Il Satiro e il Giovinetto. Turisti per caso o per errore?

Viaggiatori, globetrotter, turisti, nomadi. Ai capolavori di Sicilia piace moltissimo andarsene a zonzo. E non c’è decreto che tenga: inamovibili per un assessore, per quello dopo sono pronti a qualsiasi viaggio. È già partito il Giovinetto di Mozia, per celebrare le Olimpiadi di Londra, e sempre a Londra sta per andare il Satiro Danzante. Ma è sicuro che siano sicuri? Nel dibattito tra i fautori del sì e quelli del no, si parla anche di scambi. Ed ecco cosa la Sicilia avrà in prestito, nei prossimi mesi.

Satiro danzante

Mandare in giro per il mondo le grandi opere d’arte oppure tenerle sotto inviolabile custodia delle soprintendenze locali? Annosa questione, che ha visto spesso l’Italia dividersi tra quei critici, storici e amministratori propensi a un’oculata difesa del genius loci, e quegli altri, invece, più globalizzati, favorevoli al transito internazionale dei gioielli di famiglia.
Se n’è parlato a proposito dei Bronzi di Riace, richiesti qualche anno fa dal Museo Puskin di Mosca e gentilmente negati. Troppo delicati, troppo significativi per la città che gelosamente li tutela, troppo titanici – in senso fisico e metaforico – per avallarne il prestito.
Della questione si discute di nuovo, in questi giorni, a proposito del Satiro Danzante di Mazara del Vallo, perla d’età ellenica che sta per spiccare il volo in direzione Londra: sarà uno dei maggiori protagonisti della mostra che raccoglie i più preziosi bronzi di tutti i tempi, programmata per il 15 settembre alla Royal Academy of Arts. I due eroi di Riace non ci saranno neanche stavolta. Il Satiro sì.
In realtà, la circolazione di masterpiece più o meno noti non sarebbe di per sé una cosa da demonizzare. Che male c’è, in generale, a consentire lo scambio di tesori importanti, figli di gloriose storie locali, ma appartenenti al mondo intero in quanto eccellenze dell’ingegno umano? Nessuno. L’arricchimento culturale di popoli e Paesi passa anche e soprattutto da qui: mobilità, incroci, cooperazioni.

L’auriga di Mozia

Ci sono casi, però, in cui la regola non è così scontata. E sono quei casi in cui il capolavoro ambito appartiene in maniera indissolubile a un territorio. Radicamento e assimilazione: opere che diventano frammenti di un paesaggio, come una montagna, come il mare lungo la costa, come una cattedrale o una quercia secolare. Cose che scandiscono il senso di una geografia identitaria, aperta ma inequivocabile.
Identità: parola démodé? Può darsi. Ma quando si parla, per l’appunto, del Satiro – inestimabile reperto, rinvenuto nel 1997 nei mari dello Stretto di Sicilia, fra Trapani e la Tunisia – la faccenda si fa più chiara. Alla scultura è dedicato un piccolo museo nella cittadina di Mazara del Vallo, dove i turisti si recano con tutta l’eccitazione e la suspense del caso: trovarsi davanti al relitto marino mutilato, sulla cui pelle lucida si condensano l’aura del sacro e della storia, è un’esperienza non da poco. Qualcosa che ha che fare con la commozione, con la luce radiosa del mito. Come lasciare a bocca asciutta i pellegrini, smaniosi di contemplare la millenaria reliquia? Imperdonabile manchevolezza. Soprattutto per una terra che in fatto di turismo culturale, servizi museali, tutela e valorizzazione delle proprie risorse artistiche ha ancora tutto da imparare. Insomma, il museo del Satiro senza il Satiro? Un nonsense.

Bronzi di Riace

E poi c’è la questione della sicurezza: la statua è delicatissima. Farla viaggiare – come è già accaduto nel 2005, quando fu spedita in Giappone per l’Expo Universale di Aichi, e poi nel 2007, quando raggiunse il Louvre per una mostra su Prassitele – è un azzardo. E nonostante in tanti (vedi l’ex soprintendente di Trapani Sebastiano Tusa) siano critici nei riguardi di questi continui tour che ne insidiano l’integrità, pare che il via libera sia giunto da accreditati esperti. Le precauzioni ci sarebbero tutte. Per il trasporto sarà utilizzata una struttura in fibra di carbonio e kevlar, inserita in una cassa imbottita, per prevenire ogni minimo urto. Mentre a seguire le operazioni di smontaggio e imballaggio ci saranno i tecnici dell’Istituto Centrale di Restauro di Roma. Scrupoli sufficienti? Forse. Ma il rischio non è mai riconducibile allo zero.
In verità, nel non troppo lontano maggio del 2007, l’allora assessore regionale ai Beni Culturali Lino Leanza partorì un decreto che sanciva, per 21 capolavori siciliani, l’impossibilità di qualsiasi spostamento oltre i confini dell’isola: inamovibili, senza se e senza ma. La sentenza arrivava proprio a conclusione della permanenza del Satiro a Parigi. Doveva essere, quello, l’ultimo suo soggiorno all’estero. In occasione del rientro dell’opera, fu Gianfranco Miccichè, ai tempi presidente dell’Ars, a commentare l’effettivo fallimento di operazioni di tale natura: “La Sicilia ha il meglio del patrimonio artistico e culturale che esiste nel mondo. A Parigi, per vedere il Satiro Danzante si pagavano 10 euro, ma il nostro assessorato non ha incassato nemmeno un centesimo. Ha ragione l’assessore Leanza quando sostiene che, se vogliono in prestito le nostre migliori opere, devono darci in cambio la Gioconda”. Ed ecco la questione nodale. Spostare opere straordinarie, con tutti i rischi di sicurezza annessi e con un chiaro indebolimento dell’offerta culturale locale… Ma in cambio di cosa? A voler essere equi, i cugini francesi avrebbero dovuto spedire in quel di Mazara la Nike di Samotracia, per esempio. Figuriamoci. Inutile anche solo provarci. E allora, in quel caso, ci si accontentò della Venus Genetrix e della Supplice Barberini, copie del IV e del II sec a.C.

Satiro danzante

Toccò all’esimio professore Salvatore Settis, nel 2008, fare le spese di questo improvviso rigore. Per la sua mostra al Palazzo Te di Mantova, La Forza del bello, arrivò un categorico niet: il Satiro, star dell’evento, non lo vollero sganciare. Per non deludere il turismo di primavera e per non metterne e repentaglio, nuovamente, l’incolumità.
Eppure, nonostante il dietrofront delle autorità rispetto alla politica del prestito facile, i capolavori di Sicilia hanno ripreso a viaggiare. Il decreto Leanza? Ormai è carta straccia.
Le trionfali tournée proseguono con zelo: nessun problema di sicurezza, nessuna preoccupazione per il flussi turistici. Merito di chi? Del dirigente generale dei Beni Culturali, Gesualdo Campo e del recentemente dimessosi assessore Sebastiano Missineo. Sono loro che hanno chiuso l’accordo per il prestito del Satiro alla Royal Academy e sempre loro hanno fortemente voluto quello dell’Auriga, prelevato dal Museo Whithaker di Mozia e spedito quest’estate a Londra per le Olimpiadi. Lo splendido Giovinetto marmoreo è ancora là, nella sala numero 18 del British Museum, accanto a un frammento del fregio del Partenone, in attesa di altre tappe niente male: tra aprile e agosto del 2013 sarà al Getty di Malibù e poi, quasi certamente, al Museo di Cleveland, per due tappe della mostra Sicily: Between Greece and Rome.
Occasioni prestigiose, d’accordo. Buone per fare marketing internazionale con le bellezze di casa. A incassare – biglietti e consensi – sono però solo i musei stranieri. E la Sicilia? Qualcosa arriverà, come sempre. Pietre miliari del patrimonio archeologico britannico? Meraviglie dell’Ottocento romantico? Macché. Arte contemporanea, stavolta. Destinazione: Museo Riso.

L’auriga di Mozia in mostra al British Museum di Londra

Dal servizio museografico apprendiamo che in cambio del Satiro Danzante la Royal Academy darà una decina di opere dalla sua collezione di contemporaneo, mettendo a disposizione nomi come Tracey Emin, Anish Kapoor, Antony Caro, Tony Cragg. Ancora in via di definizione la scelta dei pezzi (che ci auguriamo non siano disegni e sculturine), anche se, come precisano, c’è da capire come fare con la questione costi. Se le spese per il Satiro erano a carico del museo inglese, queste graveranno sulla indebitatissima e agonizzante Regione Siciliana. Bilancio 2013? O forse quei famosi fondi Po-fesr che fecero scoppiare il caso Riso mesi addietro? Staremo a vedere, sempre che l’affare non si areni nella solita, caliginosa ignavia.
Per quanto riguarda l’accordo col museo americano, fu lo stesso Missineo, due mesi or sono, ad annunciare soddisfatto che “una selezione delle opere di arte contemporanea della collezione del museo di Cleveland saranno in mostra a Palazzo Riso da febbraio a marzo del 2013”.
Beh, la sproporzione è lampante. Kapoor, Emin, o magari un Balkenhol, un Clemente o un Donal Judd arrivati dall’Ohio? In buona sostanza è come se il Louvre concedesse la Gioconda all’Italia, in cambio di un Cattelan, una Beecroft o un Castellani (con tutto il rispetto). Che cosa ci sia di conveniente in operazioni di questo tipo non è chiaro. Costosissime (anche solo in termini di trasporti e assicurazione), con poco appeal per il pubblico, ma soprattutto prive di qualsiasi proposta progettuale. Mostre-pacchetto, basate su scambi appetibili solo per la controparte, che nulla investono in termini di idee, spunti di critici, ricerca, coinvolgimento del territorio. Quanta gente accorrerà a guardarsi un neon della Emin a Palermo e quanta farà ore di coda per ammirare il Satiro a Londra? Un affare clamorosamente in perdita.
Ancora una volta i fondi  pubblici annegano tra le acque opache di una inefficienza fatta di proclami e fuochi d’artificio: inconsistenza e vecchi cliché, tra mitologia della conservazione, sindrome da colonia e ostentazione del feticcio straniero. Il piacere perverso di essere terra di conquista, sempre e comunque, non ci abbandona.

Satiro danzante – Museo del Satiro – Mazara del Vallo

Dunque, in luogo di un museo che – impiegando gli ancora stagnanti fondi europei – aveva elaborato un piano triennale di produzioni, con mostre inedite, laboratori, servizi, didattica, residenze, contaminazioni col mondo del cinema, della musica e del design, ci si ritrova un museo con una piccola, modestissima permanente, a cui affiancare, di volta in volta, il frutto di sbilanciati e dispendiosi baratti. Fine delle trasmissioni. In attesa che Gesualdo Campo molli le redini del commissariamento di Riso e venga individuato un direttore, ci preoccupiamo solo che a fare le spese di tutto ciò, stavolta, non siano il flebile Giovinetto di Mozia o il fragile Satiro. Zeus, da lassù, ha già pronta una raffica di saette infuocate. Impunitas semper ad deteriora invitat.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • A.S.

    povero sud….

  • silvia

    Lo scambio appare sbilanciato e non a favore della sicilia. Sembra quasi una logica di elemosina più che di scambio, e se anche fosse genuino(e c’è da dubitarne), in effetti alla sicilia più che le opere delle star, servono altri tipi di iniziative citate sopra: residenze, contaminazioni, archivi, ecc.

  • mariagrazia

    La Sicilia è da sempre terra di conquista e, seppure con modalità diverse, continua a porsi in una posizione di sudditanza e inferiorità. Dalle basi militari ai prestiti di opere d’arte sbilanciati.
    E le volte che si è cercato di costruire qualcosa di intelligente e di cui andare orgogliosi, come il Museo RISO (con l’archivio SACS, le residenze, le studio visit dei curatori) tutto finito e scomparso, improvvisamente e senza un motivo razionale. I tipici misteri siciliani.

  • Greta

    “inconsistenza e vecchi cliché, tra mitologia della conservazione, sindrome da colonia e ostentazione del feticcio straniero. Il piacere perverso di essere terra di conquista, sempre e comunque, non ci abbandona”.
    … Una terra che non produce, che non sa più inventare.

  • Pasquale Amato

    Sono pienamente d’accordo con l’autrice dell’articolo e con la legge a suo tempo varata dall’assessore Leanza.
    Dal 1981 abbiamo sempre impedito tutti i tentativi di strapparci i Bronzi di Riace, anche di recente.
    Il 24 agosto abbiamo ottenuto un consenso unanime all’idea che essi sono le opere identitarie e inamovibili del Museo Nazionale della Magna Grecia e ci stiamo ancora battendo per accelerare i tempi del ritorno dei due capolavori nel loro Museo rinnovato.
    Ma abbiamo capito da molti anni che i politici, lasciati a decidere da soli, spesso possono cedere a tante tentazioni. Se invece è la società civile e la cultura ad assumere l’iniziativa, sono bene o male costretti a prenderne atto.
    Invito tutti coloro che non sono in Sicilia d’accordo su questi “regali” gratuiti a chi ci tratta come coloni cui dare qualche insignificante mancia in cambio di opere insignificanti , a contattarmi all’e-mail [email protected] e a chiedere l’amicizia al facebook del Premio Mondiale di Poesia Nosside. Dobbiamo fare sinergia per finirla con i comportamenti succubi dei colonizzati.
    Cordialmente,
    Pasquale Amato
    Presidente del Premio Nosside
    e Socio Fondatore del Comitato per la Difesa e la Valorizzazione dei Bronzi di Riace e del Museo Archeologico Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria.

  • Alfonso Leto

    …Allora aveva ragione Herman Goering a dire: “”Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola”. Si, era un nazista, certo, ma scartando questa esclamazione dall’ingombrante imballaggio del suo dicitore, ne vien fuori, spontaneo, sonoro, pertinente, un motto spendibilissimo anche ai nostri giorni e soprattutto quando si legge una notizia come questa.
    E , se pur con tutto il rispetto di artisti di valore e anche interessanti come Tony Cragg e Anish Kapoor, mi tornano alla memoria i rigattieri degli anni sessanta e settanta che tessevano le provincie siciliane chiedendo anticaglie in cambio “moderni” mobili impiallacciati in fòrmica o similtek: fu così che si svuotarono le case di oggetti pregiati e si riempirono di prodotti dell’industria che si deteriorano nel giro di pochi anni.
    Ora, dico io, quando grigi figuri come Missineo (ma ricordiamoci che abbiamo avuto pure gli Antinoro, i Leanza , gli Armao…) e affini, hanno in mano potere di vita e di morte della cultura siciliana e dei suoi Beni,….c’è da mettere davvero “mano alla pistola”.
    DIce bene Helga che si tratta di un “affare” tutto in perdita per la regione siciliana. e transitivamente, per i musei siciliani e per noi. C’è una sorta di sperequazione in questo “scambio”, tutta giocata a favore del museo londinese che accoglierà il Satiro. Non sto alludendo a una scala gerarchica tra la creatività del passato e quella contemporanea in un ideale e globale mercato dell’arte senza barriere storiche, dico invece che una scala di valore nel mercato della fruizione dell’arte c’è e alla Royal Academy non sfugge affatto di aver fatto uno scambio supervantaggioso in tutti i sensi. Quando i capolavori del passato di scambiano con grandi opere contemporanee è come se, per una idea bizzarra di numismatica, si scambiasse una pregiata moneta della Magna Grecia con una diecina di cartemonete di euri, magari di grosso taglio, usciti freschi freschi dalla zecca dello stato. Solo dei fessi come i “nostri” Missineo ( e affini) possono presentarlo come un affare . O magari l’affare, loro, lo hanno fatto veramente!

  • Cristiana Curti

    Nel testo della Marsala appare finalmente una regola che sembrava non fosse troppo di casa su Artribune: la sostanziale pericolosità dei “viaggi” di nostre opere archeologiche di estrema fragilità e deperibilità.
    Passa invece il concetto, per me discutibile anche se comprensibile, dell’opera archeologica di richiamo che rappresenta l’identità geo-politica di un luogo (auriga di Mozia=Sicilia; bronzi di Riace = Calabria).
    Se è verissimo che il piccolo Museo di Mozia è straordinariamente affascinante proprio a causa della presenza della magnifica statua, peraltro di origini forse orientali (pare efesine) poi trasportata nell’isoletta dopo la presa di Selinunte dai Cartaginesi (quindi, eventualmente, dovrebbe essere un emblema della superiorità punica = nord-africana sulla Magna Grecia?), è altrettanto vero che l’efebo, così come i bronzi di Riace (forse greci, magnogreci o addirittura proprio sicelioti anch’essi), più che rappresentare una regione italiana rappresentano la nostra Cultura in toto. Se c’è identità (e c’è) è nazionale.
    Tant’è che lo scambio preteso avverrà con emblemi della cultura nazionale (contemporanea) inglese.
    Impariamo a pensare che queste nostre opere sono nazionali e come tali vanno considerate, anche attraverso un’adeguata e definitiva legislazione che impedisca gli arbìtri del momento.
    Ma purtroppo l’esiziale circuito da fiera che il povero efebo dovrà sostenere fu reso possibile dalla firma di due potentotti locali, non in virtù di una legge dello Stato.
    Contesto che l’accento sia posto sull’inopportunità di un viaggio in nome di una rivendicazione localistica (e quindi solo per evitare la spoliazione temporanea di un museo siciliano, calabro, emiliano, toscano, anche se pure questa sarebbe già una valida ragione per dire no…) della nostra arte più preziosa e fragile, che andrebbe protetta e promossa là dove il Caso la reperì e dove dovrebbe essere messa in condizione di essere pubblicizzata nel più ampio contesto del patrimonio archeologico locale.
    Ed in effetti è giusto che anche i bronzi di Riace rimangano (tornino presto) nel museo di Reggio dove ebbero sempre un’ottima ospitalità; un Museo, fra l’altro, di straordinaria importanza e bellezza. Ma vi devono rimanere perché sono “nostri” (italiani, del mondo, infine) e soprattutto perché sono “fragili”, estremamente delicati e per definizione intrasportabili a patto di gravissimi danni. Non perché siano il gonfalone di una specifica Città, ma perché, capitati in quella Città e non in un’altra, sono il gonfalone delle radici della nostra cultura che quella Città e non un’altra protegge, ha in carico (e per questo compito dovrebbe essere aiutata da tutto il Paese).
    Vista così la cosa, i bronzi di Riace, l’Auriga di Mozia, il Satiro di Mazara, ma anche la Diàtreta Trivulzio al Museo Archeologico di Milano sono di tutti noi (proprietà di tutti noi) e tutti noi siamo obbligati ad averne cura, non solo una Regione o un Comitato scientifico locale che pochissimo può fare nei confronti di una politica sempre più devastante nei suoi movimenti elefantiaci allorquando si tratti di scambi culturali con musei stranieri, leciti e auspicabili, solo se condotti ad armi pari e da competenti accademici.
    Quando impareremo che l’arte e la cultura devono essere ANCHE “guadagnate” e quando impareremo che la sottrazione dai luoghi d’origine di questi reperti è contro ogni buon senso: d’opportunità, di storia, di arte?
    Saremo un giorno pronti a strappare gli affreschi della Villa dei Vettii se al Fogg Art Museum (per fare un nome qualsiasi) venisse mai in mente di coordinare una monumentale rassegna sulla vita quotidiana nell’antica Roma?

    E chi se ne frega della Gioconda a Palermo (ma verrebbe poi a Palermo, o non sarebbe piuttosto accaparrata per qualche sontuosa celebrazione in Capitale?): chi la vuole vedere (ammesso che vi riesca dietro tonnellate di carne umana febbricitante) vada al Louvre, dove ha ragione di essere e da dove i francesi, che non sono stupidi come noi, non permetteranno mai venga rimossa per le brame effimere di un politicante qualsiasi (parigino? di Neully?) che sulla pelle di un oggetto (questo sì) senza prezzo ha sicuramente ottenuto per sé una lauta prebenda.

  • Cristiana, non intendevo dire che un’opera appartiene a una città e basta. Anzi, ho scritto proprio che i grandi capolavori sono di tutti e che in linea di massima è bene favorire gli scambi.
    Ma in certi casi – assodato che la preoccupazione principale dev’essere la sicurezza dell’opera stessa – si stabilisce una identificazione, una assimilazione forte tra un luogo e un’opera (anche se si tratta di un ritrovamento casuale). A Mazara è stato costruito un museo dedicato al Satiro, un museo che se ne prende cura, lo protegge e lo mostra al pubblico. E la gente arriva là anche per vedere quel Satiro, che ormai un po’ è parte del paesaggio stesso. Se un turista arrivasse e vi trovasse, in sua vece, un’opera di Trecy Emin… Beh, come crede che ci resterebbe?
    Ovviamente la mia è una piccola provocazione: dire che la statua è come una cattedrale o una montagna è un po’ un’estremizzazione. Ma se quando il museo nacque – nel 2003 mi pare – la campagna promozionale ufficiale aveva persino ribattezzato la città in Mazara del Satiro, anzichè Mazara del Vallo, un motivo c’è. Le identità sono sempre mutevoli e fluide, certamente. Ma i legami esistono, tra i luoghi, le cose e le persone. E il “prendersi cura” attiene proprio alla natura di questi legami…

    • Cristiana Curti

      Immaginavo la Sua risposta. Ma insisto comunque nel dire che la questone identitaria (innegabile) fra una città (in genere piccola o decentrata) e un reperto archeologico straordinario lì ricoverato, noto in tutto il mondo, può essere foriera anche delle aberrazioni che Lei qui denuncia. Il permesso di muovere l’efebo di Mozia non viene forse da un politico della Regione Sicilia temporaneamente (molto temporaneamente) assessore? Perché non riusciamo a svincolarci dal particolarismo e in Ministero non ci si pronuncia (attraverso organismo accademico, NON per sentenza inappellabile di politici insipienti) per una carta che sancisce l’impossibilità di concedere alcuni prestiti, con riguardo ai beni archeologici più fragili e soprattutto per occasioni che non hanno un importantissimo carattere scientifico (tanto che si giunge all’assurdità che si nega a una mostra di Settis ciò che si concede ad altri)?
      I bornzi di Riace “sono” Reggio, si sa. Ma sono anche miei. Perché dovrei sopportare che un politico qualsiasi ne possa disporre il loro (non sia mai) trasferimento?
      Se il particulare diventa universale (se quello che è sentito come la “perla di Mozia” diventa la “perla d’Italia”), la risposta degli italiani a fronte di simili assurdità potrebbe essere assai più che la totale indifferenza che regna ovunque (mi pare, salvo per alcuni) in questioni di questa natura.
      Se si capisse che non è solo una faccenda di Sicilia colonizzata (che pure è eccome, e lo si vede dalla natura dello scambio – simile a quella dei conquistadores che portavano specchietti agli indigeni americani in cambio di piastroni d’oro), ma di Italia colonizzata, forse – dico forse – qualcuno in più si lamenterebbe, e non solo gli addetti ai lavori.

  • Ma certo Cristiana, che sia un problema italiano è indubbio. E’ una faccenda che riguarda tutti, mica solo i calabresi o i siciliani. Sulla regolamentazione da parte dei governo centrale se ne potrebbe discutere, è un ottimo spunto (e grazie sempre per i suoi contributi appassionati e intelligenti).
    Ad esempio, per ora in Sicilia il dibattito è molto forte tra chi chiede una applicazione totale e autentica dell’autonomia, e chi invece chiederebbe l’intervento di commissari romani per salvarci dal baratro. E’ una questione complessa, che riguarda la gestione di tutto, non solo dei beni artistici. Scontro duro sul tema.

    • Cristiana Curti

      La Sicilia potrebbe essere la nostra “Svizzera” (mi lasci passare il paragone azzardato e semplicistico, metafora per il più storico “granaio di Roma” se anche questo non sembrasse troppo centralista e sottomesso). L’abbiamo sempre trattata, noi Italiani per primi, come colonia quando andava bene e come problema (per la diffusione del sistema mafioso) quando andava male. Mai si è risolto qualcosa, malgrado il suo statuto speciale. Dicono che la “questione meridionale” non si sia mossa dai tempi di Tomasi (anche se io credo di no). E i Siciliani, temo, tranne alcune grandissime figure intellettuali e politiche (quasi sempre inascoltate) e una parte ormai non più piccola di popolazione che non si dà per vinta, hanno lasciato fare. Ma cosa sarebbe l’Italia senza la Sicilia (o la Calabria)? Io non potrei pensare a un’Italia senza le radici della sua pianta.
      Non so a che potrebbe portare una “totale autonomia” (non conosco l’argomento nello specifico), che è cosa che un poco mi spaventa e sa di separatismo estremo, ma so a cosa potrebbe portare un commissariamento. Nell’80% dei casi, in Italia, a nulla di risolto, se non a un peggioramento della situazione precedente. Qualche volta a un successo. Dipende solo da CHI interviene. E da chi lo accompagna e con quali risorse. Se ne sta parlando demagogicamente come se la Sicilia fosse la “Grecia di casa nostra”, come se potessimo pensare che una parte di noi debba essere abbandonata per far sopravvivere gli altri. Niente di tutto questo ha senso per me…
      E le “cose d’arte” sono di tutti per antonomasia. Non dico che dovrebbero diventare intangibili oggetti di culto, tutt’altro: anch’io sono per moltiplicare le occasioni internazionali di prestito e di scambio di opere per farne godere anche il centro storico più remoto del Paese. Ma – paradossalmente – avevano maggior tutela (termine che ho usato recentemente con significato ben diverso) sotto l’occhio di Spadolini che fondò e riformò le leggi di conservazione e promozione del nostro patrimonio. Checché se ne dica, quella stagione “iniziale” (un po’ garibaldina) di un Ministero di uomini e donne COLTI e molto battaglieri fu forse la migliore in quest’ambito dopo la seconda Guerra mondiale, anche per la Sua regione.
      Il senso di scollamento da parte del cittadino per la gestione della cosa pubblica, oggi, ha investito malauguratamente anche la Cultura che una volta ci faceva sentire comunque tutti parte di un unico suolo.
      Palazzo Riso era un nuovo faro che faceva ben sperare, anche per alcune mostre e attività di ampio respiro (non sono addentro alla sua storia come lo è Lei, naturalmente) che mi piacquero moltissimo, e questo solo un anno e mezzo fa. Io vedo le cose da fuori e mi perdonerà una certa approssimazione di giudizio. Sono pubblico. Non dovunque in Penisola si aveva questa speranza.
      Considero un avvenimento culturale italiano come fosse sempre “nel” cortile di casa mia, nel bene e nel male. E’ per questo che mi dispiaccio per l’indifferenza di molti anche in queste questioni che paiono marginali, mentre sono segni pericolosi di nuove mani incompetenti su cose delicatissime e importantissime per il nostro futuro.

  • And

    Ottimo articolo Helga, concordo dalla prima all’ultima riga. Ed è un piacere leggere le osservazioni puntuali di Cristiana.
    Se posso aggiungere una mia testimonianza: sono da poco stato a Londra, dove ho potuto ammirare per la prima volta dal vivo il famoso auriga nel salone del British Museum accanto ai fregi del Partenone. Bellissima statua, ho pensato, chissà quando l’avrei vista in Sicilia dato che abito lontano. Eppure mi è bastato guardarla meglio e girare lo sguardo per pensare….che c’azzecca con lo stile classico dei marmi Elgin?? E’ chiaramente di un’altra epoca, uno stile diverso, più arcaico, distante, insomma: potevano metterne pure un’altra, tanto ormai tutto va bene pur di fare spettacolo.
    Intanto, in tutti i punti strategici delle stazioni della metropolitana – ingressi, scale mobili, fermate, ci mancavano solo i bagni – è reclamizzata alla grande questa mostra sui “Bronzes” alla Royal Academy: nel manifesto in primo piano c’è un volto urlante, una copia in bronzo dell’Anima dannata del Bernini. Bella mostra, mi sono detto, la andrei a vedere di corsa. Adesso da questo articolo vengo a sapere che ci sarà pure il Satiro, e mi prende l’amarezza. Ma c’era proprio bisogno di spostare anche questo? E io che pensavo a una storia del bronzo dal Rinascimento a oggi… e così quella che poteva essere una bella iniziativa rischia di passare per la solita maxi rassegna (tipo: la storia del bronzo, dall’antichità a oggi…) mi passa la voglia, credetemi. E mi viene una grande rabbia pensando ai due potentotti locali, come li avete definiti, che sono riusciti a bypassare le leggi di tutela senza colpo ferire. Perché è questo il guaio dell’Italia: fatta la legge, trovato l’inganno.
    Un’ultima cosa: secondo me non è neanche tanto una questione di scambi di opere di pari valore o patacche – tipo un Guercino al posto di un Mutandari – ma è una questione di qualità: se ne vede sempre di meno a discapito della quantità, e gli organizzatori di mostre in tutto il mondo ormai sanno bene di poter piazzare il solito capolavoro tirato fuori dall’armadio – ergo, dall’Italia – per fare la loro porca figura. Sul risultato finale, poi, che importa: bene o male purché se ne parli.

    • Cristiana Curti

      Caro And, non poteva esserci una testimonianza più incisiva della tua per condensare attraverso una visione, una sensazione e una rielaborazione dirette di quanto hai visto quello che ognuno di noi dovrebbe riconoscere come lapalissiano e indiscutibile. Grazie.

  • Paolo

    complimenti. complimenti per lo stile, per l’argomento, per la concretezza delle argomentazioni. per una competenza che si mostra senza arroganza.

  • laura tansini

    La convenienze dello scambio c’è ma non a nostro favore bensì a maggior gloria delle opere di artisti contemporanei stranieri che verranno esposte al Museo Riso.
    Quando Gianenzo Sperone aveva galleria anche a Roma gli chiese a che pro affrontare le spese di una mostra a Roma di opere di artisti americani sapendo benissimo che non avrebbe venduto nulla oltre a quello che comunque vendeva ai suoi collezionisti senza necessità di una mostra a Roma; la risposta fu: quando tornano a New York per il collezionista americano hanno un valore aggiunto, essere state esposte a Roma …
    Elementare Watson, elementare

  • And

    Il Satiro è partito! Ecco una notizia dell’ultima ora:

    SICILIA: IL SATIRO DANZANTE ALLA ROYAL ACADEMY DI LONDRA =

    Palermo, 7 set. – (Adnkronos) – Il Satiro danzante di Mazara del Vallo giocherà un ruolo da protagonista nella sfilata di antichi capolavori in bronzo in mostra alla Royal Academy of Arts di Londra, dal 15 settembre al 9 dicembre. A certificare il ruolo di primo piano della statua siciliana, alla quale è dedicata un’intera sala della mostra “Bronze”, è stato l’autorevole quotidiano inglese “The Times” che, in un articolo dello scorso 16 agosto, ha raccontato la storia del Satiro e del suo
    ritrovamento, sottolineando che “non c’è niente di simile nel canone classico dell’arte”. Il Satiro, che aprirà l’esposizione di capolavori bronzei provenienti da tutto il mondo, è partito per la capitale britannica assieme all’Ariete di bronzo di Siracusa, custodito al museo Salinas di Palermo. La mostra, presentata oggi
    pomeriggio a Palermo dall’assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Amleto Trigilio, dal sindaco di Mazara del Vallo, Nicola Cristaldi, e dal direttore della Royal Academy of Arts, Christopher Le Brun, rientra nell’ambito di un protocollo d’intesa siglato tra l’assessorato regionale dei Beni culturali e
    dell’Identità siciliana e l’importante istituzione culturale inglese.
    “La decisione di concedere i prestiti del Satiro e dell’Ariete – spiega Trigilio – è maturata dalla consapevolezza di essere di fronte alla grande opportunità di partecipare a un evento internazionale attraverso il quale potremo promuovere l’immenso patrimonio culturale della nostra terra. In cambio, avremo la possibilità di ammirare in Sicilia alcuni tra i capolavori della Royal Academy. Per il futuro, però, gli scambi culturali dovranno essere concessi solo in caso di
    iniziative di grande respiro mondiale, come appunto in questa occasione, perchè spesso si è abusato di questo sistema”.
    Il programma prevede il viaggio a Londra del Satiro e dell’Ariete e l’arrivo in Sicilia – a dicembre – di una selezione di opere d’arte moderna e contemporanea della collezione della Royal Academy che saranno esposte prima a Mazara del Vallo e poi a Palermo. “Il Satiro – dice Le Brun – è il punto fondamentale della mostra Bronze perchè il visitatore partirà proprio dalla statua siciliana prima di ammirare il resto dei capolavori. È il primo passo di una collaborazione più estesa tra la nostra istituzione e la Sicilia: la prima opportunità di dialogo e di confronto sarà rappresentata proprio dallo scambio di opere di artisti siciliani e britannici contemporanei”.
    Con la collaborazione della Fondazione Orestiadi, sarà allestita nel museo del Satiro – dalla fine di settembre – la sezione archeologica della mostra “Islam in Sicilia”, attualmente a Gibellina. Da marzo-aprile del 2013, infine, la collaborazione tra la Royal Academy of Arts e la Sicilia proseguirà con un ulteriore
    esposizione: in Sicilia (a Mazara e a Palermo) arriveranno alcune opere dell’800 inglese mentre a Londra saranno ospitate opere siciliane dello stesso periodo. “A Tokyo – ha concluso il sindaco Cristaldi – il Satiro era ambasciatore della cultura italiana, oggi invece sarà a Londra per rappresentare Mazara del Vallo e tutta la Sicilia. Sono convinto che il protocollo siglato con la Royal Academy
    aprirà un nuovo scenario di collaborazione culturale sempre più intenso tra le nostre due isole”

  • http://www.facebook.com/SpaziDocili

    Una riflessione da integrare con la vicenda della mostra ‘Rinascimento a Firenze. Capolavori e protagonisti’ a Pechino.
    (vedi post precedente)

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    Tomaso Montanari
    Corriere Fiorentino, 23 giugno 2012:

    «Credette Cimabue ne la pittura tener lo campo»: e si sbagliava alla grande – si potrebbe dire, massacrando per par condicio anche Dante –: perché il suo campo non è la pittura, ma il marketing.
    L’addetto culturale italiano a Washington, Renato Miracco, è venuto ad Arezzo per spiegare al sindaco Fanfani, all’assessore alla cultura Macrì, al Soprintendente Bureca e al vescovo Fontana perché dovrebbero precipitarsi a spedire negli Stati Uniti il grandissimo Crocifisso di Cimabue conservato nella chiesa di San Domenico. L’opera dovrebbe essere esposta a Washington nel 2013 (in occasione dell’Anno della cultura italiana in America) insieme al Satiro danzante di Mazara del Vallo: non perché qualcuno veda un nesso tra le due opere (almeno spero), ma perché si tratta di due ‘capolavori assoluti’ e ‘rarissimi’.
    L’assessore Macrì ha prontamente commentato: «Siamo di fronte a un’occasione irripetibile che offre ad Arezzo due eccezionali opportunità. La prima è di legare, negli Stati Uniti, la cultura italiana alla nostra città. Gli eventi programmati in occasione dell’Anno della Cultura avranno formidabili riflessi mediatici in America e noi saremo sotto la luce dei riflettori. Essere stati scelti per rappresentare l’Italia è una gratificazione, ma soprattutto un “treno promozionale” che non può essere assolutamente perduto».
    Non discuto le ottime intenzioni dell’assessore. Ma l’effetto di queste parole è terrificante: dipingono l’Italia come una vecchia aristocratica decaduta che per mantenersi deve prostituire le sue bellissime figliole, con i mezzani che si fregano le mani quando c’è un cliente col portafoglio gonfio. Guai a perdere l’occasione.
    Ma è davvero a questo che serve, Cimabue? Io credo di no, e credo che spedirlo in America sia profondamente sbagliato per almeno quattro ragioni.
    La prima è che è pericoloso. Se tra i giganti dell’arte italiana ce n’è uno raro, fragile, sfortunato, ebbene quello è Cimabue. Il tempo, le alluvioni e i terremoti hanno decimato il corpus di questo patriarca della lingua figurativa italiana, e noi non possiamo mettere a rischio una delle sue poche opere sicure e ben conservate: un colosso di 3 metri e 36 per 2 e 67, dipinto a tempera su legno quando Dante aveva meno di cinque anni. Come possiamo anche solo pensare di caricarlo su un aereo per fargli fare l’uomo-sandwich del turismo aretino? L’anno scorso, l’arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori provò a spedire a Mosca un’opera analoga per importanza e dimensioni, il Crocifisso di Giotto di Ognissanti, ma per fortuna l’Opificio si mise di traverso: e c’è da sperare che anche questa volta gli organi di tutela battano un colpo.
    La seconda è che è illegale. L’articolo 9 della Costituzione dice che la Repubblica tutela il patrimonio storico e artistico della nazione italiana. E l’articolo 66 del Codice dei Beni culturali dice che «può essere autorizzata l’uscita temporanea dal territorio della Repubblica» delle opere vincolate solo per «manifestazioni, mostre o esposizioni d’arte di alto interesse culturale, sempre che ne siano garantite l’integrità e la sicurezza». Ma in questo caso non c’è alcun valore culturale, e la natura eccezionale dell’opera rende impossibile garantirne davvero la sicurezza.
    La terza è che è diseducativo. Come dimostrano alcune sentenze della Corte Costituzionale, l’articolo 9 dice che il patrimonio serve ad aumentare la cultura, non a fare da volano allo sviluppo economico. Forse mi sbaglio, ma mi aspetterei che un sindaco, un assessore alla cultura, un soprintendente e un vescovo mettessero al primo posto la formazione dei cittadini: e non si strappa un crocifisso da una chiesa, un’opera dal suo contesto originario. E non si assoggetta al mercimonio un testo poetico e sacro così alto.
    La quarta è che è inutile. Nessun economista pensa che ci sia davvero un nesso tra l’esposizione del Crocifisso di Cimabue a Washington e il turismo americano ad Arezzo: non c’è alcuna ricaduta, se non per l’immagine personale di coloro che organizzano l’‘evento’, i quali sono gli unici a guadagnarci.
    Tutti gli altri – Cimabue, la città di Arezzo, la cultura italiana – hanno solo da perderci.

    http://eddyburg.it/article/view/19165/

    • Cristiana Curti

      E’ pazzesco che Miracco utilizzi il suo posto di responsabile di un Istituto che poco conta (purtroppo per noi) e che poco riesce a fare per la cultura italiana all’estero per accedere a un’opera intangibile per le ragioni descritte perfettamente da Montanari (che è stato fin troppo condiscendente con l’Assessore aretino).

      E’ evidente che “l’andazzo” generale glielo consente.

      Sembra sempre più urgente una “carta degli intoccabili” (visto che leggi e Costituzione non sono sufficienti) che sancisca una volta per tutte che un pugno di personaggi effimeri che non hanno nulla a che vedere con l’arte e con le opere che pretendono far diventare i nostri gonfaloni all’Estero (ed è davvero dimostrato che operazioni del genere non hanno alcuna ricaduta in termini di convenienza per il territorio “prestatore”) non possano compiere più queste follie.

      I componenti del Collegio (non un Comitato: un Collegio di esperti!) compilatore della carta che dovrebbe decidere anche sui casi singoli in base a una serie di regole semplici e chiare, ma ben definite e inamovibili, dovrebbe essere composto da periti dell’Opificio o Ente simile e Archeologi/Storici dell’arte di chiara fama (tre per ciascun periodo storico, non necessariamente italiani, che abbiano la possibilità di avvalersi di una consulenza esterna in caso di artisti particolari).
      Nessun politico, nessun assessore, nessun sindaco, nessun arcivescovo e neppure il Papa in persona (il patrimonio artistico italiano contenuto nelle Chiese, parrochie, diocesi, conventi, ecc, costituisce il FONDO EDIFICI DI CULTO e dipende dal Ministero dell’Interno e NON dalla Chiesa né dallo Stato Pontificio né tantomeno da un suo ministro), nessun Direttore di Museo o di Istituto italiano di cultura all’estero (in genere non qualificato per discutere d’arte, qui, poi, Miracco è semmai uno studioso del ‘900 italiano, benché indiscutibilmente operoso e ben introdotto nel tessuto delle collaborazioni internazionali per la promozione di mostre d’arte italica), infine nessun Soprintendente in carica: nessuno, insomma, che non abbia a che fare DIRETTAMENTE e SCIENTIFICAMENTE con le opere fragilissime e inutilmente richieste per le belle facce di qualche potentotto locale (e del “mediatore”).

      Mi pare che ce ne sia abbastanza per iniziare (a partire dall’Accademia, in genere dormiente su queste questioni) una campagna a favore della costituzione di una lista di beni artistici che nessuno dovrebbe mai rimuovere dalle proprie sedi.

      Piace Cimabue? Miracco organizzi piuttosto un bel ciclo di conferenze a tema “I Primitivi nell’Italia dei Comuni” con le “nostre” opere che – numerosissime e splendide – sono già alla National Gallery di Washington (chieda un prestito a quel Museo, piuttosto…) e forse avrà più successo in America (perché laggiù sono interessati assai più di quanto si crede alla nostra critica e alla nostra Storia dell’Arte, anche solo “raccontata”, parlo per esperienza diretta) di quanto potrà avere portando un Crocefisso del ‘200 strappato da una Chiesa. Con molte meno risorse anche per l’eventuale sponsor che abbia trovato in USA, farà un servizio ben maggiore alla nostra cultura e renderà assai ben più onore alla carica che ricopre.
      Lo sponsor “vuole” Cimabue “in legno e colore”? Venga qui ad aiutarci nell’opera di restauro dei nostri capolavori del ‘200 e del ‘300. E Miracco lo convinca. Quale miglior pubblicità per l’Italia e per gli USA (soprattutto) di questa nell’anno delle reciproche celebrazioni? A Miracco, in questo caso, una menzione speciale e una medaglia al valore.

  • http://www.facebook.com/SpaziDocili

    Una riflessione da integrare con la vicenda del Crocifisso di Cimabue da mandare a Washington nel 2013.
    (se Artribune stavolta non la censura)
    Qui la situazione descritta è, se possibile, ancora peggiore, visti i soggetti coinvolti…

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    Tomaso Montanari
    Il fatto quotidiano, 3 luglio 2012:

    Il 6 luglio sarà inaugurato uno ‘spazio museale italiano’ presso il Museo Nazionale della Cina, in Piazza Tian’an men a Pechino, frutto dell’accordo di Stato tra Italia e Cina firmato dai rispettivi ministri della cultura nell’ottobre 2010. Il primo ‘evento’ italiano sarà una mostra che durerà un anno. Il titolo, originalissimo e inaspettato, è: Rinascimento a Firenze. Capolavori e protagonisti.
    Le uniche cose indiscutibili, in questa vicenda, sono l’abnegazione e l’amor patrio con cui il direttore generale per la valorizzazione del Ministero per i beni culturali Mario Resca ha sostenuto questa iniziativa politico-diplomatica. Alla vigilia della conclusione del suo mandato bisogna riconoscere che – in un Mibac riverso su se stesso, paralizzato dall’incapacità dei ministri e dalla corruzione della burocrazia – l’alieno Resca ha almeno provato a spezzare questa morbosa autoreferenzialità, e ad aprire il patrimonio storico e artistico ai cittadini e al mondo. Ma i burosauri del Mibac si sono vendicati, propinandogli formule che erano già vecchie sessant’anni fa.
    Le prime mostre-kolossal all’estero furono fortemente volute da Mussolini (che si vantava, coerentemente, di non essere mai entrato in un museo), e hanno costellato la storia repubblicana fino agli ultimi mesi, in cui si susseguono a ritmo vertiginoso le comparsate di Stato del povero Caravaggio (spesso sostituito da improbabili controfigure): a Cuba, a Mosca, e ora alla Casa Fiat di Belo Horizonte, in Brasile (una sagra del tarocco che evidentemente a Sergio Marchionne non appare folcloristica, a differenza delle sentenze dei tribunali italiani).
    Ammettiamo che organizzare scambi di mostre tra Stati non sia un patetico residuo dell’ancien régime, ed abbia ancora un qualche valore diplomatico che superi quello dei buffet che spezzano le trattative sui trattati commerciali. Bisognerebbe, allora, concepire un vero progetto scientifico (con l’intento di aumentare la conoscenza, trattando i visitatori come esseri pensanti e non come barbari da stupire) e con un ‘rischio zero’ per le opere. Lo impone l’articolo 67 del Codice dei Beni culturali (che, in assenza di queste caratteristiche, vieta che le opere varchino i confini della Repubblica), e lo imporrebbe la deontologia degli storici dell’arte: se ci fosse.
    Il Rinascimento pechinese è «un’antologia abborracciata, forse dettata unicamente dall’arrendevolezza di alcuni soprintendenti». Sono parole del fulminante articolo con cui Antonio Cederna massacrò, nel 1956, un’analoga iniziativa. E sono perfettamente attuali. Per esplicita ammissione degli organizzatori (il Polo museale fiorentino), il progetto scientifico (obbligatorio) non è scientifico: sostanzialmente si sono prese delle opere a casaccio, badando al fatto che ce ne fossero di grosse e di artisti famosi. Risultato: un grottesco guazzabuglio che riesce a mettere insieme Lorenzo Monaco e Benvenuto Cellini.
    Per nulla si è invece badato alla tutela delle opere, scelte in spregio ad ogni criterio, norma, legge. Tra pezzi evidentemente riempitivi, la lista dei deportati comprende ben trentadue dipinti su tavola (tra gli altri di Gentile da Fabriano, Paolo Uccello, Filippo Lippi, Botticelli e Raffaello) e cinque affreschi staccati, tra cui due dei famosi Uomini illustridi Andrea del Castagno, l’Annunciazione di Botticelli degli Uffizi (la bellezza di 5 metri e 50 per 2 e 46!) e il San Girolamo di Ghirlandaio, proditoriamente sottratto alla chiesa di Ognissanti e al suo pendant dipinto da Botticelli. Si tratta di pitture fragilissime, che non dovrebbero viaggiare per nessun motivo: figuriamoci per «una carrettata bassamente propagandistica, una scelta affrettata e fortuita, conforme appunto alla inanità degli scopi confessati» (ancora Cederna).
    Come se non bastasse, andrà in Cina anche l’Ercole e Anteo di Bartolomeo Ammannati della Villa di Castello: un gruppo di bronzo, alto due metri e nato per stare su una fontana, che è demenziale esporre al chiuso tra quadri sacri e ritratti. E poi ancora l’analoga Venere Anadiomene di Giambologna, una manciata di robbiane, un disegno di Leonardo e nientemeno che il cosiddetto David-Apollo di Michelangelo, un inestimabile marmo alto un metro e mezzo, conservato al Bargello nei pochi momenti in cui non esercita come commesso viaggiatore.
    Ci si chiede come la soprintendente di Firenze, il Comitato di settore (in blocco sotto processo contabile per l’acquisto del famoso pseudo-Michelangelo) e il direttore generale abbiano potuto autorizzare simili enormità: «Grandi equilibristi – è ancora Cederna – disposti sempre all’obbedienza verso i pezzi più grossi di loro, sulla cui mancanza di carattere e di convinzioni generali i vandali sanno di poter contare».
    Vogliamo davvero portare ai cinesi un’immagine positiva del nostro Paese? Organizziamo mostre di artisti italiani: non morti da mezzo millennio, ma vivi, e possibilmente giovani. Finanziamo film di grandi registi che raccontino l’Italia di oggi (come quelli meravigliosi di Folco Quilici, sull’Italia vista dal cielo, degli anni sessanta), riproduciamo perfettamente a Pechino qualcuno dei nostri siti monumentali (una Cappella degli Scrovegni in scala uno a uno sarebbe del tutto accettabile alla cultura cinese). Insomma, qualunque cosa che non fotografi un’Italia convinta di avere il meglio della propria storia dietro di sé, ridotta a togliersi le mutande e a far sfilare i propri capolavori, in catene, nella capitale dei nuovi padroni del mondo.
    Tutto lascia invece pensare che continueremo a organizzare mostre come questa: clamorosamente inutili, dannose, illegali. Avverando così la profezia del più grande storico dell’arte italiano del Novecento, Roberto Longhi, che nel 1952 si augurava che lo Stato «ponesse un fermo a questa stolida e spesso servile mania esibizionistica dell’Italia all’estero. Mania che, ove non venisse ormai stroncata, finirebbe, oltre agli irreparabili danni materiali, per revocarci stabilmente dal novero delle nazioni culturalmente più progredite».

  • francesco

    Se il Bronzo va in carrozza

    22/11/2013 di Cinzia Dal Maso

    Magari fosse solo una battuta! Ma dubitiamo che Benito Benedini, presidente del Gruppo 24 ore oltre che della Fondazione Fiera Milano, non abbia prima meditato e discusso con chi di dovere la proposta lanciata ieri in apertura della seconda edizione degli Stati generali della cultura: mandare in giro per il mondo 20 grandi opere d’arte, e farle poi tornare a Milano per l’Expo 2015. Insomma il “partito dei viaggiatori” ci riprova sempre, e se non ci mobilitiamo ogni volta per fermarlo, rischia persino di farcela. E qual è il capolavoro che Benedini ha citato come esempio, quello che sarebbe bene far viaggiare anziché lasciar “marcire” dov’è? Ma i Bronzi di Riace, ovvio! Perché lasciarli ancora in riposo distesi, in lunga attesa del tanto agognato ritorno al Museo della Magna Grecia, se possiamo portarli dall’Artide all’Antartide e dalle Filippine (possibilmente con annesso tornado) alla Terra del Fuoco?

    La risposta del Comitato reggino per la Tutela dei Bronzi non si è fatta attendere: oggi ha ricordato a tutti – Presidente della Repubblica e del Consiglio e Ministro per i Beni culturali – l’impegno preso affinché i Bronzi rientrino al Museo entro Natale. E ha ricordato che anziché continuare a progettare possibili e fantasmagorici viaggi dei Bronzi, bisognerebbe tenere fede agli impegni presi e lavorare affinché il Museo riapra al più presto. “Il Comitato ritiene che il contributo che la nostra città e la nostra regione possano dare all’Expo 2015, per indicare una strada per uscire dalla crisi, sia il Museo riaperto con i Bronzi di Riace e tutti i suoi tesori pronti ad essere ammirati da visitatori che, con un’adeguata politica di trasporti programmata per tempo, possano arrivare, facilmente e convenientemente, a Reggio Calabria“. Pare ovvio, lapalissiano. Anzi, sarebbe l’unica cosa da fare, se volessimo veramente attuare una politica che riguarda tutto il territorio nazionale e non, come sempre, a privilegio di alcuni e detrimento di altri. A Reggio si sono proprio stufati di essere l’ultima ruota del carro, privata di tutto persino dei Bronzi. Si sono stufati da tempo. Ma lassù, al nord, paiono non volerli ascoltare. L’Expo pare dover servire solo al nord. Tutto il resto non conta. Prima o poi, si stuferanno persino i Bronzi.