Turchia. Gezi Park visto dagli Etcetera

Giorni roventi a Istanbul. Per la società, ma anche per l’arte. Qual è il ruolo di quest’ultima e come sta interagendo il mondo della creatività con i ben noti movimenti di protesta? Ne abbiamo parlato con chi la Turchia la conosce bene, gli Etcetera, che a Istanbul hanno vissuto a lungo e che oggi sono a Bologna in occasione del Premio Internazionale di Arte Partecipativa.

Etcetera

Per alcuni questa intervista potrebbe apparire un po’ fuori luogo dal momento che la nostra è una rivista d’arte e decidiamo di parlare di politica, con uno sguardo rivolto in particolare ai fatti di Istanbul. Perché invece chi la pensa così si sbaglia? Quale deve essere il ruolo dell’arte nello scenario dell’attualità?
Wow… L’arte per l’arte non ha in se stessa un ruolo specifico: così come altre espressioni umane (la scienza, la medicina, la filosofia…) è un esercizio. Il ruolo, in ogni caso, appartiene al soggetto, al gruppo o alla società che produce questa forma di arte. Un’altra cosa è la funzione sociale dell’arte quando questa eccede i limiti della rappresentazione, quando trasforma se stessa e diventa un oggetto pubblico, una materialità costruita per tutti.

Le proteste di Istanbul partono da una rivendicazione particolare (la riappropriazione di uno spazio collettivo, la difesa di un luogo che ha a che vedere con l’identità e con la tradizione locale) per assumere i contorni della rivoluzione sociale. A vostro parere gli artisti turchi, soprattutto quelli con cui intrattenete contatti, hanno sentito la responsabilità di prender parte a tutto ciò? E come?
Per la salute mentale degli artisti turchi questo è un momento molto importante. Si trovano adesso di fronte alla responsabilità sociale di uscire dalla bolla endogamica dell’artworld per incidere con una produzione artistica collettiva, amplificando, cooperando e solidarizzando con la lotta di tutta la popolazione. Questa è la sfida non solo per gli artisti turchi, ma per tutti gli agenti culturali e sociali in generale. Siamo latino-americani e conosciamo bene il ruolo del terrorismo di Stato, conosciamo altrettanto bene i pericoli del nazionalismo e dei processi di coercizione che oggi sono messi in atto in nome della legge dell’antiterrorismo applicata nei cinque continenti dopo il 2001.
Nel 2009, quando abbiamo partecipato alla Biennale di Istanbul,  What Keeps Mankind Alive? curata dal collettivo What, How & For Whom (WHW), abbiamo realizzato un lavoro che si riferiva proprio a questa criminalizzazione attraverso il soggetto del terrorista. Abbiamo trovato non uno, ma tanti compagni dell’errorismo turco e loro sono oggi tra i soggetti più attivi del processo di Piazza Taksim, ma preferiamo non fare i loro nomi per rispetto per la loro situazione.

Le madri turche al Museo di Ataturk
Le madri turche al Museo di Ataturk

Non è un caso che anche la Biennale di Venezia – soprattutto il Padiglione turco con la videoarte di Ali Kazma – sia diventata teatro della manifestazione degli attivisti di OkkupyGezyPark. Stiamo assistendo a un nuovo ’68?
Come il Maggio del ‘68 francese ha posto fine al processo della modernità, questi nuovi protagonisti storici lo stanno facendo nel presente. Non abbiamo bisogno di una reminiscenza del ’68, ma forse abbiamo la necessità di una riformulazione di tanti dei suoi paradigmi.

Il progetto Errorist Kabaret che avete presentato nel 2009 alla Biennale di Istanbul sembrava quasi preannunciare le istanze della proteste di Park Gezi e Piazza Taksim. Da fuori si è avuto l’impressione che questi movimenti fossero esplosi improvvisamente come una miccia. È andata proprio così? O invece il vostro progetto raccontava una situazione già in essere?
Quando siamo stati a Istanbul, vivendoci per un po’, abbiamo trovato tanti collettivi, artisti, attivisti, anche intellettuali, persone portatrici di una discussione e di un pensiero critico, ma in quel momento era ancora una bomba che appunto doveva esplodere. Non era un tema di discussione permanente, presente nei mainstream media, lo era solo nei gruppi e nei collettivi che discutevamo delle politiche di gentrificazione, di distruzione dello spazio urbano e di privatizzazione.
Il Kabaret Errorista includeva alcuni personaggi, come Leyla Zana, Hrant Dink, Deniz Gezmis, figure che erano state sempre criminalizzate per la loro partecipazione sociale o per essere parte delle cosiddette minoranze. Siamo tornati nel 2010 per un altro progetto, questa volta in un quartiere curdo, chiamato Gülsuyu-Gülensu. Qui abbiamo capito che anche la situazione interna alla Turchia è molto complessa e ci sono tanti punti di tensione. In questo quartiere abbiamo lavorato in particolare sugli effetti della gentrificazione negli altri lati del Bosforo. Ora una protesta iniziata come espressione della classe media per la difesa di un parco pone la questione della stessa idea di governabilità e di una profonda crisi di rappresentanza che si contagia a livello globale.

Etcetera
Etcetera

Quanto a vostro parere le manifestazioni di Istanbul resteranno un fenomeno locale e quanto, invece, viste in una dimensione europea, hanno da insegnare a Paesi vicini e lontani?
Il livello di controllo e di repressione sarà più profondo e sfortunatamente possiamo aspettarci più violenza della forza repressiva dello Stato contro la popolazione civile, per questo ora sono importanti l’organizzazione, la solidarietà e la capacità di accompagnare il movimento di massa.
Un’immagine che ci ha colpito per il suo grande valore simbolico è quella delle madri sull’edificio del museo di Ataturk, una metafora che possiamo applicare alla situazione delle madri argentine dei desaparecidos. Questo esempio è più forte della maggior parte delle opere che ci si può aspettare dall’arte contemporanea, un momento dove l’arte non si chiama più arte, si chiama vita, e la vita sta nel rischio.

In questi giorni siete a Bologna per realizzare C.R.I.S.I., il progetto vincitore della seconda edizione del Premio Internazionale di Arte Partecipativa. Cosa succederà?
Il progetto è diviso in quattro capitoli. I primi tre sono La Remissione, Hip Hop Philosophy, Terremoto Sociale. L’ultimo è intitolato l’Assemblea Permanente: faremo un’esperienza collettiva, un social ready made, un esorcismo nell’epicentro del buco nero di Piazza Verdi.

Santa Nastro

www.artepartecipativa.it
http://crisiproject.org/
http://erroristkabaret.wordpress.com/
http://aguaderosas.wordpress.com/

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.
  • Angelov

    Ciò che sta succedendo ad Istanbul, è molto importante anche per il resto dell’Europa, visto che da qualche anno un movimento trasversale, che ha assunto vari nomi a seconda dei paesi dove si è sviluppato, ha di fatto contestato alle autorità al potere, la legittimità delle loro scelte, che sembrano finalizzate all’infelicità sociale.
    Il malcontento non ha neanche risparmiato l’altra parte dell’Atlantico ed altri continenti: un senso di precarietà diffuso e condiviso, ne fa da motore propagatore.
    Ma per quanto riguarda la Turchia, è il silenzio dell’Europa che più preoccupa, ed il rifiuto di prendere una posizione precisa nei confronti dei metodi utilizzati dal potere contro la gente turca, di fatto ne avvalla in modo silente i modi ed i metodi stessi: quasi a voler far credere che se anche altrove in Europa qualcuno dovesse azzardarsi a comportarsi come quelli di piazza Taksim, il potere europeo potrebbe rispondere con la medesima brutalità.
    In Italia le polemiche per quello che accadde al G8 di Genova, non sono ancora placate dopo così tanti anni.

    Si può partecipare col cuore a questi avvenimenti
    anche senza scendere in piazza con chi contesta
    ma questo lascerà comunque una ferita aperta
    anche in chi crede che il tempo tutto guarisca.