Codice Italia di Vincenzo Trione (2). Ecco perché il padiglione non ci piacerà

Vi abbiamo dato la notizia per primi, facendoci raccontare a viva voce da Vincenzo Trione il suo progetto per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia, pochi minuti dopo la nomina da parte del ministero. Vi abbiamo esposto i dubbi sul metodo, le potenzialità positive. E ora continuiamo: con le criticità progettuali e… fondamentali.

Piccola premessa, tediosa ma d’obbligo: la nomina di Vincenzo Trione a curatore del prossimo Padiglione Italia non è l’oggetto di questo articolo. Lascio ad altri – numerosi in questi giorni – il compito di discuterne l’adeguatezza, di analizzare i curricula dei candidati, di speculare su presunte vicinanze con poteri più o meno forti.
Quello che vorrei considerare qui, invece, è la dichiarazione rilasciata da Trione ai colleghi di Artribune sul contenuto del suo progetto di mostra. Rileggiamola insieme: “La mostra è un tentativo di ragionare sull’identità italiana, di riscoprire quello che definirei il Codice Italia. Gli artisti invitati saranno fra i dieci e i dodici, di diversissime generazioni: ci saranno maestri ormai storicizzati degli anni Settanta, e ci saranno artisti oggi ventenni. Tematicamente, l’approccio si muoverà nell’area fra memoria e attualità: ma la ricerca sarà quella di individuare un punto di vista puntuale ed identitario, uno stile dell’arte italiana, senza cedere a descrizioni fenomenologiche, come è accaduto in altre edizioni della Biennale”.
Pur trattandosi di poche frasi, e in assenza di un documento esteso sul quale fare valutazioni più circostanziate, è impossibile ignorare un dato di fatto: quello che ci aspetta, al nostro arrivo a Venezia il prossimo maggio, è una mostra che aspira a dirci qualcosa sull’identità nazionale italiana in campo artistico. Questo concetto è talmente centrale da imporsi sin dal titolo, già annunciato, che sarà Codice Italia. Nel 2015, nel contesto di una manifestazione che si chiama “Esposizione Internazionale d’Arte”, il nostro Paese si presenterà al mondo con un progetto programmaticamente antiquato. Un progetto che non solo promette – per l’ennesima volta – di andare a ripescare nel passato esponendo maestri attivi quarant’anni fa, ma che addirittura si prefigge di individuare uno “stile italiano”, un “codice” ravvisabile nei lavori degli Anni Settanta come in quelli prodotti oggi.

Padiglione Italia
Padiglione Italia

L’Italia, e in particolar modo l’Italia della cultura, dimostra ancora una volta la sua devastante compulsione a guardare indietro. In un’epoca in cui il concetto stesso di nazione si fa sempre più instabile, in cui le culture sono definitivamente meticce, in cui i mezzi di comunicazione, di trasporto, di riproduzione e trasmissione delle immagini, hanno ridisegnato i concetti di spazio e di tempo, il tema urgente da indagare non può essere l’identità nazionale. L’arte del presente è prodotta da individui che il più delle volte sono nati in un posto, cresciuti in altri due, imparentati con altri quattro. Individui continuamente in viaggio, fisicamente e mentalmente. Peraltro neanche quello di identità nazionale è un concetto stabile; si rimodella ad ogni passo, insieme a confini, culture, movimenti politici.
Se esiste un “problema Italia” – ed esiste, non ne dubitiamo – è semmai una questione che va indagata a livello di sistema, di istituzioni, di politica, di mercato, non certo di stile. Il concetto stesso di stile, inoltre, implica omogeneità, somiglianza, appartenenza. La ricerca artistica è invece il territorio della diversità, dell’alternativa, della visione critica, ma anche della mescolanza, dell’ampliamento di prospettiva, dell’abbattimento programmatico di ogni barriera, sia essa fisica, psicologica o culturale. La divisione delle opere d’arte secondo l’etichetta di provenienza geografica è un criterio talmente in crisi da aver spinto molti osservatori negli ultimi anni a mettere in discussione l’esistenza stessa dei Padiglioni nazionali alla Biennale, una struttura espositiva che nasce ai primi del Novecento (il primo padiglione, quello belga, è del 1905) e ricalca il modello delle Esposizioni Universali. Germania e Francia nel 2013 hanno perfino deciso di scambiarsi, simbolicamente, di posto. La Francia esponeva il franco-albanese Anri Sala (che però vive a Berlino) nell’edificio tedesco e la Germania si appropriava del “territorio” francese con le opere del cinese Ai Weiwei, dell’indiana Dayanita Singh, del sudafricano Santu Mofokeng e del franco-tedesco Romuald Karmakar. E nel 2015 anche il Belgio ribadirà il concetto, presentando nel proprio padiglione una collettiva con otto artisti di varie nazionalità, tra cui l’italiana Elisabetta Benassi.

Bartolomeo Pietromarchi, curatore del Padiglione Italia
Bartolomeo Pietromarchi, curatore del Padiglione Italia

Infine, c’è un altro aspetto da considerare. Nonostante Trione ci tenga a sottolineare la diversità del suo progetto rispetto a quello dei suoi predecessori, il senso di déjà-vu è fortissimo. Basta confrontare le sue parole con quelle di Bartolomeo Pietromarchi, curatore della scorsa edizione: “Tutto il padiglione sarà articolato sull’idea che esiste un’identità estetica e artistica italiana, che fa dialogare anche gli artisti di diverse generazioni. Sono fili che possono essere recuperati anche andando molto indietro nel tempo”. Il tema centrale è l’identità artistica italiana, l’arco temporale è molto ampio, la chiave è il confronto tra le generazioni.
Andiamo ancora indietro nel tempo per ricordare che il contestatissimo padiglione di Vittorio Sgarbi, quello del 2011, coincideva con il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, con relativi vessilli tricolori assortiti e un titolo folkloristico (L’arte non è cosa nostra). Anche qui, seppur con intenti e risultati di tutt’altro tenore, lo sguardo era rivolto indietro, e l’arco temporale abbracciato vastissimo (c’era persino un presunto Piero della Francesca).
La malattia culturale che partorisce questi progetti è la stessa che alimenta la retorica del “made in Italy”, una favoletta ormai buona solo a nutrire celati nazionalismi e a costruire campagne di marketing. È il frutto di un orgoglio mal riposto, di una visione passatista, di un’ossessione feticistica verso una storia ormai lontana. Siamo un Paese con lo sguardo fisso sullo specchietto retrovisore, che non riesce a trovare un’identità nel presente e dunque la recupera sempre e solo rovistando nel passato. Quello di cui avremmo bisogno, invece, è un progetto coraggioso, destabilizzante, che peschi a piene mani in quella fetta esigua di ricerca artistica che nonostante il clima mortifero ancora esiste e resiste. Lasciando stare una volta per tutte l’italianità, un valore che mai come ora è stato così poco spendibile, così poco luminoso, così malinconicamente fuori tempo.

Valentina Tanni

CONDIVIDI
Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Dal 2011 collabora con Artribune.
  • christian caliandro

    beh, almeno per ora uno dei meriti di questa nomina è aver dato origine a una spettacolare sequenza di articoli – molto ricca, lucida e puntuale nella varietà dei punti di vista – pubblicati praticamente in tempo reale su questa rivista. non vedo l’ora di leggere il prossimo!

    • LUCA ROSSI

      Christian eccolo:

      Il balletto dei criticoni rispetto al solito “stato italiano” è puntualmente iniziato, come è arrivata puntualmente (in ritardo) la nomina del prossimo curatore del Padiglione Italia 2015. Sembra che se la nomina venga fatta nel giro dei curatori “cool” e del migliore sistema dell’arte, non sia politica, ma se la nomina cade su uno nuovo, subito si pensa all’eccessiva ingerenza della politica. Come se potessimo essere sicuri che la nomina del Padiglione USA o del Padiglione Germania non abbiano risvolti e motivazioni politiche.
      La caratteristica fondante di queste nomine ministeriali, legate all’arte contemporanea, è che in Italia esiste un gap e uno scollamento enorme tra l’arte stessa e il pubblico. Questo non perché l’arte contemporanea sia noiosa o difficile, ma semplicemente perché, non avendo un sistema formativo adeguato, siamo stati incapaci nel formare divulgatori efficaci e motivati. Nel momento in cui non esiste un pubblico vero e minimamente vasto, la politica si disinteressa e fa scelte dettate da criteri che non potranno mai essere chiari agli addetti ai lavori. Quali dovrebbero essere i criteri di scelta del curatore? Il Curriculum Vitae? Rispetto a quali referenze? Oggi abbiamo file gonfie di professori, accademici e ricercatori con Curriculum Vitae ricchissimi, ma nessuno saprebbe dire cosa serve veramente sapere ad un “curatore di arte contemporanea” figura dai contorni quanto meno poco definiti. Quali criteri seguire senza una critica d’arte capace di fare le differenze durante l’anno? Tutto potrebbe andare bene: semmai il migliore Padiglione Italiano potrebbe curarlo oggi un operaio della Fiat. Molti si lamentano che è stato fatto un Bando ma che non è stato rispettato. Cosa tutta da verificare, esattamente come, privi di un sistema critico vitale e di un’opinione pubblica alfabetizzata, è del tutto impossibile verificare la qualità di una nomina rispetto ad un’altra. La scelta appare ancora più difficile nel momento in cui la politica percepisce chiaramente che non esiste un pubblico interessato ed appassionato.
      In questa situazione la nomina della politica non potrà che scontentare gli addetti ai lavori, mentre lascia del tutto indifferenti il pubblico che è distante e assente dalla platea. La politica riuscirà a scegliere il “migliore CT della Nazionale”, l’Antonio Conte del Padiglione Italia, quando esisterà una critica d’arte vitale, capace di argomentare luci ed ombre, divulgatori capaci e la presenza di un pubblico attento, interessato ed appassionato. Il CONI non avrebbe mai potuto nominare come tecnico della Nazionale di calcio un allenatore pur bravo ma sconosciuto, perché si sarebbero sollevati pubblico e addetti ai lavori.
      Coloro che criticano questa scelta non possono lamentarsi se un sistema-arte anomalo 365 giorni all’anno, produce in uno di questi 365 giorni una “nomina anomala”. Chi critica la nomina di Vincenzo Trione è cieco o ingenuo, perché è come se si lamentasse della mancanza di pioggia nel deserto: o non vede che siamo in un deserto, o pensa ancora che nel deserto possa piovere. Ho letto le premesse di Vincenzo Trione per il prossimo Padiglione Italia e l’impostazione, almeno sulla carta, mi sembra molto interessante.

  • Giampaolo Abbondio

    Non ho finito di leggerlo…ero in lacrime molto prima…

  • Cara Valentina, come può un progetto che non è stato ancora visto essere antiquato, non è forse anche questo tuo scritto antiquato, il solito libello contro qualcuno che non manco fatto qualcosa ma già sulle sue parole si alzano i muri.

    Antiquato? perché la J.Jones degli USA che cos’è? e che dire della Germania con la solita solfa sui confini labili? e la Lucas (sempre più cotta) dell’Inghilterra?

    Anzi proprio una riconfigurazione del nostro essere potrebbe finalmente distanziarci dallo scimmiottare gli altri, sempre con un certo ritardo.

    • Valentina Tanni

      Non ho recensito la mostra, non avendola vista. Ho soltanto criticato il punto di vista, la scelta di mettere l’accento sull’esistenza di un presunto “stile” italiano. Siamo dentro al Padiglione Italia, si espongono artisti italiani, c’è bisogno di sottolineare ulteriormente la cosa andando a cercare una specificità contenutistica o formale italica?

      • giusto, è il punto di vista non è sicuramente una meraviglia ma non è nemmeno tanto peggiore di quello degli anni passati, anzi proprio l’analisi su uno stile italiano, che è quello che ha reso grande il nostro paese, vedi proprio le recenti aste (se vogliamo guardare al mercato) o alla storia stessa dell’arte, può essere interessante per rivalutare le doti degli artisti italiani.

        Un storico come Trione potrebbe rivelare uno sguardo molto più fresco di tanti noti critici già invischiati nelle solite manfrine di arte contemporanea, almeno lo spero d.o)

        NOTA Leggendo i post sotto confermo che questa strana idea che a copiare gli stranieri ci serva per essere più internazionali ha prodotto la scomparsa degli artisti italiani nelle mostre internazionali.

        Giustamente, perché prendere degli italiani che copiano gli artisti inglesi, meglio gli inglesi. d.o)))

      • Mary Cassani

        Cara Valentina, ecco la risposta del napoletano al tuo articolo: http://www.artslife.com/2014/11/14/vincenzo-trione-risponde-a-dagospia/. Che ne pensi?

        • Paolo Ferrante

          Anch’io ho pensato all’angelus novus, e senza leggere questo articolo di Artslife. Curioso. Evidentemente è la chiave per Codice Italia, invito alla riflessione su questo punto.

        • Valentina Tanni

          Non mi pare che questa intervista risponda a nessuna delle questioni poste nel mio articolo. Ma a questo punto direi che le considerazioni che possiamo fare, con i dati a disposizione, sono finite. Bisogna vedere la mostra e discutere su quella.

    • luca rossi

      Guardare troppo il curatore significa guardare il dito che indica la luna e non la luna. Mi chiedo quali artisti, ecco il vero interrogativo. Come scrivevo un anno fà: http://www.artribune.com/2013/06/il-padiglione-italia-di-oggi-e-di-domani-secondo-luca-rossi/

  • ruote telluriche

    se dovessimo giudicare il progetto di una mostra in base al titolo e alle poche basi programmatiche staremmo freschi: non ricordo Biennale o grande rassegna che per buona parte della mostra non abbia utilizzato il titolo come un pretesto. Dato un tema si può infatti stare fuori tema.

    La Tanni dice. reiterando tante banalità (che francamente hanno rotto i maroni :)) che:

    “Se esiste un “problema Italia” – ed esiste, non ne dubitiamo – è semmai una questione che va indagata a livello di sistema, di istituzioni, di politica, di mercato, non certo di stile. Il concetto stesso di stile, inoltre, implica omogeneità, somiglianza, appartenenza.”

    Si capisce che la Tanni ami invece la brodaglia:

    “La ricerca artistica è invece il territorio della diversità, dell’alternativa, della visione critica, ma anche della mescolanza, dell’ampliamento di prospettiva, dell’abbattimento programmatico di ogni barriera, sia essa fisica, psicologica o culturale”

    Diversità che è invece sinonimo della stessa roba in tutto il mondo, altro che spirito critico: prodotti generici per tutti i palati senza impegnarsi con la realtà concreta.

    Allora secondo la Tanni gli artisti ad esempio cinesi che parlano della situazione del loro paese sono scemi: stranamente però sono molto pù importanti a livello internazionalie di quelli italiani, da lungo tempo.

    potrei direlo stesso degli africani dei brasiliani e degli indiani: mi pare che la Tanni sia poco addentro con quanto si fa a livello internazionale e ne abbia un’idea da pacchetto preconfezionato,

    Detto questo aspettiamo gli sviluppi, secondo me Trione si sta organizzando com’è ovvio e vedremo.
    Quanto ai legami con la politica…. tra i curatori direttori si faccia avanti l’anima pura! :))

    • christian caliandro

      Io invece credo – e non da oggi – che abbiamo un problema-commentatori, che si inserisce ovviamente nel problema-Italia. Voglio dire, che bisogno c’è di offendere (“banalità… che hanno rotto i maroni”, “brodaglia”)? C’è modo e modo di dire le cose, e lo stile non è tutto ma quasi. Chiunque legga anche solo qualcosina di quello che scrivo, qui sopra e non solo, può immaginare quanto su questi argomenti specifici (identità italiana, ecc.) io sia davvero lontano dal punto di vista di Valentina: ma proprio per questo l’ho trovato estremamente interessante, stimolante e ben articolato.

      • Ruote Telluriche

        Ma che rompimaroni Caliandro! :)

    • Valentina Tanni

      Non ho mai detto che parlare del proprio paese o di una certa identità culturale sia da scemi. Ho soltanto detto che per il nostro paese è arrivato il momento di scrollarsi di dosso questo continuo appellarsi alla tradizione e all’identità nazionale. Poi si può essere d’accordo o meno. E naturalmente, giudicheremo la mostra solo quando l’avremo vista.

      • Raimondo

        Se è per questo è ancora più abusato il concept della mostra internazionale.

        • Valentina Tanni

          Mostra “internazionale” non è un concept. Comunque, per chiarezza, non ho mai detto né pensato che l’arte non abbia nessun rapporto con il luogo dove viene prodotta o con l’identità culturale dell’artista. Ho solo detto che non apprezzo, per le ragioni spiegate più sopra, la scelta di mettete l’accento su questo tema, di costruirci la mostra intorno.

  • lgg

    Ha ragione Christian Caliandro! Questa nomina ha generato in pochi giorni una serie di articoli (e qualche commento) decisamente interessanti ma…
    Io penso che avrebbero potuto essere (e potranno essere, sperando che ne seguano altri) molto piu’ interessanti e stimolanti se, gli intervenuti (e coloro che interverranno), oltre ad una “varietà dei punti di vista” avessero espresso, ciascuno, anche un vero e proprio progetto “Padiglione Italia…come lo farei io”.
    Il concetto, i nomi degli artisti che inviterebbero, delle opere che esporrebbero e relativi perche’ (…e, almeno qui, non c’e’ neppure uno stretto limite di budget)
    Mi si dira’ che sarebbe un esercizio sterile, visto che la nomina e’ fatta ed il progetto sara’ quello di Trione.
    Credo invece che, se cio’ accadesse, potrebbe dare l’avvio ad un interessante dibattito sul “significato” stesso del Padiglione Italia, della Biennale di Venezia… e non solo.
    Dibattito che e’, a mio parere, piu’ importante e fondamentale di quello relativo ai “meccanismi” di nomina del curatore

    • giorgio bonomi

      Che dibattito penoso! Si parla di “nazione” ma credo che nessuno degli interessati, non dico abbia letto, ma almeno sentito parlare di un certo Meineke; si parla di “stile nazionale” e nessuno di questi giovani, tanto “curatori” quanto ignoranti come capre, che citi il concetto di “genius loci”. Poverina la signora Tanni, nel cui curriculum non si vede l’ombra di un saggio scientifico, forse ha cercato solo il suo 1/4 d’ora di notorietà! E tanti – in realtà anche io! – gliela abbiamo data.
      Vorrei solo lodare il fatto che Vincenzo Trione, che ho l’onore di avere tenuto a battesimo come recensore sulla mia rivista, è un professore universitario e fornito di una cultura che né Beatrice né Bonami né Gioni eccetera avevano. Certo le Università soffrono di gravissimi problemi ma un po’ di cultura scientifica (la signora tanni direbbe “vecchia”, “parruccona” eccetera) sull’arte contemporanea si può trovare solo lì, non già in quegli stupidi curatori che viaggiano, viaggiano ma capiscono ben poco e credono che conoscere la storia (il passato, cara signora Tanni!) sia per vecchietti pantofolai.
      Cari giovani: plus de suoplesse (come disse Lenin a Bordiga) ma voi certamente non avete mai sentito nominare né Lenin né Bordiga! Peggiuo per voi, vi meritate quello che avete!
      giorgio bonimi

      • Valentina Tanni

        Se davvero secondo lei il dibattito sull’arte deve ancora fare riferimento al concetto di genius loci, allora ho davvero centrato il punto. E sorvolo sul “poverina”, signor Bonomi. Ci vorrebbe un po’ di rispetto in più, da parte di tutti. Io non mi sono permessa di dare dello stupido, dello scemo, dell’ignorante o del poverino a nessuno. Tantomeno ho attaccato Trione o il suo tanto lodato curriculum. Ho solo espresso una perplessità, credo legittima, su una scelta curatoriale.

        • christian caliandro

          hai ragione valentina: e il dibattito che si è scatenato qui sotto certifica una volta di più, se ce ne fosse ancora bisogno, la rozzezza incredibile raggiunta discorso pubblico su questo e altri argomenti nell’Italia di questi anni. l’aspetto veramente impressionante è l’incapacità, sempre più diffusa, di concentrarsi su un problema, su un fenomeno; di confrontare i diversi punti di vista su di esso – ad ammettere intanto che
          esistano diversi punti di vista, che essi possano esistere – e di discuterli a
          partire da una propria, formata, motivata, elaborata posizione. Il punto centrale del tuo discorso, mi sembra, è quando scrivi: “L’Italia, e in particolar modo l’Italia della cultura, dimostra ancora una volta la sua devastante compulsione a guardare indietro.” E occorre chiarire che questa compulsione – una nostra passione antica e nuovissima – non ha nulla a che vedere con la percezione non-archeologica del proprio passato. Della propria identità: di se stessi. Uno dei nostri problemi principali è che quasi sempre cultura in Italia è sinonimo di ‘cultura del passato’,
          prodotta nel passato – più o meno lontano: manca qualunque relazione attiva tra
          questo passato e la produzione (oltre che la fruizione) contemporanea.

          • Valentina Tanni

            Hai capito perfettamente quello che volevo dire. Si tratta di un tema sul quale si possono avere opinioni differenti. E vivaddio!

      • ruote telluriche

        Caro Bonomi io Bordiga lo conosco e pure Meineke: lei ha pienamente ragione.
        troppo di questi critici curatori sono un vero disastro culturale ma mi pare che la rivolta stia montando!

  • Roberto Ago

    Se l’epitaffio si spera definitivo di Valentina Tanni circa le tante ricognizioni sull’arte italiota non può che essere sottoscritto, non si usi il povero Trione come capro espiatorio di un intero sistema allo sbando, perché la serie di addetti ai lavori che nel passato prossimo ha partecipato in modi differenti a progetti analoghi non si conta su ventiquattro mani. Ecco un estratto solo dal comunicato stampa di SINDROME ITALIANA (sic):

    Intervengono: Alessio Ascari, Chiara Figone, Marianne Lanavere, Luca Lo Pinto, Francesco Manacorda, Simone Menegoi, Chiara Parisi, Francesco Pedraglio, Alessandro Rabottini, Elodie Royer & Yoan Gourmel-220 jours, Andrea Viliani, Elena Volpato.
    Interviste a: Cecilia Alemani, Alessio Ascari, Vincenzo de Bellis, Chiara Bertola, Edoardo Bonaspetti, Stefano Chiodi, Anna Daneri, Milovan Farronato, Luigi Fassi, Chiara Figone, Andrea Lissoni, Luca Lo Pinto, Francesco Manacorda, Simone Menegoi, Francesca di Nardo, Paola Nicolin, Francesco Pedraglio, Giacinto di Pietrantonio, Giancarlo Politi, Alessandro Rabottini, Pierluigi Sacco, Marco Scotini, Marco Tagliafierro, Pierluigi Tazzi, Angela Vettese, Giorgio Verzotti. 1to1 projects, Lorenzo Benedetti, Ilaria Bonacossa, Lorenzo Bruni, Daniela Cascella, Luca Cerizza, Gigiotto Del Vecchio, Massimiliano Gioni, Marina Sorbello, Andrea Viliani.

    Praticamente il sistema dell’arte italiana. Poiché tutti siamo un po’ Trione, Sig. Trione ne ha facoltà!
    Roberto Ago

    • Valentina Tanni

      Hai ragione Roberto, difatti non è assolutamente una questione che riguarda Trione.

    • Ruote telluriche

      Convegno brodaglia :))

  • angelov

    Gentile Valentina, ho letto con trepidazione il suo ben argomentato articolo, ma suvvia, quanta fretta nell’invocare un definitivo Colpo di Grazia per questa povera Italia, che tutti disprezzano, ma dove tutti vogliono venire a stare, e confondersi e perdersi tra tesori culturali che noi italiani dovremmo svendere o dar via per niente, per uniformarci a standard imposti, solo perché “così fan tutti?”
    Personalmente ammiro molto il patriottismo anglosassone, ma so anche che se non fossi altrettanto patriottico per il mio paese e la sua cultura, mi attirerei più il disprezzo che l’odio di eventuali antagonisti; e che codesta è una questione che riguarda la mentalità maschile più che quella femminile, per via di ormai lunghi e secolari trascorsi storici…

    • Valentina Tanni

      Sostenere gli artisti italiani non equivale a puntare su uno “stile” nazionale, secondo me. E non penso che dovremmo uniformarci a degli standard, penso che dovremmo smettere di appoggiarci su glorie passate. Non sarebbe possibile credere nell’arte prodotta nel nostro Paese senza dovergli appioppare un’etichetta tricolore? Senza cercare sempre un “filo conduttore” nella provenienza geografica? Secondo me si.
      Detto questo, io resto comunque curiosa di vedere la mostra curata da Trione. In questo articolo mi premeva solo sottolineare un approccio critico-curatoriale che secondo me è antiquato. Poi, si è liberissimi di dissentire.

      • Ruote telluriche

        È tu giudichi un’ approccio curatoriale da due premesse e un titolo? La tua fretta mi pare eccessiva. Non a caso i tuoi scritti compaiono anche su una rivista che usava impallinare chi non apparteneva alla sua cerchia . Mi pare che hai acquisito cattive abitudini, queste sí retrograde, abitudini inveterate nelle confraternite critiche dell’arte italiana., malata di familsmo e luoghi comuni.
        La mostra la giudicheremo quando ci sará .
        È anche se non mi dovesse piacere saró contento, dato il tenore di certi primi commenti ( e mi pare non tutti) che le carte siano state sparigliate e sia stato scelto un outsider : una bella lezione per molti che credono in sentirsi in diritto di pilotare l’arte italiana . La ruota gira invece è grande confusione sotto il cielo la situazione è eccellente.

        • Valentina Tanni

          Il concetto centrale è già stato dichiarato. La mostra si chiama Codice Italia e il tema è lo stile italiano. Si tratta di una dichiarazione difficile da fraintendere. Poi questo non toglie che la mostra possa essere fatta bene, ma la mia critica sulla scelta del punto di vista resta valida. Sorvolo anche qui sulle accuse personali (peraltro non so di cosa parli). Io non ho mai fatto parte di nessuna confraternita e di nessuna cerchia. Non ho interessi di nessun genere, non devo difendere né la mia posizione né quella di altri. E ti pregherei di mantenere la discussione su un binario corretto.

          • Ruote Telluriche

            Il tema è vago e puó significare tutto e niente e se sei sicura di non fraintendere affari tuoi , si vede che hai la sfera di cristallo! Quanto al “corretto ” Stai tranquilla che in confronto a tanti sono molto corretto. Riguardo alle abitudini e alle confraternite ne esistono eccome e son felice che non ne fai parte peró attenta a non far finta di non vedere : ma forse sei più giovane di me e certe cose non le hai conosciute.

          • Valentina Tanni

            Il tema non è vago per niente, è anzi molto preciso. Temi come, che so, la “speranza”, il “futuro”, la “differenza” sono vaghi. “Codice Italia” è tutto meno che vago. E’ chiaro che può generare mostre molto differenti, ma resta una mostra sul tema “Italia”, ed è l’unico dato che contesto. Poi vedremo la mostra e parleremo della mostra e mi auguro davvero di vedere qualcosa di stimolante, nonostante la premessa on mi stimoli particolarmente. Per quanto riguarda le confraternite: certo che esistono, chi lo nega, ma è una cosa che non mi ha mai riguardato.

          • ruote.telluriche

            a me codice italia mi sembra vago.

      • angelov

        Mi sembra che oggi nel mondo vi sia anche qualche posizione, che potrebbe essere quella della Russia, quasi di resistenza culturale alla globalizzazione; la quale, quest’ultima, forse altro non è se non la degna erede di quella specie di mefitico flagello sviluppatosi negli anni ’80 chiamato Postmodernismo.
        Del resto, se non si ha nulla di valore da difendere, è ovvio che risulta poi facile l’idea di condivisione etc, ma invece la nostra eredità culturale è troppo “ingombrante” per essere liquidata nei modi e nelle forme che i trend della globalizzazione vorrebbero che noi facessimo.

    • churchill

      Anch’io ammiro il patriottismo inglese, ma lei al Padiglione Inglese alla Biennale di Venezia ce la vede una mostra intitolata ‘Codice Inghilterra’?

      • Ruote Telluriche

        Beh YBA joungh british artist non era meglio eppure é andata bene a quasi tutti loro! :))

        • churchill

          A quanto mi risulta nessuna mostra si intitolava così! Figuriamoci un padiglione alla Biennale di Venezia, che nazionale lo è già per definizione!
          Si tratta di una definizione critica partorita da una rivista.
          È molto ma molto diverso, come lei vorrà ammettere.

          • Ruote Telluriche

            Per me potrebbe anche intitolarsi “cloca massima” come fece per una mostra un noto curatore e francamente me ne fregherei e aspetterei invece di vedere la lista degli artisti (e sopratutto la mostra effettiva) prima di parlare tanto.

          • churchill

            Vabbè che c’entra? ora mi sposta il discorso e me la ‘butta in caciar’ come si dice mell’Urbe?

          • ruote telluriche

            Non so che si dice nell’urbe ma la caciara si fa sui fatti e non sulle ipotesi, che fino alla verifica sono una uguale all’altra.
            quello che dà fastidio è che si attacca per partito preso quando per tutto l’anno si ingoiano i peggiori rospi solo perchè c’è di mezzo l’amico o l’amica
            o perchè non si sa mai.
            Non ho mai visto tanta sicumera di fronte ad un titolo quando non si sa nemmeno come sarà la mostra: se dovessimo andare a cercare tutti gli aghi del pagliaio ci ritroveremmo con la trave nell’occhio di quella che si comporta come una corporazione starnazzante. Cento di questi giorni signori : piuttosto che voi meglio una lotteria! :))
            Caliando dice che sono un maleducato mi pare , ma un pò di autocritica e di ironia non farebbe male

          • churchill

            sì ma stiamo parlando del titolo qui, in questo scambio tra me e lei, perché divagare?

          • ruote.telluriche

            e chi divaga? divaga chi parla e giudica una mostra che non è neanche iniziata!

      • angelov

        Sono certo che gli Inglesi sono così disinvolti nell’esprimersi, che sarebbero capaci di spiazzare chiunque, anche per il fatto che lo humor fa parte integrante della loro cultura, cosa che a noi purtroppo manca.

  • MM

    Il problema non è quello che mancano le “ricognizioni sull’arte italiota”, a mio parere. Ma come, e da chi, queste vengono condotte. Se si considera “ricognizione sull’arte italiota” l’ultimo libro della Quadriennale “Terrazza”, mi pare evidente che l’operazione non risolve – anzi semmai aggrava – tutti i limiti che esponevo nel mio articolo di ieri e che non starò qui a ripetere. Idem per il Padiglione 2013 by Pietromarchi, idem al cubo per la recente mostra di Rivoli “Ritratto dell’artista da giovane”. Una “ricognizione sull’arte italiota” che si concentra solo su arte che di italiota non ha proprio nulla, lascia il tempo che trova anzi ribadisce la subalternità italiana. Per questo spero che Trione possa proporre una ricognizione finalmente diversa, e magari un pochino obbiettiva

    • Roberto Ago

      Caro Massimo vedo solo ora il tuo commento. Il problema è proprio che da vent’anni a questa parte non esiste più, salvo rarissimi casi, un’arte identificabile come italiana (da cui “italiota”). Purtroppo o per fortuna è difficile da stabilire, ma è così. Qualsiasi ricognizione in tal senso poggia su un postulato infondato, a meno di voler semplicemente mappare ciò che succede in Patria come se non lo sapessimo già o il mondo non aspettasse altro che di conoscere i “monstra” del Belpaese (il che data la loro latitanza dalla scena internazionale è anche comprensibile). Ci può essere, naturalmente, ricognizione particolare come ad esempio la collettiva di Andrea Bruciati da Assab One, i cui eventuali limiti vanno ascritti agli artisti e non al tema espositivo, ma in genere ci stiamo limitando un po’ troppo alla semplice mappatura, in modo anche da mascherare uno scarso talento curatoriale (come a Rivoli). Poiché occorre lavorare soprattutto con quello che c’è non avendo tutti la voglia di emigrare né i denari per permettersi mute di stranieri in anteprima, il primo passo necessario per agire correttamente in casa sarebbe quello di organizzare mostre eventualmente nazionali ma mai nazionalistiche, e il secondo di scegliere un po’ meglio sia il pretesto della mostra che gli artisti. Quanto a Codice Italia (sic), comprensibile dati i gusti di Trione, denuncia nel migliore dei casi una scelta obbligata: o artisti prestigiosi ma bolliti che confermino il titolo, o giovani talenti necessariamente manierati che lo contraddicano. Non si scappa, a meno di giochi di prestigio del curatore che le premesse non suggeriscono. Roberto Ago

      • LUCA ROSSI

        Ciao Roberto, condivido la tua lettura. Infatti la non bisogna parlare di italia ma di arte: e quindi rintracciare e stimolare il linguaggio, sia esso italiano o meno. Poi certo, per il Padiglione Italia bisogna fare una scelta (sarebbe giusto uno massimo due artisti). Il problema è che il giovane artista che cerca di fare l’artista oggi ha già le gambe tagliate in partenza. Quindi vedo solo bolliti di migliore e minore qualità.

        Penso che si debba rintracciare un linguaggio radicante, altermoderno e antifragile. Ed è quello che penso di aver definito in questi sei anni di duro lavoro. Presto presenterò una mostra dove declino questo atteggiamento antifragile-altermoderno in opere maggiormente convenzionali, che mi piace pensare come pret a porter. Per le quali ci sia una riflessione una profonda riflessione di valore da una parte, e prezzi tra i 100 e i 600 euro massimo. E aperta potenzialmente a tutti, con discriminante una qualità delle opere consapevole. Presto più Info!

      • MM

        Ma guarda che io arrivavo alle medesime conclusioni, mi pare che stiamo tutti dicendo la stessa cosa confezionata in maniera diversa. Abbiamo contribuito – attivamente o passivamente, anche chi dice ogni due secondi “io sono sei anni ecc,,,” – all’affermarsi di un sistema debole a autoreferenziale, che produce espressioni per forza deboli, che lo restano tanto che vengano lette come “italiote” quanto che vengano viste come partecipazione nostrana al Meltin Pot globaloide. Non è che io veda ottimisticamente in Trione un reazionario che farà finalmente trionfare lo spirito italico dominante e schiaccerà gli invasori impuri. Io cerco di vederci qualcuno che si metta di traverso e faccia emergere la perniciosità di ciò che abbiamo davanti ora. E che se anche non riuscirà nel miracolo di sintetizzare stimoli unici e virtuosissimi con targa “I”, quantomeno ci eviti di sentirci rappresentati da un Maloberti che balbetta Sehgal con la pretesa di dirci che sta bene sotto la targa “Italia” qualcosa che ne è lontanissimo e che ascende semmai a Dada
        Massimo Mattioli

        • luca rossi

          Massimo giusto, il blog nel suo piccolo sta facendo qualcosa di concreto contro l’auto referenzialitá, riceverete comunicato.

  • Riccardo Lazzari

    Ovvio che dell’Italianità si faccia volentieri a meno, ma questa smania di globalizzazione è altrettanto fastidiosa … art may have played an (admittedly minor) role in propagandizing, not merely identity politics, but neoliberalism itself. Julian Stallabrass, Contemporary Art: a very short introduction. Oxford University Press, 2004.

  • giorgio brunelli

    Personalmente, trovo
    il tema della Biennale scarsamente ricercato. Come se, al fruitore internazionale, interessasse interiorizzare
    lo sviscero immaginifico del neo modus vivendi italiota col vasto coacervo di questuanti
    piagnistei ad esso indefettibilmente implicati. Credo che poco gliene fregherà al mondo dell’italianità espressa attraverso le invenzioncelle metaforiche degli artisti vidimati dal solito establishment turnante. Presumibilmente si
    prodigheranno a manifestare e connaturatamente divulgare in soggettività condivisa, il malessere procurato dallo zeitgeist, non tenendo
    conto però, che trattasi di un mood tricolore di genere, “antropologicamente” non più fascinoso e vendibile
    all’estero. Dov’è il linguaggio universale cui l’arte mai dovrebbe scordarsi di
    eleggere ad unico comprensibile idioma? Ma, vedremo.

  • nicola di caprio

    Incredibile come un’osservazione sensata e chiara, da cui si può certamente dissentire, provochi risposte insolenti e arroganti. Questo si, un vero “codice italico”.

  • LUCA ROSSI

    Cara Valentina, articolo utile. Ma scusa, voi come Redazione avete indicato come artista più interessante del 2013 Gian Maria Tosatti che pesca sistematicamente nel passato, con modi e concetti passati….decidetevi.

    • Valentina Tanni

      La redazione non è un’entità monolitica. Tanto è vero che su questa nomina ci siamo ritrovati totalmente in disaccordo. C’è stato l’articolo di Massimo Mattioli, ad esempio, che ha fornito una lettura antitetica rispetto alla mia, e oggi uscirà un pezzo firmato da Francesco Sala che ne offre una terza ancora differente. Siamo orgogliosamente variopinti!

      • LUCA ROSSI

        Allora Bene! :)

  • Davide Bertocchi

    …si ma, scusate, avere i nomi degli artisti no?? sarebbe il caso di conoscere il contenuto o la nomina avviene sulla base del packaging? grazie!

    • giorgio

      infatti, vogliamo i nomi. basta con l’involucro, la dicitura “codice italia” va bene per le mozzarelle del sud, trione docet?

  • I quattro motivi per cui la nomina di
    Vincenzo Trione è seria. A prescindere da Massimiliano Tonelli.

    I tempi

    Dentro la Biennale tutto ha un tempo differente.
    Sei mesi di lavoro sono quasi un tempo perfetto per sviluppare e realizzare un progetto curatoriale.
    Dilatare questo tempo significa perdere la tensione ideale e aumentare i costi. Due cose del quale la Biennale non ha bisogno.

    I modi

    Personalmente condivido pienamente la scelta di Vincenzo Trione, come sempre alcuni nomi erano semplicemente da bruciare.
    La Collu ha già i suoi problemi a dirigere il MART di Rovereto e curare il suo guardaroba, in assoluto non adatto per Venezia.
    Il mondo non finisce (per fortuna) con Artissima.

    Il budget

    operando in maniera oculata è sufficiente, come scritto in altre parte del portale tre semplici mosse per incrementare il budget nel futuro:

    A) Riaprire l’ufficio vendite della
    Biennale

    B) Una campagna di crowfounding
    solida e strutturata

    C) Sponsor internazionali di peso

    Il rispetto

    Il rispetto a Venezia è differente rispetto al potere romano.
    Di questo purtroppo ci se ne deve fare una ragione.

  • Molto interessanti l’articolo di Valentina Tanni e il dibattito che ne è scaturito. Sul budget, per rispondere a Mauro, faccio solo qualche esempio (fonte L’Espresso): la mostra dedicata a Tiziano alle Scuderie del Quirinale nel 2013 è costata 2.400.000 euro; la sola teca (non uso il maiuscoletto solo per garbo, ma ripeto: la sola teca) destinata a ospitare la “Ragazza con l’orecchino di perla” per tre mesi durante la recente mostra bolognese è costata 523.000 euro…

    • Per rispondere a Vincenzo, Non si possono confrontare le mele con le pere.

      I confronti vanno fatti tra progetti simili, il budget medio dei padiglioni nazionali alla Biennale di Venezia è simile a quello previsto per il padiglione italiano.

      Organizzare e gestire una rassegna di arte antica o moderna ha costi completamente differenti dall’arte contemporanea, molto più elevati.

      Pensa la complessità della logistica, le assicurazioni, mantenimento e gestione delle condizioni ideali degli spazi espositivi , servizi di vigilanza e via dicendo.

      Poi pensare che il potere romano sia da buon esempio per la gestione dei fondi, permettimi fa sorridere….

      Il caro Paolo Panelli quando in trattoria entravano questi codazzi di politici e amici li appellava “Che siete venuti con il torpedone”

      • Per me invece il confronto con i grandi eventi, che hanno successo di pubblico, andrebbe fatto. Non è un caso che le mostre più visitate siano quelle di arte antica o moderna: è la conseguenza dell’abitudine italiana a identificare la cultura con la cultura del passato. Va bene essere fieri della tradizione, ma un occhio dovrebbe essere sempre rivolto al presente.
        Non credo inoltre che si possano confrontare gli altri padiglioni nazionali con quello italiano, non fosse altro per le dimensioni e perché, non lo dimentichiamo, siamo il Paese ospitante e sarebbe normale sfruttare l’occasione per dare visibilità ai nostri artisti. Tra l’altro, proprio per questo motivo, penso sia normale che nel padiglione italiano trovino posto più artisti e non solo uno o due come accade per le altre partecipazioni nazionali.

        • Se mi parla di grandi eventi e la mette su questo piano possiamo fare dei confronti anche con la Champions League.

          Suvvia sono cose completamente differenti.

          La Biennale di Venezia può essere messa a confronto con Documenta a Kassel, oppure se si vuole con le nuove Biennali nei paesi emergenti.

          Che piaccia oppure meno è l’appuntamento mondiale più importante per l’arte contemporanea.
          Nel corso delle edizioni I numeri di visitatori sono diventati sempre più importanti.

          Confrontabili con le mostre spettacolo che ronzano in giro per l’europa.

          La Biennale di Venezia si occupa di arte contemporanea, mi dica cosa è più presente di questo.

          Vede in questo caso non si tratta solo di dimensioni, ma di complessità di gestione e manutenzione delle strutture, alcuni padiglioni più piccoli hanno costi di allestimento e manutenzione più elevati.

          Gli artisti Italiani importanti hanno sempre avuto visibilità alla Biennale di Venezia.

          Se poi parliamo di un esercito di artisti senza arte ne parte che sognano di parteciparvi è un altro discorso. Il ricordo dell’operazione di Sgarbi è ancora vivo.

          Non mi pare una verità assoluta In caso consulti l’espresso.
          Spesso nei padiglioni nazionali si vedono progetti espositivi di gruppo.

          Poi che i pesi massimi puntino su uno due autori dovrebbe far riflettere.

          Personalmente non ho preclusioni.
          L’importante che sia un bel progetto complessivo.

          Presto la parola al nuovo curatore.

          • Guardi, non ha afferrato il punto. Dicevo solo che il budget per il padiglione italiano di questa edizione mi sembra insufficiente. E che ciò conferma una scarsa attenzione da parte della politica verso l’arte contemporanea. Ovviamente se ci sono pochi soldi non è colpa del curatore, sul quale non ci sono preclusioni e che mi auguro possa stupirci. Ma mi sembra legittima la delusione per il fatto che nel giro di tre edizioni i finanziamenti per una vetrina importante come il padiglione italiano siano praticamente dimezzati.

          • Vede Vincenzo, se alza un polverone di affermazioni diventa difficile capirla.

            La sua affermazione è aleatoria, si basa su un impressione, non confermata da nessun dato oggettivo.

            La politica siamo noi.

            In Italia a chiacchiere tutti amano l’arte, poi nel concreto scopriamo che sono tutte balle.

            In particolare l’arte contemporanea interessa veramente a poche persone.

            Personalmente a me non sembrano pochi soldi.
            Forse si spendeva troppo e male prima.

            Come indicato in altri passaggi le soluzioni sono semplici:

            A) Riaprire l’ufficio vendite della Biennale di Venezia.

            B) Una campagna di crowfounding solida e strutturata

            C) Sponsor internazionali di peso

            Si ricordi quasi sempre, per essere delusi, prima ci si deve essere illusi.

          • I dati sono oggettivi. Sgarbi ebbe a disposizione circa un milione di euro, Pietromarchi 600.000. Ora si parla di 400.000. Le opinioni invece sono soggettive, si discute per confrontarle e sarebbe carino se il presupposto della conversazione fosse il rispetto dei punti di vista diversi dal proprio.

          • Massimo rispetto, naturalmente lei è libero di pensare quello che vuole.

            Semplicemente i suoi argomenti non mi sembrano in nessun modo convincenti.

            Per fortuna si spende meno.

            A mio parere da come versa il paese in questo momento probabilmente conviene ottimizzare i costi e utilizzare in modo più etico il budget destinato al padiglione Italiano.

            Mi pare le ho dato degli ottimi spunti sui quali riflettere.

            Chi legge può farsi liberamente un idea.

            Non sono obbligato alla carineria.

  • ri-posto un mio commento a “codice italia di Vincenzo Trione (3)….”

    Mi sento di dire, senza che nessuno si offenda, che siamo
    allo spasmo cadaverico ….
    In queste ore c’è un rincorrersi di dichiarazioni di presa
    coscienza della fine del ruolo del curatore. Si guardano giustamente con altri
    occhi operazioni come quella di Sgarbi e, cosa assai positiva, inizia, forse,
    un dibattito serio e libero da preconcetti e arroccamenti a difesa di ciò che
    Carmelo Bene definiva “il panino”.

    Lo shock causato da Shit And Die porta alcuni a formulare
    dichiarazioni, per cosi dire di sopravvivenza burocratica o di
    autoconservazione, identificando il cambiamento semplicemente nel ruolo del
    curatore con una nuova modalità di azione estetizzante, la Curatela Liquida
    appunto. Mi permetto di indicare che non si tratta di cambiamento, o addirittura
    una rivoluzione auspicata, ma il termine più indicato è MUTAMENTO. Questo
    mutamento, tra l’altro in atto da circa 20 anni, non investe solo il ruolo del
    curatore ma abbraccia massimamente il posizionamento dell’artista e soprattutto
    l’opera d’arte. La mia visione è che nei prossimi anni vedremo emergere una
    nuova figura quella del CURATORE DELLA REALTA’, che non si somma alle altre tre
    esistenti, due e mezzo visto lo stato cadaverico del curatore, ma che invece le
    unisce e raccoglie in se in un’unica “figura”. La sua attività sarà di
    formulare OPERAZIONI CULTURALI dove l’oggetto e il soggetto si sono dissolti. La
    società di massa contemporanea fruisce già di opere d’arte e azioni d’arte in
    modo aberrante rispetto alla tradizione culturale: ignorando la specificità
    dell’opera d’arte adopera oggetti, video, foto, flashmob ecc., in modi che il
    sistema dell’arte non può prevedere. L’operazione culturale non propone più il
    possesso di un oggetto culturalizzato in cui identificarsi, ma offre uno
    specchio che assorbe la realtà, che risponde prontamente a ciò che passa, ma
    prontamente la cancella.

  • Paolo Ferrante

    Sono allibito da questo articolo: neanche si lascia il tempo per mostrare il progetto e subito si parte in quarta a criticarlo. E su cosa, poi? Sull’ identità nazionale? E cosa c’è di male ad avere un riferimento nel mondo, un modo di fare arte diverso dagli altri in un periodo di omologazione, di appiattimento culturale pressoché totale? E’ davvero così spaventoso parlare di “arte italiana contemporanea”? Guardare indietro per andare però avanti come l’angelo della storia di klee è davvero così sbagliato? Abbiamo dimenticato che “tradizione” non è un pantano, ma un cammino in avanti coscienti dei passi fatti? Il concetto di “identità nazionale” si rimodella sì, ma col confronto con culture altre, è questo il bello degli scambi internazionali.
    Ma da fanatici del finto progresso finiamo solo con il lasciarci contaminare senza offrire niente in cambio, cercando di adattare alla nostra cultura concetti che sono e rimangono distanti dalla nostra e che noi scimmiottando nel nome del meticciato non facciamo altro che infilare di forza come tessere sbagliate di un puzzle. Poi il fatto che “nazionalismo” sia ancora considerato un concetto mortifero, malato, cattivo, è dovuto al fatto che non ci siamo ancora ripresi dalle dittature del novecento, da quei partiti politici che si sono appropriati della cultura nazionale per farsene bandiera e sporcarla, questo è uno dei danni più gravi che stiamo ancora scontando del fascismo.
    Non so come andrà a finire questa nomina, ma i presupposti di questo articolo sono a mio avviso sbagliati, e vanno rivisti sotto tutt’ altra luce.