Dialoghi di Estetica. Parola a Paola Pivi

Dopo la collaborazione con l’Osservatorio Mostre e Musei della Scuola Normale di Pisa, su Artribune parte una nuova prestigiosa sinergia. Questa volta con il celeberrimo LabOnt dell’Università di Torino, il Laboratorio di Ontologia diretto da Maurizio Ferraris. I “Dialoghi di Estetica” iniziano con la conversazione tra Davide Dal Sasso e Paola Pivi.

Paola Pivi, One cup of cappuccino then I Go, 2007. Photo: Hugo Glendinning – Courtesy Kunsthalle Basel, Basel, Massimo De Carlo, Milano/Londra, Galerie Perrotin, Hong Kong & Paris

Consideriamo alcune tue opere: una pizza dal diametro di due metri e trentadue, cento cinesi in carne e ossa esposti uno accanto all’altro negli spazi della Galleria De Carlo a Milano e di Frieze Art Fair a Londra, un elicottero, un caccia e un camion che vanno gambe all’aria. Secondo te l’arte è ironia o sfida?
Ironia e sfida per me sono due degli ingredienti, ma nessuno dei due è il punto di partenza, che invece è il desiderio di fare un’opera, di rendere visibile un’immagine della mente. Ironia e sfida… due lati di una stessa moneta complessa. Nessuno dei due ha il sopravvento per me personalmente, ma per il pubblico potrebbe essere diverso.

Ma l’opera allora che cos’è: un’idea, un oggetto o, come si dice spesso, una rappresentazione?
Aggiungerei a queste tre una quarta possibilità: realtà. Fare arte per me vuol dire interagire e manipolare la realtà. Quando per esempio ho esposto il caccia Fiat G-91 sottosopra (1999) o il Piper Seneca, un aeroplano a 6 posti che ruota su se stesso all’ingresso del Central Park a New York (2012), non ho esposto né un disegno né un fumetto del caccia e del Piper Seneca. Questi sono oggetti veri e propri, non sono le loro rappresentazioni visive. E questo vale anche per i cinesi e la pizza, c’erano davvero prima di diventare immagini.

Paola Pivi, Camion, 1997. Photo: Paola Pivi – Courtesy Massimo De Carlo, Milano/Londra.

Possiamo dire che si tratta prima di tutto di agire, con e su un oggetto, nella realtà e in seguito di fissare questa azione con la fotografia?
Esatto. Manipolare la realtà per me vuol dire intervenire in un preciso momento e luogo su di essa. La performance è la forma d’arte più vicina a questo mio modo di concepire l’arte, perché nella performance il momento della creazione e della produzione di un’opera, la nascita di quell’opera e la sua percezione da parte dello spettatore, coincidono nel tempo e nel luogo terminando contemporaneamente con la definitiva scomparsa dell’opera. C’è un fascino particolare nelle ‘opere-performance’ che scompaiono e non saranno più disponibili alla vista diretta.

Insieme a installazioni e performance, lavori molto anche con la fotografia: un somaro finisce su una barca ben lontano dalla terra ferma, un leopardo passeggia silenzioso su centinaia di tazze di cappuccino. Anche per opere del genere la base è la realtà?
Assolutamente. L’asino era davvero sulla barca così come il leopardo si aggirava fra le tazze di cappuccino. Si tratta di performance anche in questi casi. E la fotografia è lo strumento che mi permette di fissarle e renderle visibili a chi non era presente al momento della performance. Talune sono performance pubbliche, mentre altre sono private. Untitled (zebras) (2003), le zebre sulla neve, sono state concepite fin dall’inizio come una performance privata. Invece, con il leopardo, doveva essere un evento pubblico ma, poiché il grosso felino spaventava molto, la performance è diventata privata.

Paola Pivi, Pizza, 1998. Photo: Di Paolo – Courtesy Massimo De Carlo, Milano/Londra

Spesso si suppone però che con la fotografia ci si allontani comunque dalla realtà. Optando così per la finzione…
Invece per me la fotografia di una cosa vera è un mezzo potente per rievocare la realtà, come se potesse essere ricordata. La fotografia mi permette di fissare a livello visivo qualcosa che accade nella realtà e di trasmetterlo direttamente all’osservatore.

Questo tuo interesse per la realtà mi sembra ancora più evidente in alcune opere: How I roll (2012), il Piper Seneca che ruota su se stesso compiendo continuamente il giro della morte, It’s a cocktail party (2007) e Untitled (vases) (2010). Tutte sembrano avere una caratteristica comune: l’interesse per il formalismo scultoreo che un comune oggetto potrebbe esprimere attraverso le sue fattezze. Semplici oggetti possono essere intesi come sculture?
Una volta una persona mi ha detto: “Il tuo grande talento è la scultura”. Penso che sia qualcosa di appena percettibile ma vero. Apprezzo molto la danza di relazione fra lo spettatore e la scultura o l’oggetto; per me tutti gli oggetti hanno un’anima, come se le cellule o gli atomi riuniti potessero avere una storia. Così ricreo la dimensione scultorea anche nelle opere fotografiche, attraverso le dimensioni, mirando a sottolineare una relazione fisica con lo sguardo e il corpo e il tempo di movimento dell’osservatore.

Paola Pivi, Tulkus 1880 to 2018, 2012 (dettaglio). Foto di Attilio Maranzano – Courtesy Castello di Rivoli, Museo di Arte Contemporanea

Parliamo di Tulkus 1880 to 2018, il work in progress da poco avviato con la mostra nella Manica Lunga del Castello di Rivoli. Aspiri a raccogliere più di mille ritratti fotografici di reincarnazioni riconosciute di maestri buddisti vissuti in precedenza. Anche questa opera permette di rintracciare un rapporto con la realtà?
In questo caso “alla lettera”, infatti ho raccolto migliaia di fotografie che esistevano nel mondo, che sono veri e propri oggetti sacri, raccogliendole presso monasteri, altari, negozi, fedeli, fotografi, collezionisti, archivi, musei, università in diverse aree del mondo dalla California alla Mongolia. I tulku ritratti nelle foto sono esseri umani istituzionalizzati dal riconoscimento ufficiale come tulku, venerati come figure divine, facenti parte del complesso sistema sociale del Buddismo Tibetano, la religione e cultura che si trova in Tibet e in altre parti del mondo. I pezzi in mostra sono foto vere prese dal mondo, anche se la definizione di tulku contempla la vincita sulla morte, un concetto lontano dalla realtà nella cultura occidentale.

Le foto diventano icone meditative, ma prima di questa mutazione dell’oggetto è il soggetto a essere speciale: chi è un tulku?
È un essere umano ufficialmente riconosciuto dal Buddismo Tibetano come la reincarnazione di un precedente maestro buddista. Un maestro che si reincarna in un tulku è una persona che studia e pratica il Buddismo a livelli così elevati da riuscire ad affinare capacità superiori, straordinarie e a noi sconosciute, che gli permettono di decidere in chi si reincarnerà e di comunicarlo agli altri. In questo modo nasce il tulku che verrà trovato e ufficialmente riconosciuto. Lo scopo di questa rinascita nel ciclo dell’esistenza è di aiutare tutti gli altri esseri senzienti. Alla base di questa capacità e compito si trova lo studio a livelli elevatissimi del Buddismo, che accompagna il tulku fin dalla tenera età. I tulku sono in grado di continuare a reincarnarsi in altri tulku per generazioni seguenti.

Paola Pivi, Tulkus 1880 to 2018, 2012 (dettaglio). Foto di Attilio Maranzano – Courtesy Castello di Rivoli, Museo di Arte Contemporanea

Come avviene il riconoscimento di un tulku?
Le modalità per trovare i tulku sono molto complesse. Semplificando moltissimo posso darvi degli esempi: nella tradizione Kagyu accade spesso che un maestro nasconda una nota che riporta il luogo, il tempo e il nome o parte dei nomi dei genitori, della propria futura reincarnazione. Questa nota viene solitamente trovata alcuni anni dopo la morte del maestro. Nella tradizione Gelug, sogni particolari o visioni appaiono a importanti lama o maestri che erano vicini al maestro nella sua vita precedente, e forniscono indizi per determinare le direzioni e le indicazioni da dare al “search party”, un gruppo di lama o maestri con il compito di compiere un viaggio alla ricerca della reincarnazione. Spesso segni prodigiosi appaiono alla nascita del nuovo tulku. Una volta individuato, il bambino tulku viene sottoposto a esami, fra cui il rinomato esame del riconoscimento di una serie di oggetti appartenuti alla precedente reincarnazione, riconoscendoli fra gruppi di oggetti molto simili. Sono gli altri tulku o gli altri grandi maestri che hanno il potere di individuare, riconoscere, ufficializzare il nuovo tulku.

Questo legame con la società è molto interessante. La tua è un’opera che invita a riflettere sul rapporto fra arte e spiritualità. Ma la sua immissione nel mondo dell’arte non rischia di metterlo a repentaglio?
Reputo il contesto dell’arte (pura) adeguato a contenere e non mettere a repentaglio nessun aspetto del mondo. Le immagini dei tulku sono molto potenti e in nessun modo modificate dal contesto.

Paola Pivi, It’s a cocktail party, 2008. Photo: Alessandro Zambianchi – Courtesy Massimo De Carlo, Milano/Londra, Galerie Perrotin, Hong Kong & Paris, Portikus, Frankfurt

Concordo sulla pregnanza delle icone, ma vengono esposte in uno degli spazi del mondo dell’arte…
Penso che il problema non si ponga: nello spazio espositivo coesistono gli oggetti sacri e la mia opera d’arte formata dall’accostamento di questi. Ritengo che la mia arte sia valorizzata dalla sacralità delle immagini e che le immagini siano veicolate dalla mia arte in questo nuovo contesto. Arte e spiritualità sono naturalmente legate dalla ricerca di una dimensione trascendente, a cominciare dai petroglifici.

Qualcosa da aggiungere?
Vorrei ringraziare Beatrice Merz, direttrice dei prestigiosi spazi del Castello di Rivoli che mi ha aiutato a finalizzare la prima mostra; Andrea Bellini, ex-condirettore del Castello, che ha accompagnato solidamente lo sviluppo di questo progetto fin dai suoi esordi con la visione dell’allestimento nella Manica Lunga; Davide Trapezi, il curatore, e le centinaia di persone e istituzioni che hanno reso possibile questo progetto.

Davide Dal Sasso

http://labont.it/

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è membro di LabOnt, il Laboratorio di Ontologia fondato da Maurizio Ferraris, e sta ultimando il dottorato di ricerca in Filosofia presso l'Università degli Studi di Torino. Le sue ricerche vertono in particolare sulla ricomprensione filosofica del concettualismo, sul ruolo della rappresentazione nelle diverse forme d’arte, sulle nuove possibilità esperienziali offerte dalle arti contemporanee e sulla riconfigurazione del discorso filosofico su di esse. È l’ideatore del format di discussione interdisciplinare "Dialoghi di Estetica" e della omonima rubrica di filosofia e arte attiva dal 2012 su Artribune. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, Milano-Udine 2014).
  • A mio parere il lavoro di Paola Pivi era molto più a fuoco agli esordi. Poi ultimamente ha person molto diventano un giochino surrealista dove nulla viene aggiungo al solito balletto del ready made….penso ci siano centinai di artisti impegnati su questo fronte….penso a Wilfredo Prieto recentemente all’Hangar Bicocca…..

    Significativo in questa ultima raccolta di foto di buddisti reincarnati come dalle foto non trapeli niente…sembra che la spiegazione, il TESTO, debba essere parte integrante. Diversamente a noi occidentali brutti insensibili e cattivi, sembrano tutte foto di amici e di avi del Dalai Lama….

    La verità è che ogni forma di turismo creativo e culturale (perchè no la prossima volta uno shuttle che dondola o una bella ricerca sulla cultura Talimacena delle Isole Puncutto in Malesia???) non serve a nulla se non si lavora sulle MODALITA’.

    E la Pivi lavora sempre sulla solita modalità come centinaia di suoi colleghi….

    E queste opere assumo visibilità e seguito (esistono?) solo nella misura in cui Paola Pivi può contare su una rodata rete di pubbliche relazioni e luoghi giusti dove mostrare le opere….perchè il Castello di Rivoli e non delle libere associazioni Tibetane…????? Perchè a cura di Gioni e non di quel giovane studioso di Cultura Tibetana che semmai viene anche perseguitato in Cina???????

    PLACE +RAYS (public relations): …plays…

    http://1.bp.blogspot.com/-RRHzEHEBlYk/TzBID9XbhDI/AAAAAAAAAGQ/UjpDdtAIhro/s1600/IMG_2529.JPG

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

      Eppure, tutti coloro che scrivono di “estetica” ci fanno sopra svariati e suggestivi discorsi filosofici, ne parlano sui libri sulle riveste d’arte, con la massima disinvoltura, con la più serena e imperturbabile sicurezza. Sembra quasi che vogiono dire: Con che mente, con che linguaggio interpretiamo le “brutture” di tanta arte contemporanea, senza mai aprire gli occhi su questo “Eden” che è la vita ? Poichè al di fuori della vita la parola, Arte non ha senso così come la disciplina “Estetica” non significa più “Arte”, ma soltanto intepretare (metafisicamente) ciò che potrebbe essere l’arte, se non addirittura un “mestiere tecnico” o un’istanza di un’essenza spirituale che significa vivere di estetica, o esistere, se non addirittura vegetare…

  • Gli “animalisti” non dicono niente?

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

      Caro Eugenio, forse gli animalisti non leggono Artribune ? Il problema è che in Italia è raro trovare gente che ama e rispetta con il “cuore” il mondo naturale. E’ sotto gli occhi di tutti il degrado dell’ambiente, l’incuria del paesaggio, del patrimonio storico-artistico e di tutti gli oltraggi ? Ma i vari responsabili di tutto questo fanno finta di non vedere?

  • Antonio

    Le fotografie presentate nella mostra “Tulkus…” sono gradevoli, colorate, luminose, allegre; l’esposizione è arricchita dalla presenza di alcune fotografie ottocentesche di provenienza britannica. Un’ottima miscela di buddismo (non manca un giovane Dalai Lama), esotismo, revivals vittoriani: perfetta per un reportage etnografico da pubblicare sul “National Geographic”; forse un pò meno per un museo di arte contemporanea…

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

      Che importanza può avere esporre un moderno” ready made”, fotografie o “oggetti etnografici ” in un museo contemporaneo. Non molta? Quello che bisogna mettere in evidenza è la scarsa rilevanza “estetica” di questi oggetti inanimati/animati – che qualcuno osa sbandierare come “originali opere d’arte”.

      A volte per colmare questa lacuna “estetica” , arrivano critici d’arte a colmare queste lacune estetiche, soprattutto linguistiche, lasciate sospese da altri esperti troppo specialistici. In più, molti nuovi “esperti” appaiono meno disponibili ad allinearsi totalmente con gli esperti dell’establishment dell’arte contemporanea, ed in effetti a loro conviene rispondere a certi linguiaggi omologati e non altri per non inimicarsi gruppi che hanno interesse ad avvalorare un certo linguaggio creativo. Un linguaggio non è tale soltanto quando detto da uno esperto. Non abbiamo la prova che un’opera d’arte è valida per il solo fatto di vederla esposta in un museo -mausoleo o di vederla in una performance o su uno schermo. Un oggetto non è un’opera d’arte soltanto perchè dietro di lei si intravedono sostenitori e critici d’arte che la avvalorano. Oggi tutto può essere montato, contraffatto e l’autenticità del linguaggio creativo è sempre più inafferabile.

  • Angelov

    Penso che ciò che caratterizza questi lavori, sia la condivisione di una specie di Impromptu, che vorrebbe esprimere quasi un sincronismo tra il balenare di una intuizione, nella mente dell’artista, e la sua quasi immediata fruizione da parte dello spettatore. Una processo creativo, dove si sia verificato il salto di un passaggio intermedio. In questo, l’oggetto si presenterebbe come se fosse già parte dell’immaginario dello spettatore. E forse è anche ciò che avviene nella catena di passaggio tra i Tulku, dove questo fulmineo processo ha anche una estensione trascendentale, oltre che mentale.

  • DSK

    Ingenuità Pivi-pivesche da lasciare di Dal Sasso. Ed in effetti Dal Sasso si limita alla funzione di registratore a pile scariche del pensiero-Pivi-pensiero. Paola, di quale “realtà” parli? Quella pivesca da te immaginata univoca, certa, monolitica, più vera del vero e più reale del Re esiste solo nella tua testa.
    Tra il percepito ed il percipiente si manifestano diaframmi che sono esattamente gli spazi ed i territori delle arti.
    E se le arti si possono definire tali anche in quanto si propongono come reperti atti ad una lettura formale, molte tue opere ad una verifica formale restituiscono il pregiudizio di un equivocato concetto di “realtà” che potrebbe persino essere definito “verismo”.
    Dal Sasso: “Spesso si suppone però che con la fotografia ci si allontani comunque dalla realtà. Optando così per la finzione…”. Dal Sasso, stiamo parlando di arte! Ma son domande da Ciprì & Maresco all’Onto-unto-Lab – no? Pivi rimane strakonvinta: “La fotografia mi permette di fissare a livello visivo qualcosa che accade nella realtà e di trasmetterlo direttamente all’osservatore”. Pensa alle foto dei matrimoni, forse. Xò pure quelle selezionano gli sposi e non l’imboscato al pranzo di nozze.
    Tanti ready made neo-duchampiani kari al kuartetto di kritici di Italian Area ed i loro amigos di inciuci.

  • Franco Ruotolo

    il sistema dell’arte è quello che piu di altri riesce a dare valore aggiunto a prodotti e operazioni di una banalità unica.
    Quelle della Pivi compresa.

  • RED

    UNA DOMANDA : MA A CHI PIACE LA PIVI? ME LO CHIEDO PERKE’ IN VITA MIA NON HO INCONTRATO ANIMA A CUI PIACESSE. ALLORA PERKE’ GRANDE ARTISTA. DOMANDA

  • È piaciuta o piace a De Carlo e Gioni..questo è sufficiente. Anzi era sufficiente, e poi si vive di inerzia. E allora dopo va bene tutto? Tibet, Madagascar, New Mexico…

  • DSK

    Ke risposte la Paola Pivi! Agghiagghiantizzime! Pivi utilizza alcune pratiche artistiche come meri strumenti di comunicazione, senza una riflessione sulle implicazioni teoriche in esse sottintese. Le ha fatte proprie, evidentemente mutuandole da altri: “Questi sono oggetti veri e propri, non sono le loro rappresentazioni visive. E questo vale anche per i cinesi”.
    L’opera a cui si riferisce (qui fotografia) mostra in tutta evidenza una selezione molto attenta di figure assai vicina allo stereotipo astratto dell’idea rappresentata. Ma tranquilli, x Pivi è tutta “realtà vera e propria”. Pensa che lavorare sugli stereotipi sia un modo di eludere la lettura formale dell’opera…e qui la fotografia viene utilizzata come una specie di fotogiornalismo x performance, documento inconfutabile e certo della sua immaginata “realtà vera e propria”. Leggete un po’ cosa scrivono di quest’artista priva di una solida base teorica nel database Italian Area:
    “Quello che è importante nei suoi lavori è l’intenzionalità, il presupposto concettuale: la realizzazione pratica può anche essere affidata ad altri”.

  • franco

    Una valanga di pippe mentali.Appena entri in una galleria d’arte tutto diventa pieno di significati e valenze….il vuoto da riempire deve essere immenso.

  • franco

    Cosa significa vivere in un mondo in cui qualsiasi cosa puo essere un’opera d’arte?
    Ad ogni modo la mia tesi e che,una volta posta la domand,qualsiasi cosapuo essere un’opera d’arte e che di conseguenza,la storia dell’arte intesa come ricerca dell’autocoscienza eè giunta alla fine.Arthur Danto,2000.

  • danto non diceva proprio così ma va bene. La Pivi è figliastra degli anni 90, e i primi lavori giocavano su un atteggiamento anche interessante, forse la martin creed italiana….poi si è persa, e in ragione di buone pubbliche relazioni riesce ad andare avanti di inerzia…peccato.

    • martino creed

      sei un pirla perchè non sai che io e la paola eravamo fidanzati!

      • eh vedi c’avevo preso :)

        “un pirla”…..tu sei di milano…e la fabbrichetta?

  • l’opera nasce dove si incontra intenzione (dell’artista), contesto e spettatore. Ma opera a 360 gradi, può essere un cappuccino, una chiesa una famiglia. ..ecc

  • DSK

    Ankora su Pivi… Dubito ke il lavoro di 1 artista priva di rigore possa produrre opere kon “presupposti concettuali” (vedi quel ke dicono di lei i furbetti di Italian Area). Non basta demonizzare la pittura, far passare ready-made puri (ankora! roba da studenti) per sculture e farsi farsi fare le opere dagli altri per raggiungere un rigore teorico. Quelle di P.P. sono soluzioni non dissimili dalle idee di designer, grafici ecc… lei le esprime attraverso pratiche artistiche quali performance, fotografia che hanno come target preferenziale i musei d’arte contemporanea. Il pret-a-porter di Italian Area ha creato tanti equivoci e avvelenato un’intera generazione di critici. Ma ke le ha insegnato prof-prof Garutti?

  • DSK

    Ecco il testo critico nella pagina della Paola Pivi sul database “Italian Area”. Di poetica non se parla perché, in effetti, una poetica non c’è. Scrivono di “presupposti concettuali” – ma quali siano non ce lo dicono:

    “Già vincitrice del Leone d’oro alla Biennale di Venezia (1999) e della borsa di studio del PS1 di New York, Paola Pivi ha alle spalle un lungo percorso di ricerche ed esperienze.
    I suoi lavori sono incursioni che stravolgono il nostro modo di vedere e vivere il quotidiano: giocati sul doppio binario di spettacolarità e semplicità offrono generalmente spostamenti di senso che tendono però ad alimentare una relazione tautologica con le cose.
    Una formazione e un interesse scientifici emergono dalla sua creatività. Ama proporre un disordine tra le grandezze, un continuo passaggio dal gigantismo alla miniaturizzazione.
    Quello che è importante nei suoi lavori è l’intenzionalità, il presupposto concettuale: la realizzazione pratica può anche essere affidata ad altri.”

    http://www.italianarea.it/index.php//?idartista=1340032977

    • fausto

      cosa stravolgono il nostro modo di vedere e vivere quotidiano? cos’è un terremoto ?

  • Modeele beele by Beecroft?
    Niet. Cineesi by Piivi

    Dove vanno a pescare i ready-made gli allievi di Garutti?
    All’ufficio concetti smarriti

    Le teorie di Paola Pivi sono un po’ acerbe e immature?
    P.P. Calzelunghe

  • thomas nadal poletto

    domande semplici e montate sottilmente che fanno emergere la debolezza delle risposte: “Reputo il contesto dell’arte (pura)” – “Penso che il problema non si ponga” – “Vorrei ringraziare Beatrice Merz”.

  • DSK

    Paola Pivi > installazioni naif? Pure nella pratica pittorica vi sono artisti che arrivano ad ottenere effetti visivi efficaci e di un certo impatto anche in assenza di una preparazione data dallo studio di medium, disegno, teoria e storia dell’arte. Vengono etichettati come naif. Mi chiedo se si possano definire alcune opere di Paola Pivi (considerando le sue evidenti lacune teoriche) come “installazioni naif”. Chi conosce certi ambienti museali dell’arte contemporanea sa che il raggiungimento di “effetti” visivi (e le esigenze espositive degli spazi) oggi risultano assolutamente preponderanti sulle motivazioni di pensiero che li determinano; esse rimangono sullo sfondo evocate in modo fumoso e, direi, letterario.
    In parallelo, tale percorso finisce per generare riviste pensate in fotocopia. Mimano 1 stile attuando la prassi dove i “concetti” vengono indebitamente sovrapposti ad interpretazioni critiche di cattiva letteratura, in cui tuttavia centrali snodi teorici sono attentamente evitati, elusi, rimossi.

  • ginevra

    Spero che sempre meno soldi pubblici siano investiti in operazioni che portano a produrre racconti e/o oggetti mitologici che si vogliano far passare per culturali.
    Certi giocattoli li paghi chi vuole spendere i propri soldi per ..quello che preferisce.E gli dia i nomi che preferisce,Arte,cultura,estetica,senso.Faccia pure.
    Per prendersi per i fondelli da solo.

  • gabrio

    sembra un’intervista organizzata ad hoc per rimediare alla magra figura della Pivi durante Il Testimone di Pif..

  • Silvana Pastore

    I lavori di Paola Pivi creano emozioni forti . La realtà -manipolata – è trasferita nella categoria dell’assurdo e si vengono a creare degli assoluti . E’ lo stessa emozione provata davanti alla vera poesia: tutto non poteva essere detto che in quel modo…. sublime, assoluto….poetico. Proprio come i lavori di Paola
    Ecco lei crea degli “assoluti” che colpiscono e rimangono incisi nella memoria.
    L’ultimo lavoro, gli ” orsi” , presentati a New York, hanno un aspetto ludico e … sono perfetti. Ci richiamano alla memoria ricordi lontani che si riaffacciano … e sono splendidi nei loro colori e nella loro disinvoltura. . Vorrei andare a vederli dal vivo… chissà.