Garutti e i garuttini. Le voci degli allievi

Mentre Alberto Garutti è in mostra al PAC di Milano, a pochi passi ci sono i suoi allievi a Villa Reale. A un manipolo di loro abbiamo fatto tre domande, ovverosia: 1. che cosa ti viene in mente quando senti il nome Alberto Garutti? 2. Qual è l’insegnamento del “professor” Garutti che metti più spesso in pratica? E quello che ti rifiuti assolutamente di seguire? 3. Cosa non hai mai avuto il coraggio di dirgli? Qui di seguito trovate tutte le risposte (con una curiosa ossessione ricorrente di carattere tabagista).

Filippo Ballarin

FILIPPO BALLARIN
1. Un omone alto circa come me, con fare assertivo e amorevole allo stesso tempo, nonché un sacco di svariate esperienze che ho condiviso con lui.
2. Posso dire di aver appreso o rafforzato alcuni modi travalicare i conformismi, di intendere la propria esistenza come artisti e la responsabilità che questa consapevolezza comporta. Non vi è un insegnamento che rifiuto: ci sono dei consigli o delle visioni in cui non riesco a immedesimarmi, ma comunque ne tengo conto.
3. Credo di non avergli mai espresso il sentimento di inquietudine che spesso ho sentito nel provare ad avvicinarlo sul piano personale. Gli direi che, nonostante le distanze e le ambiguità del discorso, sento che è sfuggito un possibile rapporto di amicizia.

Simone Berti

SIMONE BERTI
1. Un artista e un maestro, ma immagino sia quello che viene in mente a chiunque.
2. Il concetto che l’opera d’arte viene prima di tutto, ovvero che esiste un’etica del lavoro. L’artista può anche essere il peggiore degli uomini, ma l’opera deve essere assolutamente onesta. Questo significa anche non avere paura di metterla in discussione. Insegnamenti che rifiuto di seguire ce ne sono sicuramente molti, ma al momento non me ne viene in mente nessuno.
3. Niente.

Chiara Luraghi

CHIARA LURAGHI
1. Provo un grande affetto. Per me Alberto Garutti è Alberto: artista, insegnante e amico.
2. Ci sono infiniti modi per restare in piedi dopo un violento scossone: Alberto mi ha insegnato a cadere e per questo lo ringrazio.
3. Tutte le cose che non gli ho detto è perché lui le sapeva già.

Paola Pivi

PAOLA PIVI
1. La sua voce, che parla mentre pensa.
2. n. p.
3. Nulla, sta proprio qui il punto, sul lavoro si può dire tutto, solo il lavoro è importante, non le idee personali.

Davide Stucchi

DAVIDE STUCCHI
1. Il suo profumo, poiché a volte lo usa anche il mio miglior amico.
2. Alberto è un artista. Io sono un artista. Tra artisti c’è poca teoria e tanto sesto senso.
3. Non userei questa risposta per dirglielo!

Meris Angioletti

MERIS ANGIOLETTI
1. Il loden verde muschio (a volte blu).
2. Il pensiero dell’opera. Il pensiero dell’opera.
3. Tu sei più avanti del tuo lavoro.

Dino Balliana

DINO BALLIANA
1. Penso a un despota illuminato, a una committenza elusiva.
2. La struttura del corso seda qualsiasi tentazione d’insegnare o apprendere alcunché. Parlerei piuttosto di un lento processo di osmosi, una gradevole influenza, dove è difficile dire chi ha contagiato chi.
3. Mi devi un sacco di sigarette.

Riccardo Beretta

RICCARDO BERETTA
1. Penso a una battuta che gli ho sentito dire una volta. A chi gli diceva che le sue lezioni miravano a educare e formare, lui ribatté che il suo era un corso sulla deformazione.
2. Credo non ci siano dei principi da assorbire o rigettare. Sarebbe come se ci fosse una “ricetta Garutti”. Fortunatamente non c’è, perché ognuno deve trovare la propria strada.
3. Rispondere sarebbe un pettegolezzo che gli piacerebbe molto.

Alessandro Ceresoli

ALESSANDRO CERESOLI
1. “Caccia una sigaretta”.
2. Un po’ tutti, un po’ nessuno.
3. Ti amo.

Oppy de Bernardo

OPPY DE BERNARDO
1. Napoli
2. Un lavoro può anche assomigliare a un film di Renato Pozzetto…
3. Una volta ho partecipato per gioco a un’asta, mi divertiva far lievitare il prezzo dell’opera, ma qualcosa non ha funzionato e così sono tornato a casa con un’opera di Alberto. Credo che non glielo avrei mai detto… Ma lui è subito venuto a saperlo.

Ettore Favini

ETTORE FAVINI
1. Lo zio Alberto.
2. La cosa che più mi è restata è il mettere “al servizio” l’arte per le persone, in concetto di arte pubblica fatta a uso e consumo dei cittadini.
3. Dirgli di no quando mi scroccava una sigaretta…

Stefania Galegati

STEFANIA GALEGATI
1. Avere vent’anni e sentire di vivere qualcosa di eccitante come via Fiuggi, arteartearte non parlare e fare altro.
2. Pensare al fulcro. Rifiuto l’intenzionalità di voler mantenere il sistema e il linguaggio dell’arte elitari.
3. Niente di necessario direi, non ci vediamo da talmente tanti anni che chissà se ci riconosceremmo!

Emre Huner

EMRE HUNER
1. Il pensiero dell’opera.
2. Il pensiero dell’opera.
3. Il pensiero dell’opera.

Alberto Tadiello

ALBERTO TADIELLO
1. Mi viene in mente lui. La sua figura. La postura, il cappotto verde scuro, la gamba che trascina leggermente, il modo con cui tiene la sigaretta. Con quella sigaretta in mano disegna, nel vero e proprio senso della parola, discorsi, pensieri, progetti. Tutto diventa un tracciato di fumo.
2. Penso di non aver mai avuto a che fare con il “professor” Garutti.
3. Se ci fosse qualcosa che non ho mai avuto il coraggio di dirgli non potrei di certo dirlo qui ora!

Serena Vestrucci

SERENA VESTRUCCI
1. Mi viene in mente lui, seduto, con le labbra leggermente increspate, che ti guarda, con occhi fermi, in silenzio, e ha già capito tutto di te senza che tu possa dire nulla.
2. Leggo e rileggo sempre un messaggio che un giorno mi scrisse: “Lavora tanto pensa a te e guarda le grandi opere fatte dai grandi artisti nel mare dell’arte ogni tanto se vede una. Non badare alla mediocrità ne troverai sempre e in maniera sempre più invasiva normale. Pensa a scalare la montagna e coltiva questo desiderio sempre, non devi farti prendere dall’ansia e fai come ti senti. Proverbio cinese: pensa mille volte e taglia una”. Rifiuto di bere latte di notte quando si ha quella fame che non ti fa addormentare!
3. Penso spesso alla morte, in generale. Penso anche alla mia, e a quella delle persone che amo. Ho tremendamente paura del momento in cui qualcuno mi comunicherà la sua morte. Vorrei che non morisse mai.

Ginevra Bria

Milano // fino al 9 dicembre 2012
Fuoriclasse. Vent’anni di arte italiana nei corsi di Alberto Garutti
a cura di Luca Cerizza
GALLERIA D’ARTE MODERNA – VILLA REALE
Via Palestro 16
02 88445947
[email protected]
www.gam-milano.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #10

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
  • Fabio

    1) Pensate che il piacere sia legato alla comprensione ?
    Ve lo domando perchè guardando la mostra al Pac del vostro insegnante, non ho provato alcun piacere.
    Mi è stato detto che dovevo comprendere le ragioni,il progetto…che stanno al fondamento di quelle opere.

    2) E’ lecito aspettarsi del piacere andando a vedere una mostra?

    Grazie per le eventuali risposte.

  • like

    like Rutti and Ruttini?

  • Provo a darti una risposta…

    Qui non c’entra nulla le emozioni, la bellezza, c’entra il giustificare un sistema che incesa un ipotetico “maestro” per giustificare un percorso e soprattutto un gruppo di artisti, che da soli non riesco ad emergere, se prendi le liste di questi noterai una continua rotazione di medesimi posti, figure, supporti (critici e giornalistici), forse c’è anche qualcosa, ma proprio qualcosa e nulla più…

    Qualcuno mi sa dire 5 opere degne da ricordare nel prossimo futuro?

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

      Io penso che per divenire buoni teorici dell’arte e bravi artisti ci vogliono moltissimi anni di studio e di lavoro. I giovani che vediamo affaciarsi nell’odierno stagno dell’arte, invece, mostrano di aver fretta, troppa fretta: di affermarsi, di “arrivare” di “vendere”. Troppa fretta e poca umiltà ! E se scelgono di rimanere nello stagno dell’arte, devono fare i conti con la logica di sopravvivenza di altri super ranocchi agguerriti, con la paludosità dell’acqua, di modelli non propriamente culturali, tipica di linguaggi paludati, manierati: chi deve depurare la palude melmosa, a quale artista tocca questa funzione? Mi domano chi è l’artista che vuole uscire dal linguaggio paludato e andare contro l’attuale dilagante tendenza alla sciatteria, al maierismo linguistico, alla ripetizione del “già visto” ?

  • Fabio

    Grazie per la risposta.
    Questo “qualcosa” ,che a te deve essere parso di una qualche rilevanza, è il punto.

    E’ questo “qualcosa” esperibile solo grazie alla mediazione di un ragionamento, di una lettura critica ?

    Sono queste opere ( come molta arte contemporanea) solo “pensiero” che assume delle forme e modalità che non riescono a renderlo palese?
    Il corpo che questo pensiero assume,nelle opere, è opaco,non dice.Semplicemente afferma la sua valenza di pensiero collocandosi all’interno di un luogo,le gallerie,che ne indica la natura,ma non altro.
    Di fronte ad un opera d’arte contemporanea,spesso l’unica affermazione che è possibile fare è che ” è un opera d’arte”.

    Possibile che proprio gli artisti abbiano perso la capacità di stabilire una relazione con il mondo adottando un linguaggio che li relega,volontariamente,in un micro-ambiente,che ne garantisce l’identità?

    Una delle intervistate alla domanda su quale fosse l’insegnamento di Garutti che lei mette in pratica risponde:
    “rifiuto l’intenzionalità di voler mantenere il sistema e il linguaggio dell’arte elitari.”

    Le opere dello stesso Garutti non mi sembrano mettere in pratica questa intenzione.

  • Il problema di questo “prodotto garrutiano” è proprio nel non essere personale, intimo, ma un semplice “pensiero” elaborato, speculato, riflesso secondo metodi che forse sanno di esercizi che di ricerca (nel senso + ampio).

    in questi anni l’arte ha messo di essere arte per diventare “servizio” “operatore culturale” “creatore di ..” cioè non più la centralità dell’estetica ma quella delle incombenze umane, peccato che ci sono già tante qualifiche che operano sicuramente meglio e con più coerenza…

    questi slittamenti, inizialmente stimoli sono diventati “metodi” che hanno svuotato il sistema stesso dell’arte, ma se il momento economico era favorevole (nel decennio passato) ora tutto si restringe e risalta la vacuità di questi “esercizi” (che per lo più si stanno ripetendo in modo compulsivo …)

    ad un artista io chiedo di essere un artista …

    ma aspettiamo e vedremo la storia che cosa ricorderà …

    io intanto ripasso un poco di manierismo

    d.o)

  • Fabio

    Infatti,di manierismo si tratta.Il pensiero che l’arte coltiva,perquanto abbia consentito di utilizzare materiali ,procedure,linguaggi…..,pertinenti ad altri e svariati ambiti,non riesce che a pensare solo a se stesso.All’arte stessa.
    Un pensiero che si guarda alla specchio.

    Il mondo , che l’arte saccheggia per farne “altro”,per produrre “processi di senso” in un delirio di onnipotenza che l’artista coltiva, non è piu l’ interlocutore ,l’ambiente dove l’arte riverbera quanto crea,e dal quale attende risposte,ma un bacino dal quale attingere bulimicamente.

    Questa fame di senso è il sintomo di un disagio,non la sua cura.
    Le domande che l’arte si pone si moltiplicano quando la possibile risposta è semplicemente in un fare che dimentichi le domande.Recuperando un fare che abbia il coraggio di abbandonare le domande.
    Un coraggio e un’incoscienza che recuperi il piacere fine solo a se stesso.Finchè il pensiero sarà tiranno non sarà possibile trovare in gallerie d’arte quel piacere.

    La semplicità del piacere non è un buon argomento di vendita per il prodotto “arte”.

  • Le domande son sempre le stesse e le risposte le sappiamo oramai tutte,

    il problema è il cambiamento,

    questo si che nessuno vuole farlo..

    perché la modernità ha chiarito bene che tutto è prodotto e che alcuni sono anche consumatori,

    il prossimo futuro farà capire meglio chi sarà invece consumato…

  • DSK

    Che suono emette 1 allievo di Garutti quando fa l’ennesimo ready-made?
    Coccodè

  • DSK

    Dove tengono i ready-made pronti all’uso gli allievi di Garutti?
    Nelle buste dei “4 Ready Made In Padella” Findus

  • DSK

    Le teorie di Paola Pivi sono un po’ acerbe e immature?
    P.P. Calzelunghe