Biennale di Istanbul. La politica preme

È la decana del quartetto, con la sua edizione numero 13. Ed è, come di consueto e quest’anno a maggior ragione, una Biennale di forte impegno politico. La cura è affidata a Fulya Erdemci, e a parlarne con Artribune c’è qui la direttrice Bige Örer. Per la versione estesa di questa intervista – e al direttore della Biennale di Lione, e alle curatrici delle Biennali di Mosca e Salonicco – dovete aspettare qualche giorno ancora, quando sarà stampato il numero 15 di Artribune Magazine.

Bige Örer, direttrice della Biennale di Istanbul - photo Manuel Citek

Chi è il barbaro del titolo? Chi stabilisce oggi chi sono i barbari?
Il titolo della mostra, Mom, am I a barbarian?, è il titolo di un libro del poeta Lale Müldür. Lale è uno dei più influenti poeti in Turchia, avendo sviluppato un linguaggio poetico unico. Con questa edizione della Biennale, prendendo ispirazione dal suo linguaggio, speriamo di riscoprire il rapporto tra la poesia e l’arte contemporanea. La curatrice Fulya Erdemci ha voluto usare il termine ‘barbaro’ con due connotazioni: quella derivante dal greco ‘barbaros’, che si riferisce a coloro che non sanno parlare bene una lingua; e quella dell’uso corrente, che ha connotazioni di esclusione.
Guardando alla poesia contemporanea (e alla musica) come a un’interfaccia tra il personale, il pubblico e il politico, la mostra ripensa la figura del recluso, dell’esiliato, dell’anarchico, del rivoluzionario, del poeta e dell’artista come qualcuno che rompe i confini del sistema, rendendo possibile l’inserimento nel contesto attuale di ciò che prima rimaneva al di fuori. Così facendo, la Biennale dà la priorità alle pratiche artistiche che problematizzano la dicotomia tra barbarie e civiltà, natura e cultura, singolare e universale, soggetto e società, casualità e ordine. Dunque, non ci sono barbari: nel contesto di questa Biennale l’uso della parola va inteso come uno stato di cose che ha a che fare con il linguaggio, un linguaggio che non capiamo, e per capirlo dobbiamo inventare o immaginare un mondo diverso.

Biennale di Istanbul 2013
Biennale di Istanbul 2013

L’arte può influenzare e cambiare il mondo?
Lo crediamo fermamente. Si è visto molto recentemente nelle strade di Istanbul con la famosa protesta dello “Standing man“, e in molti altri casi. Crediamo anche che l’arte fornisca spazi per il discorso, l’avanzamento e l’esplorazione della comprensione, e ovviamente, allo stesso tempo, del disaccordo. È qualcosa che la Biennale e il suo programma pubblico hanno cercato di perseguire.

Una sintesi dell’edizione 2013.
La 13. Biennale si concentra sul potere dello spazio pubblico nell’ambito delle battaglie sociali, dell’arte e della politica. Lungo una preparazione che ha preso quasi due anni, la Biennale ha cercato di immaginare la definizione di concetti come democrazia, libertà di espressione, spazio pubblico e comune e di riflettere sul rapporto fra trasformazione urbana, arte e politica. Ora è tempo di creare uno spazio fruttuoso per il dibattito.
L’intenso processo di ricerca che ha dato forma alla Biennale è penetrato nello spirito della mostra. Né le opere d’arte nè l’attività artistica possono essere considerate indipendentemente dalle dinamiche sociali, economiche e culturali del luogo e del contesto in cui sono prodotte: quest’estate la Turchia è stata testimone di eventi che sono un punto di svolta nella storia della nazione. L’esperienza di trasformazione sociopolitica si è sovrapposta con ciò che la Biennale si proponeva, ovvero innescare e agevolare opportunità innovative per il modo di pensare e di prendere decisioni, con un linguaggio nuovo, fresco, e un nuovo modo di figurarsi il mondo che ci circonda.

SALT Galata, Istanbul 2013
SALT Galata, Istanbul 2013

Per quanto riguarda le sedi, prima della protesta del Gezi avevamo pianificato vari progetti di interventi nello spazio pubblico urbano. Dopo le proteste, quando ci siamo chiesti cosa significasse realizzare progetti d’arte con il permesso delle stesse autorità che impediscono la libera espressione dei cittadini, abbiamo capito che il cambiamento del contesto avrebbe fatto sì che tali progetti avrebbero contraddetto la loro raison d’être. Perciò abbiamo stabilito collaborazioni con istituzioni artistiche private come Arter e Salt Beyoğlu, e un’associazione indipendente di artisti, la 5333. Oltre a queste sedi esponiamo all’Antrepo 3 e alla scuola primaria greca Galata. Questa decisione ci ha permesso di realizzare una Biennale a ingresso gratuito, in linea con il suo concetto e enfatizzandone il carattere pubblico.

Stefano Castelli

Istanbul // fino al 20 ottobre 2013
13. Biennale di Istanbul Mom, am I a barbarian?
a cura di Fulya Erdemci
[email protected]
http://13b.iksv.org

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.
  • franco

    Sinceramente sono stanco dell`arte concetrata sui temi politici. Oramai i documentari sono diventati quasi tutti arte. Alla fine quale differenza intercorre tra un docu visto in tv e questi offerti in gallerie, musei e/o biennali? Se devo dire la mia solo una piccolissima parte merita il grado di arte, ma sembra che i più (tra gli specialisti) la pensino diversamente.

  • carlo cioni

    La cosa più importante e assolutamente necessaria del nostro tempo è la riconquista della libertà per ricercare e giudicare le persone, gli artisti, le opere d’arte, e le fonti di cultura in generale, indipendentemente dalla valutazione dei media e dei cosiddetti “autorizzati”. La ricerca delle persone veramente importanti, che hanno la possibilità di aiutarci a cambiare l’attuale assenza di valori normalmente sostituiti soltanto dal denaro, è una operazione faticosa e difficile e richiede una sempre più rara libertà di giudizio.