Casi. Eggleston e Christie’s a giudizio

Replicabile, e quindi senz’aura. È la celeberrima critica di Walter Benjamin alla fotografia. Poi venne Roland Barthes: più un’immagine viene fruita e diffusa, più la sua aura aumenta. Ma come la mettiamo col valore in denaro? Ci sono le tirature limitate, certo, ma poi succede che…

Una celebre opera di William Eggleston oggetto della seconda tiratura

Lo scorso 12 aprile Christie’s ha officiato una vendita di 36 fotografie di William Eggleston, il cui ricavato è stato devoluto in beneficenza per la fondazione dell’artista. Oltre al ‘movente’ benefico, scopo dichiarato della vendita era creare un nuovo mercato per le sue fotografie nel mondo dell’arte contemporanea.
Le foto presentate erano stampe digitali riprodotte dai negativi che Eggleston aveva scattato più di trent’anni fa nel delta del Mississippi, molte delle quali sono diventate icone del suo lavoro. Queste ristampe, però, sono state realizzare in due esemplari considerevolmente più grandi rispetto agli originali, tirati in 20 copie. Il valore delle fotografie di Eggleston è stato dunque traslato dall’importanza della tecnica, vera innovazione dell’epoca, all’oggetto in sé, ovvero il possesso di un’icona per i collezionisti della nuova generazione.
Come può reagire chi ha acquistato una foto dye transfer in edizione di 20, e si ritrova in asta la stessa immagine? Per dirne una, il grande collezionista americano Jonathan Sobel non ha affatto condiviso la scelta di Christie’s e dell’Eggleston Artistic Trust, e ha deciso di adire a vie legali. Tanto più che Sobel ha speso negli anni svariate migliaia di dollari per quegli scatti (possiede 190 opere del fotografo) e fino a poche settimane fa era convinto di possedere gli Eggleston più costosi al mondo. Poiché è la scarsità dell’offerta a determinare il valore commerciale di un’opera, Sobel si è sentito danneggiato dall’aumento di numero di esemplari in circolazione. E tuttavia, dell’aumento delle quotazioni dell’artista non beneficerà anche lo stesso Sobel?
Le motivazioni di Sobel possono essere più o meno condivisibili, ma in ogni caso risollevano una delicata questione, peculiare della fotografia: è corretto creare una nuova edizione dal negativo di scatti già stampati, numerati e venduti? E le nuove stampe sono la stessa opera o vanno considerate diverse?

William Eggleston – Untitled – 1971-73

Quello di Eggleston non è un caso isolato: anche Stephen Shore e Hiroshi Sugimoto hanno prodotto nuove edizioni di immagini pubblicate precedentemente, giustificandosi con il fatto di voler sperimentare le nuove tecnologie. Il grande pioniere americano Carleton Watkins, ad esempio, eseguì il primo dagherrotipo che ritraeva la Missione Santa Clara de Asís nel 1855-57, e l’immagine venne ristampata vent’anni dopo in dimensioni maggiori grazie all’avanzamento tecnologico.
Il fatto è che, fino agli Anni Ottanta, non esisteva un vero e proprio mercato della fotografia, e la tiratura limitata era dunque un’eccezione piuttosto che la regola. Ora che però un mercato non solo esiste, ma si sta pure sviluppando velocemente, è necessario tutelarlo con regole chiare. I fotografi iniziarono a limitare le edizioni a partire dalla fine degli Anni Settanta, quando i prezzi e il mercato cominciarono a svilupparsi, poiché i compratori volevano esser certi che non si sarebbe verificato un nuovo flusso di stampe addizionali, le quali avrebbero ridotto il valore delle opere acquistate. Da quel momento, numerosi Stati americani iniziarono a varare leggi che proteggevano i collezionisti nel caso delle edizioni limitate, ampliandole anche alla scultura nello Stato di New York.
Tornando al caso Eggleston-Christie’s, è plausibile che la sperimentazione di una diversa tecnica di stampa sia stata dettata da una mera esigenza di mercato? Inoltre, com’è stata effettuata la valutazione delle opere? Su che base le si è stimate fino a 250mila dollari? L’asta del 12 marzo ha contribuito al rialzo dei prezzi di Eggleston: ad esempio, la celeberrima immagine del triciclo scattata a Memphis nel 1969 è passata da $ 266.500 (edizione di 20 battuta in asta un anno fa) a $ 578.500 nella nuova edizione. L’operazione Eggleston è perciò simile a quella effettuata da Damien Hirst, quando quest’ultimo portò direttamente in asta, saltando la mediazione galleristica, nuove opere per quasi 6 milioni di dollari.

Uno scatto di Stephen Shore

Da Christie’s sono stati battuti gli esemplari 1/2, quelli 2/2 dove saranno venduti? Magari da Cheim & Read a Frieze in ottobre, o da Gagosian Beverly Hills, che ha in programma una mostra di Eggleston nei prossimi mesi. Sì, perché Eggleston è entrato a far parte della scuderia di Gagosian, uscendo così dalla “nicchia” del mondo della fotografia. E non a caso lo “squalo” ha iniziato nel 2011 a vendere stampe di grandi dimensioni a 15mila dollari. Proprio quei formati che i collezionisti di fotografia evitano, ma che invogliano il collezionista d’arte contemporanea.

Martina Gambillara

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #7

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Martina Gambillara
Martina Gambillara (Padova, 1984), laureata in Economia e Gestione dell'Arte, si è interessata fin dai primi anni dell'università al rapporto tra arte e mercato, culminato nella tesi Specialistica in cui ha indagato il fenomeno della speculazione nel mercato dell'arte cinese dell'ultimo decennio. Per passione personale si è costantemente dedicata all'osservazione dei risultati d'asta soprattutto del segmento di Arte Contemporanea, estrapolandone i trend e la correlazione con i mercati finanziari. In seguito il suo interesse si è spostato verso i mercati emergenti, da quello cinese scelto per la sua tesi, a quello sud-asiatico e mediorientale. Ha lavorato per gallerie, case d'asta e dal 2011 fa parte dello staff editoriale di Artribune.
  • Angelov

    Benjamin aveva applicato alla riproducibilità nell’ambito dell’Arte, quello che si era verificato in quello socio-economico.
    Quando la Zecca di uno Stato comincia ad emettere nuove banconote, quindi a replicarle e riprodurle, il loro valore e quello delle banconote già presenti, diminuisce inflazionandosi.
    Sarà poi compito dei maghetti dell’alta finanza, attraverso i più speculativi sofismi, dimostrare il contrario, e far passar per oro quel che è patacca.

  • La questione e’ tanto interessante quanto vecchia e, comunque, riguarda lo “speculatore” (o se si preferisce l’investitore) più che il collezionista: a quest’ultimo, infatti, interessa “possedere” il lavoro molto più che non il “valore economico” che esso si porta appresso. Detto questo e’ mia opinione che una fotografia debba essere considerata “originale” nella forma (dimensioni e tecnica di stampa) e numero di esemplari, originariamente decise dal suo autore. Qualsiasi “ristampa”: (in dimensioni, tecnica o numero di copie diverse) e’ da considerarsi “nuovo lavoro” (ne’ più ne’ meno delle copie del medesimo dipinto o scultura fatte, in tutte le epoche dalle più antiche alla contemporaneità) da molti artisti. Se la nuova “edizione”, poi, non e’ decisa e voluta dall’artista ai suoi esemplari va disconosciuta la qualità non solo di “opera autentica” ma addirittura di “opera d’arte” ed applicato il concetto di “copia” (alla stessa stregua di un qualsiasi falso, per perfetto che esso possa essere).Personalmente (lo dico solo per citare un esempio di possibile comportamento, per scarsamente importante esso sia, visto il soggetto, dal punto di vista delle “pratiche di mercato”) stampo sempre e solo un unico esemplare in tecnica e dimensioni definite delle foto che sono destinate alla vendita (rarissimamente in più di un esemplare e comunque ma mai piùdi tre) , riservandomi la facoltà di riprodurre tale foto, in quella tecnica e dimensioni o altre diverse, solo per fini espositivi, installativi, di incorporazione in altri lavori, documentazione ecc. con tassativa esclusione della possibilità di vendita separata di dette eventuali copie rilasciando relativa precisa attestazione al riguardo all’acquirente.
    Tutto questo , torno a ripetere, ha pero’ rilevanza per i fini e le necessita’ del “mercato” e della “correttezza commerciale” perché l’ “opera” (fotografia o dipinto, scultura o installazione) non “e’ ” la fotografia, quadro, scultura, installazione (che solo la “rappresentano” ed “esternano”) ma nella “comunicazione” che essa opera diventando, “l’oggetto in cui si estrinseca”, appunto solo ed esclusivamente il “medium fisico” di tale comunicazione ne’ più ne’ meno di un CD o DVD rispetto al “video” o “film” in esso riprodotto.

  • G.pino

    Benefit? Alla fondazione? Che porta il suo nome? E di cosa si occupa questa fondazione? Della numerosa famiglia eggleston?
    Poi per il remake delle foto .. Non scandalizziamoci.. pistoletto o Baldessari cosa fanno da un po di anni???

  • La fotografia ha oltrepassato il limite della pittura dell’unicità dell’opera ed il suo valore sta in questo. La fotografia deve essere diffusa eperché diffondendola se ne aumenta la notorietà e con essa il valore intrinseco. Non possiamo rapportarla alla pittura perché una nasce irriproducibile mentre l’altra no. Possiamo invece paragonarla al design perché viene riprodotta, in un numero di copie dichiarate, un’idea. Ogni tiratura ed ogni epoca di riproduzione avrà perciò la propria quotazione. Certamente é una forma di collezionismo che parte da parametri diversi, ma deve essere praticato da chi ama ciò che colleziona, chi ne vuole fare una speculazione deve prendersi anche i rischi che la speculazione stessa comporta e che correrebbe anche al momento in cui un “esperto” di fama gli dichiarasse dubbi sull’autenticità di un suo Hopper o Tintoretto. Il collezionismo é amore ed é bello che diverse fasce di collezionisti possano avvicinarsi al medesimo autore ed alla medesima opera

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