trovare sul piano delle parole la medesima forza preannunciata dal programma. Pare esistere uno iato tra il vigore critico alla base delle scelte artistiche e di contenuto presentate oggi e l’atteggiamento dimostrato dal loro ideatore. Speranzoso di non suscitare reazioni accese, Enwezor si limita ad auspicare che gli spazi di Arsenale e Giardini, e dell’Arena in particolare, possano diventare “luogo di collaborazione” e scambio. Posizione condivisibile, certo, ma legata a doppio filo alla presa di coscienza del suo contrario, specie quando vengono chiamati in causa equilibri così delicati come quelli della contemporaneità.
Davvero ridotto, infine, il numero degli italiani selezionati quest’anno, per altro non esattamente riconducibili a una dimensione stringente di futuro: a parte Monica Bonvincini, classe 1965, e Rosa Barba, 1972 (entrambe oramai tedesche d’adozione), compaiono solo Fabio Mauri e Pino Pascali, illustri figure storicizzate e non più in vita. Anche in questo caso un singolare scarto rispetto al concept. Insomma, i presupposti teorico-concettuali per una Biennale ancora più impavida di quella architettata da Gioni ci sono tutti. C’è da sperare, però, che, una volta tradotti in realtà sappiano mantenere la stessa energia.

Arianna Testino

 www.labiennale.org

 

  • Il commento del Sig. Rossi non si fa attendere, e me lo scrive mentre si trova in Birmania a guardare dei fiori:

    La
    linea di questa Biennale è la linea che tengono tutte le biennali da
    qualche anno. Come al solito ci saranno pochissime opere interessanti
    che comunque si perderanno dietro l’ego artistico-curatoriale del
    direttore. Gli artisti in fondo vivono una crisi profonda:

    – si ripescano valori consolidati dalla storia (Mauri ecc)

    – si invitano artisti emersi negli anni 90 (Parreno ecc)


    a quelli emersi post 2001 si chiede di andare a scartabellare
    nell’archivio storico e nella storia (Deller ecc ecc) —> Giovani
    Indiana Jones, di cui anche in italia abbiamo tanti eoigoni (biscotti,
    arena, andreotta calò, tosatti, ecc ecc).

    Sarebbe interessante mettere in pratica nuovi protocolli di messa in cammino.

  • Ralph

    Certo, Pascali sta alla politica come i preti ai reggipetto.

  • angelaeco

    nella noia globalizzata un poco di sale politico può essere la perfetta ciliegina per il vasto pubblico radical chic che gira per questi luoghi di eclettica cultura, ripensando ai bei tempi di CRM

  • Ormai la Biennale è un pò come il ponte di Calatrava, un oggetto non meglio identificato, un corpo sempre più estraneo non solo al contesto in cui viene ospitata, ma anche al cospetto dell’arte contemporanea al di là dello sfoggio con cui viene presentata e dei vari strombazzamenti di titoli e temi calati e svelati dagli addetti di turno.