Debuttanti in Biennale: Francesca Grilli

La trovate su Artribune Magazine nell’intervista doppia con Sislej Xhahfa. Ma per Francesca Grilli, che esordisce in Biennale al Padiglione Italia, anche una intervista ad hoc sul suo percorso artistico. E naturalmente le ultime news su quel che porterà a Venezia.

Francesca Grilli - © Luis Rosario

Francesca Grilli nasce come fotografa, lentamente si trasforma e si avvicina al video, alla performance e al gesto, cominciando a esplorare le sue radici (Arriverà e ci coglierà di sorpresa, 2006; Gordon, 2007), per poi arrivare a creare reali esperimenti fisici (Moth, 2009; The conversation, 2010) per infine dar vita a proiezioni alchemico-mitologiche dell’esistenza (Oro,  2011; 47, 2012). Artribune l’ha incontrata, in dirittura d’arrivo per la Biennale di Venezia, al lavoro sulla produzione che presenterà al Padiglione Italia.

Quali sono i progetti che hanno rappresentato delle svolte significative nel tuo percorso di ricerca, e perché? Quale impulso ti ha portato ad approfondire, ad esempio, l’utilizzo della performance?
Fra tutti i miei lavori, metterei in evidenza due performance che ritengo siano lo specchio rappresentativo della mia esperienza. La prima è sicuramente 194.9 MHz (2006). In quel video ho messo in scena un preciso episodio avvenuto nel passato di mio padre Franco (il titolo allude al suo anno di nascita). Lui perse drammaticamente il fratello in giovane età, e a causa del lutto, la madre reagì bandendo per sempre il suono, la musica dalla casa. Ed è proprio attraverso le parole di mio padre, registrate durante un’intervista, che una voce fuori campo narra questa storia, apparentemente captata da un’antenna portata sulle mie spalle, fino alla sommità di una montagna. Il suono in questo caso è liberazione.
L’altra performance è Arriverà e ci coglierà di sorpresa (2006). In questo progetto è come se avessi voluto restituire la possibilità a mia nonna di tornare a poter avere le proprie gambe, portando indietro le lancette del tempo e offrendole una sorta di dono. Ho chiesto a due ballerini di 75 anni, di danzare per tre ore senza mai fermarsi. L’idea è nata da un ricordo, da una scena ricorrente in Emilia, nella mia terra, immagine che è parte della mia storia familiare.

Francesca Grilli, 194.9 MHz, 2006
Francesca Grilli, 194.9 MHz, 2006

All’interno di ogni tuo percorso formale, volto comunque e sempre a un’asciutta perfezione dell’esecuzione e della resa visiva, dove rimane Francesca Grilli? Ovvero come partecipi dei tuoi lavori, come inserisci o rappresenti te stessa?
È impossibile affermarlo con esattezza: io comincio dove finisce la rappresentazione della performance, sono presente nei confini di essa, sono disciolta nell’aria, mentre avviene il gesto.  In molte azioni, io sono spettatrice e attrice di una proiezione, di una parte integrante di me stessa. Ti rispondo citando il ricordo di un’amica, che mentre assisteva a Enduring Midnight (2007), evento durante il quale invitavo un’anziana cantante lirica di 80 anni a performare nel mezzo della notte alla Rijksakademie van Beeldende Kunsten di Amsterdam, ha sottolineato il fatto che riconoscesse me medesima, nel corpo dell’attempata cantante, come se la voce e il tempo fossero traslati. Quando programmo e dò vita a un lavoro, sono sempre lì, immedesimata. Sono dietro a tutto, anche se in un’altra forma, traslata e assimilata dalle cose che succedono. Solo quando ero incinta mi è capitato che, sul finire della mia gravidanza, allontanassi alcuni elementi del processo creativo. Quasi come se non riuscissi a stare vicina a quella parte di me. In quel preciso periodo, ricordo essere cambiata la distanza nei confronti dei miei lavori.

Francesca Grilli, Arriverà e ci coglierà di sorpresa, performance, 2006
Francesca Grilli, Arriverà e ci coglierà di sorpresa, performance, 2006

Sia ne La quarta conversazione (2008) che in Effluvia (2010) la tua rappresentazione percettiva del messaggio comunicativo umano acquisisce potenza, evocando, talvolta, scene de Il paese del silenzio e dell’oscurità di Herzog (1971). Al di là della dichiarata ispirazione da una scena del film Babel di Alejandro González Iñárritu, ricordi in quale direzione stavi lavorando, in quel periodo? E come sei arrivata a contattare i musicisti sordi che hai ripreso?
Il rapporto umano con i miei performer è fondamentale in ogni lavoro che faccio. In particolare, la comunità di sordi che ho interpellato per portare avanti La quarta conversazione (2008) e La conversazione (2010), mi ha richiesto un rapporto di estrema fiducia e disciplina. Del resto ho chiesto molto, mettendoli a confronto con un mondo estraneo e lontano, come quello della musica. Esistono, infatti due identità sorde: la prima consiste nell’accettare il silenzio e dunque, comunicare con la Lingua dei Segni, evitando di tradire la propria natura della non-parola. La seconda possibilità consiste invece nel diventare un interprete del suono, creando parola. Loro hanno preteso che anche io stessi in silenzio, quindi in ascolto, di me stessa prima di tutto.

Hai affermato: “Da parecchi anni lavoro camminando sul sottile filo che separa le arti visive dal teatro di ricerca: due mondi paralleli, in Italia ancora lontani”. Sapresti indicare la causa di questa separazione? A quale preciso gruppo di autori, registi fai riferimento?
Rimanendo in tema di ascolto, in Italia esiste questa separazione perché siamo sempre scissi dall’ascolto. Non osserviamo mai abbastanza attentamente le diverse possibilità che ciascuna delle discipline ha in sé e può offrire. Esistono luoghi pronti a ibridare il palcoscenico con lo spazio asettico del white cube, ma sul mercato questa doppia valenza della performance, questa relativa ubiquità, resta fortemente penalizzata da una mancanza di etichettatura, di definizione. Eppure esistono modi pertinenti per prendersi la responsabilità di supportare la performance, senza necessariamente separare le sue molteplici identità. L’Italia è un Paese che conferisce sempre pochi apporti alla ricerca, in tutti campi, autolimitandosi nei confronti di ciascuna scienza contemporanea.

Francesca Grilli, The Conversation, installazione, 2010
Francesca Grilli, The Conversation, installazione, 2010

Una volta hai dichiarato che quello che ti colpisce maggiormente sono “il comportamento, l’atteggiamento e le relazioni umane”. Potresti farci un esempio?
Rimango sempre colpita dalle scelte e dalle vite dei miei performer. Sono tutte persone più comuni di quanto si potrebbe pensare, ma proprio per questo motivo acquisiscono una straordinarietà che eleva la loro specificità fisica, facendola diventare un dettaglio unico, prezioso. Prendendo confidenza con il mondo dei miei performer li inserisco senza alcuna difficoltà nella mia vita, percependo, infine, in maniera ampliata, la loro importanza.

Lo spazio, il contesto, il contenitore delle tue performance è, per te, fondamentale: una prerogativa nei confronti dell’azione. Come scegli il locus perfetto, se ne esiste uno ideale?
Ritengo che lo spazio ideale debba rimanere quanto più possibile, un’idea. Sebbene spesso sia io a scegliere lo spazio della performance e rifugga il famigerato whtite cube o black box teatrale. Prediligo gli spazi ibridi. Mi piace che le mie performance avvengano in luoghi nei quali non solo l’acustica abbia una resa particolare, ma dove anche la destinazione d’uso possa liberamente deviare, nei confronti del proscenio, preparato per accogliere il gesto.

Endurig Midnight (2007) è una performance che si ricollega alla tua eredità cultuale. Ora che vivi ad Amsterdam com’è cambiato il tuo spirito di osservazione? Quanto tempo passi a guardare la gente, ad ascoltarne le storie, magari in mezzo alla strada, dalla finestra, leggendo su internet o semplicemente a teatro?
Ora che sono lontana dall’Italia comprendo meglio come affrontare e come rielaborare la mia storia. Vivendo all’estero ho acquisito la distanza di cui ho bisogno per essere obiettiva. E nonostante questo periodo della mia vita mi stia obbligando a guardare molto al di fuori di me, anche a causa dell’arrivo della Biennale, il mio sguardo viene comunque filtrato dall’interno su ogni cosa. Credo sia stata la gravidanza a cambiare il mio tempo interiore, riflettendo su questa nuova cadenza ritmica già a partire dall’ultimo lavoro che ho installato al Macro di Roma (Variazioni per voce, 2012).

Francesca Grilli, Oro, 2011
Francesca Grilli, Oro, 2011

Sei stata selezionata, assieme ad altri quattordici artisti, per partecipare a Vice versa, titolo scelto dal curatore Bartolomeo Pietromarchi per il progetto espositivo del Padiglione Italia alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Sarà la tua prima Biennale, dunque reazioni a caldo: quale prima impressione hai avuto, cosa hai pensato? E come collochi il tuo lavoro all’interno degli altri percorsi?
Posso umilmente imparare molto dagli altri artisti del Padiglione Italia, in termini di linguaggio, di esperienze, di percorsi importanti e rigorosi.  Tuttavia credo di poter dare voce a una generazione ben specifica che rappresenta il presente dell’Italia. Una generazione che cerca di farsi strada con una sua identità, rigorosa e tenace, in un Paese non facile. Sento quindi una grande responsabilità, che va aldilà della partecipazione come artista. Sto parlando infatti del coinvolgimento umano, prima di tutto. Dell’impulso di riuscire a dare voce a uno spirito, a un momento, nel modo più pertinente di enunciare e annunciare il presente.

Potresti rivelarci qualcosa del progetto che presenterai per il Padiglione?
Preferisco offrire direttamente l’esperienza del lavoro, invitando il pubblico a vederlo, piuttosto che raccontarlo ora.

Ginevra Bria

www.francescagrilli.com

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
  • Abeda ava

    ??

  • Non mi sogno di dare giudizi sulla persona, ma il suo lavoro passa da una citazione a quell’altra, da una buona idea intelligente a quell’altra, dalla lingua fischiata delle isole Aimai al’aquila istrionica Niger dell’Abissinia. Non c’è filo conduttore, può andare bene tutto e il contrario di tutto. Questa selezione da parte di Pietromarchi è del tutto incomprensibile, soprattutto in un sistema in cui NON esiste alcun confronto critico. Non c’è la ragione delle opere non c’è la ragione di un lavoro così allineato con una didattica mainstream.

    Queste doppia irragionevolezza favorisce una fuga di cervelli, non all’estero ma verso altri settori che non siano l’arte. Perchè sembrano contare unicamente le pubbliche relazioni, è questo è davvero grave e mortificante.

  • Interessante il lavoro di sua nonna che ha tolto la musica dalla casa dopo la morte prematura del figlio. Un modo diverso di fare esperienza del mondo dopo un evento importante. Questo deve essere un’opera: farci cambiare il modo di vedere il mondo. La realtà (il silenzio imposto dalla nonna) supera la fantasia della nipote (che arricchisce questo episodio di fronzoli inutili, vedi per es. la finta antenna).
    Altro aspetto interessante è quando lei dice nell’intervista che la gravidanza le ha fatto cambiare il modo di vedere i suoi lavori. Un punto che mi piacerebbe approfondire. Griili perché non ci dai qualche dettaglio?

  • Angelov

    Molto interessante questo lavoro di contaminazione tra arte visiva, teatro e musica; un terreno in realtà molto infido e difficile, che apre orizzonti così vasti di cui è difficile delinearne i confini: un horror vacui che richiede, per essere colmato, molta abnegazione.
    Una sintesi di integrazione e rifiuto.

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  • Abeda ava

    La mamma il papá il fratello morto la gravidanza?
    Ma questa andrebbe bene per le trasmissioni di
    maria De Filippi

    • Angelov

      So che essere autobiografici, a volte irrita, perché si corre il rischio di essere scambiati egocentrici; nondimeno la Libertà bisogna saperla prima declinare in prima persona, e poi in tutte le altre, singolari e plurali.
      Le trasmissioni televisive, tipo quella citata, fanno parte ormai di una deriva che non ha nulla a che vedere con questo contesto, almeno a mio avviso.

      • servono modi, atteggiamenti..non nuovi aneddoti (collettivi o personali) o citazioni a caso (ricordo la mostra di Francesca Grilli su una lingua fischiata di non so quale isola). Se no è la gara all’anedooto più curioso ed emzionante o alla citazione più imprevedibile…

        Servono modi per risolvere il presente, per una definizione di opere più adeguata al presente. Se no si fa un buon artigianato dell’arte contemporanea, che va benissimo a patto che ci sia apertura al confronto, cosa che non c’è.

        • Angelov

          Non esistono formule
          o equazioni o teoremi
          per spiegare il mistero dell’arte;
          oscurantismi a parte,
          it’s up to the single artist
          gestire al meglio la propria sorte.

        • parole al vento3

          Ma cosa vuole dire una volta per tutte: Servono modi per risolvere il presente, per una definizione di opere più adeguata al presente.

          Quando mai l’umanità è stata in grado di capire (o risolvere) il proprio tempo? Gli strumenti che usiamo sono personali e legati alla nostra cultura, a quello che individualmente consideriamo più corretto rispetto al sistema di valori e di società che ci circonda. Opere d’arte più adeguate al presente? Quando mai nella storia c’è stata questa forma di lucidità.

          Se andiamo a vedere la realtà gli artisti al massimo sono arrivati a intuire piccoli meccanismi a osservare le dinamiche contingenti alla loro vite (e spesso questo è successo nelle situazioni di degrado e di margine), producendo opere che spesso non venivano accettate dallo status quo e dal sistema in cui vivevano. Quelli che avevano ragione venivano riconosciuti a posteriori e a volte sempre a posteriori venivano smentiti. E’ il tempo e la storia che fa selezione, che risolve, che restituisce un immagine di un presente che è sempre sfuggevole.

          Io posso capire la tua impazienza ma l’accanimento con cui liquidi con poche parole quelli che hanno una visibilità oggi ( e non è detto ce l’avranno domani) è imbarazzante.

          • Angelov

            Essere o Non-Essere.
            Esserci per essere.
            Sentirsi essere.
            Essere e avere.
            Esse o esse.
            Esselunga?

  • Il punto che se contaminiamo teatro, danza arti visive, possiamo giustificare tutto e il contrario di tutto. E va bene a patto che ci sia consapevolezza. Francesca Grilli sviluppa una sorta di manierismo didattico che va benissimo, ma non si capisce quale sia la differenza tra lei e centinaia di altri artisti. Quindi non si tratta di dire che questa sia arte giusta o sbagliata, ma di avere un contesto critico dove trovare le ragioni dell’opera. Chiunque ha storia personali che possono essere formalizzate in modi accattivanti, semmai sfogliando Mousse o Kaleidoscope….questo relativismo è l’altra trappola fatale dopo la sindrome arrendevole dei giovani indiana jones…

  • dario cangelli

    si potrebbe invece imparare a fare belle fotografie e buoni dipinti

  • Esterrefatta

    Il fascismo di Rossi è preoccupante, tra un po’ pretenderà di dire agli artisti anche che modello di mutande indossare.

  • @Esterrefatta: no, il fascismo non è il mio ma di un sistema incapace di stimolare e definire le ragioni delle opere. Un sistema che ostracizza e censura tutto ciò che non si conforma a questi facili manierismi; a questo facile artigianato dell’arte contemporanea.

    Francesca Grilli sviluppa una sorta di manierismo didattico che va benissimo, ma non si capisce quale sia la differenza tra lei e centinaia di altri artisti. Quindi non si tratta di dire che questa sia arte giusta o sbagliata, ma di avere un contesto critico dove trovare le ragioni dell’opera. Chiunque ha storie personali che possono essere formalizzate in mille modi accattivanti, semmai sfogliando Mousse o Kaleidoscope…perchè lei e non Moira Ricci? O Il Sig. Mario Rossi? Questa assenza critica (voluta per paura e incapacità da molti operatori nostrani) fa il male di tutti, artisti in primis che sono prodotto e vittima di questa assenza critica e di questo clima bulgaro. Questo relativismo del “tutto può andare” è l’altra trappola fatale, dopo la sindrome arrendevole dei giovani indiana jones…

  • Francesco

    Ha una bella pelle.

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  • Bsjz

    WHITEHOUSE DEVE AVERE 100 ANNI

  • aldo

    dall’;emilia non esce altro che atmosfere alla Pupi Avati. La colpa secondo me e’ della marisaldi e della galleria neon. dall’autonomia operaia all’autonomia chepalle!
    davvero una sorta di poeticita’ senza fervore, una ridondanza del proprio io che a nulla porta. L’autobiografia a tutti i costi. E questo buonismo stucchevole che ci fa dimenticare i bei momenti dei cori: HAZET 36, FASCISTA DOVE SEI!!!!!!!
    basta basta basta….

  • Voltolina

    Whitehouse è il frutto dell’apertura totale che la rete fa: ossia inventiamoci tuttologi o esperti di … e inquiniamo ogni spazio libero con la nostra idea personale. A volte è davvero stancante e ci si chiede quale tipo di lavoro faccia. E’ molto facile sparare giudizi da posizioni nascoste (anche se tutti ormai sappiamo chi è) e nonostante la sua intelligenza (come ce ne sono tante, nulla di particolarmente brillante) ogni tanto riesce a produrre perle di mediocrità stanca e autoriferita. Stavolta è Francesca Grilli e non Moira Ricci o Il Sig. Mario Rossi o Luca Rossi o Cavallucci semplicemente perché vanno fatte delle scelte. La prossima volta ci saranno loro. Ora dico, basta con queste menate, su. OCncentriamoci sui nostri lavori e rilassiamoci ogni tanto perché anche questa pseudocritica laterale e sempre presente sta dinventando più asfittica e poco importante del sistema dell’arte in sé.

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