“Ho staccato la chiave”. Carlo Lizzani, in memoriam (1922-2013)

Come nel caso di Mario Monicelli: un suicidio, a Roma, di un uomo legato al cinema. Lizzani era però una figura ancora più sfaccettata. La sua parabola ripercorsa in questo omaggio di Christian Caliandro.

Achtung! Banditi! (1951)

Oltre che uno dei maggiori protagonisti del Neorealismo, Carlo Lizzani ne è stato – caso più unico che raro – uno dei più profondi e lucidi studiosi, ricostruendone con passione e filologia la temperie culturale, l’atmosfera di attesa e di rigenerazione (che presenta moltissimi punti di contatto, peraltro, con la situazione attuale del Paese): “Per la prima volta tutto il mondo tradizionale veniva messo in crisi; per la prima volta gli intellettuali sentivano la necessità di affiancarsi, nella lotta per il rinnovamento della società italiana, agli strati popolari, di condurre insieme ad essi una lotta diretta per la liberazione del paese da un regime decrepito e per la costruzione di una autentica democrazia. Per la cultura italiana, era divenuta sempre più chiara, in quegli ultimi mesi di crisi prima del 25 luglio, la stretta interdipendenza che correva tra le gerarchie fasciste, la casta militare, e i ceti privilegiati. (…) L’Italia si preparava veramente a dire qualcosa di nuovo al mondo, dal momento che sul suo suolo pareva di assistere non ad un semplice cambio della guardia imposto dall’esterno, ma a un processo profondo e radicale di autoesame” (Società nuova, cinema nuovo, ne Il cinema italiano. Dalle origini agli anni ottanta, Editori Riuniti, Roma 1982, pp. 105-106).

Cronache di poveri amanti (1954)
Cronache di poveri amanti (1954)

Di questa atmosfera psichica, Roma città aperta di Roberto Rossellini – film per il quale Lizzani fu aiuto-regista – fu al tempo stesso il termometro e il detonatore. Questo film-mondo infatti, che riesce a costruire sullo schermo cinematografico non il semplice rispecchiamento della realtà fuori dalla sala ma la realtà dell’Italia futura, condensando quasi tutto il cinema dei tre decenni successivi e riflettendo la più vasta trasformazione sociale e identitaria, è “la prima testimonianza poetica della Resistenza italiana, è il quadro vivo di una situazione che vide divenire gli ‘uomini della strada’, le donne, i ragazzi, i veri protagonisti della nuova storia civile del nostro paese. […] La presenza di questi due consumati ‘mestieranti’ [Anna Magnani e Aldo Fabrizi, N.d.A.] accanto a quella di tanta gente presa dal vero, denunciava subito la prima verità profonda del neorealismo: non essere, questo movimento, una formula estetica prefabbricata, una equazione perfetta basata sul fatto verità-poesia. Cosa poteva fondere quella ibrida mescolanza di istrionismo e di documentarismo se non una visione nuova della realtà, se non l’appassionato slancio di una poetica esplosa dal più generale terremoto che scuoteva il nostro paese?” (ivi, pp. 107-108).

Banditi a Milano (1968)
Banditi a Milano (1968)

Di questo terremoto, Lizzani si fece interprete contribuendo allo sviluppo di quel processo culturale che possiamo definire “Neorealismo continuo”, che collega i primi anni Cinquanta ai tardi anni Settanta e che vede la collaborazione di più generazioni di autori (registi, scrittori, artisti) in un gigantesco lavoro collettivo di elaborazione. Dopo l’esordio alla regia di Achtung! Banditi! (1951), della primissima fase sono da ricordare almeno Amore che si paga, la sorprendente e delicata inchiesta sulla prostituzione a Roma che apre il film a episodi concepito come un rotocalco L’amore in città (1953), straordinaria palestra di talenti (Antonioni, Fellini, Lattuada, Risi, Maselli, Zavattini); Ai margini della metropoli (1953); Cronache di poveri amanti (1954), dal romanzo omonimo di Vasco Pratolini.
Con Il processo di Verona (1963) e La vita agra (1964, tratto dal libro di Luciano Bianciardi) si inaugura una ricca stagione di cinema di nuovo impegno civile, in cui l’indagine sul passato e sul presente della nazione contribuisce alla costruzione dell’autobiografia collettiva che parte nei primi anni Sessanta (insieme a film come Il federale di Luciano Salce, Anni ruggenti di Luigi Zampa, I compagni di Mario Monicelli o Le mani sulla città di Francesco Rosi). È una stagione di grande complessità tematica e stilistica, destinata ad accompagnare i mutamenti convulsi della società tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta. Dopo l’esperimento riuscito a metà di spaghetti-western “d’autore” (Requiescant, 1967), Banditi a Milano (1968) è un’opera esplosiva, in grado di fondere in maniera apparentemente impossibile due moduli come il cinema politico e d’inchiesta e quello d’azione, e di diventare per questo – due anni prima dell’Indagine di Elio Petri – il modello ‘nobile’ di tutti i migliori poliziotteschi del decennio successivo.

San Babila ore 20 un delitto inutile (1976)
San Babila ore 20 un delitto inutile (1976)

Questa attenzione prosegue con Roma bene (1971), in cui è chiaro in maniera quasi didascalica che cosa Lizzani osservatore e autore fa dei materiali che la realtà – sotto gli occhi di tutti, allora come oggi: e, in molti casi, pressoché immutata – mette a sua disposizione. In questo caso, in Mussolini: ultimo atto (1974) e soprattutto nel glaciale, disturbante San Babila ore 20: un delitto inutile (1976) riesce a portare avanti un discorso articolato ma perfettamente fruibile sulle successive mutazioni dell’Italia e degli italiani. Le discussioni aggressive e inconcludenti nel bar, le biglie d’acciaio lanciate da un capo all’altro del corso milanese e soprattutto la scena in cui i giovani assassini vengono pescati in sala giochi sono l’annuncio potente della devastazione immaginaria in atto, e di quella a venire.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • luigi

    Nei film citati da Caliandro mi pare che manchi “Mamma Ebe”, che purtroppo non sono mai riuscito a vedere… Chiedo all’autore dell’articolo se ne ha avuto modo e cosa ne pensa. Grazie.

    • christian caliandro

      No, purtroppo non sono mai riuscito a vederlo.

      • luigi

        grazie per la risposta e per gli altri titoli da lei suggeriti nell’articolo. magari cerchermo insieme “Mamma Ebe”. buon lavoro

  • emidio de albentiis

    Nel pur ottimo resoconto di Caliandro andava forse inserita qualche nota un po’ più critica sull’ultima fase, a mio modo di vedere meno felice, del cinema di Carlo Lizzani. Solo un esempio: in “Mussolini ultimo atto” (ottimamente recitato e diretto, non c’è dubbio), il regista si affidò troppo pedissequamente alla versione ufficiale (quella legata ai vertici del PCI, per intenderci) di quell’evento, versione che già allora faceva acqua da tutte le parti. E lo vedeva anche chi, come me, stava da quella parte. Un saluto di stima!

    • christian caliandro

      Quello che mi sembra molto importante e innovativo di “Mussolini: ultimo atto” – che ho rivisto proprio quest’estate – è l’atmosfera glaciale, il tratto livido – che prelude al risultato di due anni dopo “San Babila ore 20”. Lizzani riesce a farci penetrare nel tessuto di una fine, che è la fine di un mondo, di un sistema, di un’interpretazione del mondo. E Rod Steiger riesce in maniera impressionante, da grandissimo attore quale era, a restituire lo stupore, lo sbigottimento, lo smarrimento di un uomo che aveva in mano tutto e che cade, inesorabilmente, senza aggrapparsi a nulla perché anche il suo modo di aggrapparsi è totalmente orientato al passato, all’epoca che si chiude. Il film è tutto permeato di questo senso di tragedia, proprio nel colori, nelle espressioni, negli interni delle auto nei visi non rasati e persino nel peso dei cappotti: non credo che dovremmo cercare nel film – e nel cinema in generale – l’esattezza del documento storico. Quest’opera è molto più interessante perché (come altre dello stesso periodo: “Il conformista”, 1971, “Amarcord”, 1973, e”Una giornata particolare”, 1977, solo per citarne alcune) ci dice il fascismo – e la fine del fascismo, in questo caso – percepita dagli anni Settanta.

  • Lizzani non è stato assistente di Rossellini in “Roma Città Aperta” (sulla lavorazione del quale ha però girato l’orrendo “Celluloide”) ma in “Germania Anno Zero”

  • emidio de albentiis

    Caro Christian, le tue osservazioni su “Mussolini ultimo atto” sono senza dubbio pertinenti per ciò che concerne la resa simbolica e di atmosfera della fine del dittatore (una nota di merito, oltre che all’immenso Rod Steiger l’assegnerei anche a un’attrice, oggi semidimenticata, come Lisa Gastoni nel ruolo della Petacci): però, fermo restando questo punto largamente positivo che hai sottolineato, Lizzani, vista la sua estrazione neorealista, avrebbe potuto osare di più proprio nel campo della ricostruzione storico-documentaria, essendo egli più vicino, in quegli stessi anni, più a un Vancini che a Fellini, per limitarci a due nomi puramente indicativi, specie il primo. Comunque, mi piacerebbe incontrarti di persona per parlare di questo e altro, anche per un progetto in cui vorrei coinvolgerti nell’accademia dove insegno. Ciao!

    • christian caliandro

      Certamente, vediamoci. Lascia la tua mail alla redazione, e ti scrivo al più presto. Un caro saluto

  • Francesco D. Caridi

    CARLO LIZZANI, DAL FASCISMO AL COMUNISMO

    Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, parlando del regista Carlo Lizzani morto suicida a 91 anni, ha ricordato «tutto quel che ha saputo dare al cinema, alla cultura, allo sviluppo democratico del nostro paese: coraggio e passione della battaglia per la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, nella ferma valorizzazione e difesa dei valori della Resistenza».
    Per amor di verità, e pregando per l’anima di Lizzani, è bene ricordare anche il percorso giovanile del grande cineasta, durante l’ultima fase del regime fascista.
    Carlo Lizzani, al tempo in cui era articolista di “Roma Fascista” (il giornale che ebbe fra i suoi collaboratori Eugenio Scalfari) e rappresentante del Cine-GUF di Roma, invocava un «cinema di rivoluzione», nel segno della «intransigenza fascista», lamentando «la mancanza di produzione cinematografica educativa per la Giovinezza italiana del Littorio». Nel 1943, non immaginando l’imminente caduta del regime, Lizzani giudicò il film antisemita “Ebreo Süss” un prodotto «ottimamente riuscito» e «calato nel tempo», e protestò per la bocciatura, da parte della giuria della rassegna cinematografica di Lugano, del film nazifascista “Alfa Tau”, diretto da De Robertis con l’assistenza del giovane Rossellini.
    Nel 1976 lo storico di sinistra Gian Piero Brunetta, su “La Repubblica”, rinfacciò a Lizzani di «aver coscientemente perduto la memoria di quel passato» e di aver «favorito l’occultamento di non poche scomode verità». Il novantenne Lizzani, in una conversazione con Paolo Di Stefano pubblicata nel “Corriere della Sera” del 4 aprile 2011, giustificò così le proprie scelte: «Il cinema mi portò alla militanza, collaborai prima a “Roma fascista”, poi a “Cinema”, la rivista diretta da Vittorio Mussolini, cui collaboravano tanti amici che già avevano contatti con il Partito comunista clandestino. Fu un passaggio facilitato, perché il fascismo ci aveva educati ad avere due grandi nemici, il capitalismo e la borghesia, e a sognare la rivoluzione».